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Giovanni Falcone: per non dimenticare!
Il 23 maggio è l' anniversario della strage di CAPACI
23 Maggio 1992 - 23 Maggio 2012
Giovanni Falcone film 1993
Intervista a Giovanni Falcone, 1992
Falcone e Borsellino dicono chi è contro di loro
Attentati a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino
Roberto Saviano: ricordo di Falcone e Borsellino
Intervista all'uomo che fece arrestare l'assassino di Padre Puglisi
Ascolta la testimonianza di Rosaria Costa Moglie dell'agente Schifani della scorta di Giovanni Falcone

" Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande.

Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno.

In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere."

Giovanni Falcone

  1. Un filmato sulla strage di Capaci

  2. In memoria di Falcone e Borsellino

  3. Roberto Saviano ricorda Falcone e Borsellino

  4. Clicca per leggere il contributo dei nostri lettori

Noi vogliamo mostrare i fatti così come sono, sulla base della documentazione che siamo riusciti a trovare nel web. L'unica cosa che vogliamo ricordare al lettore è che Falcone e Borsellino non avevano più una vita privata, erano costretti a vivere nelle caserme, anche con le proprie famiglie, o in compagnia perenne della propria scorta evitando i luoghi pubblici. Io credo che se la parola eroi ha un senso, non si può non attribuirla a Falcone e Borsellino! Santino Gattuso

Fondazione Giovanni Falcone

Se mille pagine su Giovanni potranno fiorire nel web, tanti potranno sapere e nessuno dimenticherà!

Troppi giovani, ormai, non hanno memoria del sacrificio di Falcone e Borsellino, è dovere di chi c'era ricordare il loro sacrificio e fare in modo che le loro idee vadano avanti nella nostra società.

 
Giovanni Falcone e Francesca Morvillo Giovanni Falcone
 

   Nato a Palermo (via Castrofilippo) il 20 maggio 1939, da Arturo, direttore del Laboratorio chimico provinciale, e da Luisa Bentivegna, Giovanni Falcone conseguì la laurea in Giurisprudenza nell'Università di Palermo nell'anno 1961, discutendo con lode una tesi sull' "Istruzione probatoria in diritto amministrativo". Era stato prima, dal '54, allievo del Liceo classico "Umberto"; e quindi aveva compiuto una breve esperienza presso l'Accademia navale di Livorno.


   Dopo il concorso in magistratura, nel 1964, fu pretore a Lentini per trasferirsi subito come sostituto procuratore a Trapani, dove rimase per circa dodici anni. E in questa sede andò maturando progressivamente l'inclinazione e l'attitudine verso il settore penale: come egli stesso ebbe a dire, "era la valutazione oggettiva dei fatti che mi affascinava", nel contrasto con certi meccanismi "farraginosi e bizantini" particolarmente accentuati in campo civilistico.

 

   A Palermo, all'indomani del tragico attentato al giudice Cesare Terranova (25 settembre 1979), cominciò a lavorare all'Ufficio istruzione. Il consigliere istruttore Rocco Chinnici gli affidò nel maggio '80 le indagini contro Rosario Spatola, vale a dire un processo che investiva anche la criminalità statunitense, e che, d'altra parte, aveva visto il procuratore Gaetano Costa - ucciso poi nel giugno successivo - ostacolato da alcuni sostituti, al momento della firma di una lunga serie di ordini di cattura. Proprio in questa prima esperienza egli avvertì come nel perseguire i reati e le attività di ordine mafioso occorresse avviare indagini patrimoniali e bancarie (anche oltre oceano), e come, soprattutto, occorresse la ricostruzione di un quadro complessivo, una visione organica delle connessioni, la cui assenza, in passato, aveva provocato la "raffica delle assoluzioni".


   Il 29 luglio 1983 il consigliere Chinnici fu ucciso con la sua scorta, in via Pipitone Federico; lo sostituì Antonino Caponnetto, il quale riprese l'intento di assicurare agli inquirenti le condizioni più favorevoli nelle indagini sui delitti di mafia. Si costituì allora, per le necessità interne a queste indagini, il cosiddetto "pool antimafia", sul modello delle èquipes attive nel decennio precedente di fronte al fenomeno del terrorismo politico. Del gruppo faceva parte, oltre lo stesso Falcone, e i giudici Di Lello e Guarnotta, anche Paolo Borsellino, che aveva condotto l'inchiesta sull'omicidio, nel 1980, del capitano del Carabinieri Emanuele Basile.

 

il giudice Giovanni Falcone    Si può considerare una svolta, per la conoscenza non solo di determinati fatti di mafia, ma specialmente della struttura dell'organizzazione Cosa nostra, l'interrogatorio iniziato a Roma nel luglio '84 in presenza del sostituto procuratore Vincenzo Geraci e di Gianni De Gennaro, del Nucleo operativo della Criminalpol, del "pentito" Tommaso Buscetta.


   I funzionari di Polizia
Giuseppe Montana e Ninni Cassarà, stretti collaboratori di Falcone e Borsellino, furono uccisi nell'estate '85. Fu allora che si cominciò a temere per l'incolumità anche dei due magistrati. I quali furono indotti, per motivi di sicurezza, a soggiornare qualche tempo con le famiglie presso il carcere dell'Asinara.

 

   Si giunse così - attraverso queste vicende drammatiche - alla sentenza di condanna a Cosa nostra del primo maxiprocesso, emessa il 16 dicembre 1987 dalla Corte di assise di Palermo, presidente Alfonso Giordano, dopo ventidue mesi di udienze e trentasei giorni di riunione in camera di consiglio. L'ordinanza di rinvio a giudizio per i 475 imputati era stata depositata dall'Ufficio istruzione agli inizi di novembre di due anni prima.


   Gli avvenimenti successivi risentirono con tutta evidenza in senso negativo di tale successo. Nel gennaio il Consiglio superiore della magistratura preferì nominare a capo dell'Ufficio istruzione, in luogo di Caponnetto che aveva voluto lasciare l'incarico, il consigliere Antonino Meli. Il quale avocò a sé‚ tutti gli atti. Sopraggiunse poi un nuovo episodio ad accentuare ulteriormente le tensioni nell'ambito dell'Ufficio stesso, un episodio che ebbe gravissime conseguenze su tutte le indagini antimafia. In seguito alle confessioni del "pentito" catanese Antonino Calderone, che avevano determinato una lunga serie di arresti (comunemente nota come "blitz delle Madonie"), Il magistrato inquirente di Termini Imerese si ritenne incompetente, e trasmise gli atti all'Ufficio palermitano. Ma il Meli, in contrasto con i giudici del pool rinvio le carte a Termini, in quanto i reati sarebbero stati commessi in quella giurisdizione. La Cassazione, allo scorcio dell'88, ratificò l'opinione del consigliere istruttore, negando la struttura unitaria e verticisti delle organizzazioni criminose, e affermando che queste, considerate nel loro complesso, sono dotate di "un ampia sfera decisionale, operano in ambito territoriale diverso ed hanno preponderante diversificazione soggettiva". Questa decisione sanciva giuridicamente la frantumazione delle indagini, che l'esperienza di Palermo aveva inteso superare. Il 30 luglio Falcone richiese di essere destinato a un altro ufficio. In autunno Meli gli rivolse l'accusa d'aver favorito in qualche modo il cavaliere del lavoro di Catania Carmelo Costanzo, e quindi sciolse il pool, come Borsellino aveva previsto fin dall'estate in un pubblico intervento, peraltro censurato dal Consiglio superiore. I giudici Di Lello e Conte si dimisero per protesta.

il giudice Giovanni Falcone

 

   Su tutta questa vicenda del resto, nel giugno '92, durante un dibattito promosso a Palermo dalla rivista "Micromega", Borsellino ebbe a ricordare: "La protervia del consigliere istruttore Meli l'intervento nefasto della Corte di cassazione cominciato allora e continuato fino a oggi, non impedirono a Falcone di continuare a lavorare con impegno". Nonostante simili avvenimenti, infatti, sempre nel corso dell'88, Falcone aveva realizzato una importante operazione in collaborazione con Rudolph Giuliani, procuratore distrettuale di New York, denominata "lron Tower": grazie alla quale furono colpite le famiglie dei Gambino e degli Inzerillo, coinvolte nel traffico di eroina.
Il 20 giugno '89 si verificò il fallito e oscuro attentato dell'Addaura presso Mondello; a proposito del quale Falcone affermò "Ci troviamo di fronte a menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia. Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi. Ho l'impressione che sia questo lo scenario più attendibile se si vogliono capire davvero le ragioni che hanno spinto qualcuno ad assassinarmi". Seguì subito l'episodio, sconcertante, del cosiddetto "corvo", ossia di alcune lettere anonime dirette ad accusare astiosamente lo stesso Falcone e altri. Le indagini relative furono compiute anche dall'Alto commissario per la lotta alla mafia, guidato dal prefetto D. Sica.


   Una settimana dopo l'attentato il Consiglio superiore decise la nomina di Falcone a procuratore aggiunto presso la Procura della Repubblica di Palermo. Nel gennaio '90 egli coordinò un'inchiesta che portò all'arresto di quattordici trafficanti colombiani e siciliani, inchiesta che aveva preso l'avvio dalle confessioni del "pentito" Joe Cuffaro' il quale aveva rivelato che il mercantile Big John, battente bandiera cilena, aveva scaricato, nel gennaio '88, 596 chili di cocaina al largo delle coste di Castellammare del Golfo.


   Nel corso dell'anno si sviluppa lo "scontro" con Leoluca Orlando, originato dall'incriminazione per calunnia nei confronti del "pentito" Pellegriti, il quale rivolgeva accuse al parlamentare europeo Salvo Lima. La polemica proseguì col ben noto argomento delle "carte nei cassetti": e che Falcone ritenne frutto di puro e semplice "cinismo politico".


Alle elezioni del 1990 dei membri togati del Consiglio superiore della magistratura, Falcone, fu candidato per le liste "Movimento per la giustizia" e "Proposta 88" (nella circostanza collegate), con esito però negativo.


Intanto, fattisi più aspri i dissensi con l'allora procuratore P. Giammanco - sia sul piano valutativo, sia su quello etico, nella conduzione delle inchieste - egli accolse l'invito del vice-presidente del Consiglio dei ministri, C. Martelli, che aveva assunto l'interim del Ministero di grazia e giustizia, a dirigere gli Affari penali del ministero, assumendosi l'onere di coordinare una vasta materia, dalle proposte di riforme legislative alla collaborazione internazionale. Si apriva così un periodo - dal marzo del 1991 alla morte - caratterizzato da una attività intensa, volta a rendere più efficace l'azione della magistratura nella lotta contro il crimine. Falcone si impegnò a portare a termine quanto riteneva condizione indispensabile del rinnovamento: e cioè la razionalizzazione dei rapporti tra pubblico ministero e polizia giudiziaria, e il coordinamento tra le varie procure. A quest'ultimo riguardo, caduta l'ipotesi iniziale, di affidare il delicato compito alle procure generali, la costituzione di procure distrettuali facenti capo ai procuratori della Repubblica parve la soluzione più idonea. Ma si poneva altresì l'istanza di un coordinamento di livello nazionale. Istituita nel novembre del '91 la Direzione nazionale antimafia, sulle funzioni di questa il giudice dunque si soffermò anche nel corso della sua audizione al Palazzo dei Marescialli del 22 marzo '92. "Io credo - egli chiarì in tale circostanza, secondo un resoconto della seduta pubblicato dal settimanale "L'Espresso" (7 giu. '92) - che il procuratore nazionale antimafia abbia il compito principale di rendere effettivo il coordinamento delle indagini, di garantire la funzionalità della polizia giudiziaria e di assicurare la completezza e la tempestività delle investigazioni. Ritengo che questo dovrebbe essere un organismo di supporto e di sostegno per l'attività investigativa che va svolta esclusivamente dalle procure distrettuali antimafia".

 

l'automobile distrutta su cui viaggiavano il giudice Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo   La sua candidatura a questi compiti, peraltro, fu ostacolata in seno al Consiglio superiore della magistratura, il cui plenum, tuttavia, non aveva ancora assunto una decisione definitiva, quando sopraggiunse la strage di Capaci del 23 maggio. Frattanto - giova ricordarlo - una sentenza della prima sezione penale della Corte suprema di cassazione il 30 gennaio, sotto la presidenza di Arnaldo Valente (relatore Schiavotti) aveva riconosciuto la struttura verticale di Cosa nostra, e quindi la responsabilità dei componenti della "cupola" per quei delitti compiuti dagli associati, che presuppongano una decisione al vertice; inoltre aveva ribadito la validità e l'importanza delle chiamate in correità.

 

Insieme a Falcone, a Capaci, persero la vita la moglie Francesca Morvillo, magistrato, e gli agenti di scorta Rocco Di Cillo, Vito Schifani e Antonio Montinaro. All'esecrazione dell'assassinio, il 4 giugno si unì il Senato degli Stati Uniti, con una risoluzione (la n. 308) intesa a rafforzare l'impegno del gruppo di lavoro italo-americano, di cui Falcone era componente.

(tratto dal sito della Fondazione Giovanni e Francesca Falcone )

 
Rocco Di Cillo Vito Schifani Antonio Montinaro

Rosaria Costa, vedova di mafia, nel suo appello ai mafiosi dall' altare della chiesa di S. Domenico, per gli affollatissimi funerali del giudice Falcone, di sua moglie e dei tre agenti della scorta assassinati. "A nome di tutti coloro che hanno dato la vita per lo Stato chiedo anzitutto che venga fatta giustizia. E poi mi rivolgo agli uomini della mafia, che sono anche qui dentro, certamente non cristiani: sappiate che anche per voi c' e' possibilita' di perdono. Io vi perdono. Solo, dovete mettervi in ginocchio, se avete coraggio di cambiare, di cambiare radicalmente, i progetti mortali che avete". Questa e' la preghiera che ha recitato, prima di liberarsi in un singhiozzo disperato: "Ma loro non cambiano, non vogliono cambiare".
Clicca per ascoltare dal vivo

Rosaria Costa, vedova Schifani Rosaria Costa, vedova Schifani
Francesca Morvillo - Vito Schifani - Rocco Di Cillo - Antonio Montinaro
Non li avete uccisi: le loro idee camminano sulle nostre gambe!

Non ho conosciuto personalmente Giovanni Falcone ma ho seguito con grande attenzione il suo lavoro e il suo impegno che lo ha portato alla morte. Mai dovremo dimenticare il suo sacrificio perchè Giovanni sia come il chicco di grano che quando muore dà nuovi frutti e con essi potremo sfamare il mondo intero dalla fame di giustizia!

Immagini della strage di Capaci
Immagini di Giovanni Falcone e Francesca Morvillo
Giovanni Falcone
Francesca Morvillo Giovanni Falcone Giovanni Falcone
Francesca Morvillo e Giovanni Falcone
Giovanni Falcone Giovanni Falcone
Giovanni Falcone
Giovanni Falcone
Giovanni Falcone
Giovanni Falcone
Giovanni Falcone
Giovanni Falcone
Giovanni Falcone

 

 

Aforismi di Giovanni Falcone

" Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande.

Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno.

In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere."

Giovanni Falcone

Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini.

La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine.

L'importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. Ecco, il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio ma incoscienza.

Bisogna rendersi conto che la mafia è un fenomeno terribilmente serio e grave, e che va combattuto non pretendendo l'eroismo di inermi cittadini, ma coinvolgendo nella lotta le forze migliori delle istituzioni.

Perché una società vada bene, si muova nel progresso, nell'esaltazione dei valori della famiglia, dello spirito, del bene, dell'amicizia, perché prosperi senza contrasti tra i vari consociati, per avviarsi serena nel cammino verso un domani migliore, basta che ognuno faccia il proprio dovere.

Il quadro realistico dell'impegno dello Stato nella lotta alla criminalità organizzata. Emotivo, episodico, fluttuante. Motivato solo dall'impressione suscitata da un dato crimine o dall'effetto che una particolare iniziativa governativa può esercitare sull'opinione pubblica.

La mafia, lo ripeto ancora una volta, non è un cancro proliferato per caso su un tessuto sano. Vive in perfetta simbiosi con la miriade di protettori, complici, informatori, debitori di ogni tipo, grandi e piccoli maestri cantori, gente intimidita o ricattata che appartiene a tutti gli strati della società. Questo è il terreno di coltura di Cosa Nostra con tutto quello che comporta di implicazioni dirette o indirette, consapevoli o no, volontarie o obbligate, che spesso godono del consenso della popolazione.

Lo stesso meccanismo di espulsione, praticamente, che si ritrova tra gli eschimesi e presso altri popoli che abbandonano i vecchi, i malati gravi, i feriti perché intralciano il loro cammino in una terra ostile, mettendo in pericolo la sopravvivenza di tutti. In un gruppo come la mafia, che deve difendersi dai nemici, chi è debole o malato deve essere eliminato.

Perché rievoco questo episodio? Perché dimostra ancora una volta quanto siano abili, decisi, intelligenti i mafiosi, e quanta capacità e professionalità è necessaria per contrastare la violenza mafiosa. La mia grande preoccupazione è che la mafia riesca sempre a mantenere un vantaggio su di noi.

Immagini dell'antimafia
Antonino Caponnetto Paolo Borsellino, Giovanni Falcone, Antonino Caponnetto

Padre Pino Puglisi assassinato dalla mafia. La sua colpa era quella di aver dato speranza a tanti giovani rubando manovalanza alla mafia nel quartiere Brancaccio, un quartiere a rischio di Palermo

Rocco Chinnici

 

Giovanni Falcone e

Paolo Borsellino

Monumento sul luogo (Capaci) della strage
Albero Falcone (un albero sotto la casa di Falcone che è diventato un simbolo nella commemorazione della sua morte)

Il Pool Antimafia

Il Pool comprende quattro magistrati. Falcone, Borsellino e Barrile lavorano uno a fianco all’altro, sotto la guida di Rocco Chinnici. Si intravede e, lentamente, si instaura un legame comunitario tra i giudici che appartengono al pool.

E’ nei giovani la forza su cui contare per cambiare la mentalità della gente e i magistrati lo sanno. Vogliono scuotere le coscienze e sentire intorno a sé la stima della gente. Sia Falcone sia Borsellino hanno sempre cercato la gente. Borsellino comincia a promuovere e a partecipare ai dibattiti nelle scuole, parla ai giovani nelle feste giovanili di piazza, alle tavole rotonde per spiegare e per sconfiggere una volta per sempre la cultura mafiosa.

Fino alla fine della sua vita Borsellino, nel tempo che gli rimane dopo il lavoro, cercherà di incontrare i giovani, di comunicargli questi nuovi sentimenti e di renderli protagonisti della lotta alla mafia.

Parallelamente continua il lavoro nel pool. Questa squadra funziona bene, ma si comprende che per sconfiggere la mafia il pool, da solo, non è sufficiente. Si chiede la promozione di pool di giudici inquirenti, coordinati tra loro ed in continuo contatto, il potenziamento della polizia giudiziaria, l’istituzione di nuove regole per la scelta dei giudici popolari e di controlli bancari per rintracciare i capitali mafiosi. I magistrati del pool pretendono l’intervento dello stato perché si rendono conto che il loro lavoro, da solo, non basta.

Falcone e Borsellino lavorano senza sosta, firmano provvedimenti, indagano, ascoltano con dedizione e responsabilità. Per questo Chinnici scrive una lettera al presidente del tribunale di Palermo per sollecitare un encomio nei loro confronti, importante per eventuali incarichi direttivi futuri. L’encomio richiesto, non è mai arrivato.

Poi il dramma. Il 4 agosto 1983 viene ucciso il giudice Rocco Chinnici con un’autobomba. Dopo Basile anche Chinnici viene strappato alla vita e il vuoto si fa sentire molto.

Il "capo" del pool, il punto di riferimento, viene a mancare e si ha l’impressione che la mafia, questa entità che tutto vede e tutto osserva, abbia ben compreso lo spirito ed il nuovo modo di lavorare dei giudici siciliani.

A sostituire Chinnici arriva a Palermo il giudice Caponnetto e il pool, sempre più affiatato continua nell’incessante lavoro raggiungendo i primi risultati: "Sentiamo la gente fare il tifo per noi". Il Pool non vuole sentirsi solo, cerca lo Stato e i cittadini, vuole una mobilitazione generale contro la mafia.

Nel 1984 viene arrestato Vito Ciancimino e si pente Buscetta,  fondamentale il ruolo dei pentiti nelle indagini e nella preparazione dei processi.

Comincia la preparazione del Maxiprocesso e viene ucciso il commissario Beppe Montana. Ancora sangue, per fermare le persone più importanti nelle indagini sulla mafia e l’elenco dei morti è destinato ad aumentare. Il clima è terribile Falcone e Borsellino vengono immediatamente trasferiti all’Asinara per concludere le memorie, predisporre gli atti senza correre ulteriori rischi.

All’inizio del maxiprocesso l’opinione pubblica inizia a criticare i magistrati, le scorte e il ruolo che si sono costruiti.

Il 19.12.1986 Paolo Borsellino, a seguito di una sua richiesta, prende servizio a Marsala dove per cinque anni guiderà una delle Procure più impegnate sul fronte della lotta alla criminalità organizzata. Al centro (Palermo) Falcone e a Marsala Borsellino in modo da scoprire tutti i collegamenti esistenti tra la mafia di Palermo e quella della provincia.

Il clima comincia a cambiare. Il fronte unico che aveva portato a grandi vittorie della magistratura siciliana e che aveva visto l’opinione pubblica avvicinarsi agli uomini in prima linea e stringersi intorno a loro, comincia a cedere.

Nel 1987 Caponnetto è costretto a lasciare la guida del Pool a causa di motivi di salute. Tutti a Palermo aspettavano la nomina di Falcone al suo posto, anche Borsellino è ottimista. Presto, però, ci si rende conto che il CSM (Consiglio superiore della magistratura) non è dello stesso parere e si diffonde il terrore di veder distruggere il Pool.

Il 14 settembre si pronuncia il CSM Falcone perde e Antonino Meli, per anzianità, prende il posto che doveva essere suo. Le indiscrezioni su Falcone e Borsellino sono ormai quotidiane; si parla di candidature alla Camera o alla carica di Sindaco. I due magistrati smentiscono ogni cosa. Comincia, intanto, il dibattito sull’istituzione della Superprocura e su chi porre a capo del nuovo organismo. Falcone, intanto, va a Roma come direttore degli affari penali e preme per l’istituzione della Superprocura. A Palermo era stato isolato, i magistrati del vecchio Pool vengono ormai assediati all’interno e all’esterno del Palazzo di giustizia. Per questo si sente la necessità di coinvolgere le più alte cariche dello stato nella lotta alla mafia. La magistratura da sola non può farcela, con Falcone a Roma si sente di avere un appoggio in più, Borsellino decide di tornare a Palermo, lo seguono il sostituto Ingroia e il maresciallo Canale. E’ in prima fila e tenta di ricostruire quel clima che, ai tempi del Pool, aveva permesso di raggiungere grossi risultati. Così, maturati i requisiti per essere dichiarato idoneo alle funzioni direttive superiori - sia requirenti che giudicanti - Paolo Borsellino, pur rimanendo applicato alla Procura della Repubblica di Marsala chiede e ottiene di essere trasferito alla Procura della Repubblica di Palermo con funzioni di Procuratore Aggiunto. Grazie alle sue indiscusse capacità investigative, una volta insediatesi presso la Procura di Palermo in data 11.12.1991 è delegato al coordinamento dell'attività dei Sostituti facenti parte della Direzione Distrettuale Antimafia.

Nuovi pentiti, nuove rivelazioni confermano il legame tra la mafia e la politica, riprendono gli attacchi al magistrato e lo sconforto ogni tanto si manifesta. In una dichiarazione si può riassumere lo stato d’animo di Borsellino in quel momento: "Un pentito è credibile solo se si trovano i riscontri alle sue dichiarazioni. Se non ci sono gli elementi di prova, la sua confessione non vale nulla. E’ la legge che lo dice...e io sono un giudice che questa legge deve applicarla. I rapporti tra mafia e politica? Sono convinto che ci siano. E ne sono convinto non per gli esempi processuali, che sono pochissimi, ma per un assunto logico: è l’essenza stessa della mafia che costringe l’organizzazione a cercare il contatto con il mondo politico. ...è maturata nello stato e nei politici la volontà di recidere questi legami con la mafia? A questa volontà del mondo politico non ho mai creduto". Con questa consapevolezza il giudice, invece di scoraggiarsi, si immerge nel lavoro con ancora più convinzione, come se la sconfitta della mafia dipendesse solo dal suo operato e quello dei magistrati che lo circondano.

Intanto a Roma viene finalmente istituita la superprocura e vengono aperte le candidature; Falcone è il numero uno ma, anche questa volta, sa che non sarà facile. Borsellino lo sostiene a spada tratta sebbene non fosse d’accordo sulla sua partenza da Palermo. Il suo impegno aumenta quando viene resa nota la candidatura di Cordova. Borsellino esce allo scoperto, parla, dichiara, si muove: è in prima linea. I due magistrati lottano uno a fianco all’altro, temono che la superprocura possa divenire un arma pericolosa se in possesso di magistrati che non conoscono la mafia siciliana.

Nel Maggio 1992 finalmente Falcone raggiunge i numeri necessari per vincere l’elezione a superprocuratore. Borsellino e Falcone esultano, ma il giorno dopo Falcone viene ucciso insieme alla moglie, a Capaci; la mafia sa che in quel posto il giudice Falcone era troppo pericoloso.

Borsellino soffre molto, il legame che ha con Falcone è speciale e lui è morto tra le sue braccia. Tutti i momenti trascorsi insieme, da quelli più belli a quelli più brutti, gli tornano alla mente.

Dalle prime indagini nel pool, alle serate insieme, alle battute per sdrammatizzare, ai momenti di lotta più dura quando insieme sembravano "intoccabili", al periodo forzato all’Asinara fino al distacco per Roma. Una vita speciale, quella dei due amici-magistrati, densa di passione e di amore per la propria terra. Due caratteri diversi, complementari tra loro, uno un po’ più razionale l’altro più passionale, entrambi con un carisma, una forza d’animo ed uno spirito di abnegazione esemplari.

Gli viene offerto di prendere il posto di Falcone nella candidatura alla superprocura, ma Borsellino rifiuta, sebbene sia consapevole che quella sia l’unica maniera che ha per condurre in prima persona le indagini sulla strage di Capaci. Così risponde al Ministro: "...La scomparsa di Falcone mi ha reso destinatario di un dolore che mi impedisce di rendermi beneficiario di effetti comunque riconducibili a tale luttuoso evento....". Resta a Palermo, nella procura dei veleni per continuare la lotta alla mafia, diventando sempre più consapevole che qualcosa si è rotto, che il suo momento è vicino.

Ad un mese dalla morte dell’Amico Falcone, tra le fiaccole e con molta emozione parla di lui, cerca di raccontarlo: "Perché non è fuggito, perché ha accettato questa tremenda situazione....per amore. La sua vita è stata un atto d’amore verso questa città, verso questa terra che lo ha generato. Perché se l’amore è soprattutto ed essenzialmente dare, per lui, amare Palermo e la sua gente ha avuto e ha il significato di dare a questa terra qualcosa, tutto ciò che era possibile dare delle nostre forze morali, intellettuali e professionali per rendere migliore questa città e la patria a cui essa appartiene. ..Sono morti tutti per noi, per gli ingiusti, abbiamo un grande debito verso di loro e dobbiamo pagarlo, continuando la loro opera...dimostrando a noi stessi e al mondo che Falcone è vivo".

Vuole collaborare alle indagini sull’attentato di Capaci di competenza della procura di Caltanissetta. Le indagini proseguono, i pentiti aumentano e il giudice cerca di sentirne il più possibile. Arriva la volta dei pentiti Messina e Mutolo, ormai Cosa Nostra comincia ad avere sembianze conosciute. Spesso i pentiti hanno chiesto di parlare con Falcone o con Borsellino perché sapevano di potersi fidare, perché ne conoscevano le qualità morali e l’intuito investigativo. Continua a lottare per poter avere la delega per ascoltare il pentito Mutolo. Insiste e alla fine il 19 luglio 1992 alle 7 di mattina Giammanco gli comunica telefonicamente che finalmente avrà quella delega e potrà ascoltare Mutolo.

Lo stesso giorno Borsellino va nella casa del mare, a Villagrazia, con la scorta. Si distende, va in barca con uno dei pochi amici rimasti. Dopo pranzo torna a Palermo per accompagnare la mamma dal medico e con l’esplosione dell’autobomba sotto la casa, in via D’Amelio, muore con tutta la scorta. E’ il 19 luglio del 1992.

 

Giovanni Falcone, Paolo Borsellino

Delitti della Mafia

8/10/1998: ucciso il sindacalista Domenico Geraci.

15/9/1993: ucciso padre Pino Puglisi, parroco della chiesa di San Gaetano a Brancaccio (quartiere di Palermo).

27/7/1993: a Roma, un’autobomba esplode nel piazzale antistante il vicariato, dietro la basilica di San Giovanni in Laterano. Poco dopo un’altra autobomba esplode davanti alla chiesa del Velabro. Lo stesso giorno a Milano, un’autobomba parcheggiata in via Palestro provoca cinque morti: quattro vigili urbani accorsi sul posto e un extracomunitario che dormiva su una panchina.

27/5/1993: a Firenze, esplode un’autobomba in via dei Georgofili, cinque morti.

14/5/1993: a Roma, esplode un’autobomba in via Fauro al passaggio dell’auto con a bordo il conduttore televisivo Maurizio Costanzo.

8/1/1993: a Barcellona (Messina) viene ucciso Beppe Alfano, giornalista del quotidiano "La Sicilia".

19/7/1992, ore 13:45: strage di via D'Amelio (Palermo), muoiono il giudice Paolo Borsellino e gli agenti di scorta Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Cosina, Claudio Traina ed Emanuela Loi, prima donna poliziotto ad aver perso la vita in un attentato della mafia.

23/5/1992, ore 17:58: strage di Capaci (sull'autostrada Palermo-Punta Raisi), muoiono Giovanni Falcone, già magistrato a Palermo, la moglie Francesca Morvillo, anche lei magistrato e gli agenti di scorta Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani, superstite l'agente Giuseppe Costanza che viaggiava sull'automobile guidata da Falcone.

29/8/1991: ucciso Libero Grassi, imprenditore che rifiuta di pagare il pizzo agli esattori della mafia.

9/8/1991: cade in un agguato Antonio Scopelliti, sostituto procuratore in Cassazione. Da lì a poco avrebbe dovuto sostenere l'accusa nel primo maxi-processo a Cosa nostra.

21/9/1990: Rosario Livatino, 38 anni, sostituto procuratore della repubblica presso il tribunale di Agrigento, ucciso sulla strada a scorrimento veloce Caltanissetta-Porto Empedocle.

19/6/1989: sulla scogliera dell’Addaura (Palermo) viene trovato un ordigno destinato a Giovanni Falcone, la cui villa delle vacanze si trova poco distante.

27/9/1988: a Trapani Mauro Rostagno, giornalista e sociologo.

25/9/1988: lungo la strada che porta da Canicattì a Palermo vengono assassinati il presidente di Corte d'Appello di Palermo Antonino Saetta e il figlio Stefano. Aveva condannato in appello i capimafia Michele e Salvatore Greco per l'attentato a Rocco Chinnici ed i killer del capitano Emanuele Basile, scandalosamente assolti in primo grado (ma il processo era stato annullato dalla cassazione), si apprestava a presiedere l'appello del maxiprocesso.

14/1/1988: a Palermo assassinato Natale Mondo, l’agente di polizia sopravvissuto all’agguato in cui avevano perso la vita Cassarà e Antiochia.

12/1/1988: ucciso Giuseppe Insalaco, sindaco di Palermo per pochi mesi, avversario politico di Lima e Ciancimino, aveva apertamente denunciato i condizionamenti dei vari comitati d'affari sul comune.

5/8/1985: Antonino Cassarà, vicequestore di Palermo e l’agente di polizia Roberto Antiochia.

28/7/1985: Beppe Montana, capo della squadra catturandi della polizia di Palermo.

2/4/1985: Barbara Asta e i suoi due bimbi Giuseppe e Salvatore muoiono al posto del giudice Carlo Palermo, bersaglio dell'attentato lungo il tratto stradale Pizzolungo-Trapani.

2/12/1984: Leonardo Vitale, il primo pentito di mafia, viene ucciso appena uscito dal manicomio dove era stato rinchiuso.

5/1/1984: a Catania, Giuseppe Fava, fondatore del settimanale "I Siciliani".

29/7/1983: autobomba di via Pipitone Federico (Palermo) muoiono il capo dell’ufficio istruzione del tribunale Rocco Chinnici, due carabinieri della scorta e il portiere dello stabile Stefano Li Sacchi.

13/6/1983: Monreale (Palermo). Assassinato il capitano dei carabinieri Mario D'Aleo, comandante della locale compagnia. Con lui cadono l’appuntato Bonmarito e il carabiniere Marici. D’Aleo aveva preso il posto del cap. Basile.

25/1/1983: Giangiacomo Ciaccio Montalto, giudice di Trapani.

3/9/1982: Palermo. Strage di via Carini. Uccisi il prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti Carraro e Domenico Russo, l'autista che li seguiva sull'auto di servizio.

16/6/1982: agguato al furgone che stava trasportando Alfio Ferlito dal carcere di Enna a quello di Trapani. Oltre al boss catanese, muoiono tre carabinieri di scorta e l’autista del mezzo.

30/4/1982: Pio La Torre, segretario del P.C.I. siciliano  e il suo autista Rocco Di Salvo. Il giorno dopo il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa è nominato prefetto di Palermo.

6/8/1980: Gaetano Costa, procuratore capo di Palermo. Aveva appena firmato sessanta ordini di cattura contro altrettanti mafiosi, dopo che i suoi sostituti si erano rifiutati di farlo.

4/5/1980: a Monreale (Palermo) il capitano dei carabinieri Emanuele Basile.

6/1/1980: il presidente della regione Sicilia Piersanti Mattarella, politico della sinistra democristiana.

25/9/1979: a Palermo il giudice istruttore Cesare Terranova e il suo autista, il maresciallo di polizia Lenin Mancuso.

21/7/1979: Boris Giorgio Giuliano, capo della Squadra Mobile di Palermo.

12/7/1979: a Milano viene ucciso Giorgio Ambrosoli, avvocato liquidatore dell'impero economico di Michele Sindona, il giorno dopo averne presentato la documentazione.

26/1/1979: a Palermo ucciso il cronista del Giornale di Sicilia Mario Francese.

9/5/1978: Giuseppe Impastato, militante antimafia. E’ stato il boss Tano Badalamenti ad ordinarne l’eliminazione per le accuse che gli rivolgeva dai microfoni di una radio locale.

20/8/1977: il colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo e l'insegnante Filippo Costa vengono uccisi mentre passeggiano nei boschi della Ficuzza.

5/5/1971: Pietro Scaglione, procuratore della repubblica di Palermo e il suo autista Antonino Lo Russo. Per la prima volta nel dopoguerra la mafia colpisce un tutore della legge.

16/9/1970: Mauro De Mauro, redattore del quotidiano "L'Ora", rapito a Palermo e mai più ritrovato.

30/6/1963: strage di Ciaculli. Una “giulietta” carica di tritolo uccide sette tra poliziotti, carabinieri e artificieri.

30/3/1960: ucciso il commissario Cataldo Tandoy (provincia di Agrigento).

1944/1966: lotta per l'occupazione delle terre contro la mafia che spalleggia gli agrari, muoiono 38 sindacalisti, uccisi da campieri, guardaspalle e boss emergenti (6/8/1944 Andrea Raja, 7/6/1945 Nunzio Passafiume, 4/1/1947 Accursio Miraglia, 10/3/1948 Placido Rizzotto, 6/3/1955 Salvatore Carnevale, 20/7/1960 Paolo Bongiorno, 24/3/1966 Carmelo Battaglia).

1/5/1947: massacro di Portella della Ginestra (collina vicino Palermo), la banda Giuliano apre il fuoco su una folla di contadini che celebra la festa del lavoro: 11 morti e 56 feriti.

2/9/1943: a Quarto Mulino di San Giuseppe Jato, Salvatore Giuliano, un contadino dedito alla borsa nera, uccide il carabiniere Antonio Mancino il quale aveva intercettato i suoi traffici.

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Il contributo dei nostri Lettori
 

Per non dimenticare l'odore dei cedri... Falcone e Borsellino

L’odore dei cedri

fende l’aria

turba

inebria

avvolge gli animi.

 

Il silenzio macera gli odori

sale con la calura

distorce le sagome

saturando l’atmosfera irreale.

 

Un colpo di spugna.

 

Una manciata di secondi.

 

Vite inghiottite dai propri destini.

 

Odore di zolfo.

 

Fiamme assassine

lambiscono uomini

votati alla loro missione.

 

Brandelli di esistenze

appese a rami di cedro

asciugano austere nel sole di Sicilia

come un monito per chi resta

nulla è stato inutile

nulla è stato vano.

 

Si chiude il cerchio

di una fine annunciata

come un serpente a sonagli

che muore mordendo la propria coda.

 
Alle vittime innocenti

Giovanni Teresi ©

Dio ha accolto

il candido fiore

reciso e calpestato.

Piange sul sangue versato.

Il vento dell’odio

solleva la polvere nera

su ciò che ha creato.

E’ offeso, è deluso …

Ignoti passi cruenti

vagano nel fango

ignominia del mondo,

insanguinato da mano assassina.

Dio stringe nelle sue mani

l’innocenza recisa,

riscalda ancora le albe

e i tramonti,

continua ad amare …

Gira il globo avvolto dal vento

nel silenzio, nel suo duro cemento.

Dio è incredulo dell’assenza

del cuore, della mente.

Abbraccia le anime pure,

i fiori più belli

profumo della sua Luce

ch’è vera sola gioia di salvezza.

 

Carissimi e gentilissimi amici, l’argomento di oggi mi coinvolge totalmente, perché io, nato e vissuto a Palermo per una quarantina di anni ho vissuto e sentito attorno a me la cultura mafiosa. Poi, con  tanti sacrifici acquistai una casa a Capaci (famoso in tutto il mondo), con  un mutuo che equivaleva a metà dello stipendio di ferroviere . Ero titubante ad intervenire perché so che il mio messaggio è un granellino di sabbia che verrà irrimediabilmente spazzato dal vento. Che ci volete fare? Questa è la rassegnazione di noi siciliani, mentre altri ci sguazzano in questa situazione. Ma l’argomento mi procura tanto commento che non posso che scrivere, anche se solo per sfogare la mia tristezza e rabbia. Ma voglio sintetizzare. Prima premetto che i miei due figli, nipoti e amici, ieri sera hanno partecipato alla sfilata di Terrasini in memoria di Peppino Impastato. Ma ricordo che un mio parente, piccolo imprenditore in odore di mafia, che poi ha ricevuto il “premio “ di dissolversi nel nulla, diceva allora che Peppino era un tossicodipendente che stava facendo un attentato ed io adolescente  gli prestai fede. Io vorrei gridare e so che scrivere in maiuscolo equivale a parlare a squarciagola. Ma io scriverò solo i titoli delle riflessioni, perché non sono aduso ad alzare la voce. Sono argomenti che ho già citato altre volte, ma che regolarmente cadono nel vuoto.

La mafia e le organizzazioni criminali si sarebbero potute sconfiggere già da almeno 50 anni, ma nessuno si è impegnato seriamente. C’era troppo connivenza tra politica, apparati dello stato ed altre istituzioni e tutto “procedeva liscio”. E’ tardi, penso di sì, ma si può fare molto per vincere la guerra e non singole battaglie.

LE MANIFESTAZIONI DI ORGANIZZAZIONI SOCIALI E POLITICHE: devono commemorare gli eroi indicandoli come MARTIRI DELLA MAFIA, sottolineando il loro coraggio e la solitudine e l’abbandono della società che li ha resi facili bersagli;

GLI AGENTI DI CUSTODIA: devono trattare tutti i detenuti con umanità, ma con molta severità gli assassini e i mafiosi, capi e gregari, senza servilismo e forme di rispetto derivanti dalla paura;

LA POLITICA: deve impegnarsi seriamente a combattere la mafia con leggi, ed evitando di candidare persone colluse, di ricevere finanziamenti, fare favori e chiedere consensi elettorali;

I GIORNALI: devono informare tenere alta l’attenzione, segnalare e condannare i comportamenti mafiosi di qualsiasi persona, e formare la coscienza del fenomeno (badate, non le coscienze);

LA MAGISTRATURA : deve combattere la mafia con i suoi mezzi: processi rapidi, condanne, confische ;

LE FORZE DELL’ORDINE (carabinieri, polizia, finanzieri, etc): devono stare in prima linea e combatterla con le stesse armi e con le indagini sui patrimoni, cercando di isolare i colleghi conniventi o tiepidi, o indifferenti o pavidi;

LE ISTITUZIONI PUBBLICHE E PRIVATE: devono impegnarsi con tutte le loro forze a spiegare il fenomeno ai bambini e tutti gli studenti, perché si rendano conto che il fenomeno è nocivo, dannoso, criminale:

LA CHIESA E TUTTE LE ISTITUZIONI RELIGIOSE E CULTURALI: devono impegnarsi con tutte le loro forze, immense a creare le coscienze dei cittadini perché disprezzino il fenomeno considerandolo un cancro da estirpare, una maledizione per tutta la società. Io mi danno e arrovello l’anima perché non vedo un impegno totale e corale di tutta la chiesa, specialmente cattolica. Se in ogni pulpito di ogni chiesa di ogni paese, villaggio, in ogni cattedrale, dalla cattedra di Pietro si levasse alto il grido di dolore e di biasimo e di condanna e di scomunica per i criminali, forse la gente si sveglierebbe dall’apatia e dalla secolare ignavia e rassegnazione. Io rammento che “Le crociate” furono benedette col grido “Dio lo vuole” e i crociati avevano la croce di Cristo sugli scudi. Anche il partito sostenuto dappertutto dalla chiesa quando io ero fanciullo era sostenuto dalla Chiesa (e io ci credevo), pur annoverando fra le sue file molti uomini connessi con la mafia che lo sosteneva. E come i crociati avevano come simbolo lo scudo con la croce di Cristo. Una bestemmia allora ed anche quando era in voga quel partito. Ma molti ci credevamo pur sapendo già allora qualcosa sulle connivenze e adesso molto di più.

Rosario Equizzi

Accademia Navale - Allievo 1° classe Stato Maggiore Giovanni Falcone - Gennaio 1958