Partecipiamo

vai alla home page

Totò visto da Francesco Saviano

 

C’ERA UNA VOLTA... TOTO’
di Francesco Saviano

 

 

C’era una volta – un re! – diranno subito i miei lettori. No, cari lettori, avete sbagliato, perché questa non è la fiaba di Pinocchio ma quella di Antonio de Curtis, in arte Totò.
Perciò, c’era una volta non un burattino di legno, ma un principe in carne ed ossa che non viveva in un un mondo fiabesco popolato di gnomi, fate e orchi, ma in un mondo popolato di registi, attori, macchiettisti, scenografi e artisti che lavoravano, gioivano e soffrivano come tutti noi.
Questo principe, a differenza degli altri principi, aveva un dono che pochi hanno: sapeva farsi amare da tutti. Piccoli e grandi, uomini e donne, poveri e ricchi, istruiti ed ignoranti, operai e impiegati tutti lo amavano, anche se non l’avevano mai visto di persona. Egli non nacque in un castello come i principi delle fiabe, ma nella povera casa di una povera famiglia di un povero quartiere di una povera città del Sud; ma, a dispetto delle sue povere origini, divenne, pensate un po’, un ricco uomo di una ricca famiglia di un ricco quartiere di una ricca città del Centro.
E, quando per il suo lavoro si spostava da una città all’altra, non cavalcava un bianco destriero, come accade nelle fiabe, ma guidava una lussuosa Rolls Royce con la quale si recava al lavoro; e di notte (ma solo di tanto in tanto) andava nel quartieri malfamati della sua città ad infilare sotto le porte dei poveri cristi un biglietto da diecimila lire che potesse alleviare, almeno per un po’, la miseria che li tormentava e che anche lui aveva provato quando era bambino.
Questo è ciò che dice la leggenda.
La stessa leggenda vuole, inoltre, che questo principe, proprio come era accaduto tanto tempo prima ad un re della Frigia, aveva ricevuto dagli dei che lo avevano creato un grande dono: quello di far diventare oro tutto ciò che toccava.
Il suo oro, però, non era il prezioso metallo a 18 carati che luccica nelle vetrine delle oreficerie, ma era qualcosa di ancora più prezioso: si chiamava sorriso. Dovunque egli andasse, tutto intorno a lui si trasformava in sorriso, in gioia, in felicità; al punto che la gente, nel vederlo passare, diceva: “Ecco il principe del sorriso”; ma la realtà, come si sa, è sempre tanto diversa rispetto a ciò che appare, e così il principe, che sembrava l’uomo più felice del mondo, era in realtà uno degli uomini più malinconici e tristi che si potessero immaginare.
Gli dei, infatti, volendo creare un uomo speciale, gli avevano dato un dono prezioso: quello della sensibilità. Essi, però, non avevano considerato che proprio questo dono sarebbe stato causa della grande malinconia per la creatura che essi avevano messi al mondo.
Quando se ne accorsero era già troppo tardi.
Tuttavia, vollero ugualmente rimediare all’ errore fatto, e così, dopo essersi consultati tra loro, decisero di creare una maschera dietro la quale il principe potesse nascondere la propria tristezza.
Chiamarono, allora, Pigmalione, una divinità specializzata nella fabbricazione delle maschere, e gli diedero l’incarico di fabbricarne una.
Pigmalione, che già in precedenza aveva creato le maschere di Pulcinella, Arlecchino e Pantalone, si mise subito all’opera e, quando ebbe finito, portò la nuova maschera a Giove il quale, fatto radunare tutti gli dei dell’Olimpo, si alzò dal trono e, volgendo l’indice della mano sinistra verso la maschera appena creata, disse con tono alto e solenne:
“Alzati e cammina! Il tuo nome è e sarà per sempre Totò. Da questo momento in poi, il tuo compito sarà quello di servire un principe e adoperarti per nascondere la sua malinconia! Coraggio, va’ sulla terra, cerca quest’uomo nelle viuzze di Napoli e trasforma la sua tristezza in una esplosione di gioia e di ottimismo!”
La maschera, che era afflosciata per terra, tirandosi su alla bell’e meglio, si stiracchiò, indossò il frac e la bombetta, che erano lì a portata di mano, e poi, volgendo la testa ancora penzoloni verso Giove, disse:
“È ’na parola, maestà! Comunque, eccomi qui a vostra completa disposizione, corpo, anima e frattaglie!”
Giove, sforzandosi di mantenere il contegno che ci si aspetta dal re degli dei, aggiunse:
“E non dimenticare che sei partenopeo, anche se sei nato qui sull’Olimpo”.
“Certo, Maestà!”, rispose Totò, “Come posso dimenticare che sono parte nopeo e parte napoletano, cioè due volte napoletano?!”
A questo punto il re degli dei, senza por tempo in mezzo, fece chiamare Mercurio e, tirato fuori dalla sua tunica una mappa anzi una mappina, gli disse:
“Vedi? Qui c’è Troia! Porta Totò in questa città e presentalo alla regina Elena affinché lo svezzi e gli faccia da balia per un po’ di tempo prima di essere mandato a Napoli dal principe Antonio de Curtis”.
Totò, che aveva sentito tutto, fregandosi le mani, disse con soddisfazione:
“Grazie, maestà, vi sono molto grato; avevo proprio bisogno di sgranchirmi le gambe. Allora si va da Elena di Troia? Troia...Troia... Questo nome non mi è nuovo! Sono sicuro che tra quelle belle figlie di Troia mi troverò molto bene!”
Giove, che aveva subito capito con quale impertinente aveva a che fare, lo rimbrottò immediatamente dicendogli:
“Bada come parli! E non fare il cascamorto con Elena”.
E Totò di rimando:
“Perdinci e per bacco! Maestà, io se casco, casco morto per la fame!”
Ecco, questo è, secondo la leggenda, l’inizio della maschera di Totò. Ma, come è stato detto prima, questa maschera era nata per uno scopo ben preciso: quello di servire un principe e attenuare, nel contempo, la sua grande tristezza; perciò Totò, appena svezzato, fu immediatamente sbattuto a Napoli perché si prendesse cura di Antonio, l’uomo che gli dei avevano affidato a lui e che di lì a poco sarebbe divenuto il principe Antonio De Curtis, Altezza Imperiale e Cavaliere del Sacro Romano Impero.
Appena i due si incontrarono, si guardarono dalla testa ai piedi e capirono subito di non essere fatti l’uno per l’altro, poiché ciascuno di essi sentiva di avere un carattere, una sensibilità ed una educazione opposti a quella dell’altro. Infatti, mentre il principe era discreto, ricercato nel parlare e nel vestire, misurato nei gesti, estremamente galante con le donne, Totò, la sua maschera, era invece invadente e irrispettosa, sguaiata nel parlare e nel vestire, audace e senza alcuna censura con le donne, alle quali si rivolgeva spesso con un linguaggio audace ed allusivo.
Tuttavia, quando in alcune occasioni egli, rivolgendosi a delle donne, si permetteva di fare certe battute come: «La donna è mobile ed io mi sento un mobiliere» oppure «Sono irruente e se una donna mi piace, la irruentisco» ebbene il principe lo rimproverava perché non ammetteva nessuna forma di allusione e di volgarità a casa sua.
I due erano tanto diversi fra loro che facevano grandi sforzi per non litigare quando erano insieme; il che avveniva ogni volta che il principe era costretto ad indossare la maschera per svolgere il suo lavoro giornaliero che era quello di attore.
Un giorno la maschera, mentre accompagnava il principe a passeggio col suo cane, si fece coraggio e gli chiese: “Ma tu chi sei?”
Questi, indispettito, gli rispose: “Screanzato, come ti permetti di darmi del tu e di prenderti tanta confidenza con un principe?!”
Ma Totò, che era il tipo da non avere troppi riguardi per chicchessia, gli rispose:
“Ma mi faccia il piacere! Come mai non ha detto: lei non sa chi sono io e non ha aggiunto: parli come badi!?”
Poi, ricordandosi che il suo compito non era quello di litigare con Totò, ma quello di assisterlo, gli disse:
“Su, via! Mi dica pure che i miei modi sono interurbani e che ogni limite ha una pazienza! Tanto, anche se me lo dice, io non mi offendo!”
Il principe, guardando la sua maschera con distacco e indulgenza, gli rispose:
“Vi prego, non mi attribuite frasi che siete abituato a dire solo voi!”
Poi, siccome era fondamentalmente buono ed incapace di mantenere le distanze con chicchessia, si sedette insieme a lui su una panchina e, mentre il cane se ne stava accucciato ai suoi piedi, gli raccontò la storia della sua vita, cominciando da quando, bambino, invece di giocare a pallone o a nascondino come gli altri bambini del suo quartiere, si divertiva a seguire per strada le persone più curiose e stravaganti che poi imitava, una volta rientrato a casa.
È per questo motivo che nel suo quartiere lo chiamavano ’O spione. Con tale epiteto i suoi conoscenti non volevano offenderlo; ma intendevano dire solo che lui spiava gli esseri umani per poterli far rivivere nelle sue esibizioni, proprio come un vero pittore fa rivivere i suoi personaggi sulle tele che dipinge. Poi gli raccontò della sua povertà, dei disagi provati nel non potersi permettere le cose più essenziali, della sua vita di bambino scavezzacollo che amava stare per la strada più che a scuola, della sua precoce passione per la recitazione e per il teatro, delle sue prime esibizioni nelle feste di quartiere; gli parlò del suo debutto negli squallidi teatrini napoletani e dei suoi primi lavori di attore di avanspettacolo; insomma gli sciorinò tutta la sua vita fino a quando il destino non aveva stabilito di fargli incontrare lui, sì, proprio lui: Totò.
“Ma che male ho fatto per tenerti appiccicato addosso a me? – disse ad un certo punto Antonio de Curtis tra il serio ed il faceto. – Stavo così bene da solo!”
Totò, dopo averlo ascoltato con grande attenzione, gli rispose:
“E qui ti volevo! Adesso la tua solitudine è finita. Il destino ci ha uniti per sempre, e per sempre staremo insieme nel bene e nel male, come due innamorati che si uniscono in matrimonio. Da qualche parte, lassù, c’è chi ha stabilito che io ti devo servire, coccolare e che insieme dobbiamo percorrere una lunga strada che ci porterà o alla fame o alla gloria”.
Antonio de Curtis, cercando di nascondere la sua tenerezza nei confronti di quella maschera, alla quale cominciava ad affezionarsi, gli rispose con tono burbero: “Questa è di sicuro il peggiore castigo che poteva capitarmi!”.
“Parli come badi, signor principe; – rispose Totò tra il serio e il faceto – un giorno si pentirà di ciò che sta dicendo e mi sarà riconoscente per la gloria che sarò in grado di procurarle. Suvvia, non sia insofferente! Vedrà che lei ed io ci troveremo molto bene insieme. Ci esibiremo nei teatri di tutta Italia, ed il pubblico si abituerà a volerci bene perché noi due gli faremo patire un sacco di piacere”. Disse proprio così quel buffone ignorantissimo di Totò.
Il principe lo ascoltava con interesse perché si rendeva conto che quella maschera era piena di idee e poteva essere una gran risorsa in un momento così difficile come quello che stava attraversando.
Il racconto di Antonio de Curtis sarebbe durato ancora a lungo se il cane non si fosse alzato per rincorrere un gatto e se non fosse ormai giunta l’ora di rientrare a casa per il solito e frugale pasto serale. Quando i due si alzarono, per riprendere la via del ritorno, sentirono di essere umanamente più vicini, e Totò cominciò finalmente a capire perché gli dei lo avevano mandato a sorvegliare quell’uomo che sembrava tanto forte ma che cominciava solo adesso ad apparirgli tanto fragile.
Quel giorno era destinato a chiudersi in bellezza perché, appena varcarono la porta della loro casa romana, furono allietati da una notizia che avrebbe dato un nuovo corso alla loro vita: un impresario li aveva cercati per offrire loro una scrittura in un importante teatro romano. Quell’impresario si chiamava Jovinelli e fu il primo a credere nel talento di quel giovanotto dal corpo magro e disarticolato che sarebbe di lì a poco entrato nella leggenda.
C’è chi dice che, al momento del trapasso, l’anima del grande attore sarebbe stata subito portata da Mercurio prima al Rione Sanità, per un’ultima struggente occhiata al quartiere che gli aveva dato i natali, e, subito dopo, sul monte Olimpo per ricevere gli applausi e gli onori che gli dei attribuiscono solo a quei pochi mortali che divengono divinità. La cerimonia sarebbe stata presenziata dallo stesso Giove che, chiamato a sé il principe, gli avrebbe collocato sul capo una corona d’alloro e gli avrebbe chiesto di recitare “A livella” che tutti gli dei già conoscevano a memoria. Alla fine della recita tutti gli dei avrebbero applaudito e Antonio de Curtis, per la prima volta in vita sua, avrebbe pianto e sorriso per la felicità.

 
LA FILOSOFIA IN ANTONIO DE CURTIS
di Francesco Saviano
 
 





Su Antonio de Curtis e sulla maschera da lui creata credo sia stato detto e scritto tutto. In questo breve spazio letterario cercherò, perciò, di mettere in luce non le qualità artistiche del grande attore napoletano ma un suo aspetto inedito, quello filosofico, pur consapevole del fatto che un rapporto tout court tra Antonio de Curtis e la filosofia sembrerà una forzatura, non essendosi egli mai occupato di tale disciplina.
Tuttavia, l’idea di fondo da cui muove questo articolo è quella secondo cui tutti siamo filosofi e tutti, in quache modo, facciamo filosofia anche se non ne siamo consapevoli (Gramsci, K. Popper)1.
La filosofia, sostiene Gramsci, non è una forma di cultura per iniziati, ma un’attività dello spirito umano che ogni uomo esplica, ed una linea di condotta tendente a suscitare nuovi modi di pensare e di essere. In un suo libro il filosofo E. Fromm2 scrive che se tutti siamo filosofi non tutti abbiamo il dono di fare della filosofia. Per lui il vero filosofo è solo colui che “incarna” e vive concretamente le idee che esprime. Soltanto a questa categoria di uomini è dato il privilegio di essere credibili e di lasciare negli altri un segno tangibile del loro pensiero e della loro azione. Tra gli uomini che appartengono a questa categoria, ritengo che un posto d’onore debba essere senz’altro attribuito ad Antonio de Curtis che, attraverso la sua maschera, “incarnò” e visse quei valori culturali, artistici ed etici che, se furono molto apprezzati dai suoi fans, non lo furono altrettanto da coloro che dell’attore pensarono a sfruttarne solo la vis comica e le risorse artistiche. Anzi, per l’intero corso della sua vita, Antonio de Curtis dovette sopportare di sentirsi addosso il cliché di attore anarchico, caotico, senza valori, senza rispetto per nulla e per nessuno, dotato solo di un individualismo ad oltranza, di una vis comica fine a se stessa, di una nebulosa coscienza di classe e di una genialità artistica generica ed indefinita. Perfino un mostro sacro come Federico Fellini, pur senza nascondere la sua grande e tardiva ammirazione per l’attore, ebbe a dire di lui: “Non credo che Totò avrebbe potuto essere meglio, più bravo, diverso da com’era nei film che ha fatto. Totò non poteva fare che Totò, come Pulcinella che non poteva essere che Pulcinella; cos’altro potevi fargli fare? Il risultato di secoli di fame, di miseria, di malattie, il risultato perfetto di una lunghissima sedimentazione, una sorta di straordinaria secrezione diamantifera, una splendida stalattite, questo era Totò”.
Giudizio certamente lusinghiero ma che, a mio avviso, non rende giustizia al valore e al genio del grande artista napoletano, come dimostrano i suoi ultimi lavori fatti col regista P. P. Pasolini che intuì e colse in maniera più vera l’anima artistica e filosofica di Totò.
In un suo articolo questo regista, tratteggiando il carattere di tale maschera, sostenne, infatti, che il linguaggio attraverso cui essa si esprime non va banalizzato e sottovalutato, come si è portati a fare nel vederla in opera, ma va sottoposta ad un’operazione di “decodifica” attraverso cui estrapolare la cultura, i valori e la visione filosofica del suo autore; visione nella quale è compendiata e sedimentata tutta la cultura e la filosofia del popolo napoletano ad iniziare dai motivi orgiastici e sacrali della civiltà greco-romana (ben noto è il motto “carpe diem” nel quale viene sintetizzata la saggezza della filosofia di Orazio), passando per un certo spirito satirico rinascimentale, impersonato da Lorenzo il Magnifico (“Chi vuol essere lieto sia del doman non v’è certezza”), a terminare con la più napoletana ed intellettuale delle maschere, quella di Eduardo de Filippo, anch’egli, come Antonio de Curtis, interprete della sensibilità, della cultura e della filosofia del popolo napoletano. Filosofia che si manifesta nelle grandi passioni di questo popolo e nel suo espressivo linguaggio, in virtù del quale al napoletano basta spesso una sola parola o un solo gesto per tenere un intero discorso. La medesima cosa si può, certo, dire della gestualità e del linguaggio di Totò la cui grandezza consisteva proprio nel fatto che egli sapeva andare oltre la parola: “Non contava ciò che diceva, ma ciò che trasmetteva nell’aria”3.
Tra le frasi famose pronunciate da Totò, quella che più di altre si presta ad una riflessione filosofica è sicuramente: “Siamo uomini o caporali?”; frase che fu addirittura utilizzata come titolo di uno dei suoi film. Si tratta di un’espressione che può risultare poco comprensibile a chi non ha dimestichezza con il linguaggio e la psicologia di Antonio de Curtis, per cui lascio che sia lo stesso attore napoletano a spiegarne il significato. “Questa frase, nata durante la mia giovinezza, mi è sempre servita… per misurare la statura morale degli uomini e per classificare l’umanità in due grandi categorie: gli uomini e i caporali.
Quella degli uomini è la maggioranza, quella dei caporali, per fortuna, è la minoranza. Gli uomini sono quelli che sono costretti a lavorare come bestie per tutta la vita, nell’ombra di un’esistenza misera. I caporali sfruttano, offendono, maltrattano, sono esseri invasati dalla loro bramosia di guadagno. Li troviamo sempre a galla, sempre al posto di comando, spesso senza avere l’autorità, l’abilità e l’intelligenza per farlo, ma con la sola bravura delle loro facce di bronzo, pronti a vessare l’uomo qualunque”.
Si tratta, come si vede, di una riflessione in cui può considerarsi compendiata l’intera filosofia etica di Antonio de Curtis, secondo cui il sistema di valori e di norme che regolano le relazioni e i comportamenti umani è sostanzialmente fondato su una falsa ed equivoca applicazione delle regole che dovrebbero governare le relazioni interpersonali, spesso basate sulla prevaricazione e sulla violenza gratuita che in molti casi pone l’uomo un gradino inferiore a quello delle stesse bestie (“Più conosco gli uomini più amo le bestie”. Dal film “Totò Tarzan”).
Questa riflessione mostra, inoltre, quanto Antonio de Curtis fosse sensibile alla problematica del potere e quanto stigmatizzasse il cattivo uso che se ne fa in ogni tempo, luogo e regime.
“A qualunque ceto essi (i caporali) appartengano, di qualunque nazione essi siano… hanno tutti la stessa faccia, le stesse espressioni, gli stessi modi. Pensano tutti alla stessa maniera.” (Film “Siamo uomini o caporali?”). “Se un pover’uomo sbaglia, e può capitare a tutti, perbacco, c’è sempre un caporale che ne approfitta. Maledetti caporali!” (Film “Parli come badi”).
In questa sua filippica contro il potere, metaforicamente identificato con la figura del caporale, Antonio de Curtis stigmatizza non il potere inteso come mezzo d’ordine e di legalità, ma come strumento di ingiustizia, utilizzato da alcune categorie sociali e dallo stesso stato contro chi avrebbe diritto a maggiore rispetto, protezione e sostegno. L’essenza del potere, secondo Antonio de Curtis, coincide con l’essenza stessa della vera democrazia che è collaborazione e integrazione tra le classi e non egemonia di una classe sull’altra.
È in quest’ottica che vanno lette, a mio avviso, alcune sue battute come: “Democrazia vuol dire che ognuno può dire e può fare tutte le fesserie che vuole” oppure “Sai quanto gliene frega al popolo della politica!” o ancora “Siccome sono democratico, comando io!”
Battute attraverso le quali la logica è resa volutamente incongruente allo scopo di imprimere ad esse un effetto comico che non ci sarebbe stato se esse fossero state dette con un linguaggio “normale”.
Del resto l’incongruenza, e cioè la mancanza di consequenzialità tra ciò che si dice e ciò che si vuole intendere, fu una delle caratteristiche fondamentali della comicità di Antonio de Curtis; ed è proprio in tale ottica che bisogna leggere molte delle sue battute quali, ad esempio: “Parli come badi!”, “Ogni limite ha una pazienza!”, “Ho un capello per diavolo!”, ecc.
In diverse sequenze dei suoi film è possibile ravvisare una sorta d’impegno politico-sociale che il grande attore napoletano portò avanti attraverso i suoi frequenti ruoli di povero cristo, sempre costretto a vivere di espedienti e di piccoli imbrogli.
La capacità che aveva l’attore di calarsi in questo tipo di personaggio dimostra che la sua comicità non fu sempre un’espressione artistica fine a se stessa, ma fu anche una sorta di mezzo di cui egli si servì per denunciare le ingiustizie e le sofferenze di chi vive nell’indigenza e nel bisogno.
La scenetta tratta dal film “La banda degli onesti”, qui trascritta in nota4, può essere considerata una sorta di “lezione” che Totò impartisce ad un suo amico (il benpensante Peppino) per convincerlo a diventare suo socio in “affari”. Nella scenetta i due personaggi discutono in piedi e vicino al bancone di un bar. Davanti a loro due tazze di caffè senza zucchero e dietro al bancone il barista che, vedendo Totò attingere troppo zucchero dal contenitore, interviene con fermezza per levarglielo davanti. In tale scenetta, il comico napoletano, raggiungendo e superando l’assurdo, riesce ad essere al tempo stesso un disinteressato maestro di politica economica ed un furbo opportunista.
È un maestro quando spiega a Peppino il perverso meccanismo dello sfruttamento di classe, è un opportunista quando, confidando nella distrazione (o tolleranza?) del barista, si appropria di più zucchero di quanto gliene sia necessario per dolcificare il suo caffè.
L’assurdo consiste nel fatto che Totò, pur consapevole di essere un opportunista, riconosce al barista (cioè al detentore dello zucchero e quindi del “capitale”) il diritto di difendere i propri interessi da profittatori come lui.
In questo film ed in questa scena la disonestà viene implicitamente indicata come una conseguenza dell’ingiustizia patita da chi vive nell’indigenza e nel bisogno. In un’altra scenetta del film “Miseria e nobiltà” (quella della famosa lettera che Totò scrive per conto di un suo cliente) l’attore napoletano pronuncia queste parole:
“Bravo! Bravo! Viva l’ignoranza! Tutti così dovrebbero essere… E se ha dei figliuoli, non li mandi a scuola… per carità! …Li faccia vivere nell’ignoranza…”.
Parole che, nella loro apparente comicità, denunciano la condizione di chi non ha consapevolezza del fatto che la propria ignoranza costituisce un aspetto della propria debolezza.
È difficile non leggere tra le righe di questa battuta una severa critica che Totò rivolge non a coloro che sono ignoranti ma a coloro che mantengono nell’ignoranza chi, invece, avrebbe diritto ad essere istruito5.
Del resto Antonio de Curtis non mancò, in molti altri momenti della sua vita artistica, di lanciare messaggi critici verso la classe politica del suo tempo che sarà spazzata via pochi anni dopo dai giudici del pool di “Mani pulite”. Significative ed emblematiche sono considerate, a riguardo, alcune sue battute come: “Ho paura, quello è un deputato!”, oppure “A proposito di politica, ci sarebbe qualche cosarellina da mangiare?”, o anche “Do ut des, ossia tu dai tre voti a me che io do un appalto a te”.
Queste frasi e molti suoi sketch (tra i più noti quello del vagone ferroviario), dimostrano quanto Antonio de Curtis non perdesse occasione per mettere alla berlina la categoria dei politici nei confronti dei quali non manifestò mai una grande simpatia e stima.
Vorrei terminare questo mio contributo letterario ricordando una delle poesie più note e più belle che siano mai state scritte da essere umano: “A’ livella”. Poesia che, aldilà dell’incanto dei suoi versi e delle emozioni che essa suscita, può essere ritenuta una vera e propria pagina di sociologia, in virtù della tematica che affronta e del messaggio che trasmette. “A livella” è, a mio avviso, una poesia che fa parlare i morti ma che è diretta fondamentalmente alla mente e al cuore dei vivi.
Il suo messaggio non ha bisogno di tante parole per essere esplicitato: la morte è l’unica vera realtà esistente; essa trascende la vita ed ogni cosa terrena. Attraverso la morte si annulla qualunque differenza; e gli uomini possono, finalmente, raggiungere la vera uguaglianza; quell’uguaglianza che essi devono sforzarsi di instaurare su questa terra quando sono ancora vivi.