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Ce n'e’ troppo di Natale
Buzzati
Angela Magnoni

Nel paradiso degli animali, l’aníma del somarello chiese all'anima del bue:

‑ Per caso ti ricordi quella notte, tanti anni fa, quando ci siamo trovati in una capanna, e là, proprio nella mangia­toia ... ?

A proposito, lo sai chi era quel bambino?

Come faccio a saperlo? Era gente di passaggio. Certo, un bambino meraviglioso. E sì che i genitori parevano gente molto comune. Dimmi, chi era?

L'asinello sussurrò qualche cosa in un orecchio al bue.

‑ Ma no! ‑ fece costui sbalordito. ‑ Vorrai scherzare, spero.

‑ Lasciami pensare... Ma sì ‑ confermò il bue. ‑ Nella mangiatoia c'era un bambino appena nato. Come lo potrei dimenticare? Era un bambino così bello.

‑ La pura verità. Lo giuro... Bene, da allora, gli uomini, ogni anno, fanno gran festa per l'anniversario della sua na­scita. E per loro non ci sono giornate più belle. Tu li vedessi. Il tempo della serenità, del volersi bene. Perfino gli assas­sini diventano buoni come agnelli. Lo chiamano Natale. Anzi amico, mi viene un'idea. Già che siamo in argomento, vuoi che ti conduca a vederli?

Partirono. Lievi, lievi, planarono dal cielo sulla Terra. Adocchiarono un lume, vi puntarono sopra; il lume divenne una míriade di lumi: era una grandissima città...

Ed eccoli, il somarello e il bue, invisibili, aggirarsi per le vie del centro. Era uno spettacolo impressionante, i mille lumi delle vetrine, i festoni, le ghirlande, gli abeti, lo stermi­nato ingorgo delle automobili e il formicolio vertiginoso della gente che andava e veniva, entrava e usciva, si accal­cava nei negozi, si caricava di pacchi e pacchetti, tutti con un'espressione ansiosa e frenetica, come fossero inseguiti.

A quella vista il somarello sembrava di ottimo umore. Il bue, invece, si guardava intorno con spavento.

‑ Senti, amico asinello, tu mi hai detto che mi portavi a vedere il Natale. Guarda che ti devi essere sbagliato. Te lo dico io: qui stanno facendo la guerra.

Dovunque le due bestie guardassero, dovunque andas­sero, era il medesimo spettacolo: andare e venire, comprare e impaccare, chiamare e rispondere; e tutti guardavano con­tinuamente l'orologio, tutti correvano, tutti ansimavano; uo­mini e donne parlavano fitto scambiandosi l'un l'altro, come automi, delle monotone formule: buon Natale, auguri, au­guri a lei, grazie altrettanto, felici feste, grazie, auguri, auguri. Era un brusìo che riempiva la città.

Sgusciando attraverso il traffico vorticoso d'automobili, il bue e il somarello si allontanarono dal centro, dalle luci, dal frastuono, dalla frenesia.

‑ Dimmi, tu che sei pratico, ‑ chiese il bue, ‑ ma sei proprio sicuro che non siano usciti tutti pazzi?

‑ No, no è semplicemente il Natale.

‑ Ce n'è troppo di Natale, allora... Ma ti ricordi quella notte, a Betlemme la capanna, i pastori, quel bel bambino? Era freddo, anche lì, eppure c'era una pace, una soddisfazione. Com'era diverso!

‑ vero. E quelle zampogne lontane, che si sentivano appena...

‑ E sul tetto come un lieve svolazzamento. Chissà che uccelli erano.

‑ Uccelli? Testone che non sei altro! Erano angeli.

‑ E quei tre ricchi signori che portavano regali, li ri­cordi? Come erano educati, come parlavano piano, che per­sone distinte. Te li immagini se capitassero in mezzo a questa baraonda?

‑ E la stella? Non ti ricordi che razza di stella, proprio sopra la capanna? Chissà che non ci sia ancora. Le stelle hanno vita lunga.

‑ Ho idea di no ‑ disse il bue scettico. ‑ C'è poca aria di stelle, qui.

Alzarono i musi a guardare, e infine non si vedeva niente. Sulla città c'era un soffitto di caligine.

(R BUZZATI)