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Giovanni Pascoli
 
 
Biografia
 
Il Centenario serva ad approfondire il Poeta, non a distruggere l’Uomo - di Domenico De Felice
 
Poesie
Finestra Illuminata (Myricae)
 
 

La piccozza

Giovanni Pascoli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Da me!... Non quando m'avviai trepido

c'era una madre che nel mio zaino

ponesse due pani

per il solitario domani.

 

 

Per me non c'era bacio né lacrima,

ne caro capo chino su l'omero

a lungo, né voce

pregante, né segno di croce.

 

 

Non c'eri ! E niuno vide che lacero

fuggivo gli occhi prossimi, subito,

o madre, accorato

che niuno mi avesse guardato.

 

 

Da me, da solo, solo e famelico,

per l'erta mossi rompendo ai triboli

i piedi e la mano

piangendo, si, forse, ma piano:

 

 

piangendo quando copriva il turbine

con il suo grande pianto il mio piccolo,

e quando il mio lutto

spariva nell'ombra del Tutto.

 

 

Ascesi senza mano che valida

mi sorreggesse, né orme ch'abili

io nuovo seguissi

su l'orlo d'esanimi abissi.

 

 

Ascesi il monte senza lo strepito

delle compagne grida. Silenzio.

Né cupi sconforti,

non voce, che voci di morti.

 

 

Da me, da solo, solo con l'anima,

con la piccozza d'acciar ceruleo,

su lento, su anelo,

su sempre; spezzandoti, o gelo !

 

 

E salgo ancora, da me, facendomi

da me la scala, tacito, assiduo;

nel gelo che spezzo,

scavandomi il fine ed il mezzo.

 

 

Salgo, e non salgo, no, per discendere,

per udir crosci di mani, simili

a ghiaia che frangano,

io, io, che sentii la valanga;

 

 

ma per restare là dov'è ottimo

restar, sul puro limpido culmine,

o uomini; in alto,

pur umile; è il monte che è alto;

 

 

ma per restare solo con l'aquile,

ma per morire dove me placido

immerso nell'alga

vermiglia ritrovi chi salga:

 

 

e a me lo guidi, con baglior subito,

la mia piccozza d'acciar ceruleo,

che, al sole a me scorsa,

riflette la stella dell'orsa.

 

Il gelsomino notturno

 

(Canti di Castelvecchio) (Giovanni Pascoli)

E s'aprono i fiori notturni

nell'ora che penso a' miei cari.

Sono apparse in mezzo ai viburni

le farfalle crepuscolari.

 

Da un pezzo si tacquero i gridi:

l sola una casa bisbiglia.

Sotto l'ali dormoni i nidi,

come gli occhi sotto le ciglia.

 

Dai calici aperti si esala

l'odore di fragole rosse.

Splende un lume la nella sala.

Nasce l'era sopra le fosse.

 

Un'ape tardiva sussurra

trovando già prese le celle.

La Chioccetta per l'aia azzurra

va col suo pigolio di stelle.

 

Per tutta la notte s'esala

l'odore che passa col vento.

Passa il lume su per la scala;

brilla al primo piano: s'è spento...

 

E' l'alba: si chiudono i petali

un poco gualciti; si cova,

dentro l'urna molle e segreta,

non so che felicità nuova.

 
 

Novembre

(Myricae) (Giovanni Pascoli)

 

 

Gemmea l'aria, il sole così chiaro

che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,

e del prunalbo l'odorino amaro

senti nel cuore...

 

Ma secco è il pruno, e le stecchite piante

di nere trame segnano il sereno,

e vuoto il cielo, e cavo al più sonante

sembra il terreno.

 

Silenzio, intorno: solo, alle ventate,

odi lontano, da giardini ed orti,

di foglie un cader fragile. E' l'estate,

fredda, dei morti.

 
 

La mia sera

(Canti di Castelvecchio) (Giovanni Pascoli)

Il giorno fu pieno di lampi;

ma ora verranno le stelle,

le tacite stelle. Nei campi

c'è un breve gre gre di ranelle.

Le tremule foglie dei pioppi

trascorre una gioia leggiera.

Nel giorno, che lampi! che scoppi!

Che pace, la sera!

 

Si devono aprire le stelle

nel cielo sì tenero e vivo.

Là, presso le allegre ranelle,

singhiozza monotono un rivo.

Di tutto quel cupo tumulto,

di tutta quell'aspra bufera,

non resta che un dolce singulto

nell'umida sera.

 

E, quella infinita tempesta,

finita in un rivo canoro.

Dei fulmini fragili restano

cirri di porpora e d'oro.

O stanco dolore, riposa!

La nube nel giorno più nera

fu quella che vedo più rosa

nell'ultima sera.

 

Che voli di rondini intorno!

che gridi nell'aria serena!

La fame del povero giorno

prolunga la garrula cena.

La parte, sì piccola, i nidi

nel giorno non l'ebbero intera.

Nè io...e che voli, che gridi,

mia limpida sera!

 

Don...Don... E mi dicono, Dormi!

mi cantano, Dormi! sussurrano,

Dormi! bisbigliano, Dormi!

l, voci di tenebra azzurra...

Mi sembrano canti di culla,

che fanno ch'io torni com'era...

sentivo mia madre... poi nulla...

sul far della sera.

 
 

Per sempre!

(Canti di Castelvecchio) (Giovanni Pascoli)

Io t'odio?!... Non t'amo più, vedi,

non t'amo... Ricordi quel giorno?

Lontano portavano i piedi

un cuor che pensava al ritorno.

E dunque tornai... tu non c'eri.

Per casa era un'eco dell'ieri,

d'un lungo promettere. E meco

di te portai sola quell'eco:

PER SEMPRE!

Non t'odio. Ma l'eco sommessa

di quella infinita promessa

vien meco, e mi batte nel cuore

col palpito trito dell'ore;

mi strilla nel cuore col grido

d'implume caduto dal nido:

PER SEMPRE!

Non t'amo. Io guardai, col sorriso,

nel fiore del molle tuo letto.

Ha tutti i tuoi occhi, ma il viso...

non tuo. E baciai quel visetto

straniero, senz'urto alle vene

.Le dissi: "E a me, mi vuoi bene?"

"Sì, tanto!" E i tuoi occhi in me fisse.

"Per sempre?" le dissi. Mi disse:

"PER SEMPRE!"

Risposi: "Sei bimba e non sai

Per sempre che voglia dir mai!"

Rispose: "Non so che vuol dire?

Per sempre vuol dire Morire...

Sì: addormentarsi la sera:

restare così come s'era,

PER SEMPRE!"

 
 

La cavalla storna

 (Canti di Castelvecchio) (Giovanni Pascoli)

Nella Torre il silenzio era già alto.

Sussurravano i pioppi del Rio Salto.

I cavalli normanni alle lor poste

frangean la biada con rumor di croste.

Là in fondo la cavalla era, selvaggia,

nata tra i pini su la salsa spiaggia;

che nelle froge avea del mar gli spruzzi

ancora, e gli urli negli orecchi aguzzi.

Con su la greppia un gomito, da essa

era mia madre; e le dicea sommessa:

"O cavallina, cavallina storna,

che portavi colui che non ritorna;

tu capivi il suo cenno ed il suo detto!

Egli ha lasciato un figlio giovinetto;

il primo d'otto tra miei figli e figlie;

e la sua mano non toccò mai briglie.

Tu che ti senti ai fianchi l'uragano,

tu dài retta alla sua piccola mano.

Tu ch'hai nel cuore la marina brulla,

tu dài retta alla sua voce fanciulla".

La cavalla volgea la scarna testa

verso mia madre, che dicea più mesta:

"O cavallina, cavallina storna,

che portavi colui che non ritorna;

lo so, lo so, che tu l'amavi forte!

Con lui c'eri tu sola e la sua morte.

O nata in selve tra l'ondate e il vento,

tu tenesti nel cuore il tuo spavento;

sentendo lasso nella bocca il morso,

nel cuor veloce tu premesti il corso:

adagio seguitasti la tua via,

perché facesse in pace l'agonia..."

La scarna lunga testa era daccanto

al dolce viso di mia madre in pianto.

"O cavallina, cavallina storna,

che portavi colui che non ritorna;

oh! due parole egli dové pur dire!

E tu capisci, ma non sai ridire.

Tu con le briglie sciolte tra le zampe,

con dentro gli occhi il fuoco delle vampe,

con negli orecchi l'eco degli scoppi,

seguitasti la via tra gli alti pioppi:

lo riportavi tra il morir del sole,

perché udissimo noi le sue parole".

Stava attenta la lunga testa fiera.

Mia madre l'abbracciò su la criniera

"O cavallina, cavallina storna,

portavi a casa sua chi non ritorna!

a me, chi non ritornerà più mai!

Tu fosti buona... Ma parlar non sai!

Tu non sai, poverina; altri non osa.

Oh! ma tu devi dirmi una una cosa!

Tu l'hai veduto l'uomo che l'uccise:

esso t'è qui nelle pupille fise.

Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome.

E tu fa cenno. Dio t'insegni, come".

Ora, i cavalli non frangean la biada:

dormian sognando il bianco della strada.

La paglia non battean con l'unghie vuote:

dormian sognando il rullo delle ruote.

Mia madre alzò nel gran silenzio un dito:

disse un nome... Sonò alto un nitrito.

 
 

La poesia

(Canti di Castelvecchio) (Giovanni Pascoli)

I

Io sono una lampada ch'arda

soave!

la lampada, forse, che guarda,

pendendo alla fumida trave,

la veglia che fila;

e ascolta novelle e ragioni

da bocche

celate nell'ombra, ai cantoni,

là dietro le soffici rócche

che albeggiano in fila:

ragioni, novelle, e saluti

d'amore, all'orecchio, confusi:

gli assidui bisbigli perduti

nel sibilo assiduo dei fusi;

le vecchie parole sentite

da presso con palpiti nuovi,

tra il sordo rimastico mite

dei bovi:

 

II

la lampada, forse, che a cena

raduna;

che sboccia sul bianco, e serena

su l'ampia tovaglia sta, luna

su prato di neve;

e arride al giocondo convito;

poi cenna,

d'un tratto, ad un piccolo dito,

là, nero tuttor della penna

che corre e che beve:

ma lascia nell'ombra, alla mensa,

la madre, nel tempo ch'esplora

la figlia più grande che pensa

guardando il mio raggio d'aurora:

rapita nell'aurea mia fiamma

non sente lo sguardo tuo vano;

già fugge, è già, povera mamma,

lontano!

 

III

Se già non la lampada io sia,

che oscilla

davanti a una dolce Maria,

vivendo dell'umile stilla

di cento capanne:

raccolgo l'uguale tributo

d'ulivo

da tutta la villa, e il saluto

del colle sassoso e del rivo

sonante di canne:

e incende, il mio raggio, di sera,

tra l'ombra di mesta viola,

nel ciglio che prega e dispera,

la povera lagrima sola;

e muore, nei lucidi albori,

tremando, il mio pallido raggio,

tra cori di vergini e fiori

di maggio:

 

IV

o quella, velata, che al fianco

t'addita

la donna più bianca del bianco

lenzuolo, che in grembo, assopita,

matura il tuo seme;

o quella che irraggia una cuna

- la barca

che, alzando il fanal di fortuna,

nel mare dell'essere varca,

si dondola, e geme -;

o quella che illumina tacita

tombe profonde - con visi

scarniti di vecchi; tenaci

di vergini bionde sorrisi;

tua madre!... nell'ombra senz'ore,

per te, dal suo triste riposo,

congiunge le mani al suo cuore

già róso! -

 

V

Io sono la lampada ch'arde

soave!

nell'ore più sole e più tarde,

nell'ombra più mesta, più grave,

più buona, o fratello!

Ch'io penda sul capo a fanciulla

che pensa,

su madre che prega, su culla

che piange, su garrula mensa,

su tacito avello;

lontano risplende l'ardore

mio casto all'errante che trita

notturno, piangendo nel cuore,

la pallida via della vita:

s'arresta; ma vede il mio raggio,

che gli arde nell'anima blando:

riprende l'oscuro viaggio

cantando.

 
 

I due girovaghi

(Canti di Castelvecchio) (Giovanni Pascoli)

Siamo soli. Bianca l'aria

vola come in un mulino.

Nella terra solitaria

siamo in due, sempre in cammino.

Soli i miei, soli i tuoi stracci

per le vie. Non altro suono

che due gridi:

- Oggi ci sono

e doman me ne vo...

- Stacci!

stacci! Stacci!

Io di qua, battendo i denti,

tu di là, pestando i piedi:

non ti vedo e tu mi senti;

io ti sento, e non mi vedi.

Noi gettiamo i nostri urlacci,

come cani in abbandono

fuor dell'uscio:

- Oggi ci sono

e doman me ne vo...

- Stacci!

stacci! stacci!

Questa terra ha certe porte,

che ci s'entra e non se n'esce.

E` il castello della morte.

S'ode qui l'erba che cresce:

crescer l'erba e i rosolacci

qui, di notte, al tempo buono:

ma nient'altro...

- Oggi ci sono

e doman me ne vo...

- Stacci!

stacci! stacci!

C'incontriamo... Io ti derido?!

No, compagno nello stento!

No, fratello! E` un vano grido

che gettiamo al freddo vento.

Né c'è un viso che s'affacci

per dire, Eh! spazzacamino!...

per dire, Oh! quel vecchiettino

degli stacci...

degli stacci!...

- stacci! stacci!

 
 

Il brivido

 (Canti di Castelvecchio) (Giovanni Pascoli)

Mi scosse, e mi corse

le vene il ribrezzo.

Passata m'è forse

rasente, col rezzo

dell'ombra sua nera

la morte...

Com'era?

Veduta vanita,

com'ombra di mosca:

una ombra infinita,

di nuvola fosca

che tutto fa sera:

la morte...

Com'era?

Tremenda e veloce

come un uragano

che senza una voce

dilegua via vano:

silenzio e bufera:

la morte...

Com'era?

Chi vede lei, serra

né apre più gli occhi.

Lo metton sotterra

che niuno lo tocchi,

gli chieda - Com'era?

rispondi...

com'era? -

 
 

L'or di notte

(Canti di Castelvecchio) (Giovanni Pascoli)

Nelle case, dove ancora

si ragiona coi vicini

presso al fuoco, e già la nuora

porta a nanna i suoi bambini,

uno in collo e due per mano;

pel camino nero il vento,

tra lo scoppiettar dei ciocchi,

porta un suono lungo e lento,

tre, poi cinque, sette tocchi,

da un paese assai lontano:

tre, poi cinque e sette voci,

lente e languide, di gente:

voci dal borgo alle croci,

gente che non ha più niente:

- Fate piano! piano! piano!

Non vogliamo saper nulla:

notte? giorno? verno? state?

Piano, voi, con quella culla!

che non pianga il bimbo... Fate

piano! piano! piano! piano!

Non vogliamo ricordare

vino e grano, monte e piano,

la capanna, il focolare,

mamma, bimbi... Fate piano!

piano! piano! piano! piano!
 
 

Notte d'inverno

(Canti di Castelvecchio) (Giovanni Pascoli)

Il Tempo chiamò dalla torre

lontana... Che strepito! E` un treno

là, se non è il fiume che corre.

O notte! Né prima io l'udiva,

lo strepito rapido, il pieno

fragore di treno che arriva;

sì, quando la voce straniera,

di bronzo, me chiese; sì, quando

mi venne a trovare ov'io era,

squillando squillando

nell'oscurità.

Il treno s'appressa... Già sento

la querula tromba che geme,

là, se non è l'urlo del vento.

E il vento rintrona rimbomba,

rimbomba rintrona, ed insieme

risuona una querula tromba.

E un'altra, ed un'altra. - Non essa

m'annunzia che giunge? - io domando.

- Quest'altra! - Ed il treno s'appressa

tremando tremando

nell'oscurità.

Sei tu che ritorni. Tra poco

ritorni, tu, piccola dama,

sul mostro dagli occhi di fuoco.

Hai freddo? paura? C'è un tetto,

c'è un cuore, c'è il cuore che t'ama

qui! Riameremo. T'aspetto.

Già il treno rallenta, trabalza,

sta... Mia giovinezza, t'attendo!

Già l'ultimo squillo s'inalza

gemendo gemendo

nell'oscurità...

E il Tempo lassù dalla torre

mi grida ch'è giorno. Risento

la tromba e la romba che corre.

Il giorno è coperto di brume.

Quel flebile suono è del vento,

quel labile tuono è del fiume.

E` il fiume ed è il vento, so bene,

che vengono vengono, intendo,

così come all'anima viene,

piangendo piangendo,

ciò che se ne va.
 
 

La nonna

(Canti di Castelvecchio) (Giovanni Pascoli)

Tra tutti quei riccioli al vento,

tra tutti quei biondi corimbi,

sembrava, quel capo d'argento,

dicesse col tremito, bimbi,

sì... piccoli, sì...

E i bimbi cercavano in festa,

talora, con grido giulivo,

le tremule mani e la testa

che avevano solo di vivo

quel povero sì.

Sì, solo; sì, sempre, dal canto

del fuoco, dall'umile trono;

sì, per ogni scoppio di pianto,

per ogni preghiera: perdono,

sì... voglio, sì... sì!

Sì, pure al lettino del bimbo

malato... La Morte guardava,

La Morte presente in un nimbo...

La tremula testa dell'ava

diceva sì! sì!

Sì, sempre; sì, solo; le notti

lunghissime, altissime! Nera

moveva, ai lamenti interrotti,

la Morte da un angolo... C'era

quel tremulo sì,

quel sì, presso il letto... E sì, prese

la nonna, la prese, lasciandole

vivere il bimbo. Si tese

quel capo in un brivido blando,

nell'ultimo sì.

 
 

La voce

 (Canti di Castelvecchio) (Giovanni Pascoli)

C'è una voce nella mia vita,

che avverto nel punto che muore;

voce stanca, voce smarrita,

col tremito del batticuore:

voce d'una accorsa anelante,

che al povero petto s'afferra

per dir tante cose e poi tante,

ma piena ha la bocca di terra:

tante tante cose che vuole

ch'io sappia, ricordi, sì... sì...

ma di tante tante parole

non sento che un soffio... Zvanî...

Quando avevo tanto bisogno

di pane e di compassione,

che mangiavo solo nel sogno,

svegliandomi al primo boccone;

una notte, su la spalletta

del Reno, coperta di neve,

dritto e solo (passava in fretta

l'acqua brontolando, Si beve?);

dritto e solo, con un gran pianto

d'avere a finire così,

mi sentii d'un tratto daccanto

quel soffio di voce... Zvanî...

Oh! la terra, com'è cattiva!

la terra, che amari bocconi!

Ma voleva dirmi, io capiva:

- No... no... Di' le devozioni!

Le dicevi con me pian piano,

con sempre la voce più bassa:

la tua mano nella mia mano:

ridille! vedrai che ti passa.

Non far piangere piangere piangere

(ancora!) chi tanto soffrì!

il tuo pane, prega il tuo angelo

che te lo porti... Zvanî... -

Una notte dalle lunghe ore

(nel carcere!), che all'improvviso

dissi - Avresti molto dolore,

tu, se non t'avessero ucciso,

ora, o babbo! - che il mio pensiero,

dal carcere, con un lamento,

vide il babbo nel cimitero,

le pie sorelline in convento:

e che agli uomini, la mia vita,

volevo lasciargliela lì...

risentii la voce smarrita

che disse in un soffio... Zvanî...

 

Oh! la terra come è cattiva!

non lascia discorrere, poi!

Ma voleva dirmi, io capiva:

- Piuttosto di' un requie per noi!

Non possiamo nel camposanto

più prendere sonno un minuto,

ché sentiamo struggersi in pianto

le bimbe che l'hanno saputo!

Oh! la vita mia che ti diedi

per loro, lasciarla vuoi qui?

qui, mio figlio? dove non vedi

chi uccise tuo padre... Zvanî?... -

Quante volte sei rivenuta

nei cupi abbandoni del cuore,

voce stanca, voce perduta,

col tremito del batticuore:

voce d'una accorsa anelante

che ai poveri labbri si tocca

per dir tante cose e poi tante;

ma piena di terra ha la bocca:

la tua bocca! con i tuoi baci,

già tanto accorati a quei dì!

a quei dì beati e fugaci

che aveva i tuoi baci... Zvanî!...

che m'addormentavano gravi

campane col placido canto,

e sul capo biondo che amavi,

sentivo un tepore di pianto!

che ti lessi negli occhi, ch'erano

pieni di pianto, che sono

pieni di terra, la preghiera

di vivere e d'essere buono!

Ed allora, quasi un comando,

no, quasi un compianto, t'uscì

la parola che a quando a quando

mi dici anche adesso... Zvanî...

 
 

La capinera

 (Canti di Castelvecchio) (Giovanni Pascoli)

Il tempo si cambia: stasera

vuol l'acqua venire a ruscelli.

L'annunzia la capinera

tra li àlbatri e li avornielli:

tac tac.

Non mettere, o bionda mammina,

ai bimbi i vestiti da fuori.

Restate, che l'acqua è vicina:

udite tra i pini e gli allori:

tac tac.

Anch'essa nel tiepido nido

s'alleva i suoi quattro piccini:

per questo ripete il suo grido,

guardando il suo nido di crini:

tac tac.

Già vede una nuvola a mare:

già, sotto le goccie dirotte,

vedrà tutto il bosco tremare,

covando tra il vento e la notte:

tac tac.

 
 

Foglie morte

(Canti di Castelvecchio) (Giovanni Pascoli)

Oh! che già il vento volta

e porta via le pioggie!

Dentro la quercia folta

ruma le foglie roggie

che si staccano, e fru...

partono; un branco ad ogni

soffio che l'avviluppi.

Par che la quercia sogni

ora, gemendo, i gruppi

del novembre che fu.

Volano come uccelli,

morte nel bel sereno:

picchiano nei ramelli

del roseo pesco, pieno

de' suoi cuccoli già.

E il roseo pesco oscilla

pieno di morte foglie:

quale s'appende e prilla,

quale da lui si toglie

con un sibilo, e va.

Ma quelle foglie morte

che il vento, come roccia,

spazza, non già di morte

parlano ai fiori in boccia,

ma sussurrano: - Orsù!

Dentro ogni cocco all'uscio

vedo dei gialli ugnoli:

tu che costì nel guscio

di più covar ti duoli,

che ti pèriti più?

Fuori le alucce pure,

tu che costì sei vivo!

Il vento ruglia... eppure

esso non è cattivo.

Ruglia, brontola: ma...

contende a noi! Ché tutto

vuol che sia mondo l'orto

pei nuovi fiori, e il brutto,

il secco, il vecchio, il morto,

vuol che netti di qua.

Noi c'indugiammo dove

nascemmo, un po', ma era

per ricoprir le nuove

gemme di primavera... -

Così dicono, e fru...

partono, ad un rabbuffo

più stridulo e più forte.

E tra un voletto e un tuffo

vanno le foglie morte,

e non tornano più.
 
 

Canzone di marzo

 (Canti di Castelvecchio) (Giovanni Pascoli)

Che torbida notte di marzo!

Ma che mattinata tranquilla!

che cielo pulito! che sfarzo

di perle! Ogni stelo, una stilla

che ride: sorriso che brilla

su lunghe parole.

Le serpi si sono destate

col tuono che rimbombò primo

Guizzavano, udendo l'estate,

le verdi cicigne tra il timo;

battevan la coda sul limo

le biscie acquaiole.

Ancor le fanciulle si sono

destate, ma per un momento;

pensarono serpi, a quel tuono;

sognarono l'incantamento.

In sogno gettavano al vento

le loro pezzuole.

Nell'aride bresche anco l'api

si sono destate agli schiocchi.

La vite gemeva dai capi,

fremevano i gelsi nei nocchi.

Ai lampi sbattevano gli occhi

le prime viole.

Han fatto, venendo dal mare,

le rondini tristo viaggio.

Ma ora, vedendo tremare

sopr'ogni acquitrino il suo raggio,

cinguettano in loro linguaggio,

ch'è ciò che ci vuole.

Sì, ciò che ci vuole. Le loro

casine, qualcuna si sfalda,

qualcuna è già rotta. Lavoro

ci vuole, ed argilla più salda;

perché ci stia comoda e calda

la garrula prole.

 
 

Valentino

(Canti di Castelvecchio) (Giovanni Pascoli)

Oh! Valentino vestito di nuovo,

come le brocche dei biancospini!

Solo, ai piedini provati dal rovo

porti la pelle de' tuoi piedini;

porti le scarpe che mamma ti fece,

che non mutasti mai da quel dì,

che non costarono un picciolo: in vece

costa il vestito che ti cucì.

Costa; ché mamma già tutto ci spese

quel tintinnante salvadanaio:

ora esso è vuoto; e cantò più d'un mese

per riempirlo, tutto il pollaio.

Pensa, a gennaio, che il fuoco del ciocco

non ti bastava, tremavi, ahimè!,

e le galline cantavano, Un cocco!

ecco ecco un cocco un cocco per te!

Poi, le galline chiocciarono, e venne

marzo, e tu, magro contadinello,

restasti a mezzo, così con le penne,

ma nudi i piedi, come un uccello:

come l'uccello venuto dal mare,

che tra il ciliegio salta, e non sa

ch'oltre il beccare, il cantare, l'amare,

ci sia qualch'altra felicità

 
 

Sogno

(Giovanni Pascoli)

Per un attimo fui nel mio villaggio,

nella mia casa. Nulla era mutato.

Stanco tornavo, come da un viaggio;

stanco al mio padre, ai morti, ero tornato.

Sentivo una gran gioia, una gran pena;

una dolcezza ed un'angoscia muta.

- Mamma? - E' là che ti scalda un pò di cena. -

Povera mamma! e lei, non l'ho veduta.

 
 

Il lampo

 (Giovanni Pascoli)

E cielo e terra si mostrò qual era:

la terra ansante, livida, in sussulto;

il cielo ingombro, tragico, disfatto:

bianca bianca nel tacito tumulto

una casa apparì sparì d'un tratto;

come un'occhio, che, largo, esterefatto,

s'aprì, si chiuse, nella notte nera.

Temporale (Giovanni Pascoli)

Un bubbolìo lontano...

Risseggia l'orizzonte,

come affocato, a mare;

nero di pece, a monte,

stracci di nubi chiare:

tra il nero un casolare:

un'ala di gabbiano.

 
 

L'assiuolo

 (Giovanni Pascoli)

Dov'era la luna? ché il cielo

notava in un'alba di perla,

ed ergersi il mandorlo e il melo

parevano a meglio vederla.

Venivano soffi di lampi

da un nero di nubi laggiù:

veniva una voce dai campi:

chiù...

Le stelle lucevano rare

tra mezzo alla nebbia di latte:

sentivo il cullare del mare,

sentivo un fru fru tra le fratte;

sentivo nel cuore un sussulto,

com'eco d' un grido che fu.

Sonava lontano il singulto:

chiù...

Su tutte le lucide vette

tremava un sospiro di vento;

squassavano le cavallette

finissimi sistri d'argento

(tintinni a invisibili porte

che forse non s'aprono più?...);

e c'era quel pianto di morte...

chiù...

 
 

X Agosto

 (Giovanni Pascoli)

San Lorenzo, io lo so perché tanto

di stelle per l'aria tranquilla

arde e cade, perché sì gran pianto

nel concavo cielo favilla.

Ritornava una rondine al tetto:

l'uccisero: cadde tra spini:

ella aveva nel becco un insetto:

la cena dei suoi rondinini.

Ora è là, come in croce, che tende

quel verme a quel cielo lontano;

e il suo nido è nell'ombra, che attende

che pigola sempre più piano.

Anche un uomo tornava al suo nido:

l'uccisero: disse: Perdono;

e restò negli aperti occhi un grido:

portava due bambole in dono...

Ora là, nella casa romita,

lo aspettano, aspettano in vano:

egli immobile, attonito, addita

le bambole al cielo lontano.

E tu, Cielo, dall'alto dei mondi

sereni, infinito, immortale,

oh! d'un pianto di stelle lo inondi

quest'atomo opaco del Male!
 
 

Lavandare

 (Giovanni Pascoli)

Nel campo mezzo grigio e mezzo nero

resta un aratro senza buoi, che pare

dimenticato, tra il vapor leggero.

E cadenzato dalla gora viene

lo sciabordare delle lavandare

con tonfi spessi e lunghe cantilene:

Il vento soffia e nevica la frasca,

e tu non torni ancora al tuo paese!

quando partisti, come son rimasta!

come l'aratro in mezzo alla maggese.
 
 

Arano

 (Giovanni Pascoli)

Al campo, dove roggio nel filare

qualche pampano brilla, e dalle fratte

sembra la nebbia mattinal fumare,

arano: a lente grida, uno le lente

vacche spinge; altri semina; un ribatte

le porche con sua marra paziente;

ché il passero saputo in cor già gode,

e il tutto spia dai rami irti del moro;

e il pettirosso: nelle siepi s'ode

il suo sottil tintinnio come d'oro.
 
 

Rio Salto

 (Giovanni Pascoli)

 

Lo so: non era nella valle fonda

suon che s'udìa di palafreni andanti:

era l'acqua che giù dalle stillanti

tegole a furia percotea la gronda.

Pur via e via per l'infinita sponda

passar vedevo i cavalieri erranti;

scorgevo le corazze luccicanti,

scorgevo l'ombra galoppar sull'onda.

Cessato il vento poi, non di galoppi

il suono udivo, nè vedea tremando

fughe remote al dubitoso lume;

ma poi solo vedevo, amici pioppi!

Brusivano soave tentennando

lungo la sponda del mio dolce fiume.

 
 

La cucitrice

 (Giovanni Pascoli)

L'alba per la valle nera

sparpagliò le greggi bianche:

tornano ora nella sera

e s'arrampicano stanche;

una stella le conduce.

Torna via dalla maestra

la covata, e passa lenta:

c'è del biondo alla finestra

tra un basilico e una menta:

è Maria che cuce e cuce.

Per che cuci e per che cosa?

un lenzuolo? un bianco velo?

Tutto il cielo è color rosa,

rosa e oro, e tutto il cielo

sulla testa le riluce.

Alza gli occhi dal lavoro:

una lagrima? un sorriso?

Sotto il cielo rosa e oro,

chini gli occhi, chino il viso,

ella cuce, cuce, cuce.

 

La tessitrice

Mi son seduto su la panchetta

come una volta… quanti anni fa?

Ella, come una volta, s’è stretta

su la panchetta.

E non il suono d’una parola;

solo un sorriso tutta pietà.

La bianca mano lascia la spola.

Piango, e le dico: Come ho potuto,

dolce mio bene, partir da te?

Piange, e mi dice d’un cenno muto:

Come hai potuto?

Con un sospiro quindi la cassa

tira del muto pettine a sé.

Muta la spola passa e ripassa.

Piango, e le chiedo: Perché non suona

dunque l’arguto pettine più?

Ella mi fissa timida e buona:

Perché non suona?

E piange, e piange – Mio dolce amore

non t’hanno detto? Non lo sai tu?

Io non son viva che nel tuo cuore.

Morta! Sì, morta! Se tesso, tesso

per te soltanto; come, non so;

in questa tela, sotto il cipresso,

accanto alfine ti dormirò.

 
 

Addio!

 Giovanni Pascoli

 

Dunque, rondini rondini, addio!

Dunque andate, dunque ci lasciate

per paesi tanto a noi lontani.

È finita qui la rossa estate.

Appassisce l'orto: i miei gerani

più non hanno che i becchi di gru.

Dunque, rondini rondini, addio!

Il rosaio qui non fa più rose.

Lungo il Nilo voi le rivedrete.

Volerete sopra le mimose

della Khala, dentro le ulivete

del solingo Achilleo di Corfù.

Oh! se, rondini rondini, anch'io. . .

Voi cantate forse morti eroi,

su quest'albe, dalle vostre altane,

quando ascolto voi parlar tra voi

nella vostra lingua di gitane,

una lingua che più non si sa.

Oh! se, rondini rondini, anch'io . . .

O son forse gli ultimi consigli

ai piccini per il lungo volo.

Rampicati stanno al muro i figli

che al lor nido con un grido solo

si rivolgono a dire: Si va?

Dunque, rondini rondini, addio!

Non saranno quelle che le case

han murato questo marzo scorso,

che a rifarne forse le cimase

strisceranno sopra il Rio dell'Orso,

che rugliava, e non mormora più.

Dunque, rondini rondini, addio!

Ma saranno pur gli stessi voli;

ma saranno pur gli stessi gridi;

quella gioia, per gli stessi soli;

quell'amore, negli stessi nidi:

risarà tutto quello che fu.

Oh! se, rondini rondini, anch'io. . .

io li avessi quattro rondinotti

dentro questo nido mio di sassi!

ch'io vegliassi nelle dolci notti,

che in un mesto giorno abbandonassi

alla libera serenità!

Oh! se, rondini rondini, anch'io . . .

rivolando su le vite loro,

ritrovando l'alba del mio giorno,

rimurassi sempre il mio lavoro,

ricantassi sempre il mio ritorno,

mio ritorno dal mondo di là!

 
 

In ritardo

Giovanni Pascoli

 

E l'acqua cade su la morta estate,

e l'acqua scroscia su le morte foglie;

e tutto è chiuso, e intorno le ventate

gettano l'acqua alle inverdite soglie;

e intorno i tuoni brontolano in aria;

se non qualcuno che rotola giù.

Apersi un poco la finestra: udii

rugliare in piena due torrenti e un fiume;

e mi parve d'udir due scoppiettìi

e di vedere un nereggiar di piume.

O rondinella spersa e solitaria,

per questo tempo come sei qui tu ?

Oh! non è questo un temporale estivo

col giorno buio e con la rosea sera,

sera che par la sera dell'arrivo,

tenera e fresca come a primavera,

quando, trovati i vecchi nidi al tetto,

li salutava allegra la tribù.

Se n'è partita la tribù, da tanto!

tanto, che forse pensano al ritorno,

tanto che forse già provano il canto

che canteranno all'alba di quel giorno:

sognano l'alba di San Benedetto

nel lontano Baghirmi e nel Bornù.

E chiudo i vetri. Il freddo mi percuote,

L'acqua mi sferza, mi respinge il vento.

Non più gli scoppiettìi, ma le remote

voci dei fiumi, ma sgrondare io sento

sempre più l'acqua, rotolare il tuono,

il vento alzare ogni minuto più.

E fuori vedo due ombre, due voli,

due volastrucci nella sera mesta,

rimasti qui nel grigio autunno soli,

ch'aliano soli inmezzo alla tempesta:

rimasti addietro il giorno del frastuono,

delle grida d'amore e gioventù

Son padre e madre. C'è sotto le gronde

un nido, in fila con quei nidi muti,

il lor nido che geme e che nasconde

sei rondinini non ancor pennuti.

Al primo nido già toccò sventura.

Fecero questo accanto a quel che fu.

Oh! tardi! Il nido ch'è due nidi al cuore,

ha fame in mezzo a tante cose morte;

e l'anno è morto, ed anche il giorno muore,

e il tuono muglia, e il vento urla più forte,

e l'acqua fruscia, ed è già notte oscura,

e quello ch'era non sarà mai più.
 
 

L’imbrunire

Giovanni Pascoli

 

Cielo e Terra dicono qualcosa

l'uno all'altro nella dolce sera.

Una stella nell'aria di rosa,

un lumino nell'oscurità.

I Terreni parlano ai Celesti,

quando, o Terra, ridiventi nera;

quando sembra che l'ora s'arresti,

nell'attesa di ciò che sarà.

Tre pianeti su l'azzurro gorgo,

tre finestre lungo il fiume oscuro;

sette case nel tacito borgo,

sette Pleiadi un poco più su.

Case nere: bianche gallinelle!

Case sparse: Sirio, Algol, Arturo!

Una stella od un gruppo di stelle

per ogni uomo o per ogni tribù.

Quelle case sono ognuna un mondo

con la fiamma dentro, che traspare;

e c'è dentro un tumulto giocondo

che non s'ode a due passi di là.

E tra i mondi, come un grigio velo,

erra il fumo d'ogni focolare.

La Via Lattea s'esala nel cielo,

per la tremola serenità.
 
 

Valentino

Giovanni Pascoli

 

Oh! Valentino vestito di nuovo,

come le brocche dei biancospini!

Solo, ai piedini provati dal rovo

porti la pelle de' tuoi piedini;

porti le scarpe che mamma ti fece,

che non mutasti mai da quel dì,

che non costarono un picciolo: in vece

costa il vestito che ti cucì.

Costa; ché mamma già tutto ci spese

quel tintinnante salvadanaio:

ora esso è vuoto; e cantò più d'un mese

per riempirlo, tutto il pollaio.

Pensa, a gennaio, che il fuoco del ciocco

non ti bastava, tremavi, ahimè!,

e le galline cantavano, Un cocco!

ecco ecco un cocco un cocco per te!

Poi, le galline chiocciarono, e venne

marzo, e tu, magro contadinello,

restasti a mezzo, così con le penne,

ma nudi i piedi, come un uccello:

come l'uccello venuto dal mare,

che tra il ciliegio salta, e non sa

ch'oltre il beccare, il cantare, l'amare,

ci sia qualch'altra felicità.
 
 

Il lampo

(Giovanni Pascoli)

 

E cielo e terra si mostrò qual era:

la terra ansante, livida, in sussulto;

il cielo ingombro, tragico, disfatto:

bianca bianca nel tacito tumulto

una casa apparì sparì d'un tratto;

come un'occhio, che, largo, esterefatto,

s'aprì, si chiuse, nella notte nera.

 
 

Temporale

(Giovanni Pascoli)

 

Un bubbolìo lontano...

Risseggia l'orizzonte,

come affocato, a mare;

nero di pece, a monte,

stracci di nubi chiare:

tra il nero un casolare:

un'ala di gabbiano.

 
 

Il bolide

Giovanni Pascoli 

 

Tutto annerò.

Brillava, in alto in alto, il cielo azzurro.

In via con me non c'eri, in lontananza, se non tu, Rio Salto.

 

Io non t'udiva: udivo i cantonieri tuoi,

le rane, gridar rauche l'arrivo d'acqua,

sempre acqua, a maceri e poderi.

Ricordavo.

A' miei venti anni, mal vivo,

pensai tramata anche per me la morte nel sangue.

E, solo, a notte alta, venivo per questa via,

dove tra l'ombre smorte era il nemico, forse.

Io lento lento passava, e il cuore dentro battea forte.

Ma colui non vedrebbe il mio spavento,

sebben tremassi all'improvviso svolo d'una lucciola, a un sibilo di vento:

lento lento passavo: e il cuore a volo andava avanti.

E che dunque?

Uno schianto; e su la strada rantolerei, solo... no, non solo!

Lì presso è il camposanto, con la sua fioca lampada di vita.

Accorrerebbe la mia madre in pianto.

Mi sfiorerebbe appena con le dita:

le sue lagrime, come una rugiada nell'ombra, sentirei su la ferita.

Verranno gli altri,

e me di su la strada porteranno con loro esili gridi

a medicare nella lor contrada, così soave!

dove tu sorridi eternamente

sopra il tuo giaciglio fatto di muschi e d'erbe, come i nidi!

Mentre pensavo, e già sentìa, sul ciglio del fosso, nella siepe,

oltre un filare di viti, dietro un grande olmo,

un bisbiglio truce, un lampo, uno scoppio...

ecco scoppiare e brillare, cadere, esser caduto,

dall'infinito tremolìo stellare,

un globo d'oro, che si tuffò muto nelle campagne,

come in nebbie vane, vano;

ed illuminò nel suo minuto

siepi, solchi, capanne, e le fiumane erranti al buio,

e gruppi di foreste, e bianchi ammassi di città lontane.

Gridai, rapito sopra me: Vedeste?

 

Ma non v'era che il cielo alto e sereno.

Non ombra d'uomo, non rumor di péste.

Cielo, e non altro: il cupo cielo, pieno di grandi stelle;

il cielo, in cui sommerso mi parve quanto mi parea terreno.

 

E la Terra sentii nell'Universo.

Sentii, fremendo, ch'è del cielo anch'ella.

E mi vidi quaggiù piccolo e sperso errare, tra le stelle, in una stella.

 
 
Gli emigranti della luna
 
 

 "Com' è la luna"  

- Canto secondo  -

Giovanni Pascoli

I

Scórsero i giorni, anche le notti; e il vento

soffiò più forte, e si levò la luna

più tardi, e il fuoco morto e il lume spento

s'era più presto: un'altra notte, e una

pallida nebbia errò su padri e figli

non sazi. Ma la madre era digiuna.

Destò la luna i languidi sbadigli

degli altri: a lei si rifletté su gli occhi

umidi e lustri sotto i curvi cigli.

Si scaldavano un poco ora i marmocchi

a lei. L'ultimo, in terra, il capo ciondo-

loni via via le urtava ai due ginocchi.

Ella parlò: "Se fosse qui quel biondo

grande... Ma egli prese la bisaccia

vuota; e chi sa, dov'ora è mai, del mondo?

Io gli avrei detto: Non è lei che ghiaccia

i fossi e i fiumi? Non è lei che imbeve

del suo biancore i lunghi teli e l'accia?

Non fa la brina e il gelo essa? Ci deve

far così freddo! tra le stelle sole,

liscie, lustranti! Quel biancore è neve..."

"No, mamma," disse la fanciulla: "è il Sole!"

II

E la tribù guardò nel cielo. Quella?

Dunque piena di sole essa trascorre,

di notte, come una più grande stella?

Una piccola Terra, or sulla torre,

or sull'abete... Ma quell'ombre? Monti,

quelle ombre, rupi valli greppi forre...

rughe: le rughe delle vecchie fronti.

Ma ella, dunque, è vecchia calva ossuta,

senza verde di frondi, acqua di fonti?

E la fanciulla disse: "Io l'ho veduta.

In un suo libro. Egli sapea contare

i monti e i mari. Io l'ascoltava muta.

C'è il Mare di Serenità. C'è il Mare

di Nubi. Anche, di Pioggie e di Tempeste.

Un altro Mare senza l'acque amare.

C'è la Palude delle Nebbie meste.

C'è anche un Seno, a goccia a goccia pieno

di guazza dalla grande alba celeste.

E c'è il Lago dei Sogni. Anche c'è il Seno

delle Iridi: tanti alti archi di porte

nel cielo: un infinito arcobaleno.

Vicino ai Sogni, il Lago della Morte".

III

Anche la morte? e dunque anche i viventi?

"No! no! nessuno. Chi v'andò, discese.

In terra avea del bene e le sue genti".

Dunque nessuno... O tacito paese

sopra le nubi, o isola del cielo,

che fiorisci e sfiorisci d'ogni mese!

Il sole ha fatto colassù lo sgelo!

Gli stagni son coperti ora dei gigli

d'acqua, a fior d'acqua sopra il lungo stelo.

Si sommergono gli alberi vermigli

dentro la cilestrina acqua dei laghi.

L'aria è fiorita dall'odor dei tigli.

E rossi e gialli spuntano tra gli aghi

d'abeti e pini, che nessun calpesta,

fiori, bocche di lupi, occhi di draghi...

Al dolce vento trema la foresta.

Dalla foresta vengono col vento

lontane voci di campane a festa...

Vi s'ode ancora un palpito più lento,

un tuffo molle a quando a quando, un va

e vieni: ondeggiamento sonnolento,

lassù, nel Mare di Serenità.
 
 

"L'altra faccia della luna"

Canto quinto  - Giovanni Pascoli

I

Crescea la luna. Ognuno già per ogni

plaga passava come a lui straniera.

Ognuno al Lago ora pensò, dei Sogni.

Forse la morte non temean, tant'era

la lor tristezza. E il Lago era pur bello

con le bianche ninfee di primavera!

Ivi abbracciato al dolce oblìo gemello

era il ricordo. Ivi cantava un nido,

da sé, partito ch'era già l'uccello.

Cantava il cuore, ora, da sé, col grido

d'allora, a notte! E ve l'udian cantare

i soli morti assisi lungo il lido.

Ed era il Lago ora nel lume, e chiare

fiorian le schiume. Ecco, una luce scialba

si diffondea nel Caucaso lunare.

E dalle grotte orlate di vitalba

videro, i due, rifulgere le accette

lassù, nel monte, tra il chiaror dell'alba.

S'udiva per le valli e per le strette

l'arido scroscio delle foglie morte...

I lor compagni erano sulle vette,

volti ai Laghi dei Sogni e della Morte!

II

E si levò tra quelle genti un suono

dolce di voce. Usciva allor da un velo

rado la luna pendula, dal cono

d'un abete. Una nebbia, un ragnatelo

di luce scialba tremolò su crani

lustri, su cenci e bioccoli di pelo;

e rifulsero allora occhi lontani,

zuppi di sogno, e bocche aperte a un alto

ululo. Il pugno si stringean le mani.

Videro tutti là, di soprassalto,

quella fanciulla, con le braccia in croce,

bianca sul liscio lago di cobalto.

Ella parlava timida e veloce.

Quello che ammansa, quello che consola,

pioveva dalla giovinetta voce.

"Io l'ho veduta. Corre sempre, vola,

passa. Ma mentre va, che non mai posa,

a noi non volge che una parte sola.

Vediamo, noi, nel cielo azzurro o rosa,

sempre quelle montagne, sempre quelle

paludi. Sempre. Ma di là? Che cosa

è mai di là, verso le grandi stelle?"

III

E la luna fu mezza. Erano tutti

di là. Ciascuno avea varcato un nero

cerchio di monti, un bianco orlo di flutti.

Ciascuno andava per un suo sentiero.

Movean lassù per il paese vuoto,

silenzïoso come il lor pensiero.

Movean pensosi; e cancellava il moto

l'orme sue stesse; per l'eternamente

non visto, per l'eternamente ignoto;

là, dove il tutto rifiorìa dal niente,

libero, dove s'adempìa perenne

un sogno, sogno del buon Dio dormente.

C'era anche il pane. E c'erano le renne

placide, il latte, il fuoco: tutto! Oh! molto

pensava il vecchio: ma di là non venne.

Oh! la sua Terra! Egli torceva il volto.

Veder la Terra gli era assai; ché infine

e' non doveva ch'esservi sepolto.

Oh! pur dal fascio, ch'era, lì, di spine,

all'appressarsi dell'oscurità,

veder la Terra rosseggiar sul crine

delle montagne e dileguar di là!
 
 

Le gioie del poeta

II

Il miracolo

(Giovanni Pascoli)

 

Vedeste, al tocco suo, morte pupille!

Vedeste in cielo bianchi lastricati

con macchie azzurre tra le lastre rare;

bianche le fratte, bianchi erano i prati,

queto fumava un bianco casolare,

sfogliava il mandorlo ali di farfalle.

Vedeste l'erba lucido tappeto,

e sulle pietre il musco smeraldino;

tremava il verde ciuffo del canneto,

sbocciava la ninfea nell'acquitrino,

tra rane verdi e verdi raganelle.

Vedeste azzurro scendere il ruscello

fuori dei monti, fuor delle foreste,

e quelle creste, aereo castello,

tagliare in cielo un lembo piu celeste:

era colore di viola il colle.

Vedeste in mezzo a nuvole di cloro

rossa raggiar la fuga de' palazzi

lungo la ripa, ed il tramonto d'oro

dalle vetrate vaporare a sprazzi,

a larghi fasci, a tremule scintille.

Dormono i corvi dentro i lecci oscuri

qualche fiaccola va pei cimiteri;

dentro i palazzi, dentro gli abituri,

al buio, accanto ai grandi letti neri,

dormono nere e piccole le culle.

 
 

Finestra illuminata

I

Mezzanotte

(Giovanni Pascoli)

a A. B.

 

Otto... nove... anche un tocco: e lenta scorre

l'ora; ed un altro... un altro. Uggiola un cane.

Un chiù singhiozza da non so qual torre.

È mezzanotte. Un doppio suon di pesta

s'ode, che passa. C'è per vie lontane

un rotolìo di carri che s'arresta

di colpo. Tutto è chiuso, senza forme,

senza colori, senza vita. Brilla,

sola nel mezzo alla città che dorme,

una finestra, come una pupilla

aperta. Uomo che vegli nella stanza

illuminata, chi ti fa vegliare?

dolore antico o giovine speranza?

 
 

IX

Vagito

(Giovanni Pascoli)

 

Mammina . . . bianca sopra il letto bianco

tu dormi. Chi sul volto ti compose

quel dolor pago e quel sorriso stanco ?

Tu dormi: intorno al languido origliere

tutto biancheggia. Intorno a te le cose

fanno piccoli cenni di tacere.

E tutto albeggia e tutto tace. Il fine

è questo, è questo il cominciar d'un rito?

Di tra un silenzio candido di trine

parla il mistero in suono di vagito.

 

 
 

Il vecchio dei campi

(Giovanni Pascoli)

 

Al soie, al fuoco, sue novelle ha pronte

il bianco vecchio dalla faccia austera,

che si ricorda, solo ormai, del ponte,

quando non c'era.

Racconta al sole (i buoi fumidi stanno,

fissando immoti la sua lenta fola)

come far sacca si dové, quell'anno,

delle lenzuola.

Racconta al fuoco (sfrigola bel bello

un ciocco d'olmo in tanto che ragiona),

come a far erba uscisse con Rondello

Buovo d'Antona.

 
 

Il passero solitario

(Giovanni Pascoli)

 

Tu nella torre avita,

passero solitario,

tenti la tua tastiera,

come nel santuario

monaca prigioniera

l'organo, a fior di dita;

che pallida, fugace,

stupì tre note, chiuse

nell'organo, tre sole,

in un istante effuse,

tre come tre parole

ch'ella ha sepolte, in pace.

Da un ermo santuario

che sa di morto incenso

nelle grandi arche vuote,

di tra un silenzio immenso

mandi le tue tre note,

spirito solitario.

 
 

XIV

Pioggia

(Giovanni Pascoli)

 

Cantava al buio d'aia in aia il gallo.

E gracidò nel bosco la cornacchia:

il sole si mostrava a finestrelle.

Il sol dorò la nebbia della macchia,

poi si nascose; e piovve a catinelle.

Poi tra il cantare delle raganelle

guizzò sui campi un raggio lungo e giallo.

Stupìano i rondinotti dell'estate

di quel sottile scendere di spille:

era un brusìo con languide sorsate

e chiazze larghe e picchi a mille a mille;

poi singhiozzi, e gocciar rado di stille:

di stille d'oro in coppe di cristallo.

 
 

 Dolcezze

IV

Mare

(Giovanni Pascoli)

 

M'affaccio alla finestra, e vedo il mare:

vanno le stelle, tremolano l'onde.

Vedo stelle passare, onde passare:

un guizzo chiama, un palpito risponde.

Ecco sospira l'acqua, alita il vento:

sul mare è apparso un bel ponte d'argento.

Ponte gettato sui laghi sereni,

per chi dunque sei fatto e dove meni?

 
 

VIII

Notte

Siedon fanciulle ad arcolai ronzanti,

e la lucerna i biondi capi indora:

i biondi capi, i neri occhi stellanti,

volgono alla finestra ad ora ad ora:

attendon esse a cavalieri erranti

che varcano la tenebra sonora?

Parlan d'amor, di cortesie, d'incanti:

così parlando aspettano l'aurora.

 
 

IV

Rosa di macchia

(Giovanni Pascoli)

 

Rosa di macchia, che dall'irta rama

ridi non vista a quella montanina,

che stornellando passa e che ti chiama

rosa canina;

se sottil mano i fiori tuoi non coglie,

non ti dolere della tua fortuna:

le invidïate rose centofoglie

colgano a una

a una: al freddo sibilar del vento

che l'arse foglie a una a una stacca,

irto il rosaio dondolerà lento

senza una bacca;

ma tu di bacche brillerai nel lutto

del grigio inverno; al rifiorir dell'anno

i fiori nuovi a qualche vizzo frutto

sorrideranno:

e te, col tempo, stupirà cresciuta

quella che all'alba svolta già leggiera

col suo stornello, e risalirà muta,

forse, una sera.

 
 

VIII

Viole d'inverno

(Giovanni Pascoli)

 

- D'onde, o vecchina, queste vïolette

serene come un lontanar di monti

nel puro occaso ? Poi che il gelo ha strette

tutte le fonti ;

il gelo brucia dalle stelle, o nonna,

ogni foglia, ogni radica, ogni zolla -

- Tiepida, sappi, lungo la Corsonna

geme una polla.

Là noi sciacquiamo il candido bucato

nell'onda calda in mezzo a nevi e brine;

e il poggio è pieno di vïole, e il prato

di pratelline -

Ah! . . . ma, poeta, non ancor nel pio

tuo cuore è l'onda che discioglie il gelo ?

non è la polla, calda nell'oblio

freddo del cielo?

Ché sempre, se ti agghiaccia la sventura,

se l'odio altrui ti spoglia e ti desola,

spunta, al tepor dell'anima tua pura,

qualche vïola.

 
 

Ultimo sogno

(Giovanni Pascoli)

 

Da un immoto fragor di carrïaggi

ferrei, moventi verso l'infinito

tra schiocchi acuti e fremiti selvaggi...

un silenzio improvviso. Ero guarito.

Era spirato il nembo del mio male

in un alito. Un muovere di ciglia;

e vidi la mia madre al capezzale:

io la guardava senza meraviglia.

Libero!... inerte sì, forse, quand'io

le mani al petto sciogliere volessi:

ma non volevo. Udivasi un fruscio

sottile, assiduo, quasi di cipressi;

quasi d'un fiume che cercasse il mare

inesistente, in un immenso piano:

io ne seguiva il vano sussurrare,

sempre lo stesso, sempre più lontano.

 
 

Le ciaramelle

 (Giovanni Pascoli)

 

Udii tra il sonno le ciaramelle,

ho udito un suono di ninne nanne,

ci sono in cielo tutte le stelle,

ci sono i lumi nelle capanne.

Sono venute dai monti oscuri

le ciaramelle senza dir niente;

hanno destata ne' suoi tuguri

tutta la buona povera gente.

Ognuno è sorto dal suo giaciglio;

accende il lume sotto la trave:

sanno quei lumi d'ombra e sbadiglio,

di cauti passi, di voce grave.

Le pie lucerne brillano intorno,

là nella casa, qua su la siepe:

sembra la terra, prima di giorno,

un piccoletto grande presepe.

Nel cielo azzurro tutte le stelle

paion restare come in attesa;

ed ecco alzare le ciaramelle

il loro dolce suono di chiesa;

suono di chiesa, suono di chiostro,

suono di casa, suono di culla,

suono di mamma, suono del nostro

dolce e passato pianger di nulla.

O ciaramelle degli anni primi,

d'avanti il giorno, d'avanti il vero,

or che le stelle son là sublimi,

conscie del nostro breve mistero;

che non ancora si pensa al pane,

che non ancora s'accende il fuoco;

prima del grido delle campane

fateci dunque piangere un poco.

Non più di nulla, sì di qualcosa,

di tante cose! Ma il cuor lo vuole,

quel pianto grande che poi riposa,

quel gran dolore che poi non duole:

sopra le nuove pene sue vere

vuol quei singulti senza ragione:

sul suo martòro, sul suo piacere,

vuol quelle antiche lacrime buone! 

 

E' una di quelle poesie apparentemente "minori" di Giovanni Pascoli, ma che in realtà è l'eco fedele della profondità del suo mondo interiore, un riandare autobiografico all'infanzia ma un rivederne gli elementi e le atmosfere alla luce della propria concezione poetica ed esistenziale.

L'arrivo degli zampognari dai monti, a metà dicembre, era, e sia pure in misura minore lo è ancora, un particolarissimo annuncio sonoro dell'imminente periodo natalizio. Oggi molto meno che in passato, il suono delle "ciaramelle" accompagna nelle strade, nelle case, nelle chiese, la novena del Natale. Un suono da "organo dei poveri", che Pascoli definisce con termini quanto mai felici: "suono di chiesa, suono di chiostro, suono di casa, suono di culla..."

Nel ricordo del poeta c'è certo nostalgia dell'infanzia, di quegli "anni primi", visti però adesso anche nel loro significato simbolico. A volte si vorrebbe - ma non è possibile - tornare al tempo in cui, bambini e ragazzi, si era felici o si piangeva per cose che in realtà erano "di nulla", in confronto agli eventi e problemi ben più seri dell'età matura, quando ognuno di noi viene messo personalmente di fronte "al vero", quando le domande e la ricerca di un senso del proprio vivere diventa inderogabile ed esige una altrettanto personale risposta, un confronto con la Fede ereditata dai padri, così come con le concezioni filosofiche apprese negli anni di studio, in modo particolare con quelle del determinato periodo storico in cui ci si trova a vivere.

Un "discernimento" - come direbbe S.Ignazio - che conduce ad una scelta, che ha poi ripercussioni concrete su tutta la nostra vita personale e sociale. Una volta il suono delle ciaramelle era semplicemente evocativo della grande festa imminente, ora l'età adulta lo vive con uno ben più ampio spessore, ma la suggestione "magica" che lo caratterizzava rimane immutata. Anzi, la maggiore consapevolezza della maturità la fa meglio comprendere nei suoi vari risvolti.

Quel suono evoca l'altra antica tradizione - tipicamente italiana - del Presepe, e questo a sua volta costituisce una "sacra rappresentazione" del più grande mistero cristiano, quello dell'Incarnazione del Verbo, del suo venire a noi - motivato dall'amore - "rivestito della nostra carne", con tutte le nostre fragilità e con la stessa dipendenza assoluta tipica di ogni essere umano che nasce...

I bambini osservano incantati un simile scenario, nell'età matura l'incanto può trasformarsi in vera "contemplazione", preghiera e anche... qualche lacrima, di quelle lacrime però che come dice Pascoli "sono buone", purificano l'animo e lo dispongono a un ritrovato equilibrio interiore, dono anche questo, come le ciaramelle, di quel Bambino che "regna" - in modo così contraddittorio rispetto alle nostre abituali vedute - dai nostri piccoli o grandi presepi, poveri o preziosi d'arte applicata alla Fede... Lacrime come di "nostalgia d'Assoluto"...

 
 

Nebbia

(Giovanni Pascoli)

 

Nascondi le cose lontane,

tu nebbia impalpabile e scialba,

tu fumo che ancora rampolli,

su l'alba,

da' lampi notturni e da' crolli

d'aeree frane!

Nascondi le cose lontane,

nascondimi quello ch'è morto!

Ch'io veda soltanto la siepe

dell'orto,

la mura ch'ha piene le crepe

di valeriane.

Nascondi le cose lontane:

le cose son ebbre di pianto!

Ch'io veda i due peschi, i due meli,

soltanto,

che dànno i soavi lor mieli

pel nero mio pane.

Nascondi le cose lontane

che vogliono ch'ami e che vada!

Ch'io veda là solo quel bianco

di strada,

che un giorno ho da fare tra stanco

don don di campane...

Nascondi le cose lontane,

nascondile, involale al volo

del cuore! Ch'io veda il cipresso

là, solo,

qui, solo quest'orto, cui presso

sonnecchia il mio cane.

 
 
 
 

Il Centenario serva ad approfondire il Poeta, non a distruggere l’Uomo

GIOVANNI PASCOLI

A CENTO ANNI DALLA MORTE

di Domenico Defelice

 

Il 6 aprile 2012 è ricorso il centenario della morte di Giovanni Pascoli, uno dei nostri maggiori poeti. Era nato a S. Mauro di Romagna (oggi S. Mauro Pascoli) il 31 dicembre 1855 da Ruggiero - assassinato il 10 agosto 1867 - e da Caterina Allocatelli Vincenzi - morta di crepacuore appena un anno dopo.

   Quarto di otto figli (Margherita, Giacomo, Luigi, Raffaele, Giuseppe-Alessandro, Ida, Maria.

   Noi,  di quando studiavamo al Piria di Reggio Calabria, ricordiamo un cippo - a lui dedicato sul lungomare della città - che incrociavamo ogni mattina mentre ci recavamo a scuola, appesantiti dai libri, dal quartiere Santa Caterina dove abitavamo in una misera pensione di pescatori.

   Poeta assai amato dai meridionali, il Pascoli. Egli conosceva il Sud d’Italia nella sua arretratezza millenaria e nella sua povertà, avendo insegnato a Matera nei primi anni      →

 

 

della sua carriera, e poi a Messina. Al Piria, al tempo della nostra frequenza, insegnava anche Giuseppe Tympani, per certi aspetti pascoliano non solo nello stile, ma anche nelle disgrazie. Per esempio, aveva una figlia che si chiamava Rosetta - si pensi al melodramma Il sogno di Rosetta del poeta di San Mauro -, morta in tenera età e alla quale il poeta reggino ha dedicato i suoi versi più toccanti. A Reggio abbiamo conosciuto, insomma, tracce del mondo pascoliano prima di studiare Pascoli.

   Scrive Francesco Pedrina: “Fu scolaro del Carducci, ma oh quanto diverso dal Maestro! Tenero, fantasticante, tutto assorto con fanciullesco stupore al murmure interno de’ sogni o francescanamente chino verso le umili cose e buone: i fiori, le piante, gli uccelli, o sperduto con l’immaginazione nell’ infinità dei cieli, il Pascoli pare l’antitesi del classico autore delle Odi barbare, attivo, battagliero, sognante, sì, ma la gloria, la bellezza, la lotta, l’eroismo: buono, sì, ma d’una bontà salda e duramente stoica”. (vedere a pag. 579 di: Francesco Pedrina - Storia e Antologia della Letteratura Italiana per gli Istituti Tecnici Superiori - Vol. IV° : Da Ugo Foscolo ai Contemporanei - Trevisini Editore, Milano - XXI° edizione completamente rifatta). Il Pascoli è poeta delle semplicità - non semplice -, delle piccole cose, del mistero e di un misticismo anelante all’amore e alla fede.

   Poeta del dolore universale, degli uomini, ma anche degli animali e delle cose. Egli “ha fatto del dolore una religione” - scrive ancora il Pedrina. Per questo è vicino al Leopardi. La differenza sta solo nel fatto che, per il recanatese, la Natura è matrigna e, se proprio non gode, almeno è indifferente al dolore dell’uomo, mentre nel Pascoli la Natura soffre al pari dell’uomo e con l’uomo, accomunata, quindi, partecipe, umanizzata.

   La poesia del Pascoli è piena di miseri, di vecchi, di fanciulli, di animali in genere e di uccelli in specie, di alberi e fiori, nei quali è serrato uno stesso e identico destino.

   Ma non è l’unico legame. L’uomo, secondo Pascoli, dimentica facilmente, nella sua pur breve esistenza, di essere mortale. Il male non deriva dalla Natura, ma dall’uomo stesso, dall’odio che egli porta al proprio simile, violentato costantemente dalla cupidigia, dal dominio della vanagloria e dell’ onnipotenza, dalla ricchezza, dimenticando - l’uomo - così, di essere limitato, insignificante, debole, finito. Se avesse una tale consapevolezza, egli acquisterebbe il senso dell’amore e della compassione, guarderebbe agli altri come a fratelli, senza più odi e rancori. In parte, insomma, è lo stesso spirito che impregna la filosofia leopardiana della Ginestra.

   Tra le sue opere di poesia, si ricordano Myricae, Primi poemetti, Nuovi poemetti, Canti di Castelvecchio, Poemi conviviali, Carmi, Canzoni di Re Enzo, Odi ed inni, Poemi del Risorgimento. Tra le opere di critica: Minerva oscura, Sotto il velame, La mirabile visione, Pensieri e discorsi, Conferenze e studi danteschi, e - già menzionato -Il sogno di Rosetta.

   Si moltiplicano, con l’occasione del Centenario, gli studi e gli approfondimenti sul poeta del fanciullino, dell’intimismo lirico, ma anche della quotidianità. E notiamo, con dispiacere, che una parte della critica moderna è orientata a scavare non per scoprire bellezze e aspetti dell’opera, ancora nascosti, ma prurigini, vere o inventate interpretando maliziosamente o distortamente i versi o le lettere dell’autore. E’ successo con D’Annunzio, del quale, a partire da Piero Chaira, hanno messo in risalto tutte le bassezze umane e le meschinità sessuali, senza alcun contributo critico-letterario che sarebbe stato necessario; sta  succedendo con Pascoli, arrivando a ipotizzare rapporti incestuosi con le sorelle, con Maria (Marilù) e, in particolare, con Ida, la quale, sposandosi, viene accusata dal poeta di tradimento, sessuale naturalmente, per questi critici malati di pornografia mentale! Pascoli amava la famiglia e la quiete, l’atmosfera di serenità e di pace che si era istaurata fra lui e le due sorelle nella villetta di Barga, dopo i tanti spostamenti, i drammi, le tante tristi vicissitudini. Tradimento di quiete, di abitudinario, dunque, non di sconcezze varie e di sesso.

   Le ricorrenze dovrebbero servire a rafforzare il nostro amore nei Grandi, non per distruggerli. Un popolo che non ha più grandi personaggi - Poeti, Pittori, Musicisti, Scienziati, Politici - e quindi, miti in cui credere, ai quali ispirarsi, è destinato a soccombere, non a progredire. Molti mali della nostra Nazione hanno origine in questa ricerca affannosa di meschinità collettive, in questo gusto morboso di parlare e scrivere, non di positività e di bellezza, ma di negatività, di volgarità e bassezze. Siamo un popolo ammalato, destinato a perire senza la medicina dell’orgoglio e del riscatto.

Domenico Defelice

 

Il Poeta e il “Brigante”:

GIOVANNI PASCOLI E

GIUSEPPE MUSOLINO

di Domenico Defelice

 

GIOVANNI PASCOLI nasce a San Mauro di Romagna - oggi San Mauro Pascoli - il 31 dicembre 1855, da Ruggero e Caterina Allocatelli Vincenzi, quarto di otto figli (l’edizione degli Oscar Mondadori del 1953 dei Canti di Castelvecchio lo indica “quarto di dieci fratelli”).

   Il padre, amministratore della tenuta Torlonia, viene ucciso il 10 agosto 1867, mentre torna a casa in calesse da Cesena.

   Nel 1868 muoiono la sorella maggiore Margherita e la madre; nel 1875, colpito da meningite, muore il fratello Luigi (Gigino) e, nel 1876, il fratello maggiore Giacomo, di tifo.

   La famiglia si era trasferita a Rimini, ma il poeta frequentava l’Università di Bologna con l’aiuto di una borsa di studio. Pur tra gravi condizioni economiche, il poeta non tralascia di far la spola tra Bologna e San Mauro nella assillante ricerca di prove sull’assassinio del padre. Il suo cuore è triste e inquieto. Forse non pensa alla vendetta, ma alla giustizia sì, e la giustizia egli vede calpestata.

   La serie di lutti di cui sopra (ed altri ancora, come la morte dello zio Meo e dell’ amico Severino Ferrari) lo annichilisce. Prova dolore intimo, profondo e lacerante, che lo porta a una poesia pregna di malinconico spiritualismo sulla precarietà e la fragilità dell’esistenza, sia umana che animale, sì da essere definito, da alcuni, “il poeta di un perenne pianto infantile” (“L’Enciclopedia - La Biblioteca di Repubblica”, 2003).

   L’impunità dell’assassino del padre lo spinge alla ribellione; si scopre, in lui, un socialismo umanitario più che politico, con spinte a volte enfatiche e a volte profetiche, nel quale si adombra una umanità protesa a un ipotetico futuro di affratellamento - finalmente! - da qualunque oppressione e da qualsiasi miseria. Il poeta scende per le strade a urlare la sua rabbia repressa, scrive un’ode per l’attentatore Passanante, e il 7 settembre 1879 viene arrestato assieme all’amico Ugo Corradini e rinchiuso nelle carceri di Bologna con l’accusa di manifestazione sovversiva e di oltraggio alla forza pubblica. Sarà scarcerato, anche per la difesa di Giosuè Carducci, il 22 dicembre dello stesso anno.

   E’ con questo stato d’animo che il poeta si trasferisce al Sud, prima, nel 1882, a Matera, a insegnare greco e latino nel liceo “Duni” e poi, nel 1897, a Messina, quale ordinario di Letteratura latina all’Università. A Messina rimarrà fino al 1903.

   In un animo così esacerbato, non meraviglia che fanno breccia le vicende del calabrese Giuseppe  Musolino, il  quale, nell’ immaginario  collettivo  di  quegli  anni, era  il  brigante buono, il vendicatore implacabile dei torti subiti da lui e dalla sua famiglia. Il Pascoli, forse, si è sentito toccare nell’intimo da questo personaggio orgoglioso e forte. Inconsciamente, egli lo ammirava. Fosse stato al suo posto, Musolino non avrebbe certamente lasciato impunito l’assassino di suo padre! Ricaviamo una tale impressione leggendo i versi che il poeta di San Mauro gli ha dedicato e nei quali non c’è una sola nota di biasimo, di condanna, ma, al contrario, tanta toccante umanità..

   Giuseppe Musolino era nato in un paesetto calabrese  anch’esso dedicato a un santo, come lo è quello del Pascoli: a Santo Stefano d’ Aspromonte, il 24 settembre 1876. L’ ambiente è stato sempre - e forse ancora lo è! - profondamente angariato dalla delinquenza organizzata, dove non si muove foglia che il padrino non voglia. Un tipo orgoglioso e indipendente come Musolino era inevitabile che si scontrasse con la locale consorteria e, infatti, rifiutandosi di far parte dei picciotti di don Vincenzo Zoccoli, mise a repentaglio la sua vita (viene accoltellato) e quella dei suoi familiari. Attraverso un’artefatta congiura, viene fatto arrestare. Per l’evasione dal carcere di Gerace, per il tentato omicidio dello Zoccoli, per i cruenti scontri con le forze dell’ ordine nelle diverse operazioni per la sua cattura (su di lui era stata messa pure una taglia - vivo o morto! - prima di 500 e poi di ben 50.000 lire!), Musolino viene condannato al carcere a vita e a 10 anni di isolamento. Verrà graziato il 14 luglio 1947 e morirà di polmonite il 22 gennaio 1956. Nel 1916 si era offerto di andare volontario in guerra nei “Battaglioni della morte” (ma non gli fu concesso), con la promessa che sarebbe rientrato in carcere qualora fosse scampato alla morte in battaglia.

   Pascoli, nella sua poesia “Musolino”, si ispira alla vicenda della cattura del “brigante” e allo spiegamento di forze - ingentissime, smisurate per un solo uomo - per la sua traduzione da Urbino (il latitante, per non danneggiare ulteriormente i suoi concittadini - ben 90 furono arrestati per sua causa -, aveva lasciato le montagne calabresi per rifugiarsi al Nord) a Catanzaro, da Catanzaro a Urbino, a Lucca... L’uomo Musolino è rappresentato nella sua umanità di offeso, curvo “tra uno squillar d’armati”, gigante avvolto nelle catene “come serpi di ferro”, in una selva di militari, “umane terga” che facevan “parete agli occhi del ribelle”. Ribelle, non brigante, assassino. Pascoli non vede in lui, dunque, un bandito volgare, ma solo un ribelle, un ribelle sociale e un vendicator di torti, proprio quello che ci voleva, forse, per far giustizia nei confronti di quel povero suo genitore ucciso mentre andava in contro alla sua famiglia nel suo paesetto di Romagna!

 

Nel monastero ove coi morti frati

dormono gravi salmodie sepolte,

curvo passò tra uno squillar d’armati.

Intorno ai lombi le catene avvolte,

come serpi di ferro; era per quelle

tratto a mano: le mani erano molte.

Eran parete agli occhi del ribelle

umane terga. Era decreto umano

che ormai la notte fosse senza stelle

per lui, che azzurro fosse il cielo invano

per lui, che a lui di tutto ciò che luce

sol giungesse il baglior dell’uragano.

Quando tra tutti i neri omeri truce

vide levando gli occhi e non la fronte

ciò che vietato gli era ormai: la luce!

E vide i monti: non i suoi: te monte

Nerone, te Gibbo del Catria. O torre

D’Asdrubale! o lontano Ermo di fonte

Avellana! o fragor d’acqua che scorre

buia, e che gemeva ai piedi d’un errante

piccolo e solo, mentre per forre

silenziose, sotto rupi infrante,

lungo gli abissi

saliva ai monti, a dare pace, oppure

l’oblio della notte eterna!

(Musolino - ode incompiuta, edita da S. Bottari e ripubblicata da Giuseppe Villaroel)

Nella lunga carcerazione, Musolino si diede alla lettura e scrisse poesie, alcune pubblicate anche dal Giornale d’Italia. Ebbe tanti ammiratori, sia tra la povera e semplice gente, sia tra gli altolocati, come la Marchesa Bastogi e la Duchessa Gindri. Ma il più umano dei suoi estimatori, a nostro avviso, è stato proprio il poeta romagnolo, morto a Bologna il 6 aprile del 1912 e che mai rinnegò i malinconici, mesti, nostalgici versi  a lui dedicati, nei quali ricorda montagne, non quelle protettive della Calabria, ma quelle del Centro Italia, sulle quali Musolino venne catturato la mattina del 9 ottobre 1901 da una pattuglia di carabinieri formata da La Serra, Feliciani e dal brigadiere Enrico Mattei, padre del fondatore dell’ENI; le montagne nei pressi di Arezzo, Urbino, a due passi da Rimini, Cesena, San Mauro di Romagna: l’ideale vendicatore, per cercare la pace o la morte, senza volerlo, s’era condotto nei luoghi dove al Poeta era stato perpetrato il gravissimo torto! E ci piace immaginare che anche Pascoli abbia, nel momento dell’arresto di Musolino, levato “gli occhi e non la fronte”, pensando alla giustizia da sempre calpestata, a quella sua, a quella del ribelle, a quella dell’umanità.

Domenico Defelice