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Deficit
pubblico, indebitamento, inflazione, stagnazione, occupazione sono i grandi
problemi economici che affliggono l’Italia in questo momento.
Come uscire da questa spirale dissoluta per entrare in una spirale virtuosa?
Dobbiamo difendere il prodotto italiano dall’invasione straniera o dobbiamo
chiedere alle nostre aziende elasticità e indirizzarle verso prodotti innovativi
con attività di ricerca?
Rispondere a questa domanda risolve un enigma di grande attualità: cosa fare dei
nostri rapporti con il colosso Cinese?
E’ fondamentale valutare i pro ed i contro in una azione di chiusura a questo
mercato. I bassi costi della manodopera Cinese hanno reso facile l’ingresso nei
mercati internazionali dei loro prodotti, ma fino a quando la repubblica
popolare cinese potrà continuare a produrre senza il rispetto dei diritti
fondamentali dei lavoratori? Fino a quando potrà continuare a copiare
impunemente i marchi stranieri senza alcun rispetto delle regole? Nel frattempo
quali sono le azioni che si possono intraprendere per difendere le economie
occidentali?
Bossi propone di aumentare i dazi dei prodotti cinesi, ma quale sarebbe la
conseguenza a questa politica? Essa causerebbe una ritorsione immediata da parte
della Cina con la conseguente chiusura del loro mercato ai nostri prodotti,
sarebbe utile un’ azione di questo tipo? è proficuo difendere un mercato con
circa 57 milioni di abitanti per vedersi chiudere immediatamente un mercato con
circa un miliardo e trecento milioni di abitanti?
Quali azioni si possono quindi intraprendere? Una possibilità è quella di
spostare il processo produttivo all’estero pur sapendo che ciò determina un
costo sociale altissimo in termini di occupazione, sfruttando la manodopera a
basso costo e ricavandone il Plus Valore, mantenendo in mani italiane la
commercializzazione dei prodotti ed evitando di perdere il controllo del
mercato.
Nel frattempo le industrie italiane possono investire tutte le risorse possibili
in ricerca, in modo da sostituire la produzione tradizionale con una produzione
innovativa e creando così occupazione in settori ad alta specializzazione.
Che la Cina non sia solo una minaccia per l’Italia, lo ha sottolineato alla
delegazione italiana la professoressa Luo Hongbo della Accademia cinese delle
Scienze Sociali. Luo, specializzata in studi europei, ha spiegato in perfetto
italiano ai giovani imprenditori che le piccole e medie imprese cinesi producono
oggi circa il 55% del prodotto interno lordo: una situazione non dissimile da
quella italiana. “Perché..” dice “…non unire le forze e lavorare insieme?”. C’è
chi ci sta già pensando: Letizia Magaldi, figlia di Mario Magaldi, fondatore di
una società italiana specializzata in impianti per lo smaltimento di ceneri di
carbone, dice: “Noi abbiamo intenzione di aprire un impianto produttivo in Cina
nei prossimi due mesi. La Cina offre molte agevolazioni fiscali: zero tasse per
i primi 5 anni e poi tasse al 50%” Ma anche il presidente di confindustria
Montezemolo con il presidente della repubblica Ciampi hanno iniziato un percorso
di dialogo con le istituzioni cinesi sostituendosi al presidente del consiglio
che ha brillato per la sua assenza.
Le politiche difensive e protezioniste non servono ad una nazione come l’Italia
la cui economia è basata principalmente sulle esportazioni. Siamo noi ad aver
bisogno di entrare in nuovi mercati, portare lavoro, benessere e mantenere
contemporaneamente qualità e occupazione nel nostro paese. Non bisogna ignorare
il fenomeno cinese, Indiano e di qualunque altro paese che inizia un percorso di
espansione economica, ma gestirlo in modo che prevalgano le opportunità e non i
rischi, intervenendo tempestivamente su differenziali e dumping inaccettabili.
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