Una variante di un farmaco attualmente utilizzato nella
terapia delle forme gravi di sepsi potrebbe rivelarsi
utile nel rallentare la progressione della sclerosi
laterale amiotrofica (SLA). La scoperta - frutto della
collaborazione di ricercatori del
University of
Rochester Medical Center, dell'Università
della California a San Diego e del Scripps Research
Institute a La Jolla, diretti da Berislav Zlokovic e
John Griffin - è pubblicata sul "Journal
of Clinical Investigation".
I ricercatori hanno studiato l'impiego di una forma di
un enzima noto come proteina C attivata (APC) - da non
confondersi con la proteina C reattiva - per rallentare
la morte cellulare che si verifica nella SLA, riuscendo
ad allungare di circa il 25 per cento la vita di topi
affetti da una forma aggressiva della malattia, e
aumentando il tempo per il quale essi mantenevano una
buona funzionalità, nonostante la presenza di diversi
sintomi, grazie a una riduzione del ritmo di
indebolimento muscolare che caratterizza la patologia.
I ricercatori sottolineano che prima di poter procedere
a una prima sperimentazione sull'essere umano è
necessaria ancora molta ricerca, ma prevedono di poter
iniziare i primi test entro cinque anni.
La ricerca è stata condotta su topi con una mutazione
nel gene per la superossidodismutasi 1 (SOD1), che
partecipa alla protezione della cellula dai danni da
radicali liberi. Anche se la causa della maggior parte
dei casi di SLA è ignota, si sa che SOD1 ha un ruolo
almeno nel 3-4 per cento dei casi; ciò fornisce quindi
l'opportunità di studiare le fasi iniziali della
malattia, ben prima che le cellule nervose interessate
appaiano malate o che muoiano.
Lo scorso anno Zlokovic, Cleveland e colleghi avevano
scoperto che mutazioni di SOD1 portano a un
indebolimento della barriera emato-liquorale, tanto da
permettere a sostanze tossiche di passare nel fluido
spinale e che l'esposizione diretta dei motoneuroni ai
sottoprodotti metabolici dell'emoglobina, fra cui lo
ione ferro, li danneggia.
Nel nuovo studio i ricercatori hanno mostrato che la APC
riduce drasticamente l'attività della SOD1 mutata,
bloccandone la sintesi sia nei motoneuroni sia nelle
cellule della microglia, che hanno un ruolo chiave nella
risposta infiammatoria e nella progressione della SLA.
Inoltre, la APC ha mostrato di ridurre il flusso di
sottoprodotti dell'emoglobina verso il fluido spinale.
Ora i ricercatori stanno cercando di mettere a punto
forme alternative della APC che permettano un miglior
controllo dei sintomi e non presentino alcuni effetti
collaterali indesiderati, come il sanguinamento,
mostrati dalla attuale forma. (gg)

