|
|
| Reno Bromuro |
| Vittorio Rombolà |
![]() |
|
Un personaggio che ha ricevuto un'attenzione assidua come attore-scrittore, da parte del mondo teatrale qualificato, mentre io mi sono investito di parlarvi della sua poesia che giustamente ha determinato un’estrema prudenza della critica. Il romano Vittorio Rombolà assume l’atteggiamento del “gitano” cui forse assomiglia per carattere di diversità e nomadismo che porta, non solo dentro di sé. E’ facile capire come la coscienza tra il nomade e l’apolide è rappresentata in forma di poesia di rottura, sia nel modo di affrontare l’esistenza, sia in quella d’essere artista, tra teatro e poesia. La poesia, essendo di rottura non si lascia amare facilmente, per il suo variare tra il superficiale e il pensato. In ogni lirica mette in risalto la sua indipendenza dalla realtà. Nel momento in cui affronta e spiega la poesia ingarbugliando il concetto per portare a galla una comicità inattesa, ma col linguaggio, in quanto parola diffusa, fa sì che divenga oggetto di conoscenza, improvvisamente cambia tutto ed ecco che la poesia riappare sotto una modalità opposta: silenziosa, vestale della parola sul candore della pagina, dove la parola stessa non può avere né sonorità né interlocutore, perché non ha più niente da dire neanche a se stessa. «Se i miei pensieri fossero zucchero filato, i miei “Ti Amo” gocce di cioccolato, la mia passione tranci di marzapane, i miei gesti olezzi di burro cotto…
… se i miei baci fossero chicchi di caffè, le mie carezze panna montata, i miei abbracci dorato caramello e le mie attenzioni denso miele
ancor per te non sarei degno, ed umile, da te lontan io vivrei.
Da te, beata, perché… se io vicino ti stessi, se io tanto ti amassi, tu, amor mio … moriresti diabetica». Per usare una nota formula di Jakobson (Saggi di linguistica generale), direi che il Rombolà vuole affermare il primato del procedimento realistico, aggirando il neorealismo fondato da Cesare Pavese nel 1936, per non sentirsi dire che la sua poesia ha un rapporto di similarità e di contiguità linguistica. Il «realismo», infatti, occultando il soggetto e promuovendo l'oggetto, ha fatto della metonimia la sua figura essenziale. La metafora non permette al soggetto di svolgersi nel linguaggio e attraverso il linguaggio, ma di manifestarsi nelle relazioni che stabilisce con l’oggetto. Il rapporto che il soggetto stabilisce con il suo oggetto romanticizza la forma metaforica del linguaggio fino a degenerare nel narcisismo, che è non solo separazione, ma la supervalutazione del soggetto come funzione di un capovolgimento dell'oggetto che,non accettato dalla coscienza, si pone di fronte al soggetto in una fredda neutralità della sua visione empirica. La poesia, in questa caso, compromessa la relazione significato-significante, sul piano ontologico, si riduce e annulla sul piano sintattico grammaticale l'organismo che avrebbe potuto riprodurre. La parola si svuota dei propri segni connotativi, il verbo perde la sua flessione modale per acquistare l’impersonale funzione della parola-oggetto, separata dal soggetto, che manifesta la semplice materialità del suo essere acustico. «Stringerti vorrei mentre fuori il diluvio imperversa,
abbracciarti, ci impediscono invero di ascoltar quel che ci sussurriamo.
mentre il freddo appanna i vetri,
lampeggia crepitando i nostri uniti corpi». Se la metafora realistica si affaccia per essere veicolo naturale della comunicazione il luogo che il poeta misura gli spazi aperti dall’Io creativo e la lirica è canto, le cose si allontanano tra loro e lo spazio che le separa è l’immenso vuoto siderale. Per essere singolare, la smania di voler essere lui e soltanto lui non gli permette di cantare come dovrebbe fino a sacrificare la poesia che il poeta non canta, per dissacrare il sacro canto poetico perché diventa possessore di parole frustrate, di sillabe sciupate,mattatore non più dell'essere, ma del non essere, profeta del nulla. «Eccomi dinanzi a questo specchio, dinanzi a quel che io sono, quel che sono stato e quel che volevo essere.
Eccomi dunque, lo sguardo intenso e segnato, le gote solcate da una smorfia inespressiva, pensieri, luci, colori ed ombre.
Eccomi assorto, a mettere a fuoco i miei tratti, le mie labbra, i miei pensieri.
Cosa c’è al di là di una barba incolta, di una fronte corrugata, di uno sguardo severo e di un sorriso amaro?
Tutto quel che io sono, quel che sono stato e quel che volevo essere».
L'immagine che mostra la diversità e la separazione tra i due momenti è quella del: «Tutto quel che io sono, quel che sono stato e quel che volevo essere», un ostacolo, che definisce un confine, ma il movimento del pensiero al di là dello specchio è la coscienza del super ego, che cerca di ottenere un processo dialettico. Eppure prendendo per saggio quanto affermato da Foucault (Le parole e le cose): «il soggetto di un linguaggio che da millenni si è formato senza di lui, (l’Uomo) il cui sistema gli sfugge, il cui senso dorme di un sonno quasi invincibile entro le parole che, per un istante, egli stesso fa scintillare con il suo discorso, e all'interno del quale è costretto a porre, sin dall'inizio, la propria parola e il proprio pensiero?». Si deve ritenere che si abbia l’operazione poetica, dopo che è avvenuto il connubio tra l’Io creativo e il Sé razionale, il quale consiste nell’essenzializzare il linguaggio di tutto il contenuto soggettivo, spazzare via i sedimenti che deturpano e mascherano la lirica fino a portare alla luce l’essenza nuda e pulita. Il poeta, una volta accettata la volontà dell’Io creativo, non è più il creativo ma il servo delle parole, prigioniero che cerca l'alfabeto essenziale, attraverso il connubio con il Sé razionale; la coscienza non da luogo alla duplicazione sensibile, l'unità metaforica realistica non è ricostruibile in un: «di una fronte corrugata, di uno sguardo severo e di un sorriso amaro? in cui l'unica dialettica è la generazione di un termine dal suo contrario. II senso equivale al non-senso e il mondo della luce a quello dell’insignificanza. Se si priva il soggetto della sua costituzione, le cose scivolano e si dispongono nell’impersonalità infinitiva: «corrugata, severo, amaro»; diventano riproduzione fonetica di suoni: bagliore meridiano che non illumina, non svela: è luce che genera la notte della indifferenza. In tale ontologia della coscienza, quello che tradisce è il linguaggio come sistema di significati differenti. La poesia è una continua rinuncia e confessione di afasia, la voce dell’amore che giunge attraverso le parole, che, dall’incom-prensione comunica per negazione; l'importanza di questa raccolta consiste nel fatto che fa discutere intorno alla funzione del linguaggio come possibilità di unione tra soggetto pensante e oggetto mancante estraneo alla coscienza, pur avendo la stessa forma della coscienza, incapace di svelare l'Essere.
Roma 6 agosto 2006 |
|
|