Partecipiamo.it...vai alla home page

 

Buon Anno Nuovo

Angela Magnoni

        
        
        

Te Deum laudamus

Noi ti lodiamo, Dio

 

Antico Inno Sacro che si canta o recita la sera del 31 dicembre,

per ringraziare il Signore per l’anno trascorso.

(forma breve)

 

Noi ti lodiamo, Dio * 

ti proclamiamo  Signore.

O eterno Padre, * 

tutta la Terra ti adora.

 

A Te cantano gli Angeli * 

e tutte le potenze dei Cieli:

Santo, Santo, Santo * 

il Signore Dio dell’Universo.

 

I Cieli e la Terra * 

sono pieni della tua gloria.

Ti acclama il coro degli Apostoli * 

e la candida schiera dei Martiri;

 

le voci dei Profeti si uniscono nella tua lode; *

la santa Chiesa proclama la tua gloria,

adora il tuo unico Figlio, *

e lo Spirito Santo Paraclito.

 

O Cristo, Re della gloria, * 

eterno Figlio del Padre,

Tu nascesti dalla Vergine Madre * 

per la salvezza dell’uomo.

 

Vincitore della morte, *

hai aperto ai credenti il regno dei Cieli.

Tu siedi alla destra di Dio, nella gloria del Padre. *

Verrai a giudicare il mondo alla fine dei tempi.

 

Soccorri i tuoi figli, Signore, *

che hai redento col tuo Sangue prezioso.

Accoglici nella tua gloria *

nell’assemblea dei Santi.

 

Salva il tuo popolo, Signore, *

guida e proteggi i tuoi figli.

Ogni giorno ti benediciamo, *

lodiamo il tuo Nome per sempre.

 

Degnati oggi, Signore, * 

di custodirci senza peccato.

Sia sempre con noi la tua misericordia: * 

in Te abbiamo sperato.

 

Pietà di noi, Signore, * 

pietà di noi.

Tu sei la nostra speranza, * 

non saremo confusi in eterno.

Chi è San Silvestro I Papa?

 

(Papa dal 31 gennaio 314 al 31 dicembre 335)

 

 

È il primo Papa di una Chiesa non più minacciata dalle terribili persecuzioni dei primi secoli. Nell’anno 313, infatti, gli imperatori Costantino e Licinio hanno dato piena libertà di culto ai cristiani, essendo Papa l’africano Milziade, che è morto l’anno dopo. Gli succede il prete romano Silvestro. A lui Costantino dona come residenza il palazzo del Laterano, affiancato più tardi dalla basilica di San Giovanni, e costruisce la prima basilica di San Pietro.

In pace con l’autorità civile, ma non tra di loro: così sono i cristiani del tempo. Il lungo pontificato di Silvestro (ben 21 anni) è infatti tribolato dalle controversie disciplinari e teologiche, e l’autorità ordinaria della Chiesa di Roma su tutte le altre Chiese, diffuse ormai intorno all’intero Mediterraneo, non è ancora compiutamente precisata.

Costantino, poi, interviene nelle controversie religiose (o i vescovi e i fedeli lo fanno intervenire) non tanto per “abbassare” Silvestro, ma piuttosto per dare tranquillità all’Impero. (Tanto più che lui non è cristiano, all’epoca; e infondata è la voce secondo cui l’avrebbe battezzato Silvestro).

Costantino indice nel 314 il Concilio occidentale di Arles, in Gallia, sulla questione donatista (i comportamenti dei cristiani durante le persecuzione di Diocleziano). E sempre lui, nel 325, indice il primo Concilio ecumenico a Nicea, dove si approva il Credo che contro le dottrine di Ario riafferma la divinità di Gesù Cristo (“Dio vero da Dio vero, generato non creato, della stessa sostanza del Padre”).

Papa Silvestro non ha alcun modo di intervenire nei dibattiti: gli vengono solo comunicate, con solennità e rispetto, le decisioni prese. E, insomma, ci appare sbiadito, non per colpa sua (e nemmeno tutta di Costantino); è come schiacciato dagli avvenimenti. Ma pure deve aver colpito i suoi contemporanei, meglio informati di noi: tant’è che, appena morto, viene subito onorato pubblicamente come “Confessore”. Anzi, è tra i primi a ricevere questo titolo, attribuito dal IV secolo in poi a chi, pur senza martirio, ha trascorso una vita sacrificata a Cristo.

Silvestro è un Papa anche sfortunato con la storia, e senza sua colpa: per alcuni secoli, infatti, è stato creduto autentico un documento, detto “donazione costantiniana”, con cui l’imperatore donava a Silvestro e ai suoi successori la città di Roma e alcune province italiane; un documento già dubbio nel X secolo e riconosciuto del tutto falso nel XV.

Un anno dopo la sua morte, a Papa Silvestro era già dedicata una festa al 31dicembre; mentre in Oriente lo si ricorda il 2 gennaio.

 

Domenico Agasso

http://www.santibeati.it/dettaglio/30600

 
 
 

1 gennaio, Solennità di Maria, Madre di Dio… e Madre nostra

La Chiesa affida il primo giorno dell’anno a Maria, Madre di Dio, attraverso il grado più alto delle celebrazioni liturgiche riservate ai misteri più importanti della fede: la Solennità.

 “Madre di Dio” (greco: Theotokos) è il titolo che è stato conferito alla Madonna dal Concilio di Efeso (431 d.C.): la divinità e l’umanità di Gesù non possono essere separate e Gesù è la seconda Persona della Trinità, quindi Maria, che ha messo al mondo Gesù, merita pienamente il titolo di Madre di Dio.

Quindi la Solennità di Maria, Madre di Dio, è la festa più antica che la Chiesa Cattolica celebra a Maria.

“Si può e si deve dire che la Vergine Maria è “Madre di Dio” perché è la Madre del Figlio eterno di Dio fatto uomo, Dio Lui stesso” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 50).

Maria è anche nostra Madre: “Maria Vergine cooperò alla salvezza dell’uomo con libera fede e obbedienza. Pronun­ciò il suo “Fiat” in nome di tutta l’umanità. Per la sua obbedienza divenne la nuova Eva, la ma­dre dei viventi” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 53).

È bello iniziare l’anno con una Madre tutta speciale!

 

Angela Magnoni

Dalle Letture del giorno

 

Ti benedica il Signore
e ti custodisca.
Il Signore faccia risplendere su di te il suo volto
e ti conceda misericordia.
Il Signore rivolga su te il suo volto
e ti conceda pace”.


(dalla Prima Lettura della Solennità di Maria, Madre di Dio - dal Libro dei Numeri)

Dio abbia pietà di noi e ci benedica,
su di noi faccia splendere il suo volto;
perché si conosca sulla Terra la tua via,
la tua salvezza fra tutte le genti.
Gioiscano le nazioni e si rallegrino,
perché Tu giudichi i popoli con rettitudine,
governi le nazioni sulla Terra.
Ti lodino i popoli, o Dio,
ti lodino i popoli tutti.
Ci benedica Dio e lo temano
tutti i confini della Terra.

 

(Salmo Responsoriale della Solennità di Maria, Madre di Dio - dal Salmo 66)

Presentazioni in power point
 

Benedizione per l’anno nuovo

 

Questo nuovo anno sarà per te una benedizione,

se tu saprai benedire il tempo che ti verrà donato,

se tu saprai essere una benedizione

per il tuo vicino e il tuo vicino una benedizione per te.

Benedetto sarà il tuo volto,

se il tuo volto sarà bagnato di un po’ di lacrime altrui.

Benedette le tue mani,

se le tue mani sapranno accarezzare e donare pace.

Benedette le tue labbra,

se sapranno dire parole d’amore e baciare un nemico.

Benedetti i tuoi occhi,

se sapranno meravigliarsi della bellezza.

Benedette le tue vesti,

se non offenderanno i poveri.

Benedetti i tuoi piedi,

se sapranno condurti verso chi è solo.

Benedetto il tuo cuore,

se saprà scoprire Dio in ogni giornata che vivrai.

Benedetta sarà la tua casa,

se le porte saranno aperte per condividere.

Benedetta sarà la tua vita,

se saprai ringraziare per ogni cosa.

Buon Anno!

 

Don Angelo Saporiti

Preghiere

Un “oroscopo” controcorrente

 

“Si presentino e ti salvino quelli che misurano il cielo, che osservano le stelle, i quali ogni mese ti pronosticano che cosa ti capiterà. Ecco, essi sono come stoppia: il fuoco li consuma…” (Is 47, 14).

Non si può non incontrarli in questi giorni. Sono astrologi, maghi, indovini, cartomanti. Hanno i loro pulpiti, ben pagati, ovunque. Non lasceremo perciò i nostri lettori soltanto, privi di “oroscopo”.

Per i rinati sotto il segno della Croce, infatti, si prevede un “anno di grazia” (Lc 4, 19), perché quand’anche toccasse loro “la tribolazione, l’angoscia, il pericolo, la spada, saranno più che vincitori per virtù di colui che li ha amati” (Rm 8, 35).

Dal punto di vista finanziario, il nuovo anno sarà un anno favorevole per loro, perché saranno “pronti ad essere ricchi e ad essere poveri: tutto potranno in Colui che dà loro la forza” (Fil 4, 13).

In amore le cose andranno decisamente bene per loro, perché, anche quest’anno, “la speranza non li deluderà e l’amore di Dio sarà riversato, se lo vorranno, nei loro cuori” (Rm 5, 5). Perciò, i rinati sotto il segno della Croce, non dovranno temere di sposarsi, perché “Colui che è in loro, sarà più grande di colui che è nel mondo” (Gv 4, 4).

Quanto alla salute, la cosa peggiore che potrà capitare loro, quest’anno, sarà la morte, ma sarà anche “la cosa migliore: stare con Cristo!” (Fil 1, 23)

Per tutto il resto “Dio che non ha risparmiato il proprio Figlio per loro, donerà loro ogni cosa insieme con lui” (Rm 8, 32). E dico “ogni cosa”… un anno fantastico!

 

Tarcisio Zanni

Ringraziamento fine anno

 

Eccoci, Signore, davanti a Te.

Col fiato grosso, dopo aver tanto camminato.

Ma se ci sentiamo sfiniti,

non è perché abbiamo percorso un lungo tragitto,

o abbiamo coperto chi sa quali interminabili rettilinei.

È perché, purtroppo, molti passi,

li abbiamo consumati sulle viottole nostre, e non sulle tue:

seguendo i tracciati involuti della nostra caparbietà faccendiera,

e non le indicazioni della tua Parola;

confidando sulla riuscita delle nostre estenuanti manovre,

e non sui moduli semplici dell’abbandono fiducioso in te.

Forse mai, come in questo crepuscolo dell’anno,

sentiamo nostre le parole di Pietro:

“Abbiamo faticato tutta la notte,

e non abbiamo preso nulla”.

Ad ogni modo, vogliamo ringraziarti ugualmente.

Perché, facendoci contemplare la povertà del raccolto,

ci aiuti a capire che senza di Te,

non possiamo far nulla. Ci agitiamo soltanto.

Ma ci sono altri motivi, Signore, che, al termine dell’anno,

esigono il nostro rendimento di grazie.

Ti ringraziamo, Signore,

perché ci conservi nel tuo amore.

Perché continui ad avere fiducia in noi.

Grazie, perché non solo ci sopporti,

ma ci dai ad intendere che non sai fare a meno di noi.

Grazie, Signore, perché non finisci di scommettere su di noi.

Perché non ci avvilisci per le nostre inettitudini.

Anzi, ci metti nell’anima un cosi vivo desiderio di ricupero,

che già vediamo il nuovo anno

come spazio della speranza e tempo propizio

per sanare i nostri dissesti.

Spogliaci, Signore, di ogni ombra di arroganza.

Rivestici dei panni della misericordia e della dolcezza.

Donaci un futuro gravido di grazia e di luce

e di incontenibile amore per la vita.

Aiutaci a spendere per Te

tutto quello che abbiamo e che siamo.

E la Vergine tua Madre ci intenerisca il cuore.

Fino alle lacrime.

 

Don Tonino Bello

Grazie di fine anno

 

Ci sono tanti motivi, Signore, che al termine dell’anno,

esigono il nostro rendimento di grazie.

Grazie, perché ci conservi nel tuo amore.

Perché ancora non ti è venuto il voltastomaco per i nostri peccati.

Perché continui ad avere fiducia in noi,

pur vedendo che tantissime altre persone

ti darebbero forse ben diverse soddisfazioni.

Grazie, perché continui a custodirci gelosamente,

anzi, a nasconderci, come fa la madre con i figli più discoli.
Perché sei un amico veramente unico,

e ti sei lasciato così sedurre dall’amore che ci porti,

che non ti regge l’animo di smascherarci dinanzi alla gente,

e non fai venire meno agli occhi degli uomini i motivi per i quali,

nonostante tutto, continuiamo a essere amati.
Grazie, Signore, perché non finisci di scommettere su di noi.
Perché non ci avvilisci per le nostre inettitudini.
Perché, a dispetto delle letture deficitarie delle nostre contabilità,

non ci fai disperare.

Anzi, ci metti nell’anima un così vivo desiderio di ricupero,

che già vagliamo il nuovo anno come spazio della speranza

e tempo propizio per sanare i nostri dissesti.
Spogliaci, Signore, di ogni ombra di arroganza.

Rivestici dei panni della misericordia e della dolcezza.

Donaci un futuro gravido di grazia e di luce

e di incontenibile amore per la vita.
Aiutaci a spendere per Te tutto quello che abbiamo e che siamo.

E la Vergine tua Madre ci intenerisca il cuore.

Fino alle lacrime.

 

Don Tonino Bello

Nuovo Anno 

 

Dissi all’uomo

che stava

all’inizio dell’anno:

“Dammi una lampada

affinché possa inoltrarmi

sicuro nell’ignoto”.

Egli mi rispose:

“Esci nella notte

e metti la tua mano

nella mano di Dio…

…ti sarà

più utile della luce

e più sicuro

di una strada conosciuta”.

 

Minnie Louise Haskins

Ogni anno nuovo porta con sé l’attesa di un mondo migliore. In tale prospettiva, prego Dio, Padre dell’umanità, di concederci la concordia e la pace, perché possano compiersi per tutti le aspirazioni di una vita felice e prospera.

Benedetto XVI, da “Beati gli operatori di pace”, Messaggio per la celebrazione della XLVI Giornata Mondiale della pace, 1 gennaio 2013

Buon Capodanno

 

Buon Capodanno,

natale laico dove il tempo risorge

dandosi un nuovo nome.

Buon Capodanno,

liturgia di divertimento forzato

dove è obbligatorio essere allegri, eccedere, illudersi.

Buon Capodanno,

ticchettante bomba lenta

che esploderà poco per volta

lungo tutto il prossimo anno.

Il Capodanno è ciò che sarebbe il tempo senza Cristo.

Un cambiamento senza cambiamento,

senza perdono,

una speranza annualmente irrealizzata.

Ma Cristo c’è.

Buon Capodanno.

 

https://berlicche.wordpress.com/2014/12/31/era-2014/#comment-67999

Il tempo, la storia e noi

 

Il tempo. Scorrere ininterrotto delle ore,

dei giorni, dei mesi, degli anni.

Il tempo ci dice la fragilità

dell’uomo e delle cose del mondo.

È passato un altro anno.

Una tappa del nostro cammino finisce

e una nuova comincia.

 

La storia. Intrecciarsi di eventi belli e brutti

nel cammino del tempo.

La storia è lo scenario della vita

in cui ci incontriamo, lottiamo e speriamo.

È passato un altro anno.

Un’era della nostra storia finisce

e una nuova comincia.

 

Noi. Piccoli frammenti

nel grande tessuto della storia.

Noi, in questa grande avventura

verso la patria del Cielo.

È passato un altro anno.

Una parte della nostra vita finisce

e una nuova comincia.

 

Un tempo sempre nuovo da vivere.

Una storia sempre nuova da inventare.

Una vita sempre nuova da inseguire.

Il tempo, la storia e noi

davanti a Te, Signore.

Giunti alla fine di quest'anno,

veniamo davanti Te:

col peso delle nostre colpe

e con la certezza del tuo perdono,

con l’ansia di un futuro incerto

e con il conforto della tua presenza.

Veniamo davanti a Te stasera

e vogliamo ringraziarti per il cammino già fatto.

Veniamo davanti a Te stasera

e vogliamo affidarti il cammino da fare.

Tu accogli la nostra lode,

il nostro umile pentimento,

la nostra fiduciosa preghiera

e ricolmaci sempre del tuo Amore.

L’anno nuovo

 

L’anno nuovo:

è una pagina voltata con i suoi colori

e le sue cancellature.

Io ne ero l’autore.

C’è una nuova pagina dinanzi a me.

Questa volta, Signore,

io voglio soltanto firmarla

e permetterti di scriverci

ciò che Tu vuoi.

 

Dal diario spirituale di Padre Alexandre Toé, religioso e sacerdote camilliano

(Boromo, Burkina Faso 2 dicembre 1967 - Roma 9 dicembre 1996)

È già iniziata la sua causa di beatificazione.

Credevo che il mio viaggio…

 

Credevo che il mio viaggio

fosse giunto alla fine

mancandomi oramai le forze.

 

Credevo che la strada

davanti a me

fosse chiusa

e le provviste esaurite.

 

Credevo che fosse giunto

il tempo

di trovar riposo

in una oscurità pregna

di silenzio.

 

Scopro invece che i tuoi progetti

per me non sono finiti

e quando le parole

oramai vecchie

muoiono sulle mie labbra

nuove melodie nascono dal cuore

e dove ho perduto le tracce

dei vecchi sentieri

un nuovo paese mi si apre

con tutte le sue meraviglie.

 

Rabindranath Tagore

Una ricetta per tutto l'anno

 

Canta.

Cammina.

Sorridi a tutti.

Costruisci un album di famiglia.

Imita nel bene quelli che ami.

Chiama i tuoi amici al telefono.

Dì a qualcuno: “Ti voglio bene”.

Parla con Dio.

Ritorna bambino un’altra volta.

Salta alla corda.

Abolisci la parola “rancore”.

Di di sì.

Mantieni le promesse.

Ridi.

Leggi un buon libro.

Chiedi aiuto.

Cambia pettinatura.

Corri.

Ascolta una canzone.

Permettiti di sbagliare.

Perdonati.

Ricorda compleanni e onomastici.

Pensa.

Termina un progetto.

 Aiuta un ammalato.

Regala un bagnoschiuma.

Offriti volontario.

Sogna ad occhi aperti.

Compi un favore.

Elimina un vestito.

Spegni il televisore e dialoga.

Comportati amabilmente.

Ascolta il canto dei grilli e degli uccelli.

Ringrazia Dio per il sole.

Nascondi i tuoi crucci.

Accetta un complimento.

Concediti ciò che hai sempre desiderato.

Toccati la punta dei piedi.

Dimostra la tua felicità.

Fatti un regalo.

Lascia che qualcuno abbia cura di te.

Guarda un fiore con attenzione

 Lasciati  guardare da un fiore, dalle nuvole, dalle stelle.

Impedisciti per un giorno di dire: “Non posso”.

Canta mentre fai la doccia.

Vivi ogni minuto nella mano di Dio.

Incomincia una tradizione familiare.

Per oggi non preoccuparti.

Pratica il coraggio e la fedeltà nelle piccole cose.

Aiuta un vicino anziano.

Accarezza un bimbo.

Guarda vecchie foto.

Ascolta un amico.

Immagina le onde del mare.

Cedi il passo.

Gioca con la tua mascotte.

Dai una pacca sulla spalla.

Fai un pic-nic nell’anima.

Permettiti di essere simpatico.

Fai il tifo per la tua squadra.

Dipingi un quadro.

Delega un lavoro.

Saluta il nuovo vicino di casa.

Fai un piccolo scambio.

Fa sentire “benvenuto” qualcuno.

Prova a non dire: “Ormai”.

Chiedi scusa.

Permetti a qualcuno di aiutarti.

Convinciti che non sei solo.

Impegnati a vivere con passione: nulla di grande si fa senza di essa.

Sii un incorreggibile ottimista.

Porta a termine un impegno con lo stesso entusiasmo degli inizi.

Lascia perdere il pettegolezzo e non ripensare a un’offesa.

Credi che in ogni cuore c’è un germe di bontà e di bene da scoprire.

Regalati ogni giorno una sorsata di parola di Dio.

 

trovata in una chiesetta di montagna

Un nuovo anno… da(di) paura?

 

Eccoci qui, un nuovo anno è iniziato, con molte aspettative, molte speranze, molti desideri. Come sempre, forse proprio perché ce l’abbiamo nel cuore, miriamo molto in alto; anche quando non lo diamo a vedere, anche quando “mettiamo le mani avanti” ciò che vogliamo con tutte le nostre forze è che la nostra vita vada bene, i nostri progetti giungano a conclusione, il nostro corpo sia sano ed energico, il nostro intelletto comprenda ogni mistero.

Ci mancherebbe altro.

Poi ci scontriamo con la realtà, e presto o tardi accadrà anche quest’anno.

Ma l’ostacolo più grande che personalmente vedo al nostro raggiungere la pienezza e il compimento delle nostre aspettative è la paura.

Ormai è chiaro un po’ a tutti, abbiamo una paura folle nei confronti di ogni cosa: paura ad uscire di casa la mattina, paura di incontrare persone, paura di essere derubati sull’autobus. Diffidiamo di chiunque ci si avvicini, diffidiamo di chi vuole rivolgerci la parola, diffidiamo persino delle persone che cercano di venirci in aiuto in un momento di difficoltà. Abbiamo paura di quello che mangiamo e beviamo, dell’aria che respiriamo. In fondo, ci sentiamo quasi come passerotti sotto un temporale.

Non ci bastano le spiegazioni di chi è autorevole, di chi ha studiato, di chi ha esperienza: c’è sempre qualcosa che temiamo non ci venga detto, abbiamo sempre il sospetto che sotto sotto ci sia la fregatura, che ci sia qualcosa che ci venga intenzionalmente nascosto. Anche di fronte a verità note pure ai sassi, a certezze ormai consolidate, vogliamo guardare altrove, vogliamo non ascoltare, vogliamo pervertire ogni cosa, per la paura che le nostre aspettative non combacino con la realtà.

E poi ci sono le paure che proviamo per i nostri figli.

Io ricordo che da ragazzo, nel pomeriggio, giocavo spesso a pallone sul marciapiede antistante la casa del mio migliore amico, e immancabilmente si affacciava dalla finestra del primo piano l’anziano signore che ci urlava per i nostri schiamazzi e le nostre urla perché, giustamente, voleva riposare. Temo che nulla del genere potrà mai accadere ai miei figli.

Abbiamo una paura tremenda quando i nostri fogli non iniziano a parlare o a camminare all’età giusta; abbiamo paura che prendano freddo, che stiano sotto l’acqua e il vento, che non mangino abbastanza, che non dormano all’ora giusta, che non riempiano fino all’ultima scheda che gli è stata data come compito a casa, che non facciano sport o musica. Evitiamo come la peste che patiscano ogni sofferenza o dolore o difficoltà. Per non parlare del terrore che ci assale quando hanno la tosse, quando gli sale la febbre o compare qualche macchietta colorita sulla loro pelle.

Quanto tempo e quante energie dedichiamo a queste paure! E quante risorse investiamo per cercare (inutilmente) di acquietarle!

Prendiamo l’automobile invece del mezzo pubblico o di camminare (anche potendo) per avere il nostro spazio riservato mentre andiamo al lavoro; se siamo per strada, giriamo sempre alla larga dalle persone che ci sembrano strane, che sono mal vestite, sporche o maleodoranti. Ci sottoponiamo a ogni tipo di dieta, smettiamo di mangiare carne, pesce, uova e formaggi; smettiamo di bere latte, caffè e vino. Ci sottoponiamo a ogni genere di esame medico per controllare ogni minima variazione dei nostri parametri corporei; assumiamo decine di tipi di farmaci diversi o, talvolta, non ne prendiamo nessuno, al limite quelli “alternativi”. Passiamo ore a fare sport nelle palestre o a curarci nei centri benessere.

Internet è il nostro guru: se qualcosa c’è scritto lì, allora deve essere vero per forza. Non usciamo di casa senza il cellulare; non sia mai poi che il nostro “phone” non sia “smart” o non sia “connesso” perché altrimenti ci sentiamo fuori dal mondo.

I nostri figli devono preferibilmente giocare in uno spazio recintato, meglio se a casa, così sono sotto controllo. Devono mangiare solo cose sane: sono banditi hamburger, patatine fritte, coca cola, biscotti al cioccolato, zucchero e sale. Quando escono di casa, in inverno, devono invariabilmente indossare canottiera, maglietta, felpa, giacca a vento, berretto e guanti; guai a tenerli esposti a correnti d’aria o al freddo. Guai se non dormono almeno dieci ore per notte di filato; guai se, oltre la scuola, non praticano almeno un paio di sport e non studiano un qualche strumento, ché sennò crescono stupidi e con i movimenti scoordinati, magari bassi e gracili. Guai a parlar loro di malattie o di sofferenza, di violenza o di morte: non sia mai che ne restino turbati per sempre. Il numero del pediatra, poi, nell’elenco delle chiamate effettuate con il telefono, è sempre subito sotto quello di nostro/a marito/moglie e del/la nostro/a amica; e poi ci vuole lo specialista per ogni problema… e le maestre/professoresse devono per forza essere quelle giuste: non sia mai che crescano senza conoscere le poesie di Leopardi o la trigonometria.

Per carità, questo può sembrare un discorso molto retorico, già sentito tante volte, così come non nego affatto che il dubbio, la diffidenza e la paura hanno talvolta il loro risvolto positivo, a volte sono essenziali. La verità però è che molte di queste sono anche le mie paure, che io percepisco distintamente come il maggiore ostacolo alla mia realizzazione e al raggiungimento di quella pienezza a cui mi sento chiamato.

Nonostante io, come altri, abbia già affrontato la perdita di qualcosa di importante, di fondamentale, forse, nell’esistenza di un uomo come la vita del proprio figlio, di fronte al quale davvero tutto sembra avere molto meno valore…beh, nonostante questo, ho ancora in ogni istante la paura di perdere qualcosa di importante. E per superare queste paure mi rendo conto di impiegare molte mie risorse, di fare tanti tanti sforzi, che però vanno quasi tutti inevitabilmente nella direzione sbagliata.

Per questo, il mio unico auspicio, per questo anno nuovo è solo quello di non trascorrere un altro anno “di” paura ma un anno nuovo “da” paura. E l’unico modo che conosco, l’unico che davvero funziona è quello di fare dei passi avanti nella mia conversione, per non essere più incredulo ma credente; è quello di credere al Vangelo, credere in particolare a queste parole di Gesù (Lc 12, 1-8):

Guardatevi bene dal lievito dei farisei, che è l’ipocrisia. Non c’è nulla di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto. Quindi ciò che avrete detto nelle tenebre sarà udito in piena luce, e ciò che avrete detto all’orecchio nelle stanze più interne sarà annunciato dalle terrazze.

Dico a voi, amici miei: non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo e dopo questo non possono fare più nulla. Vi mostrerò invece di chi dovete aver paura: temete colui che, dopo aver ucciso, ha il potere di gettare nella Geènna. Sì, ve lo dico, temete costui. Cinque passeri non si vendono forse per due soldi? Eppure nemmeno uno di essi è dimenticato davanti a Dio. Anche i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate paura: valete più di molti passeri!

Io vi dico: chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anche il Figlio dell’uomo lo riconoscerà davanti agli angeli di Dio; ma chi mi rinnegherà davanti agli uomini, sarà rinnegato davanti agli Angeli di Dio.

…tutto il resto, in progetti, in soddisfazioni e in salute… verrà.

 

Stefano Bataloni

https://piovonomiracoli.wordpress.com/2016/01/09/un-nuovo-anno-dadi-paura/

Riportiamo un estratto del discorso di auguri rivolto dal Vescovo Giaquinta alla sua Diocesi di Tivoli, il 31 dicembre 1976.

 

Parole di… speranza, misericordia, responsabilità, fraternità.

 

Siamo al termine di un anno e all’inizio di uno nuovo sì e soliti in quest’occasione farti gli auguri.

Non possiamo non pensare alle nostre famiglie e qui l’augurio non si fa più semplicemente personale, non riguarda solo ciò che ciascuno porta nel cuore ma diventa attesa di una famiglia, diventa amore, bisogno di pace, di serenità, di gioia, di felicità, diventa soprattutto bisogno di bontà, perché ogni famiglia sia un luogo in cui si vive l’amore, la comprensione, la serenità, in cui ogni situazione difficile venga composta, in cui ogni opposizione si risolva attorno all'amore della mamma. È l’augurio più normale, forse anche il più atteso, da parte di tutti voi.

Ma quando da questo piano passiamo alla concretezza pesante, dura di ogni giorno, quando invece di rifugiarci nel domani, quel domani che incomincia fisicamente tra qualche ora, diamo uno sguardo retrospettivo all’anno (1976) e pensiamo alla situazione che abbiamo vissuto, ci chiediamo che cosa può fondare la speranza che il domani, questo nuovo anno (1977), possa essere differente da quello trascorso.

Nel passato 31 dicembre 1975, tante cose ci siamo augurati; quante di quelle cose sono diventate realtà? Abbiamo condensato in una sola parola - austerità -  il sacrificio, di dolore, l’incertezza, la problematicità che in questo momento ci schiacciano. Allora mi domando, dinanzi a questa situazione che abbiamo vissuto e stiamo ancora vivendo, in che modo possiamo pensare al prossimo anno come portatore di realtà nuove.

Ci sarebbe piuttosto da scoraggiarsi e guardare con animo preoccupato questo domani che comincia.

Ma a questo punto, il vostro Vescovo, il vostro padre, deve fermarsi perché non è lecito a ciascun cristiano parlare in modo sfiduciato, perché il cristianesimo, è bene ricordarlo è fondato essenzialmente su due grandi realtà: sulla speranza e sul nostro senso di responsabilità. Solo poggiandoci su queste due realtà possiamo guardare a viso aperto questo nuovo anno che il buon Dio ci prepara.

La speranza: in che cosa? È chiaro che la prima speranza deve essere posta nel Signore, perché crediamo alla onnipotenza di Dio e al suo amore. Ed è perché crediamo, perché ci siamo abbandonati al suo amore, ed abbiamo posto la nostra vita in gioco su esso, che abbiamo fiducia nel domani, qualunque siano gli eventi. E crediamo che comunque le cose vadano, al di sopra del nostro povero futuro e dei nostri avvenimenti, c'è una realtà superiore che si chiama Dio. Cominciamo quindi sereni  il nuovo anno.

Ecco allora il primo fondamento della nostra speranza: l’amore infinito di Dio e la sua onnipotenza che al servizio di questo amore infinito. 

Ma ce ne è un altro perché, forse ancora più profondo: proprio quando l’uomo è giunto al fondo delle sue possibilità, quando la sua potenza è terminata, è là, in quel punto di tragedia, che si innesta l’onnipotenza di Dio e là che comincia la misericordia onnipotente del Signore. Così io affermo che questa di oggi è l’ora della Misericordia di Dio, perché troppo noi abbiamo bisogno di Lui, perché ormai comprendiamo di essere incapaci di salvarci, la nostra fiducia e quindi nell’amore di Dio, un amore misericordioso che segue e vede la nostra povertà, per darci ciò di cui abbiamo bisogno.

E poi c'è un terzo motivo di speranza e questo riguarda il nostro senso di responsabilità. Siamo capaci di ragionare perché il buon Dio ci ha dato un raggio della sua intelligenza e dovremmo accorgersi che l’unica cosa che ci può salvare è una civiltà di amore, cioè un mondo in cui tutto sia regolato dalla fraternità e dell’amore. O ci sentiremo fratelli che tutto compongono con la comprensione, con l’amore, o diventeremo uomini che sulla strada con la rivoltella si uccidono e ci uccidono un giorno dopo l'altro. Il senso di responsabilità è dunque il secondo pilastro del cristianesimo, perché come tutti siamo responsabili di questa situazione negativa, così dobbiamo esserlo di una positiva, di un mondo differente. Ma quando parlo di un mondo differente, di un mondo nuovo, mi riempio la bocca di una parola che è irreale, perché il mondo non esiste. Esiste la mia realtà, la mia miseria, il mio egoismo, sono io che costruisco il mondo o lo distruggo con il mio egoismo.

Di qui nasce il senso di responsabilità personale. Perché le cose vanno male, perché il mondo va male? Non perché ci sono delle forze complesse che a un certo punto impongono il bene o il male, ma perché sono io che vado male, è il nostro egoismo individuale e familiare, che poi diventa collettivo, sociale, politico partitico, e ci travolge. Cominciamo con un mea culpa personale: all’egoismo sostituiamo l’amore, la fraternità, ma sempre sul piano personale.

Devo essere io per primo a iniziare la mia conversione interiore, devo essere io ad amare il mio fratello, a non frodarlo, ad aiutarlo, a comprenderlo. Devo essere io, per primo, nella mia famiglia - io uomo, io donna, io sposo, io sposa, io figlio - se voglio che essa cambi, devo essere io per primo, se voglio aiutare questo mondo, questa realtà, a superare l’egoismo che ci sommerge, per attuare una realtà di amore.

 

Mons. Guglielmo Giaquinta, 31 dicembre 1976

Cari fratelli e sorelle, buon anno!

 

Cari fratelli e sorelle, buon anno!

E l’anno sarà buono nella misura in cui ognuno di noi, con l’aiuto di Dio, cercherà di fare il bene giorno per giorno.

Così si costruisce la pace, dicendo “no” - con i fatti - all’odio e alla violenza e “sì” alla fraternità e alla riconciliazione.

A tutti auguro un anno di pace nella grazia del Signore e con la protezione materna di Maria, Madre di Dio.

Mentre, come i pastori, contempliamo l’icona del Bambino in braccio a sua Madre, sentiamo crescere nel nostro cuore un senso di immensa riconoscenza verso Colei che ha dato al mondo il Salvatore. Per questo, nel primo giorno di un nuovo anno, le diciamo:

Grazie, o Santa Madre del Figlio di Dio Gesù, Santa Madre di Dio!

Grazie per la tua umiltà che ha attirato lo sguardo di Dio;

grazie per la fede con cui hai accolto la sua Parola;

grazie per il coraggio con cui hai detto “eccomi”,

dimentica di Te, affascinata dall’Amore Santo,

fatta un tutt’uno con la sua speranza.

Grazie, o Santa Madre di Dio!

Prega per noi, pellegrini nel tempo;

aiutaci a camminare sulla via della pace.

Amen.

 

Papa Francesco, Angelus 1 gennaio 2017

Anziché fare gli auguri di buon anno e poi restare delusi,

proviamo a essere auguri per gli altri

 

ESSERE AUGURI

 

È ben strano il destino che attende il nuovo anno, da sempre tanto atteso, tanto desiderato, tanto festeggiato. Viene raffigurato come un bebè, portatore di cose buone, ed è accolto con tanta gioia, ma poi, per qualche misterioso maleficio, in poco più di trecento giorni il tenero pargoletto si trasforma in un decrepito vecchio, del quale non si vede l’ora di sbarazzarsene, cacciato via con risentimento, per non aver portato la felicità così attesa e sperata. Le frasi più ricorrenti nell’approssimarsi della fine dell’anno ben esprimono questo stato d’animo: “Tirasse via a passare quest’anno…”, oppure: “E speriamo che il nuovo anno sia migliore di questo…”.

E questo accade ogni fine d’anno. Non si vede l’ora che l’anno termini, proiettando nel nuovo arrivato tutti quei desideri frustrati che non si sono realizzati nell’anno vecchio, caricando il nuovo che viene con tante illusioni che non tarderanno a tramutarsi in cocenti delusioni. E gli auguri fatti e quelli ricevuti, vengono spazzati via, dimenticati, lasciando in bocca un amaro disincanto, in attesa di un nuovo anno nel quale riporre nuovamente le aspettative di sempre.

Forse per non restare ogni volta delusi, bisognerebbe cambiare la prospettiva, e anziché fare gli auguri, essere auguri, farsi augurio per gli altri, non chiedendo cosa l’anno nuovo possa donare, ma impegnandosi a portare qualcosa per renderlo più bello, più umano, come insegna il Nuovo Testamento, per il quale la felicità non è un’utopia, una chimera sempre rincorsa e mai raggiunta, ma una possibilità concreta alla portata di tutti. Infatti la felicità, per Gesù, non consiste in quel che si riceve, ma in quel che si è capaci di donare: “Si è più beati nel dare che nel ricevere” (At 20, 35). Se la felicità dipende da quel che si riceve, si rischia di consumare l’esistenza sempre amareggiati, perché gli altri non hanno saputo rispondere ai bisogni, ai desideri per i quali si è atteso invano una risposta. Ma se la felicità consiste invece in quel che si dona, questa può essere possibile, immediata e piena; anzi, più si dà e più si è felici, perché il Padre non si lascia vincere in generosità, e regala vita a chi dona amore (“Con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi; anzi, vi sarà dato di più”, Mc 4, 24; Lc 12, 31).

Essere un augurio per gli altri significa fare della generosità il distintivo che rende riconoscibili. Chi è capace di offrire che quel che è e ciò che ha, in maniera abituale, possiede la vita in pienezza, e per questo ne può fare dono. Come il Cristo risuscitato, che ogni volta che si manifesta ai suoi discepoli dice loro: “Pace a voi!” (Gv 20, 19.21.26). Il suo non è un augurio (“La pace sia con voi”), ma un dono. La pace può essere un dono solo quando è espressione di tutta la vita della persona, altrimenti è solo un suono (“Ognuno parla di pace con il prossimo, ma nell’intimo gli ordisce un tranello”, Ger 9, 8). Chi dona pace non solo comunica gioia, ma arricchisce la propria (“Perché la nostra gioia sia perfetta”, 1 Gv 1, 4).

La pace, l’ebraico shalòm, nel mondo semitico ha un significato molto più ampio di quello conosciuto in Occidente, infatti include tutto quel che di buono e bello rende appagata la persona, dalla pienezza di salute all’amore, dal lavoro al benessere: la felicità. Per questo in quella cultura il saluto augurale, non era (e non è) mai espresso solo verbalmente, ma sempre accompagnato da un dono, che può essere un dolce, una bevanda, un frutto, per contribuire alla felicità e alla gioia di chi riceve il saluto. Per questo quando Gesù dona pace, regala felicità, e quel che aveva promesso non rimane un augurio, ma diventa realtà, affinché “la vostra gioia sia piena” (Gv 15, 11; 16, 24). I Vangeli invitano a essere portatori di questa pace (“In qualunque casa entriate, prima di tutto dite: ‘Pace a questa casa!’”, Lc 10, 5) affinché questa raggiunga tutti gli uomini: “E sulla terra pace agli uomini, che Egli ama” (Lc 2, 14).

 

Padre Alberto Maggi, 29 dicembre 2016

http://www.illibraio.it/auguri-buon-anno-418802/

Nuovo anno

 

Cosa posso dirvi per aiutarvi a vivere meglio in questo anno?

Sorridetevi gli uni gli altri;

sorridete a vostra moglie, a vostro marito, ai vostri figli,

alle persone con le quali lavorate, a chi vi comanda;

sorridetevi a vicenda;

questo vi aiuterà a crescere nell’amore,

perché il sorriso è il frutto dell’amore.

 

Madre Teresa di Calcutta

Te Deum laudo per mio marito

 

Te Deum laudo per mio marito, che è rimasto ancora quest’anno con me, nonostante dopo centomila chilometri di corsa le giunture di una vecchia signora andrebbero rottamate per legge.

Te Deum laudo per come tronca le mie lamentele, ascoltandomi solo quando serve (va be’, qualche volta anche un po’ meno, tipo quando gli parlo dei prof dei figli, e adesso non sappiamo con quale insegnante ha parlato: l’ho mandato da quella di latino e mi è tornato riferendomi di un tema di italiano che lui non ha mai fatto, e comunque lo sconosciuto ragazzo di cui parlava quella signora - chi sarà stata? - ha preso 8 e mezzo).

Te Deum laudo per le volte in cui invece le mie lamentele le ascolta, e cerca una soluzione pratica e si dimentica sempre che io invece volevo un complimento, ti lodo perché ha ragione lui, i complimenti non mi servono, le soluzioni pratiche moltissimo, i complimenti sono gratis, le soluzioni pratiche costano, i complimenti alimentano solo la mia vanità, le soluzioni pratiche fanno il mio vero bene.

Te Deum laudo per come mi conosce anche nei lati peggiori - quasi tutti - e continua ad amarmi.

Te Deum laudo perché mi spiega quello che succede nel mondo, tutte le cose che io non ho voglia di sforzarmi a capire, e così quando mi intervistano posso chiamarlo e chiedergli cosa penso della guerra in Siria, risparmiando un sacco di neuroni.

Te Deum laudo per come gioca con i figli, parla con loro, si ricorda i loro gusti e le passioni, amandoli come figli unici. Ti ringrazio perché sa dire i no che servono, mettendo muri e limiti, un po’ perché è figura dell’autorità di Dio Padre, un po’ perché a ‘na certa non ne può più e a differenza della mamma smonta dal servizio e non ce n’è più per nessuno.

Te Deum laudo perché anche a me vorrebbe insegnare a dire no (non ce la farà mai), perché mi indica i rami da potare (non ce la farò mai), perché ignora i miei capricci.

Te Deum laudo perché gli ho ceduto in appalto tutta la gestione del comparto ansie materne, e ho deciso che posso preoccuparmi solo quando mi autorizza lui, cioè praticamente mai.

Te Deum laudo per quanto è diverso da me, e mi esonera dall’interessarmi a parti interessantissime del mondo che io ignoro completamente (sono troppo presa dalle persone, dalle loro vite, dai fatti delle mie amiche, e delle amiche delle amiche fino al nono grado), tipo la musica il cinema la politica la storia la scienza e la tecnologia.

Te Deum laudo perché mi ha promesso che non morirà all’improvviso, e che prima di farlo mi spiegherà come si accende Sky.

Te Deum laudo per la sua solidità silenziosa (troppo!), concreta, fattiva.

Te Deum laudo per tutto quello che di lui mi fa arrabbiare, l’orsaggine, la poca voglia di parlare e la fatica che mi tocca fare per capirlo, la rudezza di modi, la scorbuticità - conio il termine - perché sono occasioni di conversione, perché se amare fosse facile non sarebbe la via per diventare santi.

Te Deum laudo perché nella differenza feconda con lui, così altro da me, si apre la via per il totalmente Altro, che è Dio, lo Sposo che si nasconde dietro la sua faccia.

 

Costanza Miriano

https://costanzamiriano.com/2016/12/31/te-deum-laudo-per-mio-marito/#comment-122325

 

Le buone notizie ci sono: basta cercarle

 

È gennaio di un nuovo anno, e qualcuno torna a dire che più si va avanti nel futuro, meno ci guadagniamo: i quarantenni ricordano ai ventenni che loro erano in grado di darsi appuntamento pure senza i cellulari; i sessantenni fanno notare ai quarantenni che, nei gloriosi anni della contestazione, la politica era passione e non tornaconto; gli ottantenni minacciano i sessantenni perché non sprechino il pane: “Chi non ha fatto la guerra, non sa cosa vuol dire avere fame!”.

Da che l’uomo ha memoria, chi viene dopo, è il destinatario dei rimbrotti della generazione che gli ha apparecchiato il domani. Chi è più maturo sembra godere nell’additare ogni indizio di imbarbarimento, lamentandosi di come la società coli a picco da quando ai vecchi è stato tolto il timone.

La sensazione di scivolare su un piano inclinato preoccupava già il poeta greco Esiodo che, otto secoli prima di Cristo, certificava la fine dell’età dell’oro, il tempo mitico in cui tutto andava bene e gli dei non avevano rimproveri da fare agli umani. Poi, via di seguito, con i latini ad invidiare la cultura dei greci, i medievali a rimpiangere i costumi dei romani, gli intellettuali del Cinquecento a ripetere che solo i fiorentini di due secoli prima scrivevano bene.

Possibile che quello che è buono ci sembra sempre intrappolato nei giorni che non possono tornare?

Non fatevi ingannare: sfogliate le pagine di questo giornale, digitate “buone notizie” in un motore di ricerca. Scoprirete che è in aumento l’attenzione che mettiamo nella scelta del cibo, che questo Capodanno il numero di feriti per i botti è stato inferiore, che non siamo più minacciati da pandemie terribili come la peste nera. L’elenco di segnali confortanti potrebbe proseguire come una chilometrica pergamena che si srotola entusiasta verso il Tremila. Se la nostra storia è un fiume che punta al mare della salvezza, è un dovere allenare gli occhi a scorgere l’oro che è sul fondo, vincendo la tentazione di lagnarci prima per l’acqua scura.

 

Emanuele Fant 

http://www.credere.it/n.-3-2017/ite,-missa-est-di-emanuele-fant.html

 

Il Signore ti benedica

 

Prima Lettura  della Santa Messa del Primo Gennaio (Nm 6, 22-27)

Porranno il mio nome sugli Israeliti, e io li benedirò.

Il Signore parlò a Mosè e disse: «Parla ad Aronne e ai suoi figli dicendo: “Così benedirete gli Israeliti: direte loro:

Ti benedica il Signore

e ti custodisca.

Il Signore faccia risplendere per te il suo Volto

e ti faccia grazia.

Il Signore rivolga a te il suo Volto

e ti conceda pace”.

Così porranno il mio nome sugli Israeliti e io li benedirò».

 

Non è un caso e quale migliore augurio per questo Nuovo Anno che inizia.

Ma, pensavo, dove si è persa l’abitudine di salutarsi con una benedizione? Si, salutarsi tra Cristiani con il saluto-augurio “il Signore ti benedica”?

Siamo portati a pensare che sia un saluto o una “formula” per soli sacerdoti… e sbagliamo di grosso, non sta scritto da nessuna parte.

Forse che il padre o la madre non potrebbe (dovrebbe) benedire tutti i giorni i propri figli? (Tra l’altro un prete esorcista mi disse che la benedizione dei genitori sui figli ha un forte potere di “protezione” dalle insidie del Maligno). Figli a parte, forse sarebbe disdicevole “benedire” chiunque?

Perché se è pur vero che la prima immancabile benedizione deve essere per il Signore, Cristo nel Vangelo secondo Luca arriva a dire: «benedite coloro che vi maledicono…»

Probabilmente secondo la visione del mondo si è disdicevole salutare benedicendo. E di fatto vorrebbe dire esporsi molto, perché chi ti saluta così è quanto meno un esaltato, uno un po’ fuori di testa, uno di quello che “vede Dio e la Madonna dappertutto”.

E poi c’è l’attentato alla laicità delle persone e bla, bla, bla…

Così abbiamo finito per non salutarci con una benedizione, neppure tra fratelli ed è più facile sentirsi benedire dall’extracomunitario all’angolo della strada, e in fondo, quei due tre euro sono davvero ben spesi se una benedizione ci procurano.

Perché la Parola dice una cosa molto serie e concreta: benedicendo si pone il Nome di Dio sul capo di colui che viene benedetto e il Signore, si impegna a benedire costui.

Allora almeno in questo giorno e giorni di inizio anno, salutiamoci con una benedizione: “Buon Anno. Il Signore ti benedica e rivolga a te il suo Volto.”

 

Mario Barbieri

https://costanzamiriano.com/2017/01/02/il-signore-ti-benedica/#more-17572

 

Anno Nuovo

 

Dissi all’uomo
che stava
all’inizio dell’anno:
“Dammi una lampada
affinché possa inoltrarmi
sicuro nell’ignoto”.
Egli mi rispose:
“Esci nella notte
e metti la tua mano
nella mano di Dio.
Ti sarà
più utile della luce
e più sicuro
di una strada conosciuta”…

 

Minnie Louise Haskins

Anno nuovo


Primo gennaio.
Noi
ci scambiamo auguri.
Gesù
propone impegni;
dice:
“Il padrone di casa
estrae dal suo tesoro
cose nuove
e cose antiche”.
A ricordare il vecchio
e a imparare dal nuovo
si diventa maestri di vita.
L’unico
a non perdere tempo
è proprio il tempo.
Di stagione in stagione
arriva la sera,
anche per noi.
Anno nuovo, vita nuova.
Il mondo è pericoloso.
Rifugio sicuro
è Dio:
guardiamo a Lui
con fiducia.
Per il resto
mettiamo
un pizzico di zucchero
in quello che diciamo agli altri;
ascoltiamo
con un grano di sale
ciò che gli altri dicono a noi.
In casa
beviamo
meno televisione.
A tavola
facciamo uso
di più pane, e conversazione.
Molte cose
andranno meglio.

 

Don Luigi Lussignoli

http://www.donluigilussignoli.it/briciole-di-bonta-volume-1-di-don-luigi-lussignoli-anno-nuovo.html

L’anno nuovo

 

 

Indovinami, indovino,

tu che leggi nel destino:

l’anno nuovo come sarà?

Bello, brutto o metà e metà?

Trovo stampato nei miei libroni

che avrà di certo quattro stagioni,

dodici mesi, ciascuno al suo posto,

un carnevale e un ferragosto,

e il giorno dopo il lunedì

sarà sempre un martedì.

Di più per ora scritto non trovo

nel destino dell’anno nuovo:

per il resto anche quest’anno

sarà come gli uomini lo faranno.

 

Gianni Rodari

Il primo giorno dell’anno

 

Lo distinguiamo dagli altri

come se fosse un cavallino

diverso da tutti i cavalli.

Gli adorniamo la fronte con un nastro,

gli posiamo sul collo sonagli colorati,

e a mezzanotte lo andiamo a ricevere

come se fosse un esploratore

che scende da una stella.

 

Come il pane assomiglia al pane di ieri.

Come un anello a tutti gli anelli.

La terra accoglierà questo giorno

dorato, grigio, celeste,

lo dispiegherà in colline,

lo bagnerà con frecce di trasparente pioggia

e poi, lo avvolgerà nell’ombra.

 

Così è:

piccola porta della speranza,

nuovo giorno dell’anno,

sebbene tu sia uguale agli altri

come i pani a ogni altro pane,

ci prepariamo a viverti in altro modo,

ci prepariamo a mangiare, a fiorire, a sperare.

 

Pablo Neruda

La fine di un anno è anche tempo dei bilanci

 

Ogni fine è sempre un tempo di bilanci. Tutte quelle volte che ci troviamo a finire qualcosa ci domandiamo anche il senso di quello che abbiamo fatto, se ne è valsa la pena, se fosse la cosa migliore che potevamo fare. La fine di un anno è anche il tempo dei bilanci. Quanto abbiamo amato? Quanto abbiamo perduto? Quanto siamo diventati migliori, o quanto siamo diventati peggiori? Il tempo che passa non ci lascia mai uguali. La Liturgia ha un modo tutto suo di farci fare un bilancio. Essa lo fa attraverso le parole iniziali del Vangelo di Giovanni; parole che possono sembrare difficili ma che in realtà riflettono la profondità della vita: “Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Essa era nel principio con Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei; e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta. In lei era la vita, e la vita era la luce degli uomini. La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno sopraffatta”.

Al fondo di ogni nostra vita risuona una Parola più grande di noi. Essa è il motivo per cui esistiamo, per cui il mondo esiste, per cui ogni cosa esiste. Questa Parola, questo Verbo, è Dio stesso, è il Figlio, è Gesù. Il nome del motivo per cui siamo stati fatti si chiama Gesù. È Lui il vero motivo per cui ogni cosa esiste, ed è in Lui che possiamo capire ciò che esiste. La nostra vita non va giudicata confrontandola con la storia, con i suoi eventi e la sua mentalità. La nostra vita non può essere giudicata guardando a noi stessi e alla nostra sola esperienza. La nostra vita è comprensibile solo se la si accosta a Gesù. In Lui tutto assume un senso e un significato, anche quello che di contraddittorio e ingiusto ci è capitato. È guardando a Gesù che capiamo qualcosa di noi stessi. Lo dice bene un Salmo quando afferma: “Alla tua luce vediamo la luce”. Così l’unico bilancio autorizzato di questo fine anno lo possiamo fare solo guardando a Lui, e ricordandoci che per quanto possano sembrare a volte grandi le tenebre che abbiamo vissuto, esse non anno vinto la Luce che conta.

 

Don Luigi Maria Epicoco

Amen (Ed. San Paolo), dicembre 2018, pag. 566-567