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Prende nome dal troncone dell'antico ponte che
fiancheggia il nuovo ponte Palatino indicato nei secoli con nomi
diversi e anticamente detto Emilio. Secondo la tradizione il più
antico nome di questo ponte, quanto di esso rimane, fu Ponte
Emilio Lepido, da Mannio Emilio Lepido che lo costruì nel 179
a.C. insieme a Fulvio Nobiliore con piloni di pietra e
carreggiata in legno; nel 142 a. C. fu completato in pietra da
Pubblio Scipione Emiliano e Lucio Mummio. Il primo restauro lo
ebbe sotto Augusto e fu soprannominato Ponte Massimo in omaggio
all'imperatore e perchè era il più grande dei ponti in Roma.
Questo nome gli restò fino all'872, Quando Giovanni VIII
trasformò il tempio romano della vicina zona di campo Boario in
chiesa cristiana di Santa Maria Egiziaca e si chiamò Ponte Santa
Maria, con il contorno di una leggenda.Una statua della Madonna
rubata e gettata nel Tevere sarebbe riapparsa miracolosamente,
galleggiando, sulla sponda del fiume sotto il ponte, che lo
sarebbe stato, in memoria del fatto, dedicato.Il ponte si
componeva di 5 pile nel fiume e una sesta, più piccola, sulla
riva destra; sottoposto a continue usure sotto l'impero finì per
crollare, ma quando questo accadde non si sa. Papa Onorio III
dovette comunque farlo ricostruire verso il 1220, Gregorio IX lo
restaurò nel 1231 e così feceronel XVI secolo Paolo III e Giulio
III, finchè nel 1557 il Tevere ebbe una tale piena da portarsi
via il ponte. Così Roma restò con un ponte in meno fino al 1573,
quando Gregorio XIII ne ordinò la ricostruzione: Matteo
Bartolani da Città di Castello provvide al rifacimento. Ma
intanto il ponteha cmbiato nuovamente denominazione e ora è
detto Senatorio; così lo rammenta l'iscrizione relativa alla
ricostruzione che ancora oggi regge su ciò che resta del ponte:
"Ex auc toritate Gregori XIII pont. Maximi - S.P.Q.R.- Pontem
senatorium quius fornices - Vetustate - Collapsos et jam pridem
refectos - Flumins - Impetus denuo deiecerat in pristinam -
Firmitatem ac pulchritudinem restituit - Anno jubilei MDLXXV".
Il 24 dicembre 1598 segna la fine definitiva di questo bel
ponte: la più rovinosa piena che Roma ricordi prima del 1870 se
ne portò via addirittura metà, che non sarà più ricostruita. Non
ebbe seguito un progetto di Carlo Fontana che prevedeva una
larga arcata centrale per il rapido deflusso delle acque. Si
diceva anche, secondo una voce popolare, che Beatrice Cenci si
sarebbe offerta di risarcire il ponte in cambio della vita e
l'avrebbe restaurato con calci di guscio d'uovo, la più pregiata
e resistente. Clemente VIII rifiutò. La metà del ponte rimasta
in piedi, ancorata alla riva sinistra, fu trasformata in
giardino pensile; una specie di balcone sul fiume dove i romani
potessero andare a passeggiare o a bere una birra. Il giardino -
dato in affitto ogni tre anni dai conservatori di Campidoglio -
rerstò in funzione fino alla fine del Settecento, quando il
relitto apparve sempre più pericolante; già da allora l'unica
arcata supersiste fu detta Ponte Rotto. Nel 1853, il troncone
che era unito all'altra sponda da una passerella di ferro,
mentre si comincia la costruzione del Ponte Palatino, tanto
vicino al rudere che per agganciarlo alla sponda sinistra del
fiume si demoliranno due delle tre arcate rimaste di Ponte
Emilio. E' così che anche oggi si vedono solitarie in mezzo al
fiume. |
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Questo ponte collega piazza trilussa, in trastevere, a piazza
San Giovanni della Malva. L'attuale nome questo ponte lo ebbe nel 1475, quando
il papa Sisto iV lo restaurò. Prima si chiamava Pons Antoninus e probabilmente
risaliva ad Antonino Caracalla; poi divenne Valentiniano, dall'imperatore
Valentiniano che nel 327 lo ricostruì. Nel medioevo su chiamato in onda dalla
chiesa di San Salvatore in Onda, ma anche ponte rotto, perchè un'inondazione lo
aveva travolto e distrutto nel 792. La vera storia di questo ponte incomincia
pertanto con la ricostruzione ad opera di Sisto IV; architetto dell'opera fu
Baccio Pontelli, che incorporò nella prima arcata, quella verso Trastevere, gli
avanzi romani del ponte aurelio. Consta di quattro archi e al centro ha un
grosso foro rotondo che i romani chiamano "occhialone"; funzionava, al tempo
delle piene, da idrometro e quando l'acqua lo superava c'era di che preoccuparsi
per le conseguenti inondazioni. Una lapide, posta sulla riva sinistra, oggi
incompleta, parla della costruzione del ponte "ad utilitatem populi romani".
Un'altra, di fronte, è quanto mai originale: "MCCCCLXXV - Qui transis
Xisti quarti beneficio - Deorum rogavit pontificem optimum - Maximum diu nobis
salvet ac sospitet bene - Vale quisquis es ubi haec precatus - Fueris". Che
significa:"Tu che passi per bontà di Sisto quarto, chiedi alla provvidenza
divina che ci conservi a lungo e in buona salute questo pontefice ottimo massimo
e tu pure che rivolgiquesta preghiera, statti bene, chiunque tu sia". Nel 1877
fù allargato mediante un'ingegnosa opera, novità assoluta per quei tempi: una
sovrastruttura metallica sorretta da mensoloni, corredata da spallette in ghisa.
I mensoloni, le spallette in ghisa e i lampioni ancor oggi è possibile vederli.
Lo ha ristrutturato un lungo restauro, su progetto di Gaetano Miarelli Mariani,
ultimato nel 1999. |