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Palermo: La città del Siciliano Illustre!

 
Questa è una pagina dei Palermitani che amano la propria città e vogliono vederla libera dalle ingiustizie e da ogni forma di schiavitù.
 
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Poesie  Siciliane

Li surci  (G. Meli)

Un surciteddu di testa sbintata

avia pigghiatu la via di l`acitu

e facìa `na vita scialacquata

cu l`amiciuna di lu so partitu.

Lu ziu circau tirarlu a bona strata,

ma zappau all`acqua pirchì era attrivítu

e di chiù la saimi avia liccata

di taverni e di zàgati peritu.

Finalmenti Mucidda fici luca,

iddu grida: Ziu!-Ziu! cu dogghia interna;

sò ziu pri lu rammaricu si suca;

poi dici: "Lu to casu mi costerna,

ma ora mi cerchi? chiaccu chi t`affuca!

Scutta pi quannu isti a la taverna!"

 

 

Lu Surci e Lu Rizzu (G. Meli)

Facìa friddu, ed un surci  ‘ngriddutizzu

mentri sta tra la tana  ‘ncrafucchiatu,

senti a la porta lamintari un rizzu

chi ci dumanna alloggiu, umiliatu:

 

            “Jeu, dici,  ‘un vogghiu lettu, né capizzu;

mi contentu di un angulu, o di un latu.

O mi mettu a li pedi  ’mpizzu  ‘mpizzu,

basta chi sia da l’aria riparatu”.

 

            Lu surci era bon cori, e spissu tocca

A li bon cori agghiùttiri cutugna;

su’  assai l’ingrati, chi scuva la ciocca!

 

            Trasi lu rizzu, e tantu si cc’incugna

Chi pri li spini lu surci tarocca,

e dispiratu da la tana scugna:

 

            e di cchiù lu rampugna

l’usurpaturi, e jia gridannu ancora:

“Cui punciri si senti nèscia fora”.

 

Il Sorcio e il Riccio.

Faceva freddo, ed un sorcio intirizzito, mentre sta rannicchiato nella sua tana, sente alla porta lamentarsi un riccio che gli domanda alloggio, umiliato: “ Io, dice, non voglio letto, né capezzale; mi accontento di un angolo, o di una sponda, o mi metto dalla parte dei piedi in punta in punta, basta che sia riparato dall’aria”. Il sorcio aveva buon cuore, e spesso tocca a chi ha buon cuore inghiottire cotogne (bocconi amari); molti sono gli ingrati che la chioccia cova! Entra il riccio, e gli si accosta tanto che a causa delle spine il sorcio scoppia a piangere e disperato è scacciato dalla tana: e per di più l’usurpatore lo rampogna, e andava anche gridando: “ Chi si sente pungere, esca fuori”. 

 

 

Seguita lu stissu suggettu

 

            Ma lu rizzu pagau la penitenza,

pirchì lu Celu teni la valanza,

e boni e mali azioni cumpenza

cu l’estrema esattizza e vigilanza.

 

            ‘N omu, ch’avìa ddà  ‘ncostu la dispenza,

s’era addunatu di qualchi mancanza

di lardu e caciu, e misu in avirtenza

vitti lu surci fùiri in distanza.

 

            L’aveva assicutatu, ma nun potti

jùncirlu, chi pigghiatu avìa la tana,

d’unni lu rizzu lu spustau la notti;

 

            m’appena l’alba in orienti acchiana,

va cu petri e quacina, e a quattru botti

(cridennu dari a lu surci  ‘mmattana)

 

attuppa, mura e  ‘nchiana

lu pirtusu chi ad iddu era nocivu,

e fu lu rizzu sippillutu vivu.

           

            Cirnennu ora lu crivu:

paga d’ingratitudini la detta

l’ingratu, e cui fa beni, beni aspetta.

 

Seguita lo stesso soggetto.

 

Ma il riccio pagò la penitenza, perché il Cielo tiene la bilancia, e compensa le azioni buone e cattive con estrema esattezza e vigilanza. Un uomo, che aveva là accanto una dispensa, si era accorto di qualche mancanza di lardo e cacio, e messosi in osservazione vide fuggire il sorcio in distanza. L’aveva inseguito ma non poté raggiungerlo, poiché aveva pigliato la tana dalla quale il riccio lo aveva cacciato durante la notte; ma appena l’alba sale in oriente, va con pietre e calcina, e con quattro colpi (credendo di dare la morte al sorcio) tappa, mura ed appiana il pertugio che a lui era nocivo, ed il riccio fu sepolto vivo. Ora, vagliando col crivello: paga l’ingrato il debito dell’ingratitudine, e chi fa bene, bene aspetta.

 
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