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Il bianco, spaventoso destriero
tre volte tre notti cavalcai furioso
allorché il tronco senza fine
in otto possenti arti tramutò
le sue abissali, ferrigne radici.
Da altrettante lune nel vuoto
oscillavano al gelido vento
le digiune mie membra, di sete
e di fame straziate, di lancia trafitte
e di conforto spoglie.
Lo sguardo ancor illeso in basso gettai.
Il mio grido squarciò la siderale quiete.
Dunque, a terra caddi!
Di saggezza gli arcani segni, afferrai
per comprenderne il profetico sussurro.
Orbo mi fece il pegno in cambio del potere
quando a Mimir chiesi di saziare la mia sete.
Nove canti di magia dal suo capo appresi
e le rune intinsi dappresso la sua fonte
ove il sapere zampilla e la memoria sgorga
In bramosi sorsi bevvi il prezioso sidro
perché fluisse in me senno e conoscenza.
Della natura gli oscuri segreti intesi
e come tuono assordante
la sapienza al mondo consegnai
in canti e parole vibranti nel nulla
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