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                                      La piccozza

                                                               Giovanni Pascoli

Giovanni Pascoli

 

Da me!... Non quando m'avviai trepido

c'era una madre che nel mio zaino

ponesse due pani

per il solitario domani.

 

Per me non c'era bacio né lagrima,

ne caro capo chino su l'omero

a lungo, né voce

pregante, né segno di croce.

 

Non c'eri ! E niuno vide che lacero

fuggivo gli occhi prossimi, subito,

o madre, accorato

che niuno mi avesse guardato.

 

Da me, da solo, solo e famelico,

per l'erta mossi rompendo ai triboli

i piedi e la mano

piangendo, si, forse, ma piano:

 

piangendo quando copriva il turbine

con il suo grande pianto il mio piccolo,

e quando il mio lutto

spariva nell'ombra del Tutto.

 

Ascesi senza mano che valida

mi sorreggesse,né orme ch'abili

io nuovo seguissi

su l'orlo d'esanimi abissi.

 

Ascesi il monte senza lo strepito

delle compagne grida. Silenzio.

Né cupi sconforti,

non voce, che voci di morti.

 

Da me, da solo, solo con l'anima,

con la piccozza d'acciar ceruleo,

su lento, su anelo,

su sempre; spezzandoti, o gelo !

 

E salgo ancora, da me, facendomi

da me la scala, tacito, assiduo;

nel gelo che spezzo,

scavandomi il fine ed il mezzo.

 

Salgo, e non salgo, no, per discendere,

per udir crosci di mani, simili

a ghiaia che frangano,

io, io, che sentii la valanga;

 

ma per restare là dov'è ottimo

restar, sul puro limpido culmine,

o uomini; in alto,

pur umile; è il monte che è alto;

 

ma per restare solo con l'aquile,

ma per morire dove me placido

immerso nell'alga

vermiglia ritrovi chi salga:

 

e a me lo guidi, con baglior subito,

la mia piccozza d'acciar ceruleo,

che, al sole a me scorsa,

riflette la stella dell'orsa