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Totò
Biografia

 

 

Soprannominato: "il  principe della risata"

 


 

Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Commeno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio, altezza imperiale, conte palatino, cavaliere del sacro Romano Impero, esarca di Ravenna, duca di Macedonia e di Illiria, principe di Costantinopoli, di Cilicia, di Tessaglia, di Ponto, di Moldavia, di Dardania, del Peloponneso, conte di Cipro e di Epiro, conte e duca di Drivasto e Durazzo.

 

 

« Sono ormai all'età in cui si tirano le somme, e io non ho fatto ancora nulla, sarei potuto diventare un grande attore, e invece su 100 e più film che ho girato, ne sono degni non più di cinque, ma anche fossi diventato un grande attore cosa sarebbe cambiato, noi attori siamo solo venditori di chiacchiere, un falegname vale certo più di noi, almeno il tavolino che fabbrica, resta nel tempo, dopo di lui, noi attori se abbiamo successo, duriamo massimo una generazione. »

 
Le date importanti della sua Vita
 

Casa di Totò nel rione Sanità
 

1898.
Antonio Vincenzo Stefano Clemente nacque il 15 febbraio, in via Santa Maria Antesecoula, nel rione Sanità, uno dei più poveri di Napoli da Anna Clemente e dal marchese Giuseppe de Curtis.

1909.
Conseguì la licenza elementare, ma pur essendo stato iscritto al Collegio Cimino nel palazzo del Principe di Santobuono si rifiutò di continuare gli studi, dichiarando da subito di voler fare l'attore.

1912.
Comincia a frequentare i teatri di Napoli e a imitare le "macchiette" dei più celebri comici del momento, ed in particolare quelle del 'fantasista eccentrico' Gustavo De Marco.

1916.
Si presenta volontario al Distretto militare di Napoli che lo destinò al 22° Reggimento di Fanteria di stanza a Pisa dove sopportò soprusi e umiliazioni a causa di un caporale dispotico. Fu poi trasferito al 182° Battaglione di Fanteria destinato in Francia, ma si trasferì ancora presso l'87° Reggimento di Fanteria e l'88° di stanza a Livorno. Inizia a lavorare con l'impresario Eduardo D'Acierno nei teatri periferici napoletani.

1919.
Ha un grande riscontro di pubblico alla Sala Napoli, in piazza Carità, con la parodia della canzone "Vipera", da lui trasformata in "Vicoli". Molto successo anche l'anno successivo con il repertorio delle sue macchiette al Trianon.

1922.
I genitori, che nel frattempo avevano regolarizzato col matrimonio la loro situazione familiare, si trasferiscono a Roma e sarà lì che Antonio de Curtis, in arte Totò, ottenne la prima scrittura presso il Salone Elena nella compagnia dell'impresario Umberto Capece. Viene scritturato come "straordinario", e cioè, un elemento da utilizzare solo sporadicamente e senza alcun compenso, in quanto la sua attività veniva considerata alla stregua di una scuola di recitazione, gentilmente concessa dal capocomico e non retribuita. Con la sua imitazione di Gustavo De Marco si presenta al Teatro Jovinelli, il popolare teatro di varietà romano. Scritturato da Beppe Jovinelli, ottiene successo pieno per le sue interpretazioni di: "Il bel Ciccillo", "Paraguay", "Se fossi ricco". Lavora per un breve periodo a Napoli, al Teatro Orfeo e al Salone Margherita. Poi è di nuovo a Roma, dove tramite il suo barbiere Pasqualino, riesce a farsi scritturare al Teatro Sala Umberto, in una delle più prestigiose sale di varietà dell'epoca.

1927.
Entra a far parte della Compagnia Maresca n. 2, di cui è soubrette Isa Bluette e partecipa alle riviste: "Madama follia", "Il Paradiso delle donne", "Girotondo", "Mille e una donna".

1928.
Passa poi alla Compagnia Maresca n. 1, con la bellissima soubrette Angela Ippaviz (dall'estate del '28 all'estate del '29). E' protagonista di un repertorio misto di riviste e di operette. ( "Peccati…e poi virtudi", "La stella del Charleston", "Si…Susette", "Monna Eva", "La giostra dell'amore", "Margery", " Clo Clo"). Nello stesso anno viene legalmente riconosciuto da suo padre Giuseppe de Curtis.

1929.
Ha una relazione con la celebre e corteggiatissima "sciantosa" Liliana Castagnola, poco più che trentenne, nota per il suo fascino e per le sue passioni travolgenti.

1930.
Totò accetta di andare in tournée con la compagnia della soubrette Cabiria, e di lasciare Napoli. La Castagnola, sentendosi abbandonata, si suicida ingerendo un tubetto di sonniferi la notte del 3 marzo. Totò rimasto sconvolto, decise di seppellire Liliana nella tomba della famiglia de Curtis, e stabilì, qualora avesse avuto una figlia, invece di battezzarla col nome della nonna paterna, secondo l'uso napoletano, l'avrebbe chiamata Liliana

1931.
Scritturato nuovamente dall'impresario Maresca dà il nome alla compagnia con cui va in tournèe. Il 28 agosto, a Firenze, conosce Diana Bandini Lucchesini Rogliani, che solo in seguito diventerà sua moglie.

1933.
Il 10 maggio mentre Totò è impegnato nella rivista "Al Pappagallo" al Teatro Eliseo di Roma, all'Hotel Ginevra nasce la figlia Liliana. Nello stesso anno il marchese Francesco Maria Gagliardi Focas lo adotta trasmettendogli i suoi titoli nobiliari.

1935.
Il 6 marzo sposa Diana nella chiesa romana di San Lorenzo in Lucina, alla presenza di pochi intimi e della figlia Liliana, vestita di trine in braccio alla governante.

1937.
Debutta nel cinema in "Fermo con le mani" di Gero Zambuto, a cui segue nel 1939 "Animali pazzi" da un soggetto di Carlo Ludovico Bragaglia con la regia di Amleto Palermi.

1938.
Tournée in Etiopia con "Cinquanta milioni c'è da impazzire" e altre riviste.

1939.
Ottiene in Ungheria l'annullamento del matrimonio con Diana, ma rimarrà insieme a lei fino al 1950.

1940.
Mentre in cinema è impegnato in "San Giovanni decollato" tratto da una commedia di Nino Martoglio, in teatro comincia la collaborazione con Michele Galdieri, autore di quasi tutte le riviste interpretate da Totò fino al 1949.

1944.
Ricercato dai tedeschi per le provocazioni che aveva lanciato nella rivista "Che si son messi in testa?", successivamente modificato dalla censura in "Che ti sei messo in testa?", per evitare l'ordine d'arresto si rifugia a casa di un amico.

1945.
Suo padre Giuseppe muore nella casa del figlio. Il 18 luglio il Tribunale di Napoli gli riconosce il diritto di fregiarsi dei nomi e dei titoli di Antonio Griffo Focas Flavio Angelo, Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio, Altezza Imperiale, Conte Palatino, Cavaliere del Sacro Romano Impero, esarca di Ravenna, duca di Macedonia e di Illiria, principe di Costantinopoli, di Cicilia, di Tessaglia, di Ponto, di Moldavia, di Dardania, del Peloponneso, conte di Cipro e di Epiro, conte e duca di Drivasto e di Durazzo.

1946.
Tournèe in Spagna, a Barcellona con la rivista "Entra dos luce".

1947.
Nel cinema "I due orfanelli" ottiene un successo di pubblico, da allora fino al '56/'57 ogni anno un film di Totò è sempre nell'elenco dei primi dieci più visti.

1948.
Muore la madre Anna Clemente de Curtis.

1949.
Sempre più coinvolto nel cinema, ottiene con la rivista "Bada che ti mangio" il suo ultimo significativo successo teatrale.

 

1951.
Riceve il Nastro d'Argento dal Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici come miglior attore protagonista dell'anno per "Guardie e ladri" di Steno e Monicelli. Nello stesso anno scrive musiche e testi di numerose canzoni, tra cui la celebre "Malafemmina".

1952.
Conosce Franca Faldini, allora ventunenne, che sarà sua compagnia fino alla morte. Partecipa al IV Festival di San Remo con la canzone "Con te", interpretata da Katina Ranieri e Achille Togliani.

1954.
Il 12 ottobre ha un figlio da Franca Faldini, chiamato Massenzio, che muore poche ore dopo la nascita.

1956.
E' di nuovo in teatro nella rivista "A prescindere", ma nello stesso anno è costretto ad interrompere la tournèe per una malattia agli occhi che lo farà rimanere cieco per più di un anno.

1958.
Riceve il Microfono d'Argento

1959.
Nel novembre riceve dall'Anica una targa d'oro in riconoscimento della sua lunga carriera artistica e del suo contributo al cinema italiano.

1964.
Pubblica con l'editore Fausto Fiorentino di Napoli una raccolta di poesie napoletane scritte negli ultimi decenni, intitolato "A livella".

1966.
Incontra Pier Paolo Pasolini per cui interpreta "Uccellacci e uccellini" e i due cortometraggi "La terra vista dalla luna" e "Che cosa sono le nuvole?". Per l'interpretazione di "Uccellacci e uccellini" gli vengono assegnati il Nastro d'Argento, e il Globo d'oro.

1967.
Muore a Roma, nella sua casa, il 15 aprile per una crisi cardiaca. Dopo la cerimonia funebre svolta a Roma, la salma viene trasportata a Napoli, dove una moltitudine di persone presenti, dall'uscita dell'autostrada fino alla Basilica del Carmine Maggiore, danno l'estremo saluto a Totò, prima della sepoltura nella Cappella de Curtis al Cimitero del Pianto.

 
 
                                             
 
Biografia
 

Antonio Vincenzo Stefano Clemente nacque il 15 febbraio 1898, in via Santa Maria Antesecoula, alla Sanità, uno dei quartieri più poveri di Napoli, dalla bella Anna Clemente, sedicenne di umili origini e Giuseppe de Curtis, marchese trentatreenne. Il marchese, proprietario ormai solo di un palazzo, come tutti i nobili, nonostante la necessità, non si piegava al lavoro, considerato come una fatica disdicevole per il proprio rango.
Anna viveva con i genitori, modesti bottegai, alla Sanità, nel rione Stella, che era il quartier generale della malavita napoletana, ed il catturar le attenzioni di un nobile marchese, ormai tutt'altro che ricco, era comunque un modo per raggiungere un miglior status sociale. Ma all'arrivo della gravidanza la bella Nannina era terrorizzata dal perdere il suo potere seduttivo, e non riusciva a viversi tranquillamente i chili di troppo che alteravano le armonie del suo fisico.

A quei tempi non era concepibile che un nobiluomo fosse legato ad una popolana e quindi era inevitabile non rivelare tale rapporto, e tanto più era da nascondere il frutto di questa relazione, testimonianza del peccato.
I due si sposarono solo molto più tardi e così, alla nascita Antonio risulta "figlio di N.N.", fino al 1928 quando venne legalmente riconosciuto dal padre.
L'infanzia è segnata da ricordi amari, dove i genitori, totalmente proiettati sul loro rapporto, trascuravano il figlio, il quale veniva affidato alla nonna materna. Ogni sera, infatti, Anna Clemente, profumata e imbellettata per recarsi dal marchese, si inchinava e sfiorava con un bacio il bambino. L'abbandono era così doloroso che Antonio ricorderà per tutta la vita quei momenti. Cercava di trattenere nelle sue narici quel profumo, e nella mente quell'immagine di capelli neri, di denti candidi in un meraviglioso sorriso. Per gioco, poi, e per colmare l'assenza, si travestiva con gli abiti materni, per ridere di se stesso e delle sue sofferenze.
Durante l'infanzia Totò non ebbe mai giocattoli, e anche gli abiti che indossava venivano ricavati dalle gonne smesse della madre che aveva gusti vistosi. Furono un paio di pantaloni ricavati da una veste a fiori, rose rosse, a dare lo spunto a Totò per improvvisare a sette anni la sua prima esibizione davanti a un pubblico. I calzoni erano piuttosto larghi e mal rifiniti, per cui il piccolo aveva inevitabilmente l'aspetto di un clown, con in più un tocco di femminilità. Gli amici, in strada, lo beffeggiarono chiamandolo femminiello, e il bambino mortificato si strappò i pantaloni. Ma subito con un vero coup de théâtre, muovendo le gambe, con le mani sui fianchi, improvvisò una danza che trasformò la triste disavventura in una gag di successo che culminò in un applauso del suo pubblico di scugnizzi.
Antonio nacque attore, nel senso che fin da bambino avvertì un un'intensa vocazione artistica che gli ardeva nel cuore, impedendogli di dedicarsi ad altre attività, come per esempio lo studio. A scuola, per dirla con i genitori, era un vero ciuccio, al punto che in quarta elementare, a causa dei suoi vistosi strafalcioni, fu retrocesso in terza. Ad undici anni Totò ricevette un pugno da un insegnante che, scherzando, lo colpì alla mascella con un colpo di boxe, deviandogli il setto nasale e alterandogli i lineamenti, dotandolo così di quella particolare mobilità del volto che rese celebre la sua maschera.
Conseguì la licenza elementare, ma pur essendo stato iscritto al Collegio Cimino nel palazzo del Principe di Santobuono, si rifiutò di continuare gli studi, dichiarando da subito di voler fare l'attore. Seguì un periodo di snervanti contrasti familiari che spinsero Antonio ad abbandonare momentaneamente la sua vocazione per perseguire l'assurdo progetto di fare il seminarista, soprattutto per compiacere la madre. Incominciò quindi a frequentare la parrocchia con tanto zelo, che il parroco lo preparò alle mansioni del chierico. Antonio era molto attratto dalla scenografia ecclesiastica. L'incenso, la musica dell'organo, gli abiti sacerdotali, stimolavano la sua fantasia e per questo, quando il parroco gli annunciò che era ormai maturo per servire la messa, ne fu contentissimo. Per Antonio fu un gran giorno, una specie di debutto, poiché, fin da allora, la teatralità era insita nel suo carattere. Ma, come appunto accade nei debutti, fu tradito dall'emozione. La solennità della funzione, la presenza della madre che, col libro delle preghiere tra le mani lo osservava con severità, gli fecero dimenticare le frasi che avrebbe dovuto rispondere al prete.
Nel teatro Antonio intravedeva la possibilità di fuga e di crearsi una vita autonoma, consapevole delle potenzialità espressive della sua faccia e delle particolari doti di disarticolazione delle sue gambe, braccia e collo. Sentiva che, come riusciva a divertire gli amici, avrebbe potuto divertire un vasto pubblico e che la sua vera strada era quella del palcoscenico.
Dopo il collegio, a 14 anni, abbandona gli studi e prende a recitare in piccoli e scalcinati teatri di periferia imitando il macchiettista Gustavo De Marco.
Con lo scoppio della grande guerra, nel 1915, si arruola volontario, ma riesce ad evitare la prima linea fingendo un attacco epilettico. Ed è proprio sotto le armi che conia il celebre motto: « Siamo uomini o caporali? », originato dall'incontro con un graduato che lo costringeva ai compiti più umili, che in seguito sarà la sua filosofia di vita. Nel 1918, alla fine del conflitto, torna a Napoli e comincia a recitare in piccoli teatri con un repertorio di imitazioni. Nel 1922, dopo un clamoroso "fiasco" al Teatro Della Valle di Aversa, decide di lasciare Napoli per Roma. Qui ottiene una scrittura al Teatro Ambra Jovinelli prima, al Teatro Umberto poi, entrambe coronate da un enorme successo. La sua figura di marionetta disarticolata, in bombetta, tight fuori misura, scarpe basse e calze colorate, si consolida ben presto e Totò conserva questo personaggio per tutta la vita. Con la notorietà arrivano anche le relazioni sentimentali. Dopo una sua burrascosa relazione con la cantante del cafè-chantant Liliana Castagnola, iniziata nel 1929 (la donna si sarebbe poi tolta la vita un anno dopo a causa di un litigio), Totò sposa nel 1932 la diciassettenne Daria Rogliani, che nel 1933 dà alla luce una figlia chiamata Liliana, come il suo primo amore scomparso. A causa della tremenda gelosia del comico, il matrimonio viene annullato nel 1940 ma la coppia resterà insieme fino al 1950, separata definitivamente dalle voci di un presunto flirt fra l'attore e Silvana Pampanini, conosciuta sul set del film 47 morto che parla (1950). In preda alla gelosia, l'ex moglie finirà per lasciare il comico e sposare un altro uomo. Ciò ispira a Totò il testo della stupenda canzone Malafemmena. Intanto in Italia, all'inizio degli anni '30, ha un grande successo l'avanspettacolo. Fiutato l'affare Totò diviene impresario e finanziatore della sua compagnia che, fra il 1933 e il 1940, rappresenta in tutta Italia diversi spettacoli. Nel 1940, a Roma, viene messa in scena la rivista Quando meno te l'aspetti, con Anna Magnani e Mario Castellani, che segna l'inizio della collaborazione tra Totò e Michele Galdieri. La Magnani torna a lavorare con Totò in Che ti sei messo in testa?, del 1943. Nel dopoguerra è ancora in teatro come interprete di riviste esilaranti come C'era una volta il mondo (1947) e Bada che ti mangio! (1949), nel quale propone per la prima volta il famoso sketch del "vagone letto". Sul grande schermo aveva esordito nel 1937 col film Fermo con le mani, diretto da Gero Zambuto, dove faceva chiaramente il verso al personaggio del vagabondo di Chaplin. La pellicola nella quale afferma il suo vero personaggio sarà San Giovanni Decollato (1940), tratta dall'omonima commedia di Martoglio. In seguito partecipa ad altri film, ma solo con I due orfanelli (1947) e Fifa e arena (1948) otterrà il vero e meritato successo cinematografico. Seguono altri stupendi film, come Totò le Mokò (1949), Totò cerca casa (1949), Totò sceicco (1950) e Napoli milionaria (1950). I lazzi, gli sberleffi, la mirabile capacità gestuale, si completano al cinema con l'uso di un linguaggio che si rinnova in continuazione attingendo con intelligente tempismo ad inflessioni dialettali, a paradossali giochi di parole e ad espressioni tratte dalla vita quotidiana. Nel 1951, per l'interpretazione del film Guardie e ladri, di Steno e Monicelli, riceve il Nastro d'argento e la Maschera d'argento. In seguito è il magnifico interprete di esilaranti pellicole, come Totò a colori (1952), primo film italiano a colori nel quale propone lo sketch del "vagone letto", Miseria e nobiltà (1954), L'oro di Napoli (1954), Siamo uomini o caporali? (1955) e Totò, Peppino e la… malafemmina (1956), nel quale c'è l'indimenticabile scena della dettatura della lettera fra Totò a Peppino De Filippo. Intanto nel 1952, grazie ad un giornale, conosce Franca Faldini, con la quale vivrà fino alla morte. Nel '56, dopo una lunga parentesi cinematografica, Totò torna in teatro con la rivista A prescindere. Purtroppo mentre recita a Palermo viene colpito da un male agli occhi e, nonostante non riesca più a vedere, recita fino all'ultimo. Si tratta di "corioretinite emorragica essudivante a carattere virale", ed è probabilmente causata da una precedente polmonite mal curata. Pian piano le condizioni migliorano ma il grande comico ha timore che "il telefoni non squilli più". Invece il regista Camillo Mastrocinque lo vuole come protagonista di Totò, Vittorio e la dottoressa (1957), divertente commedia accanto a Vittorio De Sica. A questo film seguiranno altri successi, come I soliti ignoti (1958), Totò a Parigi (1958), Signori si nasce (1960), Totò, Fabrizi e i giovani d'oggi (1960) e I due marescialli (1961). Una grande occasione gli viene offerta da Alberto Lattuada, che lo dirige ne La mandragola (1965), tratto dall'opera di Machiavelli, nella quale veste i panni del corrotto fra Cristoforo. L'anno seguente avviene l'importante incontro col regista Pier Paolo Pasolini. Il primo frutto del loro incontro sarà il film Uccellacci e uccellini (1966). Nella rappresentazione del film Totò ha un senso profondo di disillusione, tristezza e malinconia, legato alla descrizione della realtà del suo tempo. Il comico nel film si fa scoprire dal pubblico come attore di gran sensibilità e intelligenza, in un ruolo che incarna una gran capacità di sarcasmo e riserva anche momenti di profonda commozione. Per questa interpretazione si aggiudica il Globo d'oro. Con Pasolini Totò girerà ancora gli episodi "La terra vista dalla luna", dal film Le streghe (1967), e "Che cosa sono le nuvole?", dal film Capriccio all'italiana (1968). Da ammirare è anche la sua attività di poeta: dalla sua penna scaturiscono straordinarie poesie che spesso rispecchiano la sua vena napoletana malinconica. La più famosa è certamente 'A livella. Poco prima di morire il regista Daniele D'Anza lo vuole come protagonista della serie televisiva "Tutto Totò", che comprende nove divertentissimi telefilm, nei quali ripropone il meglio del suo repertorio teatrale. Il 15 aprile 1967, intorno alle tre e mezzo del mattino, dopo un susseguirsi di vari attacchi cardiaci, Totò si spegne. Quel giorno se n'era andato il più grande comico italiano di tutti i tempi.