|
Reno Bromuro |
| invidioso della
primavera porta via le persone più care “FEBBRAIO CORTO E AMARO” |
| lasci solo i ricordi |
| di Reno Bromuro |
|
Che dicono, febbraio, i giorni interminabili le notte eterne? Tace la zappa e il bidente. Trenodìa! Scoppietta il camino stanca pipa. Giorni interminabili non a me notti eterne al mio cuore. Braccia stanche di far niente muscoli atrofizzati. L'ago sposa ossido di ferro non sapore di pane. Recita un proverbio metropolitano: “febbraio corto e amaro” e quello che sto per raccontare è la dimostrazione di quanto sia reale e profondo questo proverbio. A febbraio del 1943, misi in un grande fazzoletto legato per bene un paio di calzoni, due camice cucite da mamma con la seta dei paracadute dei razzi luminosi, tre paia di mutande e calzini e m’incamminai per la stazione ferroviaria per prendere il treno per Napoli (avevo pregato il Signore affinché avesse fatto morire i vecchi più ricchi in modo che potessi racimolare i soldi per il biglietto del treno, perché al funerale chi portava il crocefisso riceveva due lire, chi, invece, fungeva da chierichetto riceveva una sola lira), poiché avevo raggiunto la somma necessaria per il biglietto di viaggio: 314 lire. Ma per Pasqua dovetti ritornare a casa da mamma, perché il principale mi disse che non aveva più bisogno del mio aiuto in quanto il lavoro era tutto concentrato sulla festività. A metà marzo, fuggii ancora per andare a Napoli e vi rimasi fino a quando mamma non mi costrinse a ritornare a casa; ma il 16 settembre scappai di nuovo per Napoli e vi rimasi fino al brutto giorno del 27 settembre 1943, quando vidi che un tedesco sparò a sangue freddo un marinaio che si stava dissetando alla fontanella (non so se c’è ancora) all’angolo tra il Corso Vittorio Emanuele e Via Girardi, dove all’inizio della strada c’era (o c’è ancora?) l’ospedale militare. Corsi come un pazzo verso la strada che mi avrebbe portato fuori della città per ritornare da mamma. La notte piovve tanto e non avevo dove ripararmi perché non conoscevo quelle zone. Camminando per una “mulattiera” rimasi imprigionato nella mota come un alberello con le radici che si conficcavano sempre di più nel terreno: avevo paura di addormentarmi come i cavalli. All’alba passò di là un signore sopra un asinello; mi apostrofò con una risata ch’era una presa in giro: - Che ci fai, vuoi mettere radici in mezzo alla
strada? Si avvicinò mi prese per sotto le ascelle e mi issò sull’asino portandomi fino ad un punto più sicuro; ma prima volle che ci fermassimo alla “Masseria”. La padrona di casa appena mi vide bagnato come un pulcino, con una sveltezza mai conosciuta né prima né dopo, mi spogliò lasciandomi nudo accanto al fuoco del camino che brillava ed era caldo come il sole di luglio; poi mi rivestì con una camicia che mi arrivava ai piedi, e con un paio di calzoni che il cavallo arrivava sotto le ascelle; con amore mi asciugò i capelli, con un asciugamani di lana, strofinandomi il cuoio capelluto. Stavo così bene in quella masseria che le premure della donna non mi facevano sentire la mancanza di mamma (ero scappato ancora quel 16 settembre perché il 14 avevo visto il corpo di Rocco fatto come un colabrodo da uno dei due tedeschi che tenevano sotto tiro circa duemila militari sbandati, desiderosi solo di giungere il più presto possibile a casa, e mamma me le aveva suonate di santa ragione, ballando sul mio corpo steso sull’antica strada romana, con i suoi (Dio l’abbia in gloria!) ottantacinque chili). Ma il marinaio ucciso a sangue freddo mi fece dimenticare tutto: desideravo le sue braccia. Il marito della signora che mi aveva accudito amorevolmente disse che avevo fatto bene a fuggire da Napoli perché in città c’era la guerra per le strade, ma io lo sapevo già, l’avevo vissuta dallo scoccare della prima scintilla. La morte del marinaio fu il colpo di grazia per una ragazzo di undici anni compiuti a luglio. Perché «febbraio, curto e amaro?» Perché di febbraio mi ero perduto da ragazzo, e nella maturità, in questo mese, in tre giorni successivi, anche se in anni diversi ho perduto tre amici carissimi, tre «GRANDI POETI», tre immortali: Arden Borghi Santucci, il 24 del 1997; Renato Milleri (Remil) il 25 del 2004 e Peppino Selvaggi il 26 un giorno dopo Remil. Perché «Grandi Poeti Immortali?»Giuseppe Selvaggi era nato a Cassano allo Ionio il 29 agosto 1923. Il nonno paterno era orefice e commerciante di tessuti e proveniva dal ceppo familiare di San Marco Argentano, che lo ha ricordato il 23 agosto 2004 con un Convegno dal titolo "Giuseppe Selvaggi, Poeta, Giornalista, Critico d’arte". Il Saggio Michelangelo nell’ultimo "Giudizio" (Istituto Grafico Tiberino, Roma 1942) gli valse per commentare, per i giapponesi, il restauro della Cappella Sistina. Conobbi Peppino Selvaggi nel 1984, quando organizzai la nona edizione di "Talentiate – Olimpiade di Talenti" il cui scopo precipuo era quello di trovare l’artista di talento e valorizzarlo nel giusto merito, come per le edizioni precedenti e come sto continuando a fare. Era il periodo in cui, il mio nome giunse anche alla RAI che mi fece intervistare due volte, e poi produsse il profilo d’autore, redatto da Claudio Novelli; avevo avuto in scena un dramma contro la droga, mentre a Roma si rappresentava Hair; una commedia in napoletano "Chiamale comme te pare" nello stesso periodo in cui Eduardo rappresentava "Gli esami non finiscono mai" e l’avvenimento aveva suscitato scalpore. Così la RAI – Radio Televisione Italiana mi fece una terza intervista, seguita da altre due nel 1992 per sapere che fine avessi fatto, durante il programma di Gianni Bisiac «La lettera di Don Santino», condotta da Don Santino Spartà. Dicevo, scusate mi sono perduto un attimo in una dissertazione forse inutile, è stata la malinconia?, dovevo formare una giuria composta di persone oneste e disinteressate, perciò mi rivolsi ad Antonio Altomonte, capo servizio della Terza Pagina a "Il Tempo" (amici e estimatori l’uno dell’altro) e lui, non potendo accettare perché oberato di lavoro mi propose Selvaggi che subito contattai: che uomo meraviglioso! Era così contento che avrebbe voluto regalarmi
tutta la libreria se fosse stato possibile, ma non potetti evitare
di accettare tutte le sue pubblicazioni, da "Fior di notte", la sua
prima raccolta di poesie pubblicata, a "Canti ionici" e alla sua
ultima pubblicazione "Corpus – Racconto d’Amore". Questa Poesia mi
penetrò subito dentro e vi mise radici che crescevano giorno dopo
giorno, tanto che nel 1986, durante la premiazione della dodicesima
edizione della "Talentiade", rappresentammo "Il corpo" una commedia
in versi, camminando in mezzo al pubblico e lui era talmente
commosso, più di noi, che alla fine volle ad ogni costo che
l’accompagnassi a casa nella sua auto, per parlare con me. Mi disse
delle cose che ancora oggi valgono un Nobel, gliene fui grato e gli
sono stato grato, ma evidentemente non tanto perché ho saputo del
suo decesso solo il 23 agosto e non ho avuto il coraggio, anche
perché sono rimasto intronato, di chiedere alla signora Lidia,
quando era avvenuto, ho capito solo il come. Ora so che sei qui
vicino a me, anzi vi sento entrambi, forse partiti lo stesso giorno,
Te Peppino e Te Remil che mi aiutate a sopportare le baggianate e le
staffilate sottili che mi pervengono da individui che non sanno
quello che scrivono. Mio caro e infaticabile amico, oggi ti
ricorderò agli amici che mi seguono, con il primo articolo scritto
per "Corpus – Racconto d’amore -" e pubblicato su
"Baciarti cieco vedendoti". "Mi ripropone l’assurdo Dio forma d'uomo con questo vivere più vivere nel desiderio di entrare dentro di te". Il desiderio, annunciato poco prima, si protende e si appoggia sopra una verità ancora necessaria e non espressa e ch’è troppo potente per adagiarsi sopra un aggettivo: scoppia in un’esclamazione che è insieme ammirazione e imprecazione,che illumina le parole che la precedono e preannuncia tutte le altre che seguono: "Rivarco impossibile della materna porta invece che avviarmi al cunicolo della morte". Non estinti né domati, gli affetti hanno già ripreso sul Poeta, che non se ne accorge, il proprio dominio incontrastato; ritornano come palpitante realtà ai sensi e al cuore. La madre, è lei che egli ha adorato come delizia. È lei, la madre, che s'inonda di poesia, che domina nell'Eros e dà al Poeta quel senso di sgomento che lo fa tremare già prima della sua apparizione. È lei che si arresta, nitida e ferma, in un quadro, in cui l'arcana voluttà non turba la resistente serenità. È desiderio "duplice" del Poeta sottratto al seno materno, alle vesti imponenti, ai baci rumorosamente scoccati sulle curve labbra di lui bambino (di tutti gli uomini bambini), non per arte di seduzione ma per affetto materno, contribuiscono a trasformare a dischiudere nuovi mondi e nuovi orizzonti: la madre diviene iniziatrice di misteri divini; e cade anche il "peccato originale". La delizia che aveva annunciata l'immagine della "porta", si ritrova nell'adorazione finale della donna, soggetto principe del desiderio appagato: "Con più disperazione sulla bocca ti bacio le serene parole d'amore". Quell'antitesi, che pareva conciliata nella creazione della figura vivente de "La Porta" riprende e dimostra come la causa segreta e l'affetto da cui il Poeta è stato sopraffatto, suo malgrado, è definitivamente compiuta. Sembra che abbia cessato di pensare a "La Porta" e si sia rifugiato nell'espressione generalizzata, impersonale; ma quando rileggendo la poesia si rende conto di aver poeticamente, annullato, non solo il peccato originale ma di aver vinto anche il "complesso di Edipo", non si abbandona al rimpianto ma vive pienamente il desiderio bello, pulito e sacro, come non lo è stato mai. L'amore, nelle poesie di Giuseppe Selvaggi, non si riduce mai a erotismo o ossessione romantica, esso è inserito sempre nel contesto della vita e impegna l'intera umanità; è il punto di un altissimo equilibrio raggiunto. Per Selvaggi l'amore non è la donna, ma un essere umano "completo", un amico, un compagno di lotta oltre che un'amante. In Selvaggi l’amore riassume tutte le cose che ama, la sua battaglia, il suo slancio ideale, il suo paese, la speranza, integrata nella dinamica dell'esistenza. Per Giuseppe Selvaggi la poesia è la sola espressione possibile di vita e di lotta. Egli continua a cantare, nonostante tutto, anche se l'essere nato nel periodo di Montale, Ungaretti, Quasimodo, Gatto, Cardarelli e Pasolini non ha permesso un esame più approfondito della sua produzione. Questo finirà col mettere la corda al collo ai cosiddetti "maceratori di poesia": quelli col nome altisonante nella critica letteraria attuale. LA PORTA Baciarti dove veniamo al mondo sino alla volontà di viverti e viverci il tuo volto cerchiato d'occhi ombra nel mio pensiero. Questo baciarti cieco vedendoti color di rosa, ma di che colore è la rosa? mi ripropone l'assurdo Dio forma d'uomo con questo vivere più vivere nel desiderio di entrare dentro di te rivarco impossibile della materna porta invece che avviarmi al cunicolo della morte. Con più disperazione sulla bocca ti bacio le serene parole di amore. (Da "CORPUS: racconto d'amore") Arden Borghi Santucci
Vissuta in mezzo ai binari, lungo la strada
ferrata, come Cardarelli e come lui ribelle; smorza la sua
ribellione tra le braccia dell'amore che si manifesta sotto le
spoglie di un uomo dell'arma dei Carabinieri. La loro unione scorre
serena fino al sopraggiungere della guerra che, con le sue paure, la
sua fame, la sua ansia (nell’attesa di vederne la fine al più
presto) non smorzano, ne scalfiscono la sua tempra di femmina
emiliana, forte e generosa. Nel 1960-61 dà alla stampa la sua prima
raccolta che l'editore Gabrieli di Roma, titola «POESIE». Da allora
pubblica, una raccolta ogni anno; ma viene conosciuta dal grosso
pubblico e dalla critica solo nel 1976 con la raccolta «SEMBIANZE»
edita dalla Casa Editrice Andromeda, dell’Associazione
Internazionale Artisti Poesia della Vita di Roma, cui fanno seguito:
«L'Eterna notte» una raccolta di racconti autobiografici, per i tipi
dell’Editrice Farnesiana Piacenza, in cui non smentisce il suo mondo
poetico. «Immagini» Editrice Farnesiana Piacenza, conferma
un’ispirazione feconda e coerente. Non c'è poeta che non
voglia avere un ideale tutto suo e spera, almeno una volta di vedere
avverato il miracolo di Pigmalione e dargli contorno e sostanza.
Arden Borghi Santucci ha materializzato il suo ideale e l'ha reso
sensibile, gli ha dato un nome, cento nomi, che accavallati,
incastonati gli uni agli altri si ingigantiscono e formano un solo
grande: ricordo.
«Lo spazio della notte nell'ampiezza dei sogni abbraccia ogni resistenza umana».
“unico momento vero della nostra esistenza: la morte.” "La nostra città violenta" è una rappresentazione reale e metafisica, esteriore ed interiore, e si intreccia con i problemi irrisolti dell’uomo moderno». Febbraio, mese “curto e amaro”! Fortuna che il tempo fa sì che il ricordo non sia più dolore. Ho detto che i versi di Remil travalicano il tempo, per diventare storia e documento del proprio tempo. Immaginate, siamo negli anni Cinquanta dello scorso secolo, il bambino è svegliato dai tuoni che la pioggia torrenziale provoca, scende dal letto e cerca la madre: l’unica persona di cui si fida, che sa consolarlo e calmarlo; imbocca il corridoio per raggiungere la camera dove sa che la mamma dorme e: Il corridoio immenso, lungo, interminabile. Il freddo sotto i piedi mentre la pioggia assordante vuole sfondare il tetto della casa. Apre la porta senza bussare e, alla luce dei lampi che illuminano la stanza, il padre che cavalca la madre, gli sembra un drago e, improvvisamente grida: Io verrò a salvarti. Chiunque tu sia drago od ombra della notte, affonderò le mie unghie nel tuo cuore e lo mangerò per pane. Questo incubo vivrà fino alla fine nella mente e
nell’animo del Poeta anche se, ora sa, che i genitori facevano
l’amore; però non riesce a staccare dalla memoria il drago che stava
uccidendo la mamma. Arden Borghi Santucci, il 24 del 1997; Renato
Milleri (Remil) il 25 del 2004 e Peppino Selvaggi il 26. Non
soddisfatto ha voluto dopo quattro anni, il 23 febbraio scorso, un
altro amico, anche se non visto mai, mi offrì la sua generosità:
Nunzio Gallo andato a cantare la Napoli Classica con altri grandi
cantanti che lo hanno preceduto. «Ho avuto tutto dalla vita:
successo, amici, famiglia» riferisce “Il Mattino” quotidiano di
Napoli.
Bibliografia R. Bromuro “Il mondo Poetico di Arden Borghi Cantucci, di Renato Milleri (REMIL), Narciso e la totalità dell’esistere nella poesia di Giuseppe Selvaggi . Ursini Editore 1991”; Il Mattino, 23 febbraio 2008; scuola paterna. |
|
|