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LUCIANO SOMMA

LA MIA
RICCHEZZA
Poesie

Prefazione
di FULVIO MASULLO
Prima Edizione 1971
PREFAZIONE
Bisogna interci bene sul concetto di
poesia moderna: essa non è tale soltanto in funzione del fatto che
si è liberata - pare definitivamente – dalle castigate geometricità
del suo disegno architettonico: è moderna – per converso – in quanto
sicuro elemento d’una mutata realtà, e perché essa (a somiglianza
delle altre forme d’arte contemporanea), riesce a raccogliere e fare
proprie quelle istanze sociali che premono – con una baldanza fatta
audace da secoli d’imperio – e che peraltro è giusto, è civile, è
umano siano infine raccolte e tradotte in fatti concreti.
In questo, a mio
sommesso avviso, si differenzia la poesia moderna da quella
tradizionale. In altri termini, il poeta d’oggi non è più il
romantico sognatore d’un tempo: oltre tutto, non avrebbe possibilità
di esserlo, coinvolto nella spirale d’una società sempre più
meccanizzata ed industrializzata, protesa verso la definitiva
acquisizione d’una più razionale giustizia distributiva.
In tale contesto, dunque, ben
s’inquadra la figura di Luciano Somma, poeta giovane
anche nel modo di intendere la dura realtà dei nostri
giorni.
Si legga con attenzione, infatti,
la prima poesia di questa silloge, nella quale ognuno potrà
identificarsi col poeta: <Mostruosa macchina/
condizionata / da troppi, /
meschina / ridicola… / Passivamente ubbidisco al comando! / La Mia
anima abulica / assiste impotente / a questa giornaliera
prostituzione /.; si legga,
altresì, l’ultima composizione, <Caos>: <L’uomo-podista / rincorre
il suo traguardo: / il denaro. / Il fanciullo gioca / col suo
robot; / il fratello più grande / cerca la sua verità / negli
allucinogeni. / Il loro papà è in piazza / tra
la massa di scioperanti / Con un
cartello in mano…>.
Si, signori, questa è la
caratteristica, la forza, la validità della poesia è civile, è umano
siano infine raccolte e tradotte in fatti concreti. Moderna, capace
di penetrare la convulsa
realtà dei nostri giorni, di interpretarne le vastissime
significazioni penetrando tra i risvolti di un meccanismo alla base
del quale prevalgono due elementi di uguale consistenza: la
liberazione da ogni superfluo bavaglio restrittivo e l’affermazione
di più giuste rivendicazioni.
Luciano Somma, a mio
avviso, è pienamente partecipe di questo processo evolutivo, al
quale – anzi – contribuisce attraverso l’apporto del suo sentimento,
del suo raziocinio, della sua interpretazione tanto più razionale
quanto più violento gli appare il contrasto tra il vecchio ed il
nuovo, quanto più imperiosa si denuncia l’esteriorizzazione del
fatto sociale (e talvolta morale) di cui è testimone.
FULVIO MASULLO
PSICO
Nello specchio
un volto:
io!
Mostruosa macchina
condizionata
da troppi,
meschina
ridicola.
E non poterla cancellare
dalla lavagna della vita
con un semplice cassino.
Gemella immagine
che mi guarda,
apatica
ed ogni giorno mi ricorda
che esisto
<debbo> fare questo
e non quello,
passivamente ubbidisco al comando!
La mia anima abulica
assiste impotente
a questa giornaliera prostituzione.
UNA LUCE…
Ovunque è violenza!
Cammino…
Sul viso gli schiaffi dell’odio
sui muri lo sputo del disprezzo
negli occhi il soffio della morte
nel cuore un ferro rovente.
La
mia coscienza si offusca,
il
tempo corre
più veloce della mia memoria,
più non ricordo il sole.
Ad
un tratto, improvviso,
il
pianto, dimenticato,
il
chiaro sorriso di un bimbo
che all’angolo mi tende la mano…
RICORDANDOTI…
Nonostante tutto
sei ancora mia.
Viva
nei miei pensieri,
nelle mie vene,
nella mia anima!
Passano per la mia mente le immagini
dei nostri incontri furtivi
quando le tue promesse,
ancora fanciulle,
erano ferme nella nostra storia.
E
quei silenzi
quando l’incrociarsi dei nostri sguardi
diceva tutto!
Quando i tuoi abbandoni,
ammantati di lieve follia,
sconvolgevano i miei sensi.
Nasceva la speranza
come una ferita di luce
nel buio di un androne
invita a guardare in alto
con l’illusione di vedere il sole.
Ed
ora ricordandoti
vorrei fermare l’infernale orologio
della vita
e
lasciare il tempo in quella dimensione
e
non giungere mai
nell’ora in cui
il
canto si ferma
e
la musica diventa ossessiva
quasi un incubo
per una mente che cerca, disperatamente,
l’oblio.
Anche se il vento ora
non ricama più per noi
tra i rami, a sera,
quel dolce concerto
io
ti vedo amore:
gioioso volto della primavera.
VITA
Pensiero
nell’immenso arco
proteso
tra la terra e il cielo:
Vita!
Breve
come l’attimo
che sfugge al tempo.
Lunga
come le rughe
del rimpianto.
Sublime
come una preghiera
in
chi ha fede.
Eterna
come la speranza
nata
da
un’illusione!
A LAURA
Con la matita
degli anni
il
tempo
disegna
sul tuo volto,
ancora bello, tanto,
ad
ogni tuo genetliaco
una ruga.
Oh
Laura
come vorrei
che il congegno perfetto,
sincronizzato,
dell’orologio del destino
si
fermasse,
come per un miracolo,
e
si spezzasse, amore.
Oh
Laura
come vorrei che lo specchio
non ti dicesse
parole crudeli
e
tu non ti accorgessi
dei tuoi seni maturi,
del tuo ventre floscio
dei tuoi fianchi adiposi.
Ma
ricorda che anche quando
i
tuoi capelli bianchi
ed
il tuo corpo goffo,
solo agli occhi degli altri,
ti
faranno pensare: <E’ finita>
io
vedrò sempre in te
oh
Laura
lo
splendore
dei tuoi vent’anni!
DOPO LA RECITA
E’ calato il sipario!
la
cipria di luna
sul volto
è
rigata di pianto.
La
maschera nera
è
lì gettata in un angolo,
senza più anima
il
bianco costume
ozia
sullo sgabello del camerino.
I
due <Io> si sono divisi
l’uomo è tornato se stesso
e
non più <Pulcinella>
sorride felice alla figlia.
Gli applausi sono lontani…
Negli occhi
La
realtà di ogni giorno…
RIMPIANTO
Ti
vidi, per la prima volta,
da
bambino,
bere con le mani aperte
alla sorgente della vita,
avevi il volto dell’alba
chi eri?
E
vidi
un
albero di speranza
dai frutti maturi.
I
riflessi del fiume
sembravano diamanti arabescati
e
l’acqua
aveva il gusto della gioia.
Il
contadino
aveva il volto buono di mio padre
mani callose, dure
ma
che s’intenerivano
quando accarezzavano la mia guancia.
L’irrazionale pensiero di un bambino
assorto al gioco
aveva un suo <Credo>.
Ora il ricordo
non può colmare il vuoto
e
la lontananza
ha
l’amaro sapore
di
bestemmia!
IL TUO SORRISO
Ovunque andrò,
qualsiasi cosa
possa accadere
lungo il corso
della mia esistenza,
non potrò staccarmi
dall’immagine nitida
che ho nel mio cuore,
del tuo sorriso.
Non è possibile
trovare un’altra
che possa sorridermi
come facevi tu.
In
quelle ore fantastiche,
dove sogno e realtà
formavano un connubio,
confidavamo i nostri desideri
le
nostre ansie, le nostre aspirazioni.
Tutto, tutto è legato a quei momenti.
Ogni attimo, ogni gesto,
ogni suono, ogni parola!
Ed
è per questo
che ovunque andrò
ti
vedrò accanto.
LA NUOVA ALBA
Si spengono le luci nella via
ed
una nuova luce appare,
più vivida, è l’alba.
Mi
sono appena destato
e
mi è sembrato, nel risveglio,
di
aver vissuto un incubo.
Oggi tutto è diverso,
è
come se questo fosse per me
il
primo giorno di vita.
Ieri, finalmente,
ho
trovato la forza di lasciarti
e
mi è parso di cadere
in
un baratro.
Ma
oggi aprendo il balcone
e
respirando quest’aria primaverile
io
sento ancora il gusto della vita,
e
mi convinco che infine
ho
ancora tante cose da imparare.
Si, è così, amore, io t’ho perduto
ma
ho ritrovato me!
IL DESTINO HA
DECISO
Il
cielo è plumbeo,
il
mare ha fermato
i
suoi palpiti d’onde,
la
spiaggia è deserta.
Sulla scogliera
si
stagliano
due ombre,
anime in pena!
Ed
una voce
che balbetta: Addio
suona blasfema
nell’apocalisse d’un cuore.
Un
pugno di cenere
rapito dal vento
finisce nel mare,
inabissa.
Due anime si allontanano
lasciando solo un ricordo
nel tempo.
Il
destino ha deciso!
IL MIO GRIDO
Due solchi sul tuo viso,
profondi,
come l’intensità del tuo sguardo
come il fervore del mio credo
come l’addio
che leggo nei tuoi occhi.
E
finalmente ho capito
dove finisce il tuo orizzonte
dove sconfina il tuo <Io>
dove comincia il mio pianto.
Ma
non sentirai il mio lamento.
Mi
recherò là dove
scompare il buio
per far posto al sole,
muore la notte
per far luce al giorno
sparisce il giallo
per dar vita al verde.
E
lì finalmente
Darò sfogo a tutto
il
mio dolore.
Il
mio grido
si
confonderà
con l’urlo del vento,
il
mio pianto
formerà un connubio
col pianto dei salici.
Ed
anche quando
le
pagine del mio diario
diventeranno barchette
per il trastullo dei bimbi,
e
le porte della mia vita
si
saranno chiuse per sempre,
il
mio lamento
riecheggerà ogni attimo
là, tra i cipressi,
nel mio ultimo èremo.
ERGASTOLO
Il mare
visto
da
dietro una cella
ha
sempre lo stesso colore:
rosso-sangue!
Lo
sguardo,
che precede il pensiero,
vede all’orizzonte
l’atrocità del suo passato.
E
vanno,
monotoni,
i
giorni e le notti,
solo il cuore
ferito
dalle spine del rimorso
balla disordinatamente,
alla ricerca disperata
dell’ossigeno di un perdono
che resterà crisalide
nella sua ferma storia.
E
passeranno gli anni
lenti, inesorabili;
poi scenderà il sipario
e si concluderà
il dramma
di un’esistenza
mai vissuta.
IL MIO DOMANI
Ecco
la
porta del mio domani
si
è chiusa, per sempre.
Non ci saranno più
albe radiose
ma
solo tramonti
uguali, di tristezza.
Forse non vedrò più
i
tuoi occhi
dolce incanto, di primavera,
ma
solo il buio.
Mi
rimarrà soltanto
l’ieri vissuto
l’oggi d’attesa
ma
senza te.
ATTIMO
Il sole sbadiglia
tra le nuvole,
una colomba muore
nella neve.
Quest’attimo
brandello di storia
strappato all’immensità,
è
un disegno nel vento
è
un pensiero nell’aria
è
come una fiammella che violenta
il
nero manto dell’oscurità.
Intorno è il silenzio!
Da
lontano
giunge solo
un
lamento di campagna
in
agonia…
SOGNI
Sogni
fette di luna
sparse
sul cuscino della vita.
Dove angeli e démoni
si
alternano.
Sogni
fedeli compagni
della notte
destinati a morire,
all’alba,
come un giorno noi.
LA MIA
RICCHEZZA
La mia ricchezza
è
nell’immensità
del mare dei tuoi occhi.
La
mia ricchezza
è
nella grandezza
delle tue esili mani.
La
mia ricchezza
è
nell’osanna
di
ogni tuo respiro.
La
mia ricchezza
è
nell’abbandono
di
ogni tuo pensiero.
La
mia ricchezza
è
nell’eremo
del nostro amore, infinito.
La
mia ricchezza
è
nel profilo
di
una reale irrealtà.
REALTA’
Ti prego
non cercare in me
quello che vorresti
io
fossi.
Non tendere l’orecchio
per ascoltare una voce limpida
la
mia voce
è
molto più roca.
Non cercarmi lassù, nel cielo,
tra la luce,
il
mio posto è nel buio.
Non fingere d’ignorare
il
bagaglio che ho sulle spalle
fatto d’inesperienza,
di
errori, di debolezze.
Ed
infine, amore,
toglimi dal piedistallo
sul quale, ingiustamente, mi hai posto.
Strappami questa inutile maschera
dal viso.
Ed
accettami, ti prego,
così nudo, indifeso
come realmente sono.
HANNO
CROCIFISSO IL NOSTRO CREDO…
Hanno
crocifisso il nostro <Credo>
all’angolo della piazza,
platealmente,
ma
non vi è stato un applauso;
la
folla, nel rancore sterile
di
un silenzio sepolcrale,
ha
avuto,
e
solo per un attimo,
un
fremito d’orrore.
E
poi solo parole adulte e pensieri distruttivi
si
sono stagliati nell’aria,
nell’aria infettata da microbi maligni
dove anche l’ossigeno
ha
il sapore della morte violenta.
Non ha senso la pietà
quando il lutto di un massacro
resta una ferma storia
e
non basta la volontà
quando si è inermi
e
nessuno è in grado di mutare
il
corso degli eventi.
Ed
è inutile pensare
ad
una giustizia superiore
quando la fede è ormai dissanguata
e
non vi sarà una Pasqua per farla risorgere
e
non vi sarà oblio
che potrà cancellare un ricordo.
IL TRAMONTO
L’umido nei tuoi occhi
non può toccare
il
fondo del mio cuore.
È
troppo facile per te
inumidire le ciglia
e
chiedere perdono.
L’attesa struggente
fatta di fuoco
esasperata dal dubbio
mi
ha reso di ghiaccio.
Ed
è il tramonto per noi
fra poco la fine
di
tutto.
E VENNE IL
VENTO…
E
venne il vento,
con la sua virilità,
impetuoso.
Non si fermò…
Echeggiava nell’aria
il
sussulto
di
un’innocente vittima.
Un
volo disordinato
di
gabbiani
scriveva nel libro
delle atrocità
l’esecrando evento.
E
venne il vento
infido
negando, in quell’attimo,
l’esistenza di un Dio!
PERPLESSITA’
Nelle mie mani,
avide di carezze,
povere,
vedo solo delle linee astruse.
Vi
è un’alba
in
esse
o
il tramonto?
Il
dubbio
è
la sola certezza!
RIMEMBRANZE
Nella stanza dei ricordi,
nel mistico silenzio della sera,
sento solo il ritmare, monotono,
del vecchio pendolo a muro.
La
mente, la mia mente,
vaga, ossessionata dal passato,
verso rimembranze remote
su
cui l’oblio non ha potuto nulla.
Dalla finestra semiaperta
riesco a vedere un pezzetto di cielo
tappezzato da un lampadario di stelle,
scenografia a buon mercato
per i miei pensieri.
E’
venuto per me l’eterno autunno
e
a nulla vale il mio esodo
non posso sconfinare nel passato
né
posso esiliarmi nel futuro.
Una voce dalla stanza accanto
mi
riporta alla realtà del momento
che sciocco che sono a sprecare
degli attimi preziosi, così…
IL MIO BENE
PERDUTO
Eri tutto!
È
inutile spiegare agli altri,
con versi sciocchi,
tutti i dettagli di te.
Ed
ora il mio bene perduto
reclama come un diritto
dei giorni di lacrime
un
fiume di pianto.
Eri tutto!
No! Non ha valore il rimpianto
è
come una falsa moneta
donata ad un povero.
Potrei scongiurarti di tornare
gettando nel fango
l’orgogliosa maschera
di
finta apatia
ma
tu non meriti tanto.
Ed
io non posso implorare
nel nome di un amore, ormai finito,
il
dolore da te.
PENSIERO
Sulla
tomba
dei miei sogni
stanotte
non ho deposto fiori
e
non ho pianto.
Ma
nel sepolcrale silenzio
ho
udito un grido.
Era l’anima mia!
NOTTURNO
Vedo gli
angeli piangere
nella valle del cielo
lacrime d’argento
stelle multiformi nella notte,
chissà se piangono per me.
Nascosto nel nero manto arcano
nel silenzio, quasi mistico, del buio
cammino per vie sconosciute
cercando un barlume di luce
ma
mi ritrovo nel buio.
La
danza ritmata dei miei passi
accompagna i miei pensieri verso il mare,
tappeto immenso di sogni svaniti,
che all’orizzonte sembra tocchi il cielo
in
un amplesso che resterà eterno.
Mi
rivedo fanciullo in un giardino
tra ortensie, calle, gelsomini e glicine
tra il verde delle foglie e dei miei anni
ma
quella pagina di vita è già passata.
Vedo gli angeli piangere,
nella valle del cielo,
lacrime d’argento, occhi incandescenti
che spiano le cose di quaggiù…
QUELLO CHE
MOLTI IGNORANO…
La
fame,
mostro senza volto,
è
presente tra noi
nell’eterno carnevale
di
un mondo ricco
di
povertà…
La
danza macabra,
di
esseri
dai volti scavati
dai corpi avviliti
dagli occhi disperati
dalle mani invocanti,
com’è diversa
dalla musica
delle canzoni
che i giovani,
anche quelli che contestano,
ballano.
La
fame,
spettro crudele
avanza
incurante
del <LEM>
sulla luna.
Il
vuoto abissale
si
apre
ed
attende
ogni giorno
migliaia di vittime.
L’egoismo assassina.
Quello che molti ignorano…
RIFLESSIONI
Ogni giorno
l’incubo
dei soliti gesti
delle solite frasi.
E
fisso, a sera,
le
nuvole di fumo
nella stanza;
mi
sembra che creino immagini.
Ed
i ricordi, ormai opachi,
appartengono al passato
stagliati in un’altra dimensione,
irreali;
quasi come se oggi la realtà
avesse senso.
Il
vuoto delle ore,
avvilite dai pensieri,
si
ferma davanti alla giostra
tra cavalli bianchi
e
nani dalle mani grandi
e
gli occhi di ghiaccio!
Sarebbe vita forse
questa storia così banale
eppure tanto grande?
Il
ripetersi dei sensi
che si ripercuotono
come in un delirio
è
come
voltare, per un attimo,
il
viso dallo specchio
per poi ritrovarlo
più stanco.
E
perfino
il
suono di una mandola,
suonata all’angolo,
diventa ossessivo, quasi ridicolo.
PESSIMISMO
Dorme la mia musa
sulla stanca estate
dei miei sogni
ancora bambini.
Dal letargo dell’estro
emerge
solo una volontà
sconfitta.
La
sorgente del pensiero
si
è smarrita
nel labirinto dell’oblio.
La
mia anima,
afona,
non emette più suono;
ed
è inutile ogni impetrazione
è
la fine!
IMMAGINE
Guardo il tuo volto,
le
mie mani tremano
e
le dita si contraggono.
Attendo che dici qualcosa,
invece, fra queste apatiche mura,
risponde il silenzio.
Nemmeno l’illusione mi sfiora
perché non potrai mai parlare
sei soltanto un’immagine: Muta.
L’ISTINTO
Non
bastano i secoli
per trasformare una bestia
in
un uomo.
Non bastano le carezze di una mare
né
la morte di un eroe
né
il pianto di un bimbo
né
le parole di un poeta.
L’istinto della genesi
riaffiora dal suo velo arcano
si
scrolla dal suo torpore
per avvolgere il nostro <Io>.
Ed
è triste sapere
che Cristo, con la sua morte,
ha
lasciato sulla croce
solo tracce di sangue!
IN MORTE DI
JOHN KENNEDY
Chissà
quante volte
l’avevi temuto
ed
accadde!
Il
nero manto arcano
della morte
ti
avvolse,
quel giorno di Novembre.
La
folla tripudiava
Al
tuo passaggio
tutti sembravano felici
di
vedere il tuo sorriso,
franco, leale, onesto,
ma
qualcuno lo spense.
L’incanto di vita
fu
rotto, e finiva per sempre,
da
uno sparo, seguito da un grido,
la
tua giacca divenne scarlatta.
Chissà, John, quale fu
Il
tuo estremo pensiero
Nell’ultimo abbraccio alla vita
Nell’ultimo saluto alla terra.
Forse hai pensato ai tuoi figli
Ad
un domani perduto
Al
mondo tutto che aveva
Ancora bisogno di te.
Ed
il mondo ti ha pianto:
ogni mamma un suo figlio
ogni sposa il marito
ogni donna un fratello
ogni uomo il suo amico più caro.
Ed
accadde!
Il
tuo viso di onesto
il
tuo animo buono
quel sorriso, ormai spento,
resterà nel ricordo, di tutti.
LIBERTA’
Assorto
nella visione
dell’astro del giorno,
il
balsamo
del mattino
alle narici;
vivo un’alba nuova.
Lo
sguardo è chiaro.
E’
finita la parentesi
di
una forzata attività;
tra un lavoro
per un dubbioso futuro
e
la realtà
della natura che mi circonda
ho
fatto la mia scelta.
E
solo adesso, o mio Dio
Riesco a vederti.
SE AVESSI
ANCORA…
Se
avessi ancora,
nonostante tutto,
un’ultima moneta di speranza
da
poter spendere
per acquistare un’illusione,
forse sarei felice.
E
invece?
Ah! Se avessi ancora…
INTERROGATIVO
Se Giuda
non avesse il suo posto nella storia;
se
Cristo
non avesse il suo posto sulla Croce;
se
un morto
non avesse sempre la stessa immobilità;
se
la vita
non avesse il suo sicuro epilogo;
se
la gioia
non avesse il sorriso dell’alba;
se
la disperazione
non avesse sempre la stessa maschera tragica,
il
mondo che cosa sarebbe?
MORTE SUL
LAVORO
Un
grido,
un
tonfo
e
giù
dal sesto piano.
Sull’asfalto
si
spezza un’esistenza,
miseramente, così
com’è vissuta.
In
breve, attorno al corpo esamine,
si
forma un cerchio
di
uomini
con le mani che sanno
quanto sia duro
mettere pietra su pietra
dal primo respiro dell’alba
alla morte del sole.
Ecco
l’urlo di una sirena
ed
i presenti, attoniti,
muti, guardando la scena,
impallidiscono;
un
pensiero comune
in
ognuno di loro;
poteva succedere a me!
Stasera
Sei bimbi ed una donna
Attenderanno inutilmente
Un
viso adusto, sofferto ed amato.
L’acqua non potrà bastare
a
cancellare le macchie di sangue
dall’asfalto.
Domani i colleghi manovali
continueranno l’opera.
La
fine di un uomo
non può interrompere
l’avvio di un’impresa,
domani quell’uomo
resterà solo un nome, una vittima.
Stasera
sul treno che porta alla provincia
la
massa attiva
del lavoro in città
un
posto sarà vuoto.
Per un’illusione di vita
stasera un lavoratore
ha
trovato nella morte la sua realtà.
APPRODO
Stagliato nel passato,
immagine lontana nel tempo,
ho
fermato la mia storia
sui tuoi passi feriti.
Non sono riuscito a guardare
il
fiume di questa mia vita
ed
ora non potrò più rinascere
non sono e non posso essere guaime.
Le
tue labbra di rugiada
restano chiuse nel ricordo
nella cassaforte del pensiero
non vi è più alcun tesoro.
Il
diario della mia mente
è
troppo confuso
non vi è pazzia nel mio <Io>
ma
un tremendo caos.
Eppure l’apoteosi dei sentimenti;
dal profondo dell’anima,
raggiunge la vetta del cielo,
forse l’approdo all’eterno.
CAOS
Non
riesco più a vedere
la
Croce
sulla chiesetta della montagna.
I
leoni danzano felici,
nella foresta del mondo,
e
gli animali più deboli
muoiono!
Requiem per chi ha fame!
Il
lupo è sazio.
Una rondine trema…
Poeta, perché piangi?
Chi vuoi che oggi asciughi
le tue lacrime?
L’uomo-podista
Rincorre il suo traguardo;
il
danaro.
Il
fanciullo gioca
Col suo Robot;
il
fratello più grande
cerca la sua verità
negli allucinogeni.
Il
loro papà è in piazza
tra la massa di scioperanti
con un cartello in mano.
L’ancor giovane madre
ha
lasciato i fornelli
per correre al tavolo da gioco.
Il
cielo è affollato
da
mostri di ferro
che torturano
gli uccelli impauriti.
Poeta, piangi?
Anch’io non vedi
sfogo la mia impotenza
stringendo, rabbiosamente,
sulla mia spiaggia d’ideali perduti
una conchiglia morta!
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