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“Il mercato Cinese:
un pericolo o una opportunità ? ”
di Rosanna Gattuso

 

         Deficit pubblico, indebitamento, inflazione, stagnazione, occupazione sono i grandi problemi economici che affliggono l’Italia in questo momento.
Come uscire da questa spirale dissoluta per entrare in una spirale virtuosa?
Dobbiamo difendere il prodotto italiano dall’invasione straniera o dobbiamo chiedere alle nostre aziende elasticità e indirizzarle verso prodotti innovativi con attività di ricerca?
Rispondere a questa domanda risolve un enigma di grande attualità: cosa fare dei nostri rapporti con il colosso Cinese?
E’ fondamentale valutare i pro ed i contro in una azione di chiusura a questo mercato. I bassi costi della manodopera Cinese hanno reso facile l’ingresso nei mercati internazionali dei loro prodotti, ma fino a quando la repubblica popolare cinese potrà continuare a produrre senza il rispetto dei diritti fondamentali dei lavoratori? Fino a quando potrà continuare a copiare impunemente i marchi stranieri senza alcun rispetto delle regole? Nel frattempo quali sono le azioni che si possono intraprendere per difendere le economie occidentali?
Bossi propone di aumentare i dazi dei prodotti cinesi, ma quale sarebbe la conseguenza a questa politica? Essa causerebbe una ritorsione immediata da parte della Cina con la conseguente chiusura del loro mercato ai nostri prodotti, sarebbe utile un’ azione di questo tipo? è proficuo difendere un mercato con circa 57 milioni di abitanti per vedersi chiudere immediatamente un mercato con circa un miliardo e trecento milioni di abitanti?
Quali azioni si possono quindi intraprendere? Una possibilità è quella di spostare il processo produttivo all’estero pur sapendo che ciò determina un costo sociale altissimo in termini di occupazione, sfruttando la manodopera a basso costo e ricavandone il Plus Valore, mantenendo in mani italiane la commercializzazione dei prodotti ed evitando di perdere il controllo del mercato.
Nel frattempo le industrie italiane possono investire tutte le risorse possibili in ricerca, in modo da sostituire la produzione tradizionale con una produzione innovativa e creando così occupazione in settori ad alta specializzazione.
Che la Cina non sia solo una minaccia per l’Italia, lo ha sottolineato alla delegazione italiana la professoressa Luo Hongbo della Accademia cinese delle Scienze Sociali. Luo, specializzata in studi europei, ha spiegato in perfetto italiano ai giovani imprenditori che le piccole e medie imprese cinesi producono oggi circa il 55% del prodotto interno lordo: una situazione non dissimile da quella italiana. “Perché..” dice “…non unire le forze e lavorare insieme?”. C’è chi ci sta già pensando: Letizia Magaldi, figlia di Mario Magaldi, fondatore di una società italiana specializzata in impianti per lo smaltimento di ceneri di carbone, dice: “Noi abbiamo intenzione di aprire un impianto produttivo in Cina nei prossimi due mesi. La Cina offre molte agevolazioni fiscali: zero tasse per i primi 5 anni e poi tasse al 50%” Ma anche il presidente di confindustria Montezemolo con il presidente della repubblica Ciampi hanno iniziato un percorso di dialogo con le istituzioni cinesi sostituendosi al presidente del consiglio che ha brillato per la sua assenza.
Le politiche difensive e protezioniste non servono ad una nazione come l’Italia la cui economia è basata principalmente sulle esportazioni. Siamo noi ad aver bisogno di entrare in nuovi mercati, portare lavoro, benessere e mantenere contemporaneamente qualità e occupazione nel nostro paese. Non bisogna ignorare il fenomeno cinese, Indiano e di qualunque altro paese che inizia un percorso di espansione economica, ma gestirlo in modo che prevalgano le opportunità e non i rischi, intervenendo tempestivamente su differenziali e dumping inaccettabili.

(Aprile 2005)
Pubblicato sul giornale on line "www.iniziativa.info"