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Reno Bromuro

 
 
Marco Besso
 

«Tutto è stato scritto

È lo stile che distingue un autore dall’altro»

Giosuè Carducci

 

la ricerca della conciliazione

della poesia con la vita

A ME STESSO

Trascorrono gli anni e la mia illusione che questo incedere sia una farsa, uno specchio per le allodole, solo un misero bisogno di scadenza. Se davvero un burattinaio muove i fili di questa mia commedia, che le sue mani possano ridurre la longevità dei miei paradossi e riconciliarmi con i miei versi, rendendoli immuni a questo supplizio.

Questa è la mia sola vera poesia.

* * *

L’aggettivo originale, da qualche tempo sta diventando obsoleto tanto non si usa più. In verità, nel web, dall’Europa all’America quest’ag-gettivo è un tesoro introvabile e se lo trovi in qualche opera, rimani con gli occhi spalancati, meravigliato di tanta audacia da parte di chi ha avuto il miracolo di sentirlo e di scriverlo. Marco Besso, è uno di questi (pochissimi fortunati), che può godere del dono dell’originalità. Scrivendo questa lirica nel giorno del suo compleanno è riuscito ad eludere Foscolo (sonetto n° 12 - A SE STESSO)

«Che stai? già il secol l'orma ultima lascia

dove del tempo son le leggi rotte

precipita, portando entro la notte

quattro tuoi lustri e oblio freddo li fascia.

Che se vita è l'error, l'ira, e l'ambascia,

troppo hai del viver l'ore prodotte;

or meglio vivi e con fatiche dotte

a chi diratti antico esempi lascia.

Figlio infelice, e disperato amante,

e senza patria, a tutti aspro e a te stesso,

giovine d'anni e rugoso in sembiante,

che stai? breve è la vita, e lunga è l'arte;

a chi altamente oprar non è concesso

fama tentino almen libere carte».

… slittare Leopardi A SE STESSO del 1833

Or poserai per sempre,

stanco mio cor. Perì l'inganno estremo,

ch'eterno io mi credei. Perì. Ben sento,

in noi di cari inganni,

non che la speme, il desiderio è spento.

Posa per sempre. Assai

palpitasti. Non val cosa nessuna

i moti tuoi, nè di sospiri è degna

la terra. Amaro e noia

la vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.

T'acqueta omai. Dispera

l'ultima volta. Al gener nostro il fato

non donò che il morire. Omai disprezza

te, la natura, il brutto

poter che, ascoso, a comun danno impera

e l'infinita vanità del tutto.

Se due giganti della letteratura mondiale non lo hanno toccato, forse ispirato, ma non sono riusciti a farlo essere uno dei tanti è vero che mi posso permettere di affermarlo a voce alta perché non si è lasciato corrompere neanche dalla letteratura contemporanea, parlo del libro di Marco Aliprandini «Lettere d’amore a me stesso» con l’introduzione di Dacia Maraini.

Aliprandini è anche lui un giovane, forse meno giovane di Marco Besso, Aliprandini è del 1962, Marco mi sembra dell’82 se non vado errato.

Uno è nato al Nord l’altro al Sud.

Marco Besso ha ignorato anche le «Lettere d'amore a me stesso» di Aliprandini che prende lo spunto da una serie di corsi organizzati dalla provincia di Bolzano

«sulla base di un progetto svizzero, volto all'elaborazione di un nuovo concetto di curriculum vitae. Momento centrale di tale iniziativa è stato un corso intensivo di una settimana, dove gli esperti hanno proposto ai partecipanti di ripercorrere il proprio vissuto alla ricerca di risorse qualificabili per l'inserimento o il riposizionamento nel mondo del lavoro».

Originalità! L’aggettivo si annunciava nella nuova letteratura poetica con la soppressione della rima. Era una reazione contro la cadenza e la cantilena perché alla terzina e all'ottava succedeva il verso sciolto. La parola, in questa nuova concezione in confidenza nella serietà del contenuto, non sopprimeva la musica, ma la rima: quindi alla Poesia bastava la parola musicale.

Come si nota, Marco Besso, sopprime anche la strofa, ed è una composizione lirica, alla quale osa incidervi tutti i mezzi cantabili e musicali della metrica. Il pensiero è nudo, acceso nella immaginazione, e prorompente, con le sue consonanze e le sue armonie interne. Il verso, domato da tenace lavoro, rotte le forme tradizionali e meccaniche, viene fuori con nuove tessiture e nuovi suoni, e non è artificio, è voce di dentro, è la musica delle cose, alla grande maniera di Dante. Il genere è nuovo, anche se ci sono, come ho annunciato, precedenti. Marco Besso parte dal presupposto: potranno i versi decidere del destino mio e dell'umanità e costruire una vita comune di uomini liberi? Insistendo su questa interrogazione, il percorso filosofico passa attraverso l'evento del conoscere, del nominare, la nuova forma del rapporto con l'altro, la volontà comune, e la moltitudine che sperimenta ed esprime il suo potenziale di libertà.

«Se davvero un burattinaio muove

i fili di questa mia commedia,

che le sue mani possano ridurre

la longevità dei miei paradossi

e riconciliarmi con i miei versi,»

L'obiettivo verso cui muove questo scritto è filosofia critica con la speranza di sconfiggere il predominio, per una riappropriazione del destino comune da parte dei singoli a partire dalla potenza condivisa del desiderio e delle passioni.

Questa poesia apparentemente dolorosa supera il dolore assurdamente poetico, nel suo restare spento, acceso, e forse apparentemente incitatore. In questo senso diventa una lirica di echi, una poesia di emozioni rese nella forma che è l'emozionalità umana nel suo incarnarsi. Una poesia di echi in quanto è il verso stesso eco. Marco è cosciente che ciascuno di noi è, o meglio può accorgersi di essere eco a se stesso, con affetti-sensazioni che non sappiamo e non sapremo mai afferrare come lui è riuscito a fare. Ecco perché anche se attraverso strade diverse cammina parallelamente sulla via percorsa da Hölderlin, ed anche quell’auspicata da ciascuno di noi. Come Hölderlin, l’eco di Marco Besso trasmuta e risuona come un corpo d'affetti; insegue il grande pensiero, la visione assoluta, che racchiude i pensieri, le visioni, le religioni, le morali passati, presenti e futuri, che non ne facciano sentire, la mancanza, ma allo stesso tempo li superi da uomo cosciente che sa di aver ritrovato il "tesoro dell’Originalità" che ridà il senso e la potenza alla vita, che è la mite brezza che scalda il cuore, senza forzature.

NAPOLI Scogli e gabbiani sembrano seguire il treno, che rapidamente avanza nelle istantanee del finestrino. L'odore di Napoli respiro al ritmo sincopato delle onde che nella costa tagliente lacerano la vita, fingendo di non averla neppure conosciuta.

Questa lirica "Napoli" rafforza maggiormente la convinzione di trovarci veramente di fronte al "nuovo neorealismo" sia per forma, sia per contenuto. La trasfigurazione della vita in arte reale è commovente per la spada che si conficca verso dopo verso nella realtà sociale di una città: Napoli, appunto.

Al male, alla sofferenza senza ragione, dei disoccupati angosciati, seduti sugli scogli come Gabbiani (qui la trasfigurazione e palese poiché l’uccello che si ciba di tutto ciò che è commestibile, ma preferisce il pesce è nell’attesa di prendere il volo per cibarsi), così il disoccupato, di fronte al mare è in silenziosa preghiera nella speranza di essere ascoltato e, finalmente trovare lavoro, è presente come condizione negativa dell'esistenza che si rivela nei fenomeni più usuali, non si può opporre, che una posizione stoica, oppure lasciarsi coinvolgere nella situazione sociale che affligge gli abitanti (i Gabbiani). Di fronte alla visione degli scogli e dei Gabbiani, non v’è lamento, o pena, e neppure partecipazione sentimentale: il Poeta è una statua, pietra, roccia di fronte al dolore, del tutto staccato dalla visione che la

mente ha fotografato mentre il treno della vita gliele mostrava in girotondo.

Nella parte centrale è il perdersi dei pensieri per godere dei momenti di gioia, "L'odore di Napoli respiro" nell'incapacità della memoria a trattenerli dopo che sono spariti o trascorsi.

"nella costa tagliente

lacerano la vita,

fingendo di non averla

neppure conosciuta".

Il finale è lacerante per la crudezza dell’espres-sione, che si mostra come la profondità di un pozzo, il Poeta evoca dal fondo della memoria l’immagine fotografata dal treno in corsa, che per un istante pare risalire intatta, ma è solo un inganno: appena cerca di provare la consistenza reale del ricordo, l'incanto si spezza, per mostrare la cruda realtà che con maestria consumata trasfigura in Arte maggiore.

Si avverte il senso del tempo trascorso in modo irrimediabile, i particolari della memoria appaiono incerti e imprecisi, ci si sente lontani, anzi diversi da quelli di un tempo; e la visione della mente sparisce, facendo angosciosamente cosciente il Poeta del fallimento, il suo tentativo di salvare in sé dalla distruzione e dal nulla un frammento di vita e di felicità.

Fumo sul tempo. Ceneri del passato che bracieri vivi conservano, volano sul prato. Giace nel fulvo carbone, il fulgido silenzio, aspettando il dardo del suono. Vibra la vita e il secolare interspazio è atono senza respiro. Fosse privo di immagini il mio ricordo, vivrebbe in eterno nell’etere della memoria, ma il tempo ha il fiato del Diavolo sul collo e presto si consumerà. La Bestia ha la clessidra che biascica i secondi, bigi come granuli d’un vulcano. Echeggia il suo tamurè, la notte eterna bussa alle porte, addormenta il tuo pensare prima che comincino le danze. Oggi il tramonto sarà profetico.

Il temporale che si scatena sulla città e sulla vita è assunto simbolicamente da

Marco Besso a indicare l'estrema possibilità di salvezza, in una proiezione di se stesso, e, insieme, la figura dell'uomo contemporaneo, in crisi, incerto, dub-bioso, solo, incapace di rapporti, di slanci, di fedi, legato all'inganno di una società torpida e oppressiva (addormenta il tuo pensare/prima che comincino le danze), di una vita senza ragione, che si finge scopi e ideali. Ma tutto è inutile,la contemporaneità ha distrutto le apparenze, l'uomo è preso dal meccanismo di un’esistenza vuota, senza senso, più simile alla morte che alla vita (Fosse privo di immagini il mio ricordo): la solitudine è ribadita, non si può avere nessun conforto; il contatto umano paiono possibili, ma in realtà non giungono neppure ad esprimersi e a rivelarsi, perché sono stati soffocati, cancellati (come granuli d’un vulcano) sono ritornati al silenzio e alla morte.

UNA NOTTE COME TANTE

Tutto è spento. Il mio delirio fa capriole nel fumo di questo mondo che vibra sotto i piedi, di questa elettricità morente che ancora mi sfibra. L'infinità del tempo mi logora. Odio l'anima che s'affaccia nell'occhio, odio l'eternità della pena, odio la leggerezza della notte e tutto il peso del mio corpo.

La poesia percorre i sentieri segnati dalle orme dell’origine. Il Poeta è il rivelatore dell’ odio la leggerezza della notte; perché essere poeti in tempi di povertà significa, ispirarsi alla traccia delle orme lasciate da chi lo ha preceduto. Ecco perché Marco Besso nella notte del mondo canta e la notte del mondo è tutto il peso dell’Io creativo e del Sé razionale: manifesta ciò che Hegel definisce l’Assoluto.

 
 
Roma 9 agosto 2006