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C’era una volta – un re! –
diranno subito i miei lettori. No, cari lettori, avete sbagliato,
perché questa non è la fiaba di Pinocchio ma quella di Antonio de
Curtis, in arte Totò.
Perciò, c’era una volta non un burattino di legno, ma un principe in
carne ed ossa che non viveva in un un mondo fiabesco popolato di
gnomi, fate e orchi, ma in un mondo popolato di registi, attori,
macchiettisti, scenografi e artisti che lavoravano, gioivano e
soffrivano come tutti noi.
Questo principe, a differenza degli altri principi, aveva un dono
che pochi hanno: sapeva farsi amare da tutti. Piccoli e grandi,
uomini e donne, poveri e ricchi, istruiti ed ignoranti, operai e
impiegati tutti lo amavano, anche se non l’avevano mai visto di
persona. Egli non nacque in un castello come i principi delle fiabe,
ma nella povera casa di una povera famiglia di un povero quartiere
di una povera città del Sud; ma, a dispetto delle sue povere
origini, divenne, pensate un po’, un ricco uomo di una ricca
famiglia di un ricco quartiere di una ricca città del Centro.
E, quando per il suo lavoro si spostava da una città all’altra, non
cavalcava un bianco destriero, come accade nelle fiabe, ma guidava
una lussuosa Rolls Royce con la quale si recava al lavoro; e di
notte (ma solo di tanto in tanto) andava nel quartieri malfamati
della sua città ad infilare sotto le porte dei poveri cristi un
biglietto da diecimila lire che potesse alleviare, almeno per un
po’, la miseria che li tormentava e che anche lui aveva provato
quando era bambino.
Questo è ciò che dice la leggenda.
La stessa leggenda vuole, inoltre, che questo principe, proprio come
era accaduto tanto tempo prima ad un re della Frigia, aveva ricevuto
dagli dei che lo avevano creato un grande dono: quello di far
diventare oro tutto ciò che toccava.
Il suo oro, però, non era il prezioso metallo a 18 carati che
luccica nelle vetrine delle oreficerie, ma era qualcosa di ancora
più prezioso: si chiamava sorriso. Dovunque egli andasse, tutto
intorno a lui si trasformava in sorriso, in gioia, in felicità; al
punto che la gente, nel vederlo passare, diceva: “Ecco il principe
del sorriso”; ma la realtà, come si sa, è sempre tanto diversa
rispetto a ciò che appare, e così il principe, che sembrava l’uomo
più felice del mondo, era in realtà uno degli uomini più malinconici
e tristi che si potessero immaginare.
Gli dei, infatti, volendo creare un uomo speciale, gli avevano dato
un dono prezioso: quello della sensibilità. Essi, però, non avevano
considerato che proprio questo dono sarebbe stato causa della grande
malinconia per la creatura che essi avevano messi al mondo.
Quando se ne accorsero era già troppo tardi.
Tuttavia, vollero ugualmente rimediare all’ errore fatto, e così,
dopo essersi consultati tra loro, decisero di creare una maschera
dietro la quale il principe potesse nascondere la propria tristezza.
Chiamarono, allora, Pigmalione, una divinità specializzata nella
fabbricazione delle maschere, e gli diedero l’incarico di
fabbricarne una.
Pigmalione, che già in precedenza aveva creato le maschere di
Pulcinella, Arlecchino e Pantalone, si mise subito all’opera e,
quando ebbe finito, portò la nuova maschera a Giove il quale, fatto
radunare tutti gli dei dell’Olimpo, si alzò dal trono e, volgendo
l’indice della mano sinistra verso la maschera appena creata, disse
con tono alto e solenne:
“Alzati e cammina! Il tuo nome è e sarà per sempre Totò. Da questo
momento in poi, il tuo compito sarà quello di servire un principe e
adoperarti per nascondere la sua malinconia! Coraggio, va’ sulla
terra, cerca quest’uomo nelle viuzze di Napoli e trasforma la sua
tristezza in una esplosione di gioia e di ottimismo!”
La maschera, che era afflosciata per terra, tirandosi su alla bell’e
meglio, si stiracchiò, indossò il frac e la bombetta, che erano lì a
portata di mano, e poi, volgendo la testa ancora penzoloni verso
Giove, disse:
“È ’na parola, maestà! Comunque, eccomi qui a vostra completa
disposizione, corpo, anima e frattaglie!”
Giove, sforzandosi di mantenere il contegno che ci si aspetta dal re
degli dei, aggiunse:
“E non dimenticare che sei partenopeo, anche se sei nato qui
sull’Olimpo”.
“Certo, Maestà!”, rispose Totò, “Come posso dimenticare che sono
parte nopeo e parte napoletano, cioè due volte napoletano?!”
A questo punto il re degli dei, senza por tempo in mezzo, fece
chiamare Mercurio e, tirato fuori dalla sua tunica una mappa anzi
una mappina, gli disse:
“Vedi? Qui c’è Troia! Porta Totò in questa città e presentalo alla
regina Elena affinché lo svezzi e gli faccia da balia per un po’ di
tempo prima di essere mandato a Napoli dal principe Antonio de
Curtis”.
Totò, che aveva sentito tutto, fregandosi le mani, disse con
soddisfazione:
“Grazie, maestà, vi sono molto grato; avevo proprio bisogno di
sgranchirmi le gambe. Allora si va da Elena di Troia? Troia...Troia...
Questo nome non mi è nuovo! Sono sicuro che tra quelle belle figlie
di Troia mi troverò molto bene!”
Giove, che aveva subito capito con quale impertinente aveva a che
fare, lo rimbrottò immediatamente dicendogli:
“Bada come parli! E non fare il cascamorto con Elena”.
E Totò di rimando:
“Perdinci e per bacco! Maestà, io se casco, casco morto per la
fame!”
Ecco, questo è, secondo la leggenda, l’inizio della maschera di
Totò. Ma, come è stato detto prima, questa maschera era nata per uno
scopo ben preciso: quello di servire un principe e attenuare, nel
contempo, la sua grande tristezza; perciò Totò, appena svezzato, fu
immediatamente sbattuto a Napoli perché si prendesse cura di
Antonio, l’uomo che gli dei avevano affidato a lui e che di lì a
poco sarebbe divenuto il principe Antonio De Curtis, Altezza
Imperiale e Cavaliere del Sacro Romano Impero.
Appena i due si incontrarono, si guardarono dalla testa ai piedi e
capirono subito di non essere fatti l’uno per l’altro, poiché
ciascuno di essi sentiva di avere un carattere, una sensibilità ed
una educazione opposti a quella dell’altro. Infatti, mentre il
principe era discreto, ricercato nel parlare e nel vestire, misurato
nei gesti, estremamente galante con le donne, Totò, la sua maschera,
era invece invadente e irrispettosa, sguaiata nel parlare e nel
vestire, audace e senza alcuna censura con le donne, alle quali si
rivolgeva spesso con un linguaggio audace ed allusivo.
Tuttavia, quando in alcune occasioni egli, rivolgendosi a delle
donne, si permetteva di fare certe battute come: «La donna è mobile
ed io mi sento un mobiliere» oppure «Sono irruente e se una donna mi
piace, la irruentisco» ebbene il principe lo rimproverava perché non
ammetteva nessuna forma di allusione e di volgarità a casa sua.
I due erano tanto diversi fra loro che facevano grandi sforzi per
non litigare quando erano insieme; il che avveniva ogni volta che il
principe era costretto ad indossare la maschera per svolgere il suo
lavoro giornaliero che era quello di attore.
Un giorno la maschera, mentre accompagnava il principe a passeggio
col suo cane, si fece coraggio e gli chiese: “Ma tu chi sei?”
Questi, indispettito, gli rispose: “Screanzato, come ti permetti di
darmi del tu e di prenderti tanta confidenza con un principe?!”
Ma Totò, che era il tipo da non avere troppi riguardi per
chicchessia, gli rispose:
“Ma mi faccia il piacere! Come mai non ha detto: lei non sa chi sono
io e non ha aggiunto: parli come badi!?”
Poi, ricordandosi che il suo compito non era quello di litigare con
Totò, ma quello di assisterlo, gli disse:
“Su, via! Mi dica pure che i miei modi sono interurbani e che ogni
limite ha una pazienza! Tanto, anche se me lo dice, io non mi
offendo!”
Il principe, guardando la sua maschera con distacco e indulgenza,
gli rispose:
“Vi prego, non mi attribuite frasi che siete abituato a dire solo
voi!”
Poi, siccome era fondamentalmente buono ed incapace di mantenere le
distanze con chicchessia, si sedette insieme a lui su una panchina
e, mentre il cane se ne stava accucciato ai suoi piedi, gli raccontò
la storia della sua vita, cominciando da quando, bambino, invece di
giocare a pallone o a nascondino come gli altri bambini del suo
quartiere, si divertiva a seguire per strada le persone più curiose
e stravaganti che poi imitava, una volta rientrato a casa.
È per questo motivo che nel suo quartiere lo chiamavano ’O spione.
Con tale epiteto i suoi conoscenti non volevano offenderlo; ma
intendevano dire solo che lui spiava gli esseri umani per poterli
far rivivere nelle sue esibizioni, proprio come un vero pittore fa
rivivere i suoi personaggi sulle tele che dipinge. Poi gli raccontò
della sua povertà, dei disagi provati nel non potersi permettere le
cose più essenziali, della sua vita di bambino scavezzacollo che
amava stare per la strada più che a scuola, della sua precoce
passione per la recitazione e per il teatro, delle sue prime
esibizioni nelle feste di quartiere; gli parlò del suo debutto negli
squallidi teatrini napoletani e dei suoi primi lavori di attore di
avanspettacolo; insomma gli sciorinò tutta la sua vita fino a quando
il destino non aveva stabilito di fargli incontrare lui, sì, proprio
lui: Totò.
“Ma che male ho fatto per tenerti appiccicato addosso a me? – disse
ad un certo punto Antonio de Curtis tra il serio ed il faceto. –
Stavo così bene da solo!”
Totò, dopo averlo ascoltato con grande attenzione, gli rispose:
“E qui ti volevo! Adesso la tua solitudine è finita. Il destino ci
ha uniti per sempre, e per sempre staremo insieme nel bene e nel
male, come due innamorati che si uniscono in matrimonio. Da qualche
parte, lassù, c’è chi ha stabilito che io ti devo servire, coccolare
e che insieme dobbiamo percorrere una lunga strada che ci porterà o
alla fame o alla gloria”.
Antonio de Curtis, cercando di nascondere la sua tenerezza nei
confronti di quella maschera, alla quale cominciava ad affezionarsi,
gli rispose con tono burbero: “Questa è di sicuro il peggiore
castigo che poteva capitarmi!”.
“Parli come badi, signor principe; – rispose Totò tra il serio e il
faceto – un giorno si pentirà di ciò che sta dicendo e mi sarà
riconoscente per la gloria che sarò in grado di procurarle. Suvvia,
non sia insofferente! Vedrà che lei ed io ci troveremo molto bene
insieme. Ci esibiremo nei teatri di tutta Italia, ed il pubblico si
abituerà a volerci bene perché noi due gli faremo patire un sacco di
piacere”. Disse proprio così quel buffone ignorantissimo di Totò.
Il principe lo ascoltava con interesse perché si rendeva conto che
quella maschera era piena di idee e poteva essere una gran risorsa
in un momento così difficile come quello che stava attraversando.
Il racconto di Antonio de Curtis sarebbe durato ancora a lungo se il
cane non si fosse alzato per rincorrere un gatto e se non fosse
ormai giunta l’ora di rientrare a casa per il solito e frugale pasto
serale. Quando i due si alzarono, per riprendere la via del ritorno,
sentirono di essere umanamente più vicini, e Totò cominciò
finalmente a capire perché gli dei lo avevano mandato a sorvegliare
quell’uomo che sembrava tanto forte ma che cominciava solo adesso ad
apparirgli tanto fragile.
Quel giorno era destinato a chiudersi in bellezza perché, appena
varcarono la porta della loro casa romana, furono allietati da una
notizia che avrebbe dato un nuovo corso alla loro vita: un
impresario li aveva cercati per offrire loro una scrittura in un
importante teatro romano. Quell’impresario si chiamava Jovinelli e
fu il primo a credere nel talento di quel giovanotto dal corpo magro
e disarticolato che sarebbe di lì a poco entrato nella leggenda.
C’è chi dice che, al momento del trapasso, l’anima del grande attore
sarebbe stata subito portata da Mercurio prima al Rione Sanità, per
un’ultima struggente occhiata al quartiere che gli aveva dato i
natali, e, subito dopo, sul monte Olimpo per ricevere gli applausi e
gli onori che gli dei attribuiscono solo a quei pochi mortali che
divengono divinità. La cerimonia sarebbe stata presenziata dallo
stesso Giove che, chiamato a sé il principe, gli avrebbe collocato
sul capo una corona d’alloro e gli avrebbe chiesto di recitare “A
livella” che tutti gli dei già conoscevano a memoria. Alla fine
della recita tutti gli dei avrebbero applaudito e Antonio de Curtis,
per la prima volta in vita sua, avrebbe pianto e sorriso per la
felicità. |
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Su Antonio de Curtis e sulla maschera da lui creata credo sia stato
detto e scritto tutto. In questo breve spazio letterario cercherò,
perciò, di mettere in luce non le qualità artistiche del grande
attore napoletano ma un suo aspetto inedito, quello filosofico, pur
consapevole del fatto che un rapporto tout court tra Antonio de
Curtis e la filosofia sembrerà una forzatura, non essendosi egli mai
occupato di tale disciplina.
Tuttavia, l’idea di fondo da cui muove questo articolo è quella
secondo cui tutti siamo filosofi e tutti, in quache modo, facciamo
filosofia anche se non ne siamo consapevoli (Gramsci, K. Popper)1.
La filosofia, sostiene Gramsci, non è una forma di cultura per
iniziati, ma un’attività dello spirito umano che ogni uomo esplica,
ed una linea di condotta tendente a suscitare nuovi modi di pensare
e di essere. In un suo libro il filosofo E. Fromm2 scrive che se
tutti siamo filosofi non tutti abbiamo il dono di fare della
filosofia. Per lui il vero filosofo è solo colui che “incarna” e
vive concretamente le idee che esprime. Soltanto a questa categoria
di uomini è dato il privilegio di essere credibili e di lasciare
negli altri un segno tangibile del loro pensiero e della loro
azione. Tra gli uomini che appartengono a questa categoria, ritengo
che un posto d’onore debba essere senz’altro attribuito ad Antonio
de Curtis che, attraverso la sua maschera, “incarnò” e visse quei
valori culturali, artistici ed etici che, se furono molto apprezzati
dai suoi fans, non lo furono altrettanto da coloro che dell’attore
pensarono a sfruttarne solo la vis comica e le risorse artistiche.
Anzi, per l’intero corso della sua vita, Antonio de Curtis dovette
sopportare di sentirsi addosso il cliché di attore anarchico,
caotico, senza valori, senza rispetto per nulla e per nessuno,
dotato solo di un individualismo ad oltranza, di una vis comica fine
a se stessa, di una nebulosa coscienza di classe e di una genialità
artistica generica ed indefinita. Perfino un mostro sacro come
Federico Fellini, pur senza nascondere la sua grande e tardiva
ammirazione per l’attore, ebbe a dire di lui: “Non credo che Totò
avrebbe potuto essere meglio, più bravo, diverso da com’era nei film
che ha fatto. Totò non poteva fare che Totò, come Pulcinella che non
poteva essere che Pulcinella; cos’altro potevi fargli fare? Il
risultato di secoli di fame, di miseria, di malattie, il risultato
perfetto di una lunghissima sedimentazione, una sorta di
straordinaria secrezione diamantifera, una splendida stalattite,
questo era Totò”.
Giudizio certamente lusinghiero ma che, a mio avviso, non rende
giustizia al valore e al genio del grande artista napoletano, come
dimostrano i suoi ultimi lavori fatti col regista P. P. Pasolini che
intuì e colse in maniera più vera l’anima artistica e filosofica di
Totò.
In un suo articolo questo regista, tratteggiando il carattere di
tale maschera, sostenne, infatti, che il linguaggio attraverso cui
essa si esprime non va banalizzato e sottovalutato, come si è
portati a fare nel vederla in opera, ma va sottoposta ad
un’operazione di “decodifica” attraverso cui estrapolare la cultura,
i valori e la visione filosofica del suo autore; visione nella quale
è compendiata e sedimentata tutta la cultura e la filosofia del
popolo napoletano ad iniziare dai motivi orgiastici e sacrali della
civiltà greco-romana (ben noto è il motto “carpe diem” nel quale
viene sintetizzata la saggezza della filosofia di Orazio), passando
per un certo spirito satirico rinascimentale, impersonato da Lorenzo
il Magnifico (“Chi vuol essere lieto sia del doman non v’è
certezza”), a terminare con la più napoletana ed intellettuale delle
maschere, quella di Eduardo de Filippo, anch’egli, come Antonio de
Curtis, interprete della sensibilità, della cultura e della
filosofia del popolo napoletano. Filosofia che si manifesta nelle
grandi passioni di questo popolo e nel suo espressivo linguaggio, in
virtù del quale al napoletano basta spesso una sola parola o un solo
gesto per tenere un intero discorso. La medesima cosa si può, certo,
dire della gestualità e del linguaggio di Totò la cui grandezza
consisteva proprio nel fatto che egli sapeva andare oltre la parola:
“Non contava ciò che diceva, ma ciò che trasmetteva nell’aria”3.
Tra le frasi famose pronunciate da Totò, quella che più di altre si
presta ad una riflessione filosofica è sicuramente: “Siamo uomini o
caporali?”; frase che fu addirittura utilizzata come titolo di uno
dei suoi film. Si tratta di un’espressione che può risultare poco
comprensibile a chi non ha dimestichezza con il linguaggio e la
psicologia di Antonio de Curtis, per cui lascio che sia lo stesso
attore napoletano a spiegarne il significato. “Questa frase, nata
durante la mia giovinezza, mi è sempre servita… per misurare la
statura morale degli uomini e per classificare l’umanità in due
grandi categorie: gli uomini e i caporali.
Quella degli uomini è la maggioranza, quella dei caporali, per
fortuna, è la minoranza. Gli uomini sono quelli che sono costretti a
lavorare come bestie per tutta la vita, nell’ombra di un’esistenza
misera. I caporali sfruttano, offendono, maltrattano, sono esseri
invasati dalla loro bramosia di guadagno. Li troviamo sempre a
galla, sempre al posto di comando, spesso senza avere l’autorità,
l’abilità e l’intelligenza per farlo, ma con la sola bravura delle
loro facce di bronzo, pronti a vessare l’uomo qualunque”.
Si tratta, come si vede, di una riflessione in cui può considerarsi
compendiata l’intera filosofia etica di Antonio de Curtis, secondo
cui il sistema di valori e di norme che regolano le relazioni e i
comportamenti umani è sostanzialmente fondato su una falsa ed
equivoca applicazione delle regole che dovrebbero governare le
relazioni interpersonali, spesso basate sulla prevaricazione e sulla
violenza gratuita che in molti casi pone l’uomo un gradino inferiore
a quello delle stesse bestie (“Più conosco gli uomini più amo le
bestie”. Dal film “Totò Tarzan”).
Questa riflessione mostra, inoltre, quanto Antonio de Curtis fosse
sensibile alla problematica del potere e quanto stigmatizzasse il
cattivo uso che se ne fa in ogni tempo, luogo e regime.
“A qualunque ceto essi (i caporali) appartengano, di qualunque
nazione essi siano… hanno tutti la stessa faccia, le stesse
espressioni, gli stessi modi. Pensano tutti alla stessa maniera.”
(Film “Siamo uomini o caporali?”). “Se un pover’uomo sbaglia, e può
capitare a tutti, perbacco, c’è sempre un caporale che ne
approfitta. Maledetti caporali!” (Film “Parli come badi”).
In questa sua filippica contro il potere, metaforicamente
identificato con la figura del caporale, Antonio de Curtis
stigmatizza non il potere inteso come mezzo d’ordine e di legalità,
ma come strumento di ingiustizia, utilizzato da alcune categorie
sociali e dallo stesso stato contro chi avrebbe diritto a maggiore
rispetto, protezione e sostegno. L’essenza del potere, secondo
Antonio de Curtis, coincide con l’essenza stessa della vera
democrazia che è collaborazione e integrazione tra le classi e non
egemonia di una classe sull’altra.
È in quest’ottica che vanno lette, a mio avviso, alcune sue battute
come: “Democrazia vuol dire che ognuno può dire e può fare tutte le
fesserie che vuole” oppure “Sai quanto gliene frega al popolo della
politica!” o ancora “Siccome sono democratico, comando io!”
Battute attraverso le quali la logica è resa volutamente
incongruente allo scopo di imprimere ad esse un effetto comico che
non ci sarebbe stato se esse fossero state dette con un linguaggio
“normale”.
Del resto l’incongruenza, e cioè la mancanza di consequenzialità tra
ciò che si dice e ciò che si vuole intendere, fu una delle
caratteristiche fondamentali della comicità di Antonio de Curtis; ed
è proprio in tale ottica che bisogna leggere molte delle sue battute
quali, ad esempio: “Parli come badi!”, “Ogni limite ha una
pazienza!”, “Ho un capello per diavolo!”, ecc.
In diverse sequenze dei suoi film è possibile ravvisare una sorta
d’impegno politico-sociale che il grande attore napoletano portò
avanti attraverso i suoi frequenti ruoli di povero cristo, sempre
costretto a vivere di espedienti e di piccoli imbrogli.
La capacità che aveva l’attore di calarsi in questo tipo di
personaggio dimostra che la sua comicità non fu sempre
un’espressione artistica fine a se stessa, ma fu anche una sorta di
mezzo di cui egli si servì per denunciare le ingiustizie e le
sofferenze di chi vive nell’indigenza e nel bisogno.
La scenetta tratta dal film “La banda degli onesti”, qui trascritta
in nota4, può essere considerata una sorta di “lezione” che Totò
impartisce ad un suo amico (il benpensante Peppino) per convincerlo
a diventare suo socio in “affari”. Nella scenetta i due personaggi
discutono in piedi e vicino al bancone di un bar. Davanti a loro due
tazze di caffè senza zucchero e dietro al bancone il barista che,
vedendo Totò attingere troppo zucchero dal contenitore, interviene
con fermezza per levarglielo davanti. In tale scenetta, il comico
napoletano, raggiungendo e superando l’assurdo, riesce ad essere al
tempo stesso un disinteressato maestro di politica economica ed un
furbo opportunista.
È un maestro quando spiega a Peppino il perverso meccanismo dello
sfruttamento di classe, è un opportunista quando, confidando nella
distrazione (o tolleranza?) del barista, si appropria di più
zucchero di quanto gliene sia necessario per dolcificare il suo
caffè.
L’assurdo consiste nel fatto che Totò, pur consapevole di essere un
opportunista, riconosce al barista (cioè al detentore dello zucchero
e quindi del “capitale”) il diritto di difendere i propri interessi
da profittatori come lui.
In questo film ed in questa scena la disonestà viene implicitamente
indicata come una conseguenza dell’ingiustizia patita da chi vive
nell’indigenza e nel bisogno. In un’altra scenetta del film “Miseria
e nobiltà” (quella della famosa lettera che Totò scrive per conto di
un suo cliente) l’attore napoletano pronuncia queste parole:
“Bravo! Bravo! Viva l’ignoranza! Tutti così dovrebbero essere… E se
ha dei figliuoli, non li mandi a scuola… per carità! …Li faccia
vivere nell’ignoranza…”.
Parole che, nella loro apparente comicità, denunciano la condizione
di chi non ha consapevolezza del fatto che la propria ignoranza
costituisce un aspetto della propria debolezza.
È difficile non leggere tra le righe di questa battuta una severa
critica che Totò rivolge non a coloro che sono ignoranti ma a coloro
che mantengono nell’ignoranza chi, invece, avrebbe diritto ad essere
istruito5.
Del resto Antonio de Curtis non mancò, in molti altri momenti della
sua vita artistica, di lanciare messaggi critici verso la classe
politica del suo tempo che sarà spazzata via pochi anni dopo dai
giudici del pool di “Mani pulite”. Significative ed emblematiche
sono considerate, a riguardo, alcune sue battute come: “Ho paura,
quello è un deputato!”, oppure “A proposito di politica, ci sarebbe
qualche cosarellina da mangiare?”, o anche “Do ut des, ossia tu dai
tre voti a me che io do un appalto a te”.
Queste frasi e molti suoi sketch (tra i più noti quello del vagone
ferroviario), dimostrano quanto Antonio de Curtis non perdesse
occasione per mettere alla berlina la categoria dei politici nei
confronti dei quali non manifestò mai una grande simpatia e stima.
Vorrei terminare questo mio contributo letterario ricordando una
delle poesie più note e più belle che siano mai state scritte da
essere umano: “A’ livella”. Poesia che, aldilà dell’incanto dei suoi
versi e delle emozioni che essa suscita, può essere ritenuta una
vera e propria pagina di sociologia, in virtù della tematica che
affronta e del messaggio che trasmette. “A livella” è, a mio avviso,
una poesia che fa parlare i morti ma che è diretta fondamentalmente
alla mente e al cuore dei vivi.
Il suo messaggio non ha bisogno di tante parole per essere
esplicitato: la morte è l’unica vera realtà esistente; essa
trascende la vita ed ogni cosa terrena. Attraverso la morte si
annulla qualunque differenza; e gli uomini possono, finalmente,
raggiungere la vera uguaglianza; quell’uguaglianza che essi devono
sforzarsi di instaurare su questa terra quando sono ancora vivi.
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