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Reno Bromuro

 

PIERO DONATO

 

«Impulsi e Forma»

 
 

Piero Donato, genovese, nato nel 1960, ha ricevuto moltissimi riconoscimenti, nazionali e internazionali. Ha pubblicato nel 1993 le poesie «Impulsi e forma» per i tipi della Editrice Erga, e nel 1997 «Utopia di fine Novecento» per l’Edizione Ibiskos, che gli sono valsi nel 1994, il Primo Premio F. Bargagna; e nello stesso anno: il Primo Premio Speciale Internazionale «Associazione Artisti di Genova», il Secondo Premio al G. Leopardi nel 1995, il Secondo Premio al «Pirandello» nel 1995, il Secondo Premio al «Dante Alighieri» nel 1996, il Premio Selezione Europea «Carlo Goldoni» nel 1998 e altri.

Numerosi i riconoscimenti anche nella narrativa, tra i quali il «Primo Premio Internazionale G. Gronchi» 1999 per la narrativa di genere fantastico. Con l'atto unico «...La Musica...», nel 1998 ha vinto il Primo Premio Internazionale al «G. Gronchi» per il teatro. E' presente nella «Storia della Letteratura Italiana - Il secondo Novecento» Editore Miano, 1998; e nell'elegante volume fotografico di Enrico Ricciardi «Universi Immaginati»  Editore Tormena, 1993.

«Franano grida a dirompere,

straripano, la  toccano

urtano impietosamente

         (La coscienza risiede nel loro abisso).

Poi… sfuma.

E mentre limpidamente dilagano i colori

Appare in milioni di occhi sorpresi

E nasce.»  (Alba pag. 9)

In questo caso non è il delirio di un impulso che accresce idee già presenti nella mente del Poeta, che fa venir fuori versi nella forma lorchiana quasi prosastica, come ad esempio:«E mentre limpidamente dilagano i colori/ appare in milioni di occhi sorpresi», due versi bruttissimi, che richiamano gli altri storici e forse si fanno compagnia: «Ei si nomò: due secoli,/l’un contro l’altro armato» e suonano entrambi come feticci da abbattere; i nemici, se ci fate caso, sono gli stessi che in passato non ebbero niente a che vedere né con l’arte, né con «Impulsi e forma». Anzi, al contrario, i versi del Donato derivano da riflessioni e deduzioni ch’egli ha maturato prima che l’evento si manifestasse.

Se si pensa che la tendenza implicita nelle caotiche «avanguardie» sempre più numerose (c’è perfino chi da una mailing-list propone forme e contenuti il cui linguaggio obsoleto rende le liriche orribili), i versi di Piero Donato, pur godendo di una libertà spiegata, oscillano fra la forma lorchiana e il contenuto montaliano e caproniano,formando un ponte sull’infinito proteso verso l’eternità. Egli, soprattutto, tenta di istituzionalizzare un’organizzazione come presenza del mondo poetico, porgendola con normalità.

«Estraniato

dal sasso che spicca il volo

in un languore afferrato

dall’adorno

di quiete illusioni». (Mare pag.16)

Nella nettezza dell'incisione, nella densità delle immagini, è visibile il tormento del pensiero che l'ha mossa ed ispirata...

Una posizione, che risente fortemente delle espressioni contenute nei primi versi, là dove questi sono sostanza riflessa, di corrosione critica dell'esistenza, di disperata materia critica o di un mordente processo di disgregazione delle illusioni.

Un'atmosfera di arida e riflessa desolazione sembra mordere da ogni parte la materia poetica del Donato, proprio quando la stessa pena scoppia con una lucidità e un’assiduità tale che quasi spaventa, come se l'unico motore in funzione fosse l'intelligenza: un'intelligenza acuta e tagliente come un rasoio.

Proprio nei primi anni Novanta è da ricercare, uno dei problemi nodali della sua speculazione poetica, dove il ragionamento donatiano vive nella poesia, con pulsare lirico.

Da qui potrebbero nascere accuse, secondo le quali Piero Donato è una specie di mostro metafisico, che cogita, tra la spedizione di un pacco e un conto corrente, e si è documentato a sufficienza con espressioni isolate, che invece nel letto naturale della poesia, fanno corpo il linguaggio e lirismo; il tono, che, invece di fiaccare, si accentua e si giustifica, rendendosi indispensabile. Anzi, è espressione che sulla scia di altre correnti poetiche d’avanguardia avverte come il momento di una situazione esistenziale che trascende l'individuo.

Dunque il suo non è intellettualismo, anche se contiene qualche negazione della vita attuale, l’impulso e la forma che affronta e divulga non fa certo intellettualismo.

II dramma espresso negli aspetti della natura e dell’umanità si manifesta per sottofondi logici in cui si organizza la nostra conoscenza. E’ costante il ritorno dello stesso termine in cui ripropone di continuo il richiamo alla «ragione». Quella ragione grazie alla quale fin dall'inizio della sua poetica dissipa i mezzi dell'idillio.

La sua è «Poesia» che esisterà solo nella normalità di un suo mondo reso comune per ragioni e per volontà e parlerà di vera lirica della ragione. Il Poeta sa di apparire nell'unica natura a lui congeniale e in cui è voluto esistere, ma dopo aver accennato alla natura dell'ineffabile riconoscere:

«E noi qui,

figli di terra vacante,

speranze senza motivi,

costrutto di sapore esperto,…» (Pag. 21)

Ho parlato di vera epoca della ragione nella poesia del Donato, dove l'ineffabile è presto deluso, perché accertato in una sua natura che esiste, anche se viene meno al momento della sua identificazione.

Piero Donato, per attraversare la sedimentazione culturale del proprio tempo, che è alla base della sua poetica, segue almeno due piste: una segue il rapporto natura-uomo, l'altra corre verso la poesia simbolista francese. Si tratta, anzi, d'itinerari fra loro intrecciati. Stupisce semmai che, mentre sempre più frequenti sono ormai gli accostamenti della poesia all’avan-guardia contemporanea, più si fa luce nella sua poesia, la ragione del suo conterraneo, Montale; e la passione dell’altro conterraneo Caproni, senza rendersi conto, forse, di essere dentro alla tradizione pascoliana e dannunziana; assai più rare sono le escursioni nel territorio del simbolismo francese, che pure aveva esplorato, giovandosi, come bussola, soprattutto di Baudelaire e precisamente de «I fiori del male» dove poteva aver trovato il tema della somiglianza ma anche della contrapposizione fra natura e uomo.

«L’origine

segnò una svolta.

 

La novità

crebbe di giorno in giorno,

ad ogni alba,

in ogni conferma in una luce di vittoria.

 Ma la verità era altrove» (Altrove pag. 40)

La “verità” è il paradigma dell'«uomo libero»,lo specchio in una lotta di adeguazione senza fine. Due abissi, a confronto, quello della natura e quello dell'uomo.

Fin qui sembra di aver viaggiato in una poesia insieme musicale e concettuale, lungo una direzione di ricerca, che è esattamente quella da cui nasce. Ho trovato le stesse grandi contrapposizioni di Garcia Lorca immortalità-mortalità e natura-letteratura; c’è la vitalità immensa della natura che scompagina le liriche, che sembrano passate dal testo di Lorca a quello di Donato. Ma la lezione di Lorca è evidente anche in alcuni dettagli descrittivi. Invece l'abbinamento fra scintillio dell’alba e la serenità dell'aria nel movimento è indubbiamente un'eco derivante da Paul Valéry: «La novità/crebbe di giorno in giorno,/ ad ogni alba,/in ogni conferma in una luce di vittoria» sembrano richiamare alla memoria «Cimitero marino».

Abbiamo visto che la cultura esistenzialistica di Donato muove dal simbolismo francese, ma è andato oltre, fino a trovare la frattura che deriva dalla condizione di spaesamento che doveva ritrovare non solo nel sonnambulismo di Sbarbaro, il sentimentalismo di Caproni, la lotta sociale di Gatto, la lotta politica di Pasolini, che ancora circola in Italia e poteva contribuire allo sviluppo di una cultura o almeno di una sensibilità esistenzialistica fondata non sul senso d’angoscia e di frustrazione derivante dalla coscienza ma di una frattura originaria che sbarra la possibilità stessa della realizzazione dell'IO. Scriveva Gentile a questo proposito «II mondo non è identità uniforme, ma varietà infinita; e fondamentalmente non è quello che è, in quanto quello che è poteva essere; perché tra poter essere ed essere (...) c'è una profonda differenza; quella differenza per cui i possibili sono tanti, e il reale è uno solo, e suppone quell'atto per cui fra i dati possibili se ne realizza uno».
                                                                                                                   
Roma 12 luglio 2006