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LUCIANO SOMMA

MOMENTI DIVERSI

 

DISTRIBUITO DA www.nuoviautori.org

  

I EDIZIONE 1997

 

 PREFAZIONE

 

 

          Curioso il titolo di questa raccolta. Suona come un gioco di parole: Momenti di versi. Sono le poesie momenti di versi, e diversi al tempo stesso? Ma, prima ancora di tentare una risposta, soffermiamoci un poco sull’effetto visivo, più che sonoro, di questa paroletta: di versi; diversi. Grande dono della parola scritta! Basta uno spazio in più, o uno in meno, e subito si aprono nuovi orizzonti di senso, nuove possibilità di riflessione. Siamo certi che questo aspetto della scrittura non è sfuggito a Luciano Somma, navigato poeta napoletano forse abituato, in virtù dell’assidua produzione in vernacolo, a scoprire i tesori nascosti dentro i circuiti che segretamente si creano all’interno di una cosa solo apparentemente esplicita e arida come il vocabolario. È anche questo a rendere le poesie momenti diversi, a dare loro la caratteristica inconfondibile della scoperta.

             Come rendere l’idea di questo processo? Fuori c’è un mondo sempre piatto, sempre uguale; dentro c’è un uomo con il suo occhio, il suo orecchio, la sua sensibilità. A lui sta interpretare il mondo, trovare parole vecchie e nuove grazie alle quali rielaborare situazioni e persone conferendo loro spessore, originalità, senso; disegnando così un mondo nuovo, pazientemente e intelligentemente depurato di tutto ciò che non è essenziale. Perché, in fondo, la poesia altro non è che la ricerca dell’essenzialità; e la storia della letteratura ci insegna che nessun’altra forma espressiva sa arrivare diritta al cuore delle cose con tanta potenza e lucidità.

                  Certo non è facile dirsi poeta. Non è un titolo che si possa acquistare frequentando scuole o svolgendo professioni particolari. Possiamo osare di chiamarlo dono? Ma sì, osiamo. La poesia è un’esigenza, una specie di febbre, una cosa che ce l’hai oppure no. Senza vie di mezzo. Poi, è ovvio, la lunga frequentazione  del verso, la lettura, lo studio dei grandi sono tutti strumenti che affinano la sensibilità e di conseguenza la tecnica. Ma la vera poesia, anche se può imitare le forme, non potrà mai ripetere un solo contenuto. Questa è la sua ardua e incomparabile bellezza. Questo fa di ogni singolo verso una sfida al tempo che passa: i versi restano lì, eterne pietre, a incastonare per sempre il tormento e la gioia dell’essere uomo.

                       I poeti sanno di essere, a volte, voci scomode. Succede sempre a chi guarda le cose con troppa lucidità, scavalcando d’un balzo tabù e convenzioni sociali. Non a caso la raccolta di Somma si apre con una lirica dal significativo titolo Perdonateci. Perdonateci –scrive l’autore – se rifiutiamo limiti e frontiere / e trasformiamo / fili spinati in palpiti d’amore / non ci è concesso forse d’impazzire? Poesia è dunque sinonimo di pazzia? Anche, perché no? Già i greci lo sapevano. Non dobbiamo avere paura delle parole. La pazzia, come la poesia, può essere una condizione drammatica e privilegiata al tempo stesso, che conferisce nuove ali al pensiero. A queste ali, con sensibilità e intelligenza, Somma si affida. Per volare a ritroso nella propria vita, come la farfalla di Ti sembrò, e ritrovare antiche emozioni, antiche speranze. Il filo della memoria corre attraverso tutte le poesie della raccolta, legandole tra loro come tanti anelli di una catena che poco a poco, forse all’insaputa e certo con stupore del poeta stesso, si ricompongono disegnando il profilo di una vita già per metà vissuta. Si intravede un’infanzia contadina in cui lo splendore del sole e della giovinezza temperano solo in parte l’asprezza di un lavoro ingrato, la fatica del vivere quotidiano (Quasi al tramonto / lasciavo i campi / con le spalle curve / e un senso indefinibile / di rabbia / per il magro raccolto ereditato / da una lunga fatica / e lei in attesa / ricca di pazienza / sull’uscio della casa intonacata / rafforzava radici / di una speranza / quasi affievolita); ed ecco poi svelarsi un presente ricco di agi ma, forse, ormai vuoto di attese; un presente fatto di libri e lenzuola pulite che non servono a colmare assenze irreparabili. Ma il pessimismo che esplode, ad esempio in Ora (ora che è sera / non ci saranno palchi in prima fila / per vedere le stelle), non si fa mai lamento. Somma non versa lacrime sul tempo che fu, né si culla in morbosi stati d’animo fatti di autocommiserazione per la giovinezza trascorsa: si legga in tal senso, di nuovo, la lirica intitolata Ora, dove compare l’albero maschio in cui è forse possibile ravvisare il poeta stesso e la trasformazione che egli ravvisa in sé (in quel giardino / dove ogni fiore / aveva sempre un nome femminile / mentre l’albero maschio / la pretesa / di vivere la sua virilità / incurante del vento di libeccio / che con la sua salsedine piegava / di giorno in giorno i rami / indebolendo le radici e il tronco… Quell’albero  in giardino / è diventato un blocco di cemento). La maturità, acquisita e accettata nonostante tutto, comporta una certa dose di sopportazione del dolore proprio e altrui. Dolore e sofferenza esistono, si possano spiegare o no. Questo Somma lo sa. E per questo, senza timori, li guarda in faccia, fissandoli nelle tenere spalle di un bambino costretto a portare una croce che lo spezza (Mirko) o, ancora, nella scheggia d’una mina portata in volo da un passero con le ali insanguinate (Waterloo). Esiste una certezza in questa assurda Waterloo? Nessuna risposta è possibile. Solo il passero, chissà, ha sfiorato Dio, prima di spiccare il suo volo. Noi, è la coraggiosa conclusione del poeta, si resta qui / a contare il trascorrere dell’ora / volta sicuramente all’imbrunire / in lenta attesa d’una lunga notte.

 

                                                                                              OLIVIA TRIOSCHI

 

 

PERDONATECI

  

Perdonateci

questa  dannata voglia

di vivere in un mondo

a forma di colomba

e non tra fiori finti

perdonateci

se rifiutiamo limiti e frontiere

e trasformiamo

fili spinati in palpiti d’amore

non ci è concesso forse d’impazzire?

Che razza strana

siamo noi poeti

specie che spesso va

controcorrente

volando verso cieli tersi

liberi

perdonateci

per questo nostro osare.

 

SIGNORE SCANSACI

 

Il ventre della terra

ha fuochi accesi

che bruciano le ali d’un gabbiano

nell’indifferenza quotidiana

dei silenzi

nasce il desiderio

di cambiare il mondo

coi sognanti programmi

d’infinito

Signore scansaci

dai falsi miti

dai colossi d’argilla

dai presagi barattati

degli alberi

di mele marce

dai Giuda e dai Pilato

dall’odio delle razze

Signore scansaci

da chi ci chiama fratello

nella sala d’attesa del patibolo

per consegnarci al boia

senza uno scrupolo

è meglio che restiamo figli unici

incatenati nella solitudine

nutrendo nel profondo delle anime

l’immenso seme dell’umano credere

Signore scansaci

da quest’incendio

di parole al vento.

 

TI SEMBRO’

 

Sembrò l’immenso

quella farfalla

che toccò il tuo fiore

allo sbocciar dell’alba

ne vedesti il colore

rosso vivo

pietra di lava

d’un vulcano acceso

ne godesti

i lapilli d’un amore

che sembrava

promessa d’infinito.

E ti sembrò l’azzurro

senza limite umano

sempre eterno

non ci fu il tempo

di pensare al volo

della farfalla

verso un altro fiore

e quando avvenne

non furono rugiada

le tue lacrime

ma la spina pungente

d’un dolore

che ti sembrò

un macigno insopportabile

che oggi si scioglie

con il primo sole.

 

POTEVAMO

 

Potevamo essere

io e te

due voci nel silenzio

un volo di gabbiani

ali nel vento

l’urlo dell’alba

il sorriso caldissimo

del sole

sotto le coperte

ci saremmo scambiati

il desiderio

dei nostri corpi stanchi

ma il gelo dell’inverno

le sue notti

ci hanno divisi

ed oggi siamo di ghiaccio.

 

ADESSO

 

Ora che il vento

ha spento il fuoco

che circolava

ardendo nelle vene

e il tempo

lascia il suo segno

nella nostra carne

e nello specchio

sui nostri volti già

le prime rughe

trovami oggi

le parole giuste

dall’enciclopedia

della tua mente

per colmare i lunghissimi

silenzi

dei nostri inverni

sotto le lenzuola

mentre il camino brucia

fino all’ultima pagina

il nostro vecchio libro

di memorie.

 

 

VACHEGGIANDO NUOVE ALBE D’AMORE

 

Dai sotterranei della mia memoria

emergono dal mare dei ricordi

oceani di pensieri vagabondi

che cercano un approdo d’infinito

emerge il primo bacio a labbra chiuse

coi primi passi incerti e mille strade

boschi d’abeti favole d’estate

le neonate speranze ormai deluse

eppure nonostante tutto io credo

ed urlo tra bufere vento e neve

questa mia rabbia in ultimo virile

desiderio d’un sogno realizzato

se resta ancora un poco di salute

nasce la forza di ricominciare

inediti programmi di futuro

itinerari immensi da scoprire

a volte mi sorprendo a immaginare

l’incendio dei miei palpiti le ore

le voci del silenzio ad ascoltare

per vagheggiare nuove albe d’amore.

 

BASTERA’ QUESTO AMORE

 

Ma basta veramente

un cielo chiaro

e il sole oppure un fiore

o il mare

a dare a questa vita

nostra vita

tra mille pianti

gocce di sereno

e basterà l’amore

questo amore

a dare un senso nuovo

del domani

per approdare

uniti all’altra riva

avvolta dal mistero

oggi non è così

se la tempesta

dei sentimenti

inchioda le promesse

mettendo in croce

l’ultima speranza

per qualche brivido di luce

che resta.

 

MEMORIE

 

Pensieri vagabondi

spaziano

in lontane memorie

per fermarsi

ad una notte

di San Lorenzo

quando per te

rubavo le stelle

regalandoti

collane di luci

oggi

rosari freddi

di tristezza.

 

ASSENZA

 

La tua presenza

colmava il vuoto

della mia oziosa solitudine

spesso mi contrariava

il tuo lungo abbaiare

che mi manca

mostravi tutta la tua gratitudine

stendendoti ai miei piedi

mi contemplavi

percependo a volte le mie azioni

ci capivamo

nell’incrociarsi dei nostri sguardi

e ci ritrovavamo

nel nostro mondo

pieno d’abitudini

forse

non ero solamente il tuo padrone

ma il vero amore

oggi non ci sei più

la tua specie meticcia

si è dissolta

uguale agli altri

nella terra nuda

per me

sei una ferita aperta

nel ricordo

dentro al mio vuoto

nel ripiombato abisso

d’un’altra e più profonda

solitudine.

 

IL SUO SILENZIO

 

Quasi al tramonto

lasciavo i campi

con le spalle curve

e un senso indefinibile

di rabbia

per il magro raccolto ereditato

da una lunga fatica

e lei in attesa

ricca di pazienza

sull’uscio della casa intonacata

rafforzava radici

di una speranza

quasi affievolita.

E su quell’uscio oggi

guardo il vuoto

nei miei giorni che passano

lenti

ed urla nel ricordo

il suo silenzio.

 

COME RADICI

 

Ricordo

quegli amplessi contadini

consumati nel pagliaio

la scoperta del contatto

profumava di fieno

e l’aria intorno

aveva il gusto della gioia

la zappa eretta

passiva complice

attendeva le mani

per sprofondare nella nuda terra

i miei giorni

rosari di fatica

sgranellati

troppo lunghi e monotoni

io non li paragono

a questo mio vissuto quotidiano

tra carte e libri

o i raffinati amplessi

coi pigiama di seta

e le lenzuola fresche di bucato

oggi tutto è diverso

la mia memoria

è ferma a quei momenti

solida

come la mia radice

ad una quercia.

 

NEI CAMPI

 

L’urlo del vento

violenta

la pace dei campi

l’umiltà contadina

è derisa

da beffe di pioggia

su pannocchie spezzate

negli artigli del tempo

soltanto

speranze ingabbiate

la ruota del mulino

si è fermata

in un gioco di luci

che illumina

lo stupore del silenzio.

 

ORA

 

Dove sono finite

le mie certezze

oggi

ferite sanguinanti del mio ieri

vissuto nell’infanzia

in quel giardino

dove ogni fiore

aveva sempre un nome femminile

mentre l’albero maschio

la pretesa

di vivere la sua virilità

incurante del vento di libeccio

che con la sua salsedine piegava

di giorno in giorno i rami

indebolendo le radici e il tronco.

Ora che il dubbio

è il pane quotidiano del pensiero

che nutre l’ansia

e accresce la paura

ora che affondo

in grumi di memoria

i desideri volti all’imbrunire

ora che è sera

non ci saranno palchi in prima fila

per vedere le stelle.

Quell’albero in giardino

è diventato un blocco di cemento.

 

BARBONI

 

Te li ritrovi all’angolo

laceri e macilenti

ombre negli occhi stanchi

su facce senza età,

le mani tremolanti

tese verso i passanti

cercano carità,

fermati se lo vuoi

forse così potresti

leggere nel passato

vite vissute ai margini

di questa società.

Ancora li ritrovi alla stazione

tra i binari dei treni

o nelle sale d’attesa

seduti sotto la biglietteria

ad aspettar probabili monete

date da viaggiatori frettolosi

che osservano nervosi e preoccupati

tutti gli orari della ferrovia…

Loro non hanno fretta

e li ritrovi

a scartocciare pasti sempre più asciutti

tra una bottiglia e l’altra

la cicca tra le labbra screpolate

nell’incomunicabile silenzio…

se resti indifferente,

fingendo d’ignorarli,

guardati per un attimo allo specchio

e ti ritrovi.

 

BRONX

 

È una nota stanata

il palpito d’un poeta

in questo Bronx

non può sintonizzarsi

nell’etere

dove i suoni

hanno ritmi di rabbia

tra uragani criminali

su tangenziali di camorra

la voce del mare è lontana

anni luce

come distante, fin troppo,

il volo d’un gabbiano

non parlate mai d’amore

in questo Bronx

tra orge di sensi in delirio

sareste derisi

qui Cristo è il Giuda del momento

Dio un padre snaturato

la Madonna un quadro oleografico

come punto di riferimento

da invocare nel momento del bisogno

in questa giungla

dove l’urlo di Tartan

diventa legge

l’uomo

è solo un nome da dimenticare.

 

NAPOLI

 

Abbandonata nel tuo lebbrosario,

inchiodata alla croce

d’un lungo calvario,

larva d’un fasto lezioso

avvolta da un tenue sudario,

reietta città.

Con i tuoi occhi di tenebra

eppure respiri

il tuo cuore aritmico

pulsa

mentre intorno le case di latta,

scenario di beffa,

testimoniano, ossario di storia,

l’ignavia di tanti.

Eppure sospiri

e soffri, e non sei masochista,

ed ancora tu canti,

lavori e rattoppi

gli stracci, impregnati di pianto,

di teneri idilli

tessuti tra notti di attese

d’un’alba diversa.

 

ECHI NEL TEMPO

 

Sepolte le lupare tra i canneti

nella terra di fichi d’india e zàgare

anche gli agrumi piangono

lacrime di tritolo

tra sguardi freddi rassegnati e stanchi

e bocche mute nonostante tutto

amara è l’isola

sotto il sole beffardo e un cielo terso

il Cristo Siciliano

è stato crocifisso col suo credo

e la speranza naviga in un mare

da forza sette tempestoso ed infido.

Risorgere? Ma dove come quando

la nave è ferma là nel continente

evocando fantasmi di promesse

echi nel tempo senza più memoria

 

 

MIRKO

 

Mirko ha solo tre anni ma non ha

diritto di giocare a Sarajevo

il suo dovere è quello di soffrire

le pene d’un inferno prematuro

e l’acqua santa non potrà bastare

a spegnere l’incendio del dolore.

Mirko non ha più l’angelo custode

che lo protegge – non conosce Dio –

pur portando la croce d’un calvario

che fa spezzar le spalle d’un bambino.

Oggi ha incrociato gli occhi della morte

sul corpicino ne ha sentito il fiato

ha lasciato l’inferno per il limbo

su quei tre anni il tempo si è fermato.

 

DATEMI

 

Datemi l’aria vergine

dove non c’è rintocco di campana

che suona ad ogni attimo

rabbiosamente musica di morte

voglio il respiro

della dimenticata primavera

con la sua aurora e il canto d’usignolo

coi prati che profumano di viole

il mio non è un pensiero ergastolano

se cerca di volare ancora libero

stagliato in alto verso un cielo limpido

nella speranza dell’umano credere

datemi una certezza nelle lacrime

d’un bimbo slavo mutilato ed orfano.

 

WATERLOO

 

Scampato per miracolo

ad un fuoco incrociato

di cecchini

dall’inferno d’un odio

fratricida

un passero impazzito

ha trovato rifugio

in una chiesa

ormai semidistrutta

chissà se ha visto Dio

se l’ha sfiorato

l’attimo prima

di spiccare il volo

con le sue ali

ancora insanguinate

nel beccuccio

le schegge d’una mina

rubata

in quest’assurda

Waterloo.

 

 

ROUTINE

 

Da una vita

mi porto addosso

un nome

dentro

le mie ansie

una poesia mai scritta

fuori

tutto il resto

è soltanto

routine.

 

 

PER IL TUO DOMANI

 

Nessun libro di storia

potrà mai darti, figlio,

l’esatta dimensione

del dramma esistenziale

d’un’infanzia rubata

all’innocenza

del mio girovagare

col nonno tra i cipressi

e gli occhi sui volti delle madri

sembravano di ghiaccio.

Tutti i dubbi e le ansie

e le speranze

bruciavano nel fuoco di un braciere

ed i carboni ardenti

sembravano ferite

nella memoria oggi ancora accese

non chiedermi il perché

di quei momenti

io non saprei risponderti

e non cercare nel mio sguardo

un cenno di quel tempo

scandito con le raffiche di mitra

ora tutto è diverso

e la tua infanzia

è un’alba nuova

per il tuo domani.

 

 

FORSE FU UN BENE

 

Forse fu un bene padre

fermare la tua storia

col mandorlo fiorito

chiudere gli occhi

senza aspettare

il gelo dell’inverno

lasciando nei tuoi figli

l’eredità di vivere.

Avevi già provato a masticare

come un boccone il pane reso duro

dalle battaglie quotidiane

stanco.

La sofferenza del tuo immenso vuoto

noi la sentiamo come un fuoco vivo

perché è diverso il sangue

quando sta uscendo dalle tue ferite

ha un altro suono l’urlo

quando è parte di te della tua carne.

Per te fu cielo terso

ed al tuo sguardo

ti sembrò un miracolo

il non dover portare sul calvario

la croce di un’amara solitudine.

Forse fu un bene padre.

 

 

SI RESTA QUI

 

Si resta qui

a guardare gli uragani

una ruota girare all’incontrario

i treni fermi oziare sui binari

seduti su una comoda poltrona

si resta qui

tra oggetti inanimati indifferenti

disassociati ormai dal divenire

d’un altro giorno che sarà diverso

solo per chi lo vive in prima linea

si resta qui

nel guscio d’una squallida conchiglia

fieri d’un egoismo ch’è sovrano

che regna dentro al corpo e nella mente

che forse non ha più nulla di umano

si resta qui

a contare il trascorrere dell’ora

volta sicuramente all’imbrunire

in lenta attesa d’una lunga notte

si resta qui e restando è un po’ morire.

 

 

 

 BIOGRAFIA

 

 

          Luciano Somma è nato il 18 marzo 1940 a Napoli dove vive e lavora svolgendo l’attività di rappresentante.

            Ha iniziato a scrivere versi, in italiano ed in napoletano, all’età di 13 anni. Già direttore responsabile di Tribuna Artistica negli anni ’60, ha collaborato e collabora con molte testate giornalistiche. Nella sua lunga attività ha vinto moltissimi premi di poesia; tra i più recenti: 1° classificato al premio “Antonio Balsamo”, Castellammare di Stabia, 1993; 1° classificato al “Poseidonia”, Capaccio Scalo, 1994; 1° classificato al “Città di Avellino”, 1994; 2° classificato al “Paestum”, Mercato San Severino, 1994; 1° classificato al “Città di Cava de’ Tirreni”, 1995; 1° classificato alla “Taverna dei poeti”, Modena, 1995; 3° classificato al “Trofeo colle armonioso”, Firenze, 1995;  1° dei segnalati e mensione d’onore al 2Città di Caserta”, 1995.

               È inserito in centinaia di antologie, anche scolastiche e ha ottenuto nel 1977 e nel 1994 la medaglia d’argento del Presidente della Repubblica. È paroliere iscritto alla SIAE dal 1967 ed ha al suo attivo oltre %== canzoni edite o incise. Tra gli interpreti Gloriana, Mario Abate, Tony Bruni, Mauro Levrini, Fenoli del clan Casadei, Rino Piccione.