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LUCIANO SOMMA

 

Recensione alla raccolta di poesie di Luciano Somma, dal titolo:

“ CRISTO NAPULITANO – Poesie napoletane “, Inediti Editore (Versione digitale), Anno 2001.

 

 

Comporre poesia per Luciano Somma vuole dire articolare pensieri soprattutto su Napoli, sulla sua conformazione di città che ha tanti volti ciascuno per chi la vuole, per esempio, ricordare in una determinata maniera anche a distanza di molti anni.

E’ successo che ad un certo punto l’autore ha voluto esprimere meglio l’anima della sua città e intensificando la propria facoltà pensativa è giunto alla conclusione di spiegare la sua Napoli impersonandola in chi ha sofferto tanto, tantissimo e in silenzio.

Già di per sé Napoli suggerisce versi senza difficoltà a chiunque sappia giocare un po’ con le parole; ma Luciano Somma ha ritenuto insufficiente  raccontare dei rinomati panorami, del mare, degli angoli di piazze e strade dai nomi secolari, ecc., e allora è andato all’origine dei tanti malesseri che fanno purtroppo stare male la sua città. Malesseri che, secondo lui, andavano di logica versificati mantenendo intatta l’arte del ragionamento tipico partenopeo, perché in esso c’è il fascino e la prostrazione di un intero popolo che forse da sempre conosce l’arte dell’arrangiarsi.

Nello scrivere questa raccolta tutta di poesie vernacolari, Luciano Somma è andato molto dentro la sua ricerca di una Napoli dimenticata o semplicemente addormentata magari alla pendici del Vesuvio, per poetare tra la malinconia e un occhio anche alla nuova realtà che potrebbe (se lo augura) subentrare.

Quante cose sono cambiate quartiere per quartiere, e questo è successo un po’ in tutte le grandi città, con le periferie di una volta riempite di palazzi per dare sfogo alla moltitudine di gente in più. Ora ripercorrendo una vecchia zona ne ridescrive la sua vita di allora: “ So’ turnato ccà ‘ncopp’’e quartiere/ ce mancavo, nun saccio ‘a quant’anne,/ vola ‘o tiempo, Giesù pare aiere,/ quanta facce sparute so’ ‘a tanno./ Quanta cose se songhe cagnate/ comme pure è cagnata sta ggente/ guarda annanze, luntano è ‘o passato,/ nun è cchiù abbandunata e pezzente./ “ (Da “ L’artista “).

Ci sono leggi che non sono quelle naturali o dello Stato, ma leggi che si tramandano di vicolo in vicolo, di cui se ne parla sottovoce e incutono paura.

Esiste (ma non si vede) un cartello di sosta vietata posto “ longa scalinata/ addò è tosta ‘a sagliuta e ‘o core affanna/ “, ma nessuno si domanda il perché. L’autore ha versificato anche su questo divieto, poi ritorna alla croce a cui Napoli pare inchiodata e in essa ha visto il suo Cristo napulitano.

Ogni componimento di codesta silloge è un pulviscolo di verità che ha preso il volo partendo dalle alture di Napoli, da dove è più facile osservare gli umori di una città che mentre cambia non si lascia sfuggire il ricordo di come era.

                                                                      Isabella Michela Affinito