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Profilo di Poeta e le sue origini

 
 

Reno Bromuro

 
 
 
 
 
 
 “ Gesualdo Buffone Poeta delle Zagare”
 
 
 
 
 

“Volerò da Dio

 

E la mia anima sarà il mio olocausto”.

 

Su questa visione filosofica dell’esistenza non sono tutti d’accordo, perché è più facile e più comodo sperare nell’aldilà cristiano che dà conforto. Invece il sentirsi solo ed affrontare crudamente la realtà di un destino metafisico è ben diverso e solo pochi lo sanno affrontare, con coraggio.

 

“Ogni voce è ricordo

di terra lontana”.

“Nel tuo passato

la vita,

ogni giorno inventata”.

“Come il copione di un dramma

recitato una sola volta”.

“La memoria di noi che fummo

sacerdoti della finzione”.

“Come un’offerta

alle più forti tenebre”.

“Se lentamente sciogli il tuo pensiero

nel nulla delle cose”.

 

Sono versi di Gesualdo Buffone, presi spulciando qua e là fra le sue poesie perché commemorare una persona non è mai facile. Bisognerebbe sapere tutto di lei, e, di una persona non si riuscirà mai a sapere tutto. Se poi è una persona pubblica, com’è appunto un poeta, non si può tralasciare nulla se si vuole essere giusti nei suoi confronti. Dunque, questa persona che è stato marito, padre, pedagogo ha un curriculum che non si può narrare in poche righe.

Gesualdo Buffone era nato a Catania il 18 gennaio 1924. La Sicilia, lo sappiamo, è l’isola molto spesso nominata con apprensione per i delitti che avvengono in nome di qualcosa che noi, persone ingenue non riusciamo a capire. Quando la sentiamo nominare è sempre per qualche cosa d’illegale o per la sua fame atavica. Dicevo che la Sicilia, abitata da Elimi, Sicàni e Siculi (si dice fossero d’origine Ligure) è la terra  che Gesualdo Buffone aveva in sé, con tutte le ricchezze, le titubanze, le ansie, i dolori, le aspirazioni del suo popolo.

Molto presto, giovanissimo entrava come impiegato di banca, molto ben remunerato, ma lascia il posto per l’insegnamento, spinto dall’amore sviscerato per i bambini, convintissimo di forgiare gli uomini di domani per un mondo migliore fatto di bene, di amore, di onestà.

E’ stato maestro esemplare e retto, caramente ricordato dagli alunni, i quali, dopo essere stati forgiati per un mondo in cui la violenza non deve porre radici, gli hanno affidato anche i loro figli e, qualcuno, anche i nipotini nei suoi quarantacinque anni d’insegnamento.

Se n’è andato una tenera mattina di novembre lasciandoci un ricco patrimonio di moralità integra fondata, appunto, sulla comunione fra gli uomini.

Mi piace ricordarlo nell’arco del vano della porta, come faceva spesso. Metteva la testa dentro dicendo sommessamente: “E’ permesso?” e poi rimaneva a parlare per ore della sua poesia e delle brutture del campo letterario – artistico del nostro periodo. Io con veemenza, lui con amore comprensivo, ma amaro. Molto spesso vedevo di lui solo gli occhi: grandi, smisuratamente grandi, e neri: profondi come la notte e neri come il periodo che stiamo vivendo. Com’erano espressivi, i suoi occhi! Racchiudevano tutto il mondo con le sue gioie, i suoi dolori, le sue amarezze, le sue aspirazioni. Occhi parlanti li chiamavo. Dicevano tutto quello che la bocca taceva: muta nel suo sospiro d’eterno della sua infanzia, anch’essa piena di dolore e di aspettative; di sogni frantumati ancora prima di nascere e di sogni realizzati con la testardaggine del meridionale ferreo e intelligente.

Possedeva ormai quel “sogno” eppure non era mai altero. Sapeva di  aver raggiunto quello che aveva desiderato tutta la vita, eppure non si pavoneggiava. Non l’ho sentito mai alzare il tono della voce. Quella sua voce un po’ cantilenante: tipica della gente del Sud, ma dolce, persuasiva, maschia.

Mi piaceva ascoltarlo quando mi leggeva le sue poesie, sia per telefono sia di persona (l’ho avuto molte volte ospite nei miei programmi radiofonici), inorgoglito della sua stima e della sua presenza. Quanto mi piacevano quegli occhi! Mentre leggeva una sua poesia si riempivano di mille pagliuzze dorate che contrastavano con l’atavica malinconia del volto. Occhi di bambino aperti sulla finestra del mondo, spalancati per bervi tutto il sole che la fanciullezza gli aveva negato.

Tutte le sue poesie cantano la “sua” Sicilia, come un paladino spaurito in questo mondo fatto di iene, di avvoltoi, di farabutti che passano la loro esistenza fregando o tentando di fregare i poeti puri, che chiedono solo che il loro canto si libri nell’aria come l’uccello in volo.  Soffriva per questo. Ed io che pur ne soffro tentavo di consolarlo, ma, purtroppo senza convinzione. Così eravamo in due a piangere sulle sventure dei poeti: bistrattati, non solo dalla massa che, poveretta, non ci capiva; ma da coloro che si autodefiniscono operatori letterari ed  editori, non lo accettavamo. Però avevamo la nostra poesia, che in qualche modo fungeva da valvola di scarico, per sopravvivere.

Lui non è sopravvissuto se non nella sua arte, in quella poesia che è un “gerbido” e nello stesso tempo pacata rassegnazione al volere Divino. Lui che del Divino non preferiva parlarne apertamente.

 
 
CHI SIAMO ?
 
 
 

Ricchi di possibile noi fummo

come un incontro mancato.

Chi siamo

ed ora dove andiamo?

 

O superbo che volgi al sole

ragione di tua ventura sulla terra

il tempo non esiste

e niente è l’ora

se nulla mai le cose

ci dissero di noi

se il passato torna solo

nel tempo fermo della memoria

come il copione di un dramma

recitato una sola volta.

 

Non era esibizionista. Non amava essere protagonista ad ogni costo, anzi, era il contrario, al punto che ora ho quasi paura di fargli torto perché il mio amore nei suoi confronti mi spinge a farlo essere protagonista, perché è giusto che lo sia. Ciò che accadeva nel mondo e quello che si proiettava fuori si specchia nelle sue poesie, come vive il passare e il battito dell’ala potente dell’Essere, del Vero. Noi non sappiamo se questa induca liberazione o minaccia, salvezza o dannazione. Al di là del loro imperioso presagio di assoluto, i lampi luminosi del genio ci rivelano il misterioso paesaggio dell’intuizione.