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Reno Bromuro

 
 
 
POESIE DELLA VITA
 
PREFAZIONE
 

di Mario Dibitonto

Vi è sempre, in ogni poeta, in modo più o meno latente un intento ideologico - didascalico o idealistico - liberatorio: si tratta - a ben vedere - di una eredità inconscia o talora consapevole che assorbe le origini della nostra poesia, sintesi certa del mondo greco e della latinità. Reno Bromuro non fa certo eccezione e in tutta la sua produzione poetica si è manifestata sempre l'affermazione dello ethos e della gnome non arte moralisticamente ma sicuramente come esperienza umana al servizio degli altri; da uomo a uomo vivo tra gli uomini, cittadino del mondo, figlio dell'Amore, Reno ha saputo destare nel lettore valori solitamente oggi sopiti ed obsoleti. Per altro il Nostro, nella realtà in cui si è sempre mosso, ha saputo . travalicare i chiusi limiti dell'esperienza individuale e quotidiana per indagare ben oltre, in un viaggio fantastico attraverso gli immensi silenzi del cosmo per avvicinarsi alla divina luce del tutto di cui egli, Bromuro, ha saputo cogliere il senso dell'Eterno, della Fratellanza, della Pace, dell'Amore. Reale ed ideale si fondono cosi in questa poesia che, pur nutrendosi del contesto storico del presente, può dirsi acronica, ascrivibile ad ogni età, coglibile sempre da chi non ha dimenticato la lacrima o il sorriso. In questa stupenda raccolta, Bromuro ricupera un passato denso di emozioni, ricco di palpiti, pregno di sensazioni, percorso sovente da brividi oscuri; non è poesia della memoria, non è autobiografismo romantico, tantomeno decadente crepuscolarismo; non è calligrafismo puro tanto meno spontaneismo naïf.

Si tratta, invece, di una indagine psicologica, di uno scandaglio interiore di un viaggio non dal presente nel passato ma dell'attualizzazione di questo in quello. E' l'infanzia del poeta che parla con il poeta e per lui: noi, gli altri, possiamo ascoltare e rivedere, in questo dialogo conoscitivo, la ragione che da spiegazione ai sentimenti ed insieme questi che salvano quella da una fusione di tipo squisitamente psicoanalitico. Ed ecco il primo giorno di scuola, Suor Anna, i balilla, Angela, il primo sguardo, la prima punizione, il regime, la guerra ... la morte. Insomma, storia dell'uomo come storia degli uomini, l'infanzia di tutta una generazione che vive la guerra per amare la pace. E nel crudo realismo di certi passaggi, nell'orrore di alcuni momenti, avverti quasi l'epopea dei poveri, dei miseri, dei diseredati, quasi una nuova folla di evangelici straccioni ai quali un Cristo intravisto nei dolori e negli stenti ancora una volta moltiplica i pani ed i pesci. Verso dopo verso si dipana e cresce questa infanzia di adulto che creerà un adulto bambino: è un epos consacrato da eroi quotidiani, le loro storie sono Miti. Troia è ancora la guerra, ^Omerico cavallo le illusioni tradite. Ma l'uomo cresce, il bimbo non muore, la verità è sofferta, dolorosa fatica. E il poeta alla fine può dire: Guardo a Oriente nel giorno che nasce scruto...

Bramo orme venire all'approdo speranza di vita.

Ma questo scrutare, questa immensa operazione di una ragione che tale vuoi essere e non intelletto puro conduce il Nostro ad una domanda: «DOVE VAI, UOMO?»

Il bimbo di Paduli oggi bimbo più che mai ancora grandi occhi e grande cuore: avverte l'illusoria idea del progresso, avverte la crisi dell'uomo, sa vedere i boschi di ciminiere, i prati di siringhe i mari di petrolio, le nubi di smog, il sole che muore.

Conosce bene, quel bimbo di Paduli la voce del mitra, il rombo del cannone, la devastazione delle bombe. Sa dunque intuire i nuovi tiranni, i nuovi slogans, le nuove assurde profezie ...

L'ansia di pace nutre questo pessimismo di stampo più lucreziano che non leopardiano; l'amore per la natura, per il mondo nutrono la speranza di fronte alla nuova età oscura ...

Reno Bromuro, uomo del sud ha incontrato ad Eboli il suo fratello: spezza con lui il pane dell'Amore e se ne nutre: ritrova dunque la forza per andare, per vivere nonostante tutto, per camminare insieme agli altri lungo i sentieri di sassi e di rovi dove: Non parla l'umana giustizia al povero cuore che sanguina il mio

che è fatto a spicchi per voi.

E la strada del poeta, di ogni poeta è lunga e senza fine, conduce all'Infinito, nutrita sempre di ansia e di dolore, un: Dolore che consuma per vederti sorridere.

Mario Di Bitonto

 
 
 
 
 
 
 

“DOVE VAI, UOMO?”

«Premio Città di Palestrina – 1989»

 
 
 
 

DOVE VAI UOMO?

Dove vai, uomo?
Non vedi che oscuri la luce?
Le tue ricerche!

Gli alberi le braccia penzoloni
il corpo chino la testa reclinata
le vesti corrose: rassegnati
                                  e stanchi.

I pesci rifiutano di vivere
nelle acque che hai sporcato
e cercano la morte volontaria.
Le frutta non hanno più sapore
le carni sono amare e il grano
non matura più a giugno.

Uomo, dove vai?

Il sole si è oscurato
le nubi non si muovono
più: hanno imprigionato
                          l'anima.

Le tue ricerche ti hanno portato
a costruire macchine e macchine.
Hai fatto dell'umanità un enorme
«computer» e non ti sei accorto
di essere tu stesso
una scheda perforata.

19 giugno 1973

 

UOMO, NULLITÀ' DEL CREATO

II vento passa tra i rami spogli
degli alberi uragano diventa.

L'Universo geme!

l'Uomo si credeva un gigante
forte contro ogni temporale
pronto ad arginare ogni diluvio.
Piange, ora, inutile e incapace;
trema come un fuscello al vento
ha paura come un bambino
in una notte di tempesta:
si lamenta come il vento della «steppa».

A nulla vale la sua forza
a nulla le sue lagrime
a nulla il suo dolersi
di fronte all'Apocalisse
che egli ha voluto: Uomo
piccola nullità del Creato!

 

ERI NATO

 

Eri nato per camminare
mano nella mano
per amare.

Rifiutasti la mano
rinnegasti l'amore
e costruisti «computers»
per... sezionarti.

Ora sei una scheda
i muscoli
il sangue
l'intelletto:
forellini della scheda.

23 giugno 1973

 

 

MA SE PENSI

Quanta dolcezza ti può dare un fiore!
Quanta tenerezza ti può dare un bimbo!

Ma se pensi al futuro
l'angoscia
t'imprigiona il cuore.

Che sarà di quel fiore?
Che sarà di quel bimbo?

27 giugno 1973

 

UNA MARGHERITA SUL MARCIAPIEDI

Tenera come una margherita
allegra come una mimosa
sorridente come un bocciolo di rosa.
Viva come la primavera
ridente come il sole
dei suoi verdi anni
aveva in progetto un viaggio.

Un barbaro ordigno
recideva la margherita
intristiva la mimosa
disseccava la rosa
ed era inverno in un giorno di primavera!

Dolcemente s'adagiava sull'asfalto
e diventava di carne.
Della gioiosa immagine restava
sul marciapiedi una donna:
lo sguardo rivolto al sole
che non più vedeva,
negli occhi aperti d
olore per l'umane genti,
sulla bocca dischiusa
il sorriso del martire immortale:
piccola cosa a ricordare agli uomini
l'etemo e funesto maggio e il loro
impietoso egoismo.

«A Gabriella prima vittima della violenza estremista»

 

COME ACINI AL GRAPPOLO

Teneramente allacciati intorno al simbolo
come acini al grappolo
e grappolo alla vite;

come uccelli migratori verso nuovi lidi
svolazzano alla voce
musicale incoraggiante
e il sorriso era sulla bocca di tutti.

Negli occhi luce di novella speranza.

Come forbici recide il grappolo
e mano tremante sparpaglia gli acini
come colpo rimbombante di cacciatore
disperde uccelli migratori
l'ordigno è scoppiato
mietendo giovani vite.

Proprio come gli acini nefanda mano!

Come improvviso maroso il giovane sangue
si allargò e in piazza della Loggia
bocciolo di rosa al bacio del sole.

 

UN FASCIO DI LUCE

Un fascio di Luce come raggio di «laser»
dalla finestra senza tendine al letto disfatto.

Due corpi
un'anima sola
in amore.

Non so dove sia il sole!

Ma penso che sia sul letto
su un letto disfatto
che narra ancora...

15 agosto 1973

 

HO STRETTO LA TUA MANO

Ho stretto la tua mano
ho baciato la tua mano
avrei voluto avere
io la tua mano.

Hai pianto e le tue lagrime
sulle mani callose odorose di terra
- miracolo divino - sono diventate perle.

Le hai donate a me
mi sono inginocchiato
ho voluto sul mio viso
quell'odore di terra:
primo giorno di vita.

22 novembre 1973

 

 

 

LE TUE MANI

Le tue mani borbottarono
alle porte del mio cuore
e vi gettarono l'ancora.
Ti accolsi come il porto la nave.
Non sapevo ancora che nella stiva
era incassato solo veleno
quel veleno che lentamente
mi conduce su rive di isole
conosciute e dimenticate.

20 novembre 1973

 

SE LE MANI

Se le mani che ti accarezzano
potessero piangere non soffrirei
più tanto, le lagrime laverebbero
il profumo lasciato dalla tua pelle.

Ma le mani non hanno lagrime
ed io mi porterò
la tua presenza
fino alla tomba.

21 novembre 1973

 

 

 

COME UN CANE

Come un cane ti seguivo
e come il cane
se mi battevi ti leccavo la mano.

Mi hai lanciato un osso
scodinzolando mi sono avvicinato;
era l'esca per potermi calpestare.

Mi hai battuto,
ti ho leccato la mano;
mi hai calpestato,
ho baciato i tuoi piedi;
mi hai ucciso!

Col mio sangue
ho dissetato il tuo cuore!

Ho incoronato questo amore
con le lagrime mie fiorite:
ero vivo allora.

novembre 1973

 

IL SUONO DELLA TUA VOCE

II suono della tua voce per me
è come un suono di campane a festa
un garrire di rondini in volo
un cinguettio di passeri
in un giorno di primavera.

Udire la tua voce
è sentirsi eternamente giovani.

novembre 1973

 

 

SENTO IL TUO DOLORE

Sento il tuo dolore, la tua angoscia
e come un cane bastonato giaccio
ai tuoi piedi aspettando una carezza.

Il tuo pensiero è altrove
mentre col naso schiacciato contro i vetri
tenti di vedere

un volo immaginario di rondini
garrule che vanno verso il sole.
Vorrei dal petto tuo strappare
tutto il dolore e berlo come elisir
nella dorata coppa dell'amore.
Bere a sorsetti il tuo dolore
vorrei come giorno dopo giorno
ho gustato la gioia e poi
accasciarmi, contorcermi per non urlare
per rivedere il tuo caldo sorriso
per risentire del riso la melodia
come acqua sorgiva a torrentello.

Sono qui a struggermi
quando vorrei essere con te
per bere le tue lagrime
accarezzare i tuoi capelli
sentire le tue mani sul mio petto
cercare il cuore, prenderlo
e giocarci come fanno
i bambini con la palla.

Tutto questo per vederti ancora sorridere.
novembre 1973

 

 

MANO GENTILE

Mano gentile

borbottasti al mio cuore
amore non ancora vissuto.

Stai frugando
e ti impossessi di tutto
il suo avere.

 

 

ALBERO

 

Eri stato creato per equilibrare
la salute fìsica dell'uomo,
ma egli ha voluto la ricchezza
l'ha cercata nelle viscere della terra.

Albero, ora sei lasciato a te stesso!

I vestiti corrosi
sono sparsi sulla terra nera.
Le braccia scheletrite
al cielo invocanti prima
ora penzoloni non hanno più
nessuna reazione:
le vene ricolme di nero catrame
non lasciano passare la vita.

Albero, ti lasci andare senza più forze.

L'uomo ha trovato la ricchezza
ma sta pagando con la vita.

20 giugno 1973

 

UDIVO IL TOSSIRE DEI CORVI

Udivo il tossire del corvo
sui rami dell'albero di fronte
casa mia e non volevo uscire.
Ma l'amore per te
quest'amore che brucia
dentro divampa distrugge
mi fece uscire al sole.

Il tossire monocorde
dei corvi non mi faceva più paura.

Sui rami scheletriti dell'albero
di fronte casa mia molti corvi
banchettano con le mie carni.

19 novembre 1973

 

LUNGO IL CUORE

Ero in vetta
la tua mano mi sorreggeva.

Il burrone si apri improvviso!

Corro verso il pendio precipito e tu
mi lasci andare come vascello
sfasciato dai marosi.

E voi? Voi che amo
con tutto l'amore che posso?

Una mano pietosa si tende!

Cento mani pietose e buone colme
d'amore raccattano ciò che rimane
e leniscono il dolore di questo
spacco che lungo il cuore ancora dolora

22 novembre 197 3

 

COME S'AFFACCIA

Come il sole s'affaccia
il girasole si erge
in tutto il suo splendore
per riceverne il bacio.

Il sole lo bacia
e lui lo segue
facendosi sempre più bello.

A sera reclina il capo mesto
ma fiducioso attende l'alba.

Come me il girasole ma
quando lui reclina il capo

io rido
          io canto

e l'ora che tu
a me festante vieni.

30 giungo 1973

 

 

 

PICCOLA FOGLIA

Piccola foglia di vite pampino
gentile che bevi il primo sole
come ti dondoli al canto
della primavera gioconda.
Argentata di dolcezza
saldamente legata al ramo
fieramente ti prepari
a far da ombrello all'acino.
Rossa di fiero passato ingiallisci
contenta di aver adempiuto al tuo mandato.

Mi sento come te
 ma non vogliono capire.

21 giungo 1973

 

COME IL TRALCIO

S'attorciglia il tralcio
per dare forza al grappolo.

Come il tralcio
la mia vita per darti gioia.

23 giugno 1973

 

 

ANSIA

Ansia che annienta
fuoco che brucia dentro
attesa che dilania.

Dolore che consuma
per vederti sorridere.

24 giugno 1973

 

LA CAMPANA DELLA SERA

La campana della sera mi annuncia
il tuo insperato ritorno.
Il canto dell'usignuolo

il tuo desiderio d'amore
il canto dell'allodola

la tua felicità
la stella del mattino

la via per incontrarti
il sole brucia l'ansia dell'attesa.

La campana della sera mi annuncia
il tuo insperato ritorno
ma
l'usignolo piange

l'allodola geme
e la stella del mattino non si vede.

Il pianto dell'usignolo
dice che tu non m'ami più
l'allodola continua a gemere e tu
mattino senza stella la via che non trovo.

Il sole che non ride!
Mi mostra una tomba la luna!

Al suono della campana della sera
cade l'usignuolo sotto un cipresso.

25 giugno 1973

 

HAI MAI VISTO PIANGERE

Hai mai sentito piangere un usignuolo?

Piangeva in una notte chiara
tra l'erba in germoglio
illuminato da un raggio di luna.

Quella sera ho visto piangere l'usignuolo
quando ti ho atteso fino all'alba
ma non sei venuta.

Ogni notte di luna nuova piange
l'usignuolo ma tu non puoi sentirlo
assordata da musica infernale
ma tu non puoi vederlo
abbagliata dalla luce al neon.

Non vuoi sapere perché piange
anche se hai tanto freddo al cuore.

ottobre 1973

 

DOVER NASCONDERE LE LAGRIME

Sentire un groppo di commozione
premerti il petto,
una forte voglia di piangere
di fronte al miracolo di un tramonto,

 o di un'alba radiosa
e dover nascondere le lagrime
                        ti annichilisce
                        ti annienta.

Dover nascondere le lagrime
quando hai voglia di piangere
è avvilente, ti senti morto, dentro,
perché l'uomo non sa capire,
non sa più sentire, la bellezza
non gli dice più niente.

dicembre 1973

 

 

SE PROPRIO DEVO ANDARE

Se proprio devo andare voglio
indossare una camicia pulita.
Non voglio portare

come una bandiera questa camicia
che sa di fango, di sudore e di sangue;
di polvere di pietra macinata
con i denti per aprire nuove vie;
di spine tolte alle rose
strappate dalle mie mani
ma penetrate nel cuore.

Se proprio devo andare voglio
indossare una camicia pulita.

L'uomo non ha capito e ...

Se devo andare datemi
per favore
una camicia pulita.

novembre 1973

 

 

E IL CUORE BATTE ANCORA

Rimane il battito del cuore!
Aveva fabbricato un castello
era di sabbia. Resurrezione!

Un labile soffio di vento
e dolore senza lamento.

Braccia protese
raccolgono vuoto
e il cuore batte ancora.

Piccola barca
nel burrascoso mare
mia vita s'affianca.
Perché non mi schianta
maroso
su scogli, senza pietà?

Pietà non avesti alla mia fame
non ti curasti del pianto eterno.

Corpi spogliati da pioggia
marciapiedi suo letto
e per cuscino un gradino.
Per muovere i denti il pensiero
questo vi ho dato e mi è dato.

Non parla l'umana giustizia
al povero cuore che sanguina
il mio
che è fatto a spicchi per voi.

maggio 1967

 

PERO' VORREI

Io che delirando mai t'ho cercato
ma come un figlio al padre parla
t'ho confidato i miei pensieri.

-Tu

che sempre al mio fianco sento
mi hai dato e continui a darmi
forza nella lotta fiducia coraggio. -
Sai che l'uomo può correre
affannarsi ma quando raggiungerà
il traguardo ti troverà in attesa
e Tu l'accoglierai tra le tue braccia.

Però vorrei

che venisse incontro a Te
già prima del traguardo
per vederti sorridere.

Padre sei sempre stato triste
ed io non so più gioire.

17 novembre 1973

 

PER DIVENTARE UOMO

Vorrei mi chiedi diventare un uomo
lo vorrei tanto ma non so che fare.

Vuoi diventare uomo?

Apriti la Zucca
impossessati della Volontà
capisci l'Umanità
combatti il Tiranno
con convinta Serenità;
ad ogni sopruso Ribellati
tieni dinanzi sempre il Quadro
della vita e ricorda i Poveri;
sii ad ogni costo Onesto
esalta la tua Nobiltà
se necessario Morendo
affinché, te e gli altri, godiate Liberi;
non temere di Iniettarti
Humus
Giovanile
Francamente
Esecrando

con tutto te stesso la Dittatura;
lotta per Costruire
un mondo Buono
in cui rifulga l'Amore:
Universale, Onesto, Maturo, Operoso.

settembre 1973

 

NEL GIARDINO DELL'OSPEDALE

Nel giardino dell'ospedale romano
uomini alla scoperta della vita, vanno.

Mille e più movimenti, altrettanti atteggiamenti
si confondono col pensiero e fanno
quel che il lavoro e «la fatica di vivere»
non gli han permesso durante la primavera:
- poveri, cari compagni di dolore! -
Tentativi di corse con gambe tremolanti
ginnastica con ossa scricchiolanti rivolti al sole
che avidamente bevono - come assetato acqua nel deserto - .

Come finisce il canto delle cicale
è rimpianto per quel che avrebbe potuto essere nostalgia per un amore rinunciato
fa scendere una lacrima polverosa,
         mentre «quel volto» riaffiora.

Ieri sarebbe stato .... e domani avrebbe ...

Ma è oggi e vive la fatica di sapere
se domani... sarà ancora oggi.

Ospedale S. Camillo^ Roma: 16/7/1987-Ore 8

 

MI SOSPIRA, DENTRO, UNA VITA

Mi sospira, dentro, una vita
perché quegli occhi malinconici?
la bocca perché senza sorriso?

Passi e ti vedo,
ogni volta mi chiedo perché?

Mi sospira, dentro, una vita
come impressa su tela
o materia robusta.
Dimmi, tu vivi?

Chi ti stampò quella tristezza in volto
non si cura oggi del tuo pianto eterno?

Oh! Tu che vivi della vita
l’età più bella, sorridi:
già troppe nuvole riempirai
delle tue lacrime.

maggio 1967

 

MI CIBO DI VERSI

Mi cibo di versi

per non sentire l'amaro del falso
l’inganno dell'ipocrisia
della falsa amicizia l'adulazione.

Mi cibo di versi

per non vedere l'uomo che corre
incessantemente verso la china
corre verso il baratro
sognando di volare.

Mi cibo di versi

per dimenticare di aver conosciuto
bestie più irrazionali delle belve
di aver stretto la mano a cadaveri
viventi, per questo mi cibo di versi.

Mi cibo di versi

per non togliere il pane agli affamati
per conservare l'acqua agli assetati
per incitare l'uomo ad essere tale
- ricordagli di essere nato libero -
per questo mi cibo di versi.

Mi cibo di versi
per non vestirmi di rosso
per non vestirmi di bianco
per non vestirmi di nero
e rotolarmi nel verde in un giorno di sole.

agosto 1973

 

PERCORRO LA MIA VIA

Percorro la mia vita
e non mi guardo indietro.

Macino la pietra
districo i rovi
estirpo l’erba dannosa
perché a te questa via
sia lastricata di petali
e illuminata dalle stelle.

Un'eco di passi alle mie spalle
e gli ostacoli divello.


No, non ti soffermare
a guardare
quelle gocce di sangue

E' la tua gioia che trionfa!

L'eco dei tuoi passi
E' musica per me

Le mani non mi dolgono più
e i denti continuano
a macinare la pietra.

 

 

IL GABBIANO

Ti incontrai

e mi fosti madre premurosa
come mi comprendesti.
E passarono

le ore dell'attesa, monotone,
eterne.
E il sole

continuava a tingere il cielo
di rosa
di rosso

e tu, mi fosti sorella
affettuosa.
E continuarono i giorni! ...

Una sera

contavamo le stelle, ricordi?
Ci baciammo.
Tra un bacio e l'altro
fu detta una parola
e tu, mi fosti amante
appassionata.

Il sole a picco si tuffava nel mare
in quella sera triste di autunno;
passò uno stormo di Gabbiani,
vedendoli esclamasti: «sono una di loro!»
No! Gridai.
E tu avevi già preso il volo.

Ora nella mia eterna solitudine
medito

e il pensiero di tè mi da gioia:
so.

Tutte le sere

in riva al mare ti ritrovo
mio Gabbiano.

 

4 aprile 1961

 

 

ECO ETERNA

II dolce mormorio del giallo fiume
mi riporta l'eco degli anni freschi
e di un altro fiume.
Qui son mura, cemento;
lì son pioppi, sassi levigati.

All'ombra del pioppo lancio
e vola sull'acqua un sasso.
Grida gioiose braccia
 che annaspano senza stile.
Tuffi goffi
splascete!

E ancora grida, battimani.
Diritto sulla scoglio il campione:
silenzio. Anche il vento tace.
Respiro mozzo, sguardi incantati:
il tuffo del campione.
Battimani, elogi.

Sui sassi levigati il campione
al sole riposa.

Un grido strozzato, tante grida:
parole che s'intrecciano.
Il campione come di rospo il salto
è nell'acqua.

Parole che si avviluppano
suoni die si confondono.

SILENZIO!

E' nell'aria respiro d'affanno
anche il vento.

Sui sassi rossi al tramonto
un corpo inerte
nelle pupille aperte il fascino

della vita, nello stomaco gonfio
tutta la vita che non ha vissuto.

Mute pecorelle si rincorrono
nell'aria della sera
prima rosso sangue, poi nere.

Un lampo!
Occhi lucidi sui sassi levigati.

Prima lacrime calde
sul corpo inerte
poi anche il ciclo piange.

Il mormorio del fiume mi riporta l'eco:
eco eterna
dei freschi anni e di un altro fiume.

28 giugno 195 8

 

 

CI RACCONTANO DI UOMINI

In un cimitero senza croci
bambini giocano a palla con teschi
di uomini di ieri, non di eroi
che raccontano, e dopo quarant’anni,
di come abbassarono la testa
come muli al tiro
asini alla macina
pecore belanti.

Cemento ricordo, non erba in germoglio
buio e umidità, non sole caldo
lacrime tante per irrorare la terra
ma affiorano i teschi
- i bambini ci giocano a palla -
nella luce proiettata da croci
uncinate come bestie gonfiate.

Le parole come bolle di sapone
sanguinano rotolando

sul fiume di sangue che spaccava il mondo.
Al ricordo dell'olocausto dei forni
Cristo muore ogni giorno
e muore ancora al pensiero di altri
forni che giacciono nel pensiero celato
                                 in bidoni di morte!

I bunker di ieri sono altissimi
oscurano il sole e vendono storie
che non danno più emozioni se non senso
di rabbia dell’ieri: marchio di viltà.

Gli uomini di oggi non buoi al giogo ma veri
attenti a manifestare amore per la vita.
Sono gli stessi che ieri
giocavano a palla con i teschi
in un cimitero senza croci.

Questi uomini non vogliono parole rotolanti
su acque putride dalle quali germogliano
teschi a cui i bambini non possono dare
calci sulle sopraelevate: morte del mondo.

gennaio 1978

 

IL SOGNO E IL PIANTO DELL'USIGNUOLO

Oggi che il canto dell'usignuolo si fa lamentoso
Oggi che l'usignuolo piange, ti dicevo, sento
tutta la pesantezza di un sogno non vissuto
odo ancora, mia cara, il grido della gente impaurita.

S'avvicina il treno e noi l'aspettavamo ansiosi
una bambina veniva risucchiata dall'aria turbinosa
l'afferravo ma ... nelle mani solo il cappuccio.
Grida strazianti sul marciapiede affollato
e tu e io piangenti ci abbracciavamo sconvolti.

L'usignuolo, ogni sera, ritorna a ricordarmi...

Per farmi dimenticare per mano mi portavi
per strade sconosciute, irte salite dove
nuvole rosa, campi sterminati di papaveri ... azzurri
mi davano l'oblio, mentre un usignuolo cantava alla luna.

Oggi che il canto dell'usignuolo si fa lamentoso
sento tutta la pesantezza di quel sogno, mia cara,
che avrei voluto vivere e non ho vissuto.
Oggi che l'usignuolo piange, odo solo il grido
come un'eco interminabile, levato sul marciapiede
«quel giorno» e raccolgo il sangue che scorga
                                                          dal mio cuore!

19 maggio 1976

 

 

AVVOLTOI COME COPERTA

Avvoltoi come coperta sul corpo del morente
pronti a cogliere parole del pensiero
ad ogni lamento di dolore. Il letto
concavo come amaca - dopo mesi - l'uomo
alla vista nascondeva dei degenti.

Nella calura, al tacer delle cicale,
iniziava il viaggio della separazione
e il suo stesso sangue confondeva
i lamenti con parole di lascito, incurante
che la metastasi libero lascia il cervello:
Condor pronti a soffocar l'angoscia del morente
per prendere solo quello che aveva costruito:
niente se i figli ora non una lacrima
avevano sul ciglio.

Inutile esistenza di un uomo che ha pensato
solo ad ammucchiar ricchezze e faticare:
ancora le mani callose a pugno chiuso aspettano.

Se muore un cane il padrone piange
ma per un padre nulla inumidisce gli occhi!

Ospedale S. Camillo 15 luglio 1985

 

UNA VITA FA

Una forte emozione l'anima serra:
voci allegre, volti che nascondono il dolore
con occhi ridenti, bagnati, luccicanti.
Un treno fra poco staccherà ragazzi:
rami alla radice per la terra radiosa.

Uno sguardo e un altro treno appare.

26 settembre del quaranta! Una vita fa!
Ad una stazione nascosta tra colline uomini cantavano
accompagnati da fiumi chiacchieroni: il Tammaro e il Calore.
Solo un bambino popolava il marciapiede del binario
cercando un volto tra i tanti festosi forzati.

Un volto era ritornato per un attimo da un'altra guerra
cantava e tra gli altri la sua voce si perdeva:
«Addio, mia bella, addio!» a squarciagola.

Deliro! Chiusi gli occhi ascoltano, oggi,
«Amico è» di Baldan Bembo. La pelle s'accappona
Grazie a Dio! I rami di oggi son diversi
sanno che il mondo è fatto di uomini
che sanno camminare mano nella mano,
in armonia, cantando a bocca chiusa «Amico è» ...

E il treno va con questa gioventù
che rispecchia negli occhi lucidi
il vero sentimento dell'umanità.

26 settembre 1985

 

«ZOLLE ODOROSE DI VITA»

2° PREMIO PER SILLOGE INEDITA AL
        «CITTA’ DI VENEZIA»  1991

 

SOLO I TUOI OCCHI TROVO

Chissà se incontrandomi sulla via Lattea
il cuore batterà ancora d'amore per te;
se gli occhi nostri avranno ancora
ricordi di bambini da narrare;
se avremo voglia di parlare
dei sogni ad occhi aperti in riva al mare;
della realtà che oggi ci attanaglia
di questa realtà tra cielo e terra
legata ad una nave che senza motore
porta a toccare le stelle;
tirarle per la coda, giocar come bambini:

erano sogni amore!
Ti accarezzavo i seni come dune
e tu ridevi, ridevi, ridevi allora.


Ora solo negli occhi tuoi ritrovo
il mondo bambini sognanti in coro.

4 agosto 1989

 

 

QUANDO LE PISTE SU MARTE...

Quando le piste su Marte si accenderanno
e i viandanti del ciclo guarderanno le autostrade
non vedranno cemento alto fino a dieci metri
per coprire il verde rimasto ai bambini.

I bambini allora vedranno
i tagliaboschi che posano la scure
per riascoltare il canto silenzioso degli alberi
i contadini guidare ancora l'aratro
per sentire il respiro della terra.

Appena si accendono le luci sulla pista di Marte
si ode un coro di bambini che cantano la pace
e il più piccolo esigere la pace e il verde
che sulla Terra il cemento armato gli tolse.

II

Quando fra vent'anni sbarcherò su Marte
sappilo amore, porterò il tuo volto
ed esso farà viola il rosso vivo del pianeta.
I tuoi saluti? Certo! Predicherò - lo sai -
sempre l'amore che unisce gli uomini
attraverso l'infinito spazio del cuore.

7 agosto 1989

 

 

SOPRA SIRIO C'E^ UN REMO ...

Sopra Sirio c'è un remo che il vento
non strapperà e il sole non cancellerà
il bell'arancione che lo circonda.
Quel remo lo piantai il giorno
che m'innamorai la prima volta
a ricordo dell'amore.

Il remo è rimasto su Sirio anche se tu
sei passata ed altri amori cantano in me
e altre barche cercano un remo
per traghettare un solo amore

8 agosto 1989

 

SALIVANO DALL’ANIMA...

Salivano dall'anima lacrime copiose
come ruscello a valle allo sciogliersi della neve:
quel giorno! Stanza squallida come la vita:
allora! E tu piangevi! Ed io piangevo
perché potevo darti solo me stesso: giorni!

Ma mi amavi! Ti amo e più non ti trovo.

Non inseguire sogni. Diventa salmone
e sali la corrente del fiume ch'è l'essere
per ritrovarci ancora. Fa ch'io possa,
mio bene, inondare il tuo ventre
di spruzzi di luna.

7 luglio! 989

 

GLI ASTRI IMPIETRITI

Gli astri impietriti si sciolgono in pulviscolo
perché un granello dica agli uomini che bene gli voglio.
Gli astri cantano «osanna» alla mia poesia
che tu «Sole» hai sparso sulla terra.
Gli astri danzano la gioia, la bontà di vivere:
la varietà della vita per Te, Signora:
pane nel pane, acqua nell'acqua che sfama e disseta.

Gli astri impietriti si sciolgono in pulviscolo
perché ogni granello mondi l'uomo
                    e guardi negli occhi, Signore!

8 luglio 1989

 

INCREDULO SOTTO IL SOLE

 

L'uomo sostava incredulo sotto il sole
mentre tentava di riconoscere le ombre
che strisciavano lungo le mura
screpolate della vecchia casa.
Un cane dormiva nella piazza deserta
in quel meriggio infuocato
solo l'uomo dava segni di vita.
Cosi erano i miei giorni d'agosto
                                     a Paduli!

II

Non seppi mai chi fosse la donna
scannata giù a Valle dell'Asino
come non seppi mai il nome
della donna che m'insegnò il sesso
eppure conoscevo suo marito.
Passava le giornate intorpidito dall'alcool
e le notti a russare lasciandola sola
col suo desiderio inappagato
con la sete di sempre.

IlI

Andai dalia mia donna m un giorno assolato
era settembre e in cuore maggio cantava.
Come sapeva ridere la donna mia!
Ora è tanto che piange e non ha colpa.
Piange sull'amore non vissuto
Piange sui giorni passati
Non capisco. E ci sarebbe tanto da ridere!
E' bella carnosa l'amore mio
braccia di velluto bocca di melagrana
il corpo somiglia ad un'anfora greca pregiata.
E' bella la mia donna
ma perché piange quando
ci sarebbe tento da ridere?

 

IV


II corpo ambrato la bocca vorace
erano la mia estate.

Affondavo la testa nella fonte dell'oblio:
il tuo turgido seno
e bevevo l'acqua del fior di loto.
La mia primavera era nei suoi occhi di noce
come al ciclamino l'ombra della quercia.

L'autunno offuscato da una piramide spezzata
mi attendeva e tu rapita mi rapivi
chi pensava all'inverno?

V


Inferno rapisce la mente
L'interminabile solco spaventa lo sguardo
ferisce gli occhi che vedono solo fiamme
sono quelle che mi bruciavano in petto
ad ogni tuo bacio come Dio l'uomo
lasciando una grave vaghezza nell'anima.
Era sotto l'ombra del mio corpo
stillava gocce di luce luminosa
ma assente inseguitrice del passato
mi lasciò solo in questo Inferno
che rapisce la mente
travolta dalle fiamme.

VI

La sera si accende sempre di luce sanguigna
ai tuoi occhi bramosi ché la bocca sinuosa
chiede baci e baci da come sorsi d'acqua sorgiva
per l'anima che attende una sola parola
ma avidamente bevi dalla mia bocca
mentre l'anima attende sempre «quella parola».

 

VII

Era il ricordo doloroso

di quell'interminabile giorno di settembre
che mi faceva assente ai tuoi baci.
Quell'infinito giorno di fame
che si voleva saziare con un «tozzo» di pane verde. Piangeva non solo il mio stomaco
- io presto padre lacrimavo non per me -

Quel giorno costantemente presente
mi allontana ai tuoi abbandoni
perché la fame di allora si disperde
e voglio ricordarla ai bambini di oggi
che giocano sulle sopraelevate
e non sanno che l'amore albeggia
sulla fronte di tutti basta
cogliere il raggio di sole.

L'interminabile giorno di settembre vive sulla tua bocca
come l'amaro del pane verde nel mio cuore.

14 settembre 1989

 

PRIMO VIAGGIO CON PAPA'

Dissi a mio padre: voglio venire con te
- era appena ritornato dalla guerra
il pomeriggio estivo annunciava una tiepida notte -,
mi prese per le ascelle e mi issò sulla canna
della bicicletta; come pedalava, senza ansare.
Non guardavo la strada. Volevo imprimere
quel volto nella mente - un volto
che avevo solo visto in fotografia -
gli sentivo il cuore cantare contento
di stare con me com'io con lui.

Pedalava e parlava di case bianche,
assolate; di gente che odiava gli spari
e donava sé stesso per un pezzo di pane duro.
Capii che la campagna d'Africa era per lui
un tormentoso ricordo, più che la prigionia.
Parlò per quarantotto chilometri palesando
la sua solitudine e l'amore per una donna
che gli aveva dato una figlia: era il suo dolore.

Non disse altro che nell'ombra lunga
della prima sera le case apparvero
come manieri oscuri e misteriosi.

II

L'arcata della porta affumicata
contrassegno della casa dove giunsi
che il sole se n'era andato da un po’.
Contro gli alberi di fronte la casa
a protezione del burrone strisciavano
ombre stanche, avvinazzate, morte alla vita
che la confusa oscurità ingigantiva,
appiattiva, ingrossava mettendomi dentro
ansia e tremore. Bussai alla porta
una voce robusta ma chiara tuonò.

Risposi ciò che mi veniva suggerito.
La notte la passai sotto un pruno ed ero affamato.
Al chiarore dell'alba mille gocce dorate
pendevano sulla mia testa:
mangiai prugne anche per la sera precedente.
Ritornai alla casa dall'arcata affumicata
sulla porta un cartello annunciava: vendo tutto!

Il nonno materno con una sella in mano
uscendo dalla porta borbottò:
«Si dorme male all'aperto e a stomaco vuoto!?»
Sospirai. E lui... «Cosi impari ad essere te stesso!»

IlI

M'hanno detto che sei morto
ma io ti sento, ti vedo, mio usignuolo,
volare libero, cantando la canzone della vita.
Mio passerotto non più rannicchiato
sotto l'albero a cercare la «mollichella»
ripetendo all'infinito il tuo cip-cip.
T'ho visto Gabbiano difendere il tuo nido
e quel triangolo di terra dove regnavi libero.

Senza involucro t'ho sentito cantare
l'inno dell'amore: l'amore di tutti hai cantato
ed io l'ho visto vivere tra limoneti,
aranceti e terra arida, sassosa.
Cantavi cosi imperioso che la natura tutta s'azzittiva!

M'hanno detto che sei morto
ma io ti sento ancora cantare
libero, senza involucro, l'amore
che ti permette di stringere la mano
senza guardare il colore della pelle
senza domandare i pensieri della mente.


M'hanno detto che sei morto
ma io odo il tuo canto «mio usignuolo»
perché sei vivo in me finché anch'io vivrò.

9 novembre 1989

 

LA PACE

Orrore della caverna platonica mi accappona la pelle
al pensiero dell'autunno che come spenta musica d'organo lascia l'eco imprigionata nelle navate di vuota cattedrale.

Acqua porta parole fiume verso il mare.
Come Narciso mi specchio e tremo pel fratello
che ha ornato gli alberi lungo la via Appia,
per i corpi penzolanti che sfiorano l'erba dei «calanchi»,
per Salvo D'Acquisto che s'immolò nel credo
di un arcobaleno splendido: piango di speranza.

Non voglio pensare che è morta! Lasciatemi entrare
nella grotta sottomarina ché possa vederla
che possa sentirla nel profondo del cuore,
splendere radiosa sul volto dei fratelli, tutti.

Quando invecchierò penserò a questa paura prigione
e alle storie che non scrissi, ai timori e ai sorrisi
delle sorelle morte cent'anni fa, senza sapere,
con una bambola cullante tra le braccia.

Se avessero saputo forse avrebbero anch'esse lottato con me.

 

CI DICEVAMO TUTTO

Ci dicevamo tutto senza paura
e giocavamo a calcio col mappamondo
affinché gli uomini vomitassero il male
e con le parole formare un nuovo alfabeto
per scrivere solo vocaboli d'amore.

Ho la sensazione che abbia messo da parte
il mappamondo e ripeta come una cantilena
demenziale le lettere lasciate in fondo al mare
quando il nostro amore fioriva come un giglio
quando profumava come il bene
quando sembrava eterno come la Creazione:
lettere affondate dalla nostra forza
come quelle che usavamo dando
calci potenti e ridevamo
gridando parole sconnesse

come Conti, Maradona e Pelè dopo aver fatto un gol.
Ci dicevamo tutto senza paura
giocando a creare l'amore giorno per giorno.
Ma Conti è invecchiato, Maradona sbaglia i rigori
e Pelè non gioca più da anni

Ci dicevamo tutto senza paura
perché anche una partita di calcio
è un bellissimo gioco d'amore.

8 ottobre 1986

 

ALTRE CROCI AFFONDANO NEL CUORE

Altre croci affondano nel cuore
più di quelle inchiodate lungo la via Appia
più di quelle disseminate nel gelo della steppa
più di quelle appuntate sul petto dei carnefici.
Altre croci dilaniano il mio cuore.

Altra fame soffoca lo stomaco
più di quella sparsa da Hitler
più di quella sofferta alle porte dei forni
più di quella invocata prima della morte.
Altra fame soffoca lo stomaco.

La stessa voce si leva fino al cielo
più forte di quella dell'eccidio di Erode
più tonante di quella degli spagnoli nel trentasei
più potente di quella dei bambini del quaranta.
La stessa voce si leva fino al cielo.

Aridità ha investito gli occhi dell'uomo
più del ruscello disseccato e spoglio
più del fiume senza flora
più del deserto sconfinato d'Africa
- ora tormentato da cingoli e fiamme -
solo sangue irrora la terra e gli occhi.
Dio trema. Mentre una nuvola nera ammantella il globo
la voce vigorosa dei bambini esige la vita.

Un tiepido raggio di sole assale la terra
e le croci che sbranano il mio cuore
si conficcano violente nel cervello putrefatto
di chi nascosto come talpa ordisce la guerra.

23 gennaio 1991

 

HAI RESPIRATO

Hai respirato libertà dopo la morte
ora ti cibi di zolle odorose di vita.

Alla vista dell’uomo scappi come un cerbiatto
desiderosa di bere il cielo e il sole.

Hai paura dei serpenti e abbracci le zolle
rimosse per nascere amore
questo chiedi, ma ti vogliono in gabbia.

Vivi tra sempreverdi alberi
dei monti perseguitata da una gabbia
in cui dormono milioni di serpenti.

8 settembre 1982

 

 

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