E lui rispose dicendo:
La terra vi concede i suoi frutti,
e non saranno scarsi se solo saprete riempirvene le mani.
Scambiandovi i doni della terra scoprirete l'abbondanza e sarete
saziati.
Ma se lo scambio non avverrà in amore e in
generosa giustizia,
renderà gli uni avidi e gli altri affamati.
Quando sulle piazze del mercato voi,
lavoratori del mare dei campi e delle vigne,
incontrerete i tessitori i vasai e gli speziali,
Invocate lo spirito supremo della terra
affinché scenda in mezzo a voi a santificare le bilance e il
calcolo,
affinché valore corrisponda a valore.
E non tollerate che tratti con voi chi ha la mano sterile,
perché vi renderà chiacchiere in cambio della vostra fatica.
A tali uomini direte:
"Seguiteci nei campi o andate con i nostri fratelli a gettare le
reti in mare.
La terra e il mare saranno generosi con voi quanto con noi".
E se là verranno i cantori, i danzatori e i suonatori di flauto,
comprate pure i loro doni.
Anch'essi sono raccoglitori di incenso e frutta,
e ciò che vi offrono, benché sia fatto della sostanza dei sogni,
reca ornamento e cibo all'anima vostra.
E prima di lasciare la piazza del mercato,
badate che nessuno si allontani a mani vuote.
Perché lo spirito supremo della terra non dormirà in pace nel vento
sin quando il bisogno dell'ultimo di voi non sarà appagato.
Kahlil Gibran
Sul mangiare e sul bere
Allora un vecchio oste disse:
Parlaci del Mangiare e del Bere.
E lui disse:
Vorrei che poteste vivere della fragranza della terra,
e che la luce vi nutrisse in libertà come una pianta.
Ma poiché per mangiare uccidete,
e rubate al piccolo il latte materno per estinguere la sete,
sia allora il vostro un atto di adorazione.
E sia la mensa un altare su cui i puri e gli innocenti della foresta
e dei campi
vengano sacrificati a ciò che di più puro e innocente vi è
nell'uomo.
Quando uccidete un animale, ditegli nel vostro
cuore:
"Dallo stesso potere che ti abbatte io pure sarò colpito e
distrutto,
Poiché la legge che ti consegna nelle mie mani consegnerà me in mani
più potenti.
Il tuo sangue e il mio sangue non sono che la linfa che nutre
l'albero del cielo".
E quando addentate una mela, ditele nel vostro
cuore:
"I tuoi semi vivranno nel mio corpo,
E i tuoi germogli futuri sbocceranno nel mio cuore,
La loro fragranza sarà il mio respiro,
E insieme gioiremo in tutte le stagioni".
E quando in autunno raccoglierete dalle vigne
l'uva per il torchio, direte nel vostro cuore:
"Io pure sarò vigna, e per il torchio sarà colto il mio frutto,
E come vino nuovo sarò custodito in vasi eterni".
E quando l'inverno mescete il vino,
per ogni coppa intonate un canto nel vostro cuore,
E fate in modo che vi sia in questo canto il ricordo dei giorni
dell'autunno, della vigna e del torchio.
Kahlil Gibran
Il Commiato
E così si fece sera.
E Almitra, l'indovina, disse:
Sia benedetto questo giorno e questo luogo e il tuo spirito che ha
parlato.
E lui rispose:
Ero io a parlare? Non sono stato io stesso un uditore?
Quindi scese i gradini del tempio e tutto il
popolo lo seguì.
Lui raggiunse la sua nave e restò in piedi sul ponte.
E ancora rivolto al popolo levò alta la voce e disse:
Popolo di Orfalese,
il vento mi comanda di lasciarvi.
Io sono meno impaziente del vento,
tuttavia devo andare.
Per noi, viandanti eternamente alla ricerca della via più solitaria,
non inizia il giorno dove un altro giorno finisce,
e nessuna aurora ci trova dove ci ha lasciato al tramonto.
Anche quando dorme la terra,
noi procediamo nel viaggio.
Siamo i semi della tenace pianta,
ed è nella nostra maturità e pienezza di cuore
che veniamo consegnati al vento e dispersi.
Brevi furono i miei giorni tra voi,
e ancor più brevi le parole che ho detto.
Ma se la mia voce si affievolirà nel vostro orecchio
e il mio amore svanirà nella vostra memoria,
allora io tornerò.
E con cuore più ricco e labbra più docili allo spirito,
parlerò con voi.
Sì, tornerò con la marea,
E se anche la morte mi celasse e mi avvolgesse il silenzio più
profondo,
ancora cercherò il vostro ascolto.
E non cercherò invano.
Se ciò che ho detto è verità,
questa verità dovrà rivelarsi in una voce più chiara
e in parole più somiglianti ai vostri pensieri.
Io vado col vento, popolo di Orfalese,
ma non verso il nulla.
E se questo giorno non è compimento delle vostre attese né del mio
amore,
sia allora promessa per un altro giorno.
I bisogni dell'uomo mutano,
ma non il suo amore né il desiderio che sia l'amore a placarli.
Sappiate dunque che io tornerò dal silenzio più grande.
La nebbia che all'alba si dissolve e lascia sui campi solo rugiada,
si alzerà per raccogliersi in nube e ricadere sotto forma di
pioggia.
E io fui come nebbia.
Nella quiete della notte ho camminato per le
vostre strade
e il mio spirito è entrato nelle vostre case,
I palpiti del vostro cuore erano nel mio cuore
e sul mio volto soffiava il vostro respiro,
e vi ho conosciuti tutti.
Sì, ho conosciuto la vostra gioia e il vostro dolore
e, nel sonno, i vostri sogni erano i miei sogni.
Tra voi sovente sono stato un lago circondato da montagne.
In me si sono rispecchiate le vostre vette e i curvi pendii,
e anche il lento sfilare delle greggi dei vostri pensieri e
passioni.
E al mio silenzio è giunto come a ruscelli il riso
dei vostri bambini
e a fiumi l'ardente desiderio dei vostri giovani.
E raggiunta la mia profondità,
ruscelli e fiumi non avevano ancora smesso il canto.
Ma qualcosa di più dolce del riso e più grande del desiderio è
giunto sino a me.
L'infinito in voi;
L'uomo immenso del quale non siete altro che cellule e nervi;
Nel cui cantico ogni vostra voce non è che un muto singhiozzo.
È nell'uomo immenso che voi siete immensi,
Ed è nel guardarlo che vi ho guardato e amato.
Poiché a quali distanze,
al di là di questa immensa sfera,
può giungere l'amore?
Quali visioni, quali attese e quali speranze
si eleveranno oltre quel volo?
Come una quercia gigantesca in piena fioritura
è l'uomo immenso in voi.
La sua forza vi lega alla terra,
la sua fragranza vi solleva nell'aria,
e nel suo perdurare voi siete immortali.
Vi è stato detto che voi, simili a una catena,
siete deboli quanto il vostro anello più debole.
Questa non è che una mezza verità.
Voi siete anche forti come il vostro anello più forte.
Misurarvi dalla vostra azione più meschina
è come calcolare la potenza dell'oceano dalla fragilità della sua
schiuma.
Giudicarvi dai vostri errori è accusare le stagioni per la loro
incostanza.
Sì, voi siete come l'oceano,
E sebbene le navi, pesanti di carichi,
attendano la marea sulle vostre rive,
voi, come l'oceano, non la potete affrettare.
E inoltre siete come le stagioni,
E benché nel vostro inverno neghiate la vostra primavera,
La primavera che è in voi sorride intatta e assopita.
Non pensiate che io vi parli così affinché vi
diciate l'un l'altro:
"Ci ha ben lodato.
In noi non ha visto che il buono".
Io vi ho solo tradotto in parole ciò che voi stessi conoscete in
pensiero.
E che cos'è la parola se non l'ombra di una conoscenza inespressa?
I vostri pensieri e le mie parole sono le onde di una memoria
sigillata
che conserva la traccia del nostro passato,
E dei remoti giorni in cui la terra non conosceva noi né sè stessa,
E delle notti in cui era preda del caos.
Uomini savi sono venuti per darvi la loro
saggezza.
Io sono venuto per attingerla da voi.
E ho trovato quanto è più grande della saggezza:
La fiamma dello spirito in voi che si alimenta di sè stessa,
Mentre voi, noncuranti del suo espandersi,
piangete l'inaridire dei giorni.
E ho trovato la vita che cerca la vita in corpi che temono la tomba.
Qui non ci sono tombe.
Queste montagne e queste pianure
sono una culla e una pietra per il guado.
Quando passate per il campo dopo aver sepolto i vostri avi,
guardatevi intorno e vedrete voi stessi con i vostri figli danzare
mano nella mano.
In verità, spesso fate festa senza saperlo.
Altri uomini vennero a blandire la vostra fede con
dorate promesse
e voi a loro rendeste ricchezze e potenza e gloria.
Io vi ho dato meno di una promessa,
eppure siete stati con me più generosi:
Mi avete dato la più profonda sete di vita futura.
Certo non vi è dono più grande per un uomo
di ciò che muta ogni proposito in labbra ardenti
e tutta la vita in una fonte.
E in questo sta il mio onore e la mia ricompensa:
Vengo a bere a una fonte e trovo l'acqua viva essa stessa assetata;
E mentre io bevo l'acqua mi beve.
Qualcuno tra voi mi ha stimato superbo
e troppo schivo per ricevere doni.
In verità sono troppo superbo per accettare compensi,
ma non doni.
E sebbene abbia mangiato bacche sulle colline
quando mi avreste invitato alla vostra mensa,
E dormito sotto il portico del tempio
quando mi avreste dato asilo con gioia,
Non è stata forse la vostra amorevole preoccupazione per i miei
giorni e le mie notti
a rendere il cibo dolce alla mia bocca
e a circondare il mio sonno di visioni?
Per tutto questo io vi benedico ancora.
Voi date molto e lo ignorate:
In verità la bontà che si ammira allo specchio si tramuta in pietra,
E una buona azione che si compiace di sè stessa genera una
maledizione.
E alcuni di voi mi hanno giudicato distante ed
ebbro della mia solitudine,
E hanno detto:
"Lui tiene consiglio con gli alberi della foresta,
ma non con gli uomini.
Siede solitario sulle cime dei monti e guarda dall'alto la nostra
città".
È vero, ho scalato montagne e ho camminato in luoghi remoti.
Ma come avrei potuto vedervi
se non da una grande altitudine o da una grande distanza?
In verità, come si può essere vicini
se non si conosce la lontananza?
E altri tra voi si sono tacitamente rivolti a me
pronunziando queste parole:
"Straniero, straniero, amante di irraggiungibili altezze,
perché vivi sulle cime dove le aquile costruiscono il loro nido?
Perché cerchi l'impossibile?
Quali tempeste vorresti carpire?
E quali uccelli chimerici insegui nel cielo?
Vieni, e sii uno di noi.
Scendi, placa la tua fame col nostro pane e spegni la tua sete col
nostro vino".
Nella solitudine dell'anima questo hanno detto;
Ma se la loro solitudine fosse stata più profonda
avrebbero capito che ricercavo soltanto il segreto della vostra
gioia e della vostra pena,
E che inseguivo soltanto la vostra essenza più vasta che si libra
nel cielo.
Ma il cacciatore è stato anche la preda;
Molte frecce hanno lasciato il mio arco
solo per mirare al mio petto.
E il volatile è stato anche il rettile;
Quando le mie ali si dispiegavano al sole,
la loro ombra sulla terra era una tartaruga.
E io, il credente, sono stato anche lo scettico,
Poiché sovente ho messo il dito nella mia stessa piaga,
per avere di voi la conoscenza e la fede più profonde.
Ed è con questa fede e questa conoscenza che io
dico,
Voi non siete rinchiusi nel vostro corpo,
né confinati nelle case o nei campi.
Ciò che voi siete
ha la sua dimora tra le montagne ed erra nel vento.
E non è qualcosa che striscia al sole per
scaldarsi
o scava buche nel buio per trovare rifugio.
Ma qualcosa di libero,
uno spirito che avvolge la terra e muove nell'etere.
Se queste sono parole vaghe,
non cercate di chiarirle.
Vago e nebuloso è l'inizio di ogni cosa,
ma non la sua fine.
E vorrei che mi ricordaste come un inizio.
La vita, e tutto ciò che vive,
è concepito nella nebbia e non nel cristallo.
E chissà se il cristallo non è la nebbia che si dilegua?
Nel ricordarmi,
non scordatevi di questo:
Ciò che in voi sembra più fragile e confuso,
è invece più forte e determinato.
Non è forse il respiro che ha eretto e temprato la vostra struttura?
E non è forse un sogno che nessuno di voi ricorda di aver sognato,
ciò che ha edificato la vostra città e modellato ogni cosa in essa?
Se solo poteste vedere il flusso di questo respiro,
non vorreste vedere nient'altro.
E se solo poteste udire il sussurro di questo sogno,
non vorreste ascoltare suono diverso.
Ma voi non vedete né udite,
e questo è bene.
Il velo che offusca i vostri occhi
sarà sollevato dalla mano che lo ha tessuto,
E la creta che ostruisce le vostre orecchie
sarà rimossa dalle dita che l'hanno impastata.
E voi vedrete.
E voi udirete.
Ma non rimpiangerete di aver conosciuto la cecità,
né di essere stati sordi.
Poiché in quel giorno conoscerete il fine nascosto.
E benedirete l'oscurità come avreste benedetto la luce.
Dette queste cose si guardò intorno
e vide il timoniere in piedi vicino alla sbarra scrutare ora le vele
gonfie ora l'orizzonte.
E disse:
Paziente, troppo paziente è il capitano della mia nave.
Il vento soffia e le vele sono inquiete;
Anche il timone implora la sua rotta;
Tuttavia il mio capitano ha atteso con calma il mio silenzio.
E questi miei marinai, che già udivano il coro del mare aperto,
hanno saputo ascoltarmi pazienti.
Non aspetteranno più a lungo.
Sono pronto.
Il fiume ha raggiunto il mare,
e ancora una volta la grande madre accoglie il figlio nel suo
grembo.
Addio, popolo d'Orfalese.
Questo giorno è finito.
Si chiude su di noi come il giglio acquatico sul suo domani.
Serberemo quello che qui ci è stato donato,
E se non sarà sufficiente,
ci ricongiungeremo per tendere ancora le mani verso colui che dà.
Tornerò a voi, non dimenticatemi.
Sarà tra breve,
e il mio anelito raccoglierà polvere e saliva per un altro corpo.
Sarà tra breve,
un attimo di calma nel vento e un'altra donna mi partorirà.
Addio a voi e alla giovinezza trascorsa con voi.
Appena ieri ci incontrammo.
Voi avete cantato per me nella mia solitudine
e io ho costruito una torre nel cielo con i vostri desideri.
Ma ora il nostro sogno è finito,
è volato via il sonno e non è più l'alba.
Il mattino volge al termine,
il nostro dormiveglia si è trasformato nella pienezza del giorno,
e dobbiamo separarci.
Se ancora una volta ci incontreremo nel crepuscolo della memoria,
parleremo nuovamente insieme,
e il canto che voi intonerete sarà allora più profondo.
E se le nostre mani si toccheranno in un altro sogno,
costruiremo un'altra torre nel cielo.
Così dicendo fece un segnale ai marinai
e subito essi levarono le ancore
e, liberata la nave dagli ormeggi, salparono verso oriente.
E un grido venne dal popolo come da un solo cuore,
salì nel crepuscolo
e dal mare fu portato lontano come uno squillo di tromba.
Solo Almitra rimase in silenzio
fissando la nave fino a che scomparve nella foschia.
E quando tutto il popolo si disperse lei restò sola sul molo
mentre nel suo cuore riaffioravano le parole:
"Sarà tra breve,
un attimo di calma nel vento e un'altra donna mi partorirà".
Kahlil Gibran
Amico mio
Non sono né un artista né un poeta.
Ho trascorso i miei giorni scrivendo e dipingendo,
ma non sono in sintonia
con i miei giorni e le mie notti.
Sono una nube,
una nube che si confonde con gli oggetti,
ma ad essi mai si unisce.
Sono una nube,
e nella nube è la mia solitudine,
la mia fame e la mia sete.
La calamità è che la nube, la mia realtà,
anela di udire qualcunaltro che dica:
<<Non sei solo in questo mondo
ma siamo due, insieme,
e io so chi sei tu>>.
Kahlil Gibran
Sui figli
E una donna che reggeva un bambino al seno disse:
Parlaci dei Figli.
E lui disse:
I vostri figli non sono figli vostri.
Sono figli e figlie della sete che la vita ha di sè stessa.
Essi vengono attraverso di voi, ma non da voi,
E benché vivano con voi non vi appartengono.
Potete donare loro amore ma non i vostri pensieri:
Essi hanno i loro pensieri.
Potete offrire rifugio ai loro corpi ma non alle loro anime:
Esse abitano la casa del domani,
Che non vi sarà concesso visitare neppure in sogno.
Potete tentare di essere simili a loro,
Ma non farvi simili a voi:
La vita procede e non s'attarda sul passato.
Voi siete gli archi da cui i figli, come frecce
vive, sono scoccate in avanti.
L'arciere vede il bersaglio sul sentiero dell'infinito,
E vi tende con forza affinché le sue frecce vadano rapide e lontane.
Affidatevi con gioia alla mano dell'arciere;
Poiché come ama il volo della freccia così ama la fermezza
dell'arco.
Kahlil Gibran
L'arrivo della nave
Almustafa, l'eletto e l'amato,
come un'alba verso il suo giorno,
aveva atteso dodici anni nella città di Orfalese
il ritorno della nave che doveva riportarlo all'isola nativa.
E nel dodicesimo anno,
il giorno settimo di Iellol mese della mietitura,
salì sopra la collina fuori le mura della città e guardò verso il
mare,
e nella foschia vide la sua nave venire.
Allora le porte del suo cuore si spalancarono e la sua gioia volò
lontano,
al di sopra del mare.
E Almustafa chiuse gli occhi e pregò nei silenzi dell'anima.
Ma discendendo dalla collina,
una grande tristezza calò su di lui, e così ragionò nel suo cuore:
Come andarsene in pace e senza dolore?
No, non senza ferita nell'anima lascerò questa città.
lunghi sono stati i giorni di sofferenza consumati tra le sue mura,
lunghe le notti di solitudine;
e chi può senza rimpianto lasciare il suo dolore e la sua
solitudine?
Troppi frammenti dello spirito ho disseminato in queste strade,
troppi figli del mio desiderio vanno nudi tra queste colline,
e io non posso allontanarmi da loro senza peso e dolore.
Non è una veste che oggi io respingo,
ma una pelle che strappo con le mie stesse mani.
Non è un pensiero che io lascio dietro a me,
ma un cuore reso dolce da fame e sete.
Tuttavia più a lungo non posso indugiare.
Il mare che pretende ogni cosa mi chiama,
e io devo imbarcarmi.
Poiché se resto, nonostante brucino le ore della notte,
io sarò ghiaccio e fossile, costretto in una forma.
Vorrei portare con me ogni cosa che è qui.
Ma come potrò?
Una voce non può portare con sè la lingua e le labbra
che le hanno dato le ali.
Sola dovrà approdare al cielo.
E sola e senza nido l'aquila volerà attraverso il sole.
Giunto ai piedi della collina,
nuovamente guardò verso il mare e vide la sua nave avvicinarsi al
porto
e sulla prua i marinai,
gli uomini della sua terra.
E la sua anima gridò loro:
Figli della mia antica madre, cavalieri delle onde,
quante volte avete veleggiato nei miei sogni.
E adesso approdate al mio risveglio,
che è il mio sogno più profondo.
Sono pronto a partire,
e a vele spiegate il mo desiderio aspetta il vento.
Ancora una volta respirerò quest'aria calma
e ancora una volta volgerò indietro il mio sguardo d'amore.
E allora sarò tra voi,
navigante tra i naviganti.
E tu, vasto mare, materno e insonne,
Unica pace e libertà per il torrente e il fiume,
In questa piana la corrente traccerà solo un'altra svolta,
avrà solo un altro mormorio.
E allora io verrò a te,
goccia infinita in sconfinato oceano.
E camminando vide di lontano uomini e donne
lasciare campi e vigneti
e accorrere alle porte della città.
E udì le loro voci pronunciare il suo nome e gridare da campo a
campo
annunziandosi l'un l'altra l'arrivo della sua nave.
E lui si disse:
Il giorno della separazione sarà forse giorno di convegno?
E questa mia vigilia, in verità, sarà detta la mia aurora?
E cosa offrirò a chi ha lasciato l'aratro a metà solco
o ha fermato la ruota del suo torchio?
Sarà il mio cuore l'albero pesante di frutti che donerò loro?
E sgorgheranno come fonte i miei desideri
affinché ne siano colme le loro coppe?
Sono forse io quale arpa sfiorata dalla mano del potente,
o un flauto che il suo soffio attraversa?
Io sono un esploratore di silenzi,
e quali tesori scoperti nei silenzi potrò dispensare con fiducia?
Se questo è il mio giorno delle messi,
in quali campi ho sparso il seme e in quali stagioni dimenticate?
Se veramente questo è il giorno in cui leverò alta la mia lanterna,
non è mia la fiamma che qui brucerà.
Buia e vuota alzerò la mia lanterna.
E a riempirla d'olio,
così come ad accenderla,
sarà il guardiano della notte.
Questi pensieri lui tradusse in parole.
Ma molto restò nel suo cuore di non detto.
Poiché lui stesso era incapace di esprimere il suo segreto più
profondo.
E quando entrò nella città tutto il popolo gli venne incontro
e lo acclamò con una voce sola.
E gli anziani della città si fecero avanti e dissero:
"Non lasciarci ancora.
Sei stato un meriggio nel nostro crepuscolo
e la tua giovinezza ci ha donato visioni di sogno.
Non sei ospite tra noi, non straniero, ma il figlio nostro
prediletto.
Non tollerare che ai nostri occhi manchi il nutrimento del tuo
volto".
E i sacerdoti e le sacerdotesse gli dissero:
"Non adesso ci separino le onde del mare
e non diventino ricordo gli anni che hai trascorso tra noi.
Come spirito hai camminato in mezzo a noi
e la tua ombra è stata luce per i nostri volti.
Molto ti abbiamo amato.
Ma senza parole, nascosto, fu il nostro amore.
Ora esso grida e a te vorrebbe rivelarsi.
Poiché sempre l'amore ignora la sua profondità fino all'ora del
distacco".
E altri vennero a supplicarlo.
Ma lui non rispose.
Chinò soltanto la testa,
e chi gli era vicino vide le lacrime cadergli sul petto.
E con il popolo avanzò sulla grande piazza,
davanti al tempio.
E dal santuario uscì una donna di nome Almitra.
Ed era un'indovina.
E lui la fissò con estrema tenerezza perché per prima lo aveva
cercato,
e aveva creduto in lui dal giorno del suo arrivo in quella città.
E lei lo salutò dicendo:
"Profeta di Dio, che cerchi l'assoluto,
a lungo hai spiato l'orizzonte per scorgere la tua nave.
E ora la tua nave è giunta e tu devi andare.
Profonda è in te la nostalgia per la terra dei tuoi ricordi
e per la dimora delle tue grandi speranze;
e neppure il nostro amore potrà trattenerti né la nostra necessità.
Ma prima di lasciarci noi ti chiediamo:
parlaci e dona a noi la tua verità.
Noi la doneremo ai nostri figli, questi a loro figli,
ed essa non perirà.
In solitudine hai vegliato sui nostri giorni,
e vigile hai udito il pianto e il riso del nostro sonno.
E allora dischiudici a noi stessi e a noi rivela ciò che sai
su quanto passa tra la nascita e la morte".
E lui rispose:
"Popolo di Orfalese,
di che cosa posso parlare se non di ciò che anche ora si agita nel
vostro cuore?".
Kahlil Gibran
Su colpa e castigo
Allora un giudice della città si fece avanti e disse:
Parlaci della Colpa e del Castigo.
E lui rispose dicendo:
È quando il vostro spirito vaga nel vento,
Che soli e incauti commettete una colpa verso gli altri
e quindi verso voi stessi.
E per questa colpa commessa dovrete bussare e, inascoltati,
attendere a lungo alla porta dei beati.
Come l'oceano è la vostra essenza divina;
Per sempre resta incontaminata.
E come nell'etere, in essa si muovono soltanto gli esseri alati.
Come il sole è la vostra essenza divina;
Ignora le gallerie della talpa e non cerca le tane del serpente.
Ma in voi non dimora soltanto l'essenza divina.
Molto è tuttora umano in voi,
e molto in voi non è ancora umano,
Ma un pigmeo informe che cammina addormentato
cercando nelle brume il proprio risveglio.
E ora vorrei parlarvi dell'uomo che è in voi.
Poiché né la vostra essenza divina,
né il pigmeo nelle brume,
ma solo l'uomo conosce la colpa e il castigo.
Spesso vi ho udito dire di chi sbaglia che non è uno di voi,
ma un intruso estraneo al vostro mondo.
Ma io vi dico:
così come il santo e il giusto non possono innalzarsi
al di sopra di quanto vi è di più alto in voi,
Così il malvagio e il debole non possono cadere
più in basso di quanto vi è di più infimo in voi.
E come la singola foglia non ingiallisce
senza che la pianta tutta ne sia complice muta,
Così il malvagio non potrà nuocere
senza il consenso tacito di voi tutti.
Insieme avanzate,
come in processione,
verso la vostra essenza divina.
Voi siete la via e i viandanti.
E quando uno di voi cade,
cade per quelli che lo seguono
giacché li mette in guardia contro l'ostacolo.
Ma cade anche per quelli che lo precedono i quali,
benché più celeri e sicuri nel loro passo non rimossero l'ostacolo.
E vi dirò inoltre, nonostante la mia parola vi
pesi sul cuore:
L'assassinato è responsabile del proprio assassinio,
E il derubato non è senza colpa del furto subito.
Il giusto non è innocente delle azioni del malvagio.
E chi ha le mani pulite non è immune dalle imprese dell'empio.
Sì, il colpevole è spesso vittima di chi ha offeso.
E ancora più spesso
il condannato regge il fardello di chi è senza biasimo e colpa.
Voi non potete separare il giusto dall'ingiusto, il buono dal
cattivo,
Poiché stanno uniti al cospetto del sole
come insieme sono tessuti il filo bianco e il filo nero.
E se il filo nero si spezza,
il tessitore rivedrà da cima a fondo tela e telaio.
Se qualcuno di voi volesse portare in giudizio una
moglie infedele,
Soppesi anche il cuore del marito e ne misuri l'anima.
E chi volesse frustare l'offensore scruti nello spirito dell'offeso.
E se qualcuno di voi, in nome della giustizia,
volesse punire con la scure l'albero guasto, ne esamini le radici.
E scoprirà radici del bene e del male, feconde e sterili,
tutte insieme intrecciate nel cuore silenzioso della terra.
E voi, giudici, che pretendete essere giusti,
Che giudizio pronunciate su chi,
benché onesto nella carne, in spirito è ladro?
Che pena infliggere a chi uccide nella carne,
ma in spirito è lui stesso ucciso?
E come perseguite chi nei fatti inganna e opprime,
Ma è lui stesso afflitto e oltraggiato?
E come punite quelli il cui rimorso è più grande del loro misfatto?
Il rimorso non è forse la giustizia retta da quella vera legge
che servireste di buon grado?
Ma non potete imporre il rimorso all'innocente,
né strapparlo dal cuore del colpevole.
Inaspettato, esso chiamerà nella notte
affinché l'uomo si svegli e scruti dentro di sé.
E come potrete capire la giustizia,
se non esaminate ogni fatto in piena luce?
Solo così saprete che il caduto e l'eretto sono un solo uomo che sta
nel crepuscolo,
sospeso tra la notte della sua essenza non ancora umana
e il giorno della sua essenza divina.
La pietra angolare del tempio non è più alta
della pietra più bassa delle sue fondamenta.
Kahlil Gibran
Sul matrimonio
Allora Almitra di nuovo parlò e disse:
Che cos'è il Matrimonio, maestro?
E lui rispose dicendo:
Voi siete nati insieme e insieme starete per sempre.
Sarete insieme quando le bianche ali della morte disperderanno i
vostri giorni.
E insieme nella silenziosa memoria di Dio.
Ma vi sia spazio nella vostra unione,
E tra voi danzino i venti dei cieli.
Amatevi l'un l'altro, ma non fatene una prigione
d'amore:
Piuttosto vi sia un moto di mare tra le sponde delle vostre anime.
Riempitevi l'un l'altro le coppe, ma non bevete da un'unica coppa.
Datevi sostentamento reciproco, ma non mangiate dello stesso pane.
Cantate e danzate insieme e state allegri, ma ognuno di voi sia
solo,
Come sole sono le corde del liuto, benché vibrino di musica uguale.
Donatevi il cuore, ma l'uno non sia di rifugio
all'altro,
Poiché solo la mano della vita può contenere i vostri cuori.
E siate uniti, ma non troppo vicini;
Le colonne del tempio si ergono distanti,
E la quercia e il cipresso non crescono l'una all'ombra dell'altro.
Kahlil
Gibran
Sul tempo
E un astronomo disse:
Maestro, parlaci del Tempo.
E lui rispose:
Vorreste misurare il tempo, l'incommensurabile e l'immenso.
Vorreste regolare il vostro comportamento e dirigere il corso del
vostro spirito secondo le ore e le stagioni.
Del tempo vorreste fare un fiume per sostate presso la sua riva e
guardarlo fluire.
Ma l'eterno che è in voi sa che la vita è senza
tempo
E sa che l'oggi non è che il ricordo di ieri, e il domani il sogno
di oggi.
E ciò che in voi è canto e contemplazione dimora quieto
Entro i confini di quel primo attimo in cui le stelle furono
disseminate nello spazio.
Chi di voi non sente che la sua forza d'amore è sconfinata?
E chi non sente che questo autentico amore, benché sconfinato, è
racchiuso nel centro del proprio essere,
E non passa da pensiero d'amore a pensiero d'amore, né da atto
d'amore ad atto d'amore?
E non è forse il tempo, così come l'amore, indiviso e immoto?
Ma se col pensiero volete misurare il tempo in
stagioni, fate che ogni stagione racchiuda tutte le altre,
E che il presente abbracci il passato con il ricordo, e il futuro
con l'attesa.
Kahlil Gibran
Sul dare
Allora un uomo ricco disse:
Parlaci del Dare.
E lui rispose:
Date poca cosa se date le vostre ricchezze.
È quando date voi stessi che date veramente.
Che cosa sono le vostre ricchezze
se non ciò che custodite e nascondete nel timore del domani?
E domani, che cosa porterà il domani al cane troppo previdente che
sotterra l'osso nella sabbia senza traccia,
mentre segue i pellegrini alla città santa?
E che cos'è la paura del bisogno se non bisogno esso stesso?
Non è forse sete insaziabile il terrore della sete quando il pozzo è
colmo?
Vi sono quelli che danno poco del molto che
possiedono,
e per avere riconoscimento,
e questo segreto desiderio contamina il loro dono.
E vi sono quelli che danno tutto il poco che hanno.
Essi hanno fede nella vita e nella sua munificenza,
e la loro borsa non è mai vuota.
Vi sono quelli che danno con gioia e questa è la
loro ricompensa.
Vi sono quelli che danno con rimpianto e questo rimpianto è il loro
sacramento.
E vi sono quelli che danno senza rimpianto né gioia e senza curarsi
del merito.
Essi sono come il mirto che laggiù nella valle effonde nell'aria la
sua fragranza.
Attraverso le loro mani Dio parla,
e attraverso i loro occhi sorride alla terra.
È bene dare quando ci chiedono,
ma meglio è comprendere e dare quando niente ci viene chiesto.
Per chi è generoso, cercare il povero è gioia più grande che dare.
E quale ricchezza vorreste serbare?
Tutto quanto possedete un giorno sarà dato.
Perciò date adesso,
affinché la stagione dei doni possa essere vostra e non dei vostri
eredi.
Spesso dite: "Vorrei dare ma solo ai meritevoli".
Le piante del vostro frutteto non si esprimono così né le greggi del
vostro pascolo.
Esse danno per vivere, perché serbare è perire.
Chi è degno di ricevere i giorni e le notti,
è certo degno di ricevere ogni cosa da voi.
Chi merita di bere all'oceano della vita,
può riempire la sua coppa al vostro piccolo ruscello.
E quale merito sarà grande quanto la fiducia,
il coraggio, anzi la carità che sta nel ricevere?
E chi siete voi perché gli uomini vi mostrino il cuore,
e tolgano il velo al proprio orgoglio così che possiate vedere il
loro nudo valore
e la loro imperturbata fierezza?
Siate prima voi stessi degni di essere colui che
da
e allo stesso tempo uno strumento del dare.
Poiché in verità è la vita che da alla vita,
mentre voi, che vi stimate donatori,
non siete che testimoni.
E voi che ricevete – e tutti ricevete –
non permettete che il peso della gratitudine imponga un giogo a voi
e a chi vi ha dato.
Piuttosto i suoi doni siano le ali su cui volerete insieme.
Poiché preoccuparsi troppo del debito è dubitare della sua
generosità
che ha come madre la terra feconda,
e Dio come padre.
Kahlil Gibran
Sulla bellezza
E un poeta disse:
Parlaci della Bellezza.
E lui rispose:
Dove cercherete e come scoprirete la bellezza,
se essa stessa non vi è di sentiero e di guida?
E come potrete parlarne,
se non è la tessitrice del vostro discorso?
L'afflitto e l'offeso dicono:
"La bellezza è nobile e indulgente.
Cammina tra noi come una giovane madre confusa dalla sua stesa
gloria".
E l'appassionato dice:
"No, la bellezza è temibile e possente.
Come la tempesta, scuote la terra sotto di noi e il cielo che ci
sovrasta".
Lo stanco e l'annoiato dicono:
"La bellezza è un lieve bisbiglio.
Parla del nostro spirito.
La sua voce cede ai nostri silenzi
come una debole luce che trema spaurita dall'ombra".
Ma l'inquieto dice:
"Abbiamo udito il suo grido tra le montagne,
E con questo grido ci sono giunti strepito di zoccoli,
battiti d'ali e ruggiti di leoni".
Di notte le guardie della città dicono:
"La bellezza sorgerà con l'alba da oriente".
E al meriggio colui che lavora e il viandante dicono:
"L'abbiamo vista affacciarsi sulla terra dalle finestre del
tramonto".
D'inverno, chi è isolato dalla neve dice:
"Verrà con la primavera balzando di colle in colle".
E nella calura estiva il mietitore dice:
"L'abbiamo vista danzare con le foglie dell'autunno
e con la folata di neve nei capelli".
Tutte queste cose avete detto della bellezza,
Tuttavia non avete parlato di lei,
ma di bisogni insoddisfatti.
E la bellezza non è un bisogno,
ma un'estasi.
Non è una bocca assetata,
né una mano vuota protesa,
Ma piuttosto un cuore bruciante e un'anima incantata.
Non è un'immagine che vorreste vedere
né un canto che vorreste udire,
Ma piuttosto un'immagine che vedete con gli occhi chiusi,
e un canto che udite con le orecchie serrate.
Non è la linfa nel solco della corteccia,
né l'ala congiunta all'artiglio,
Ma piuttosto un giardino perennemente in fiore
e uno stormo d'angeli eternamente in volo.
Popolo di Orfalese,
la bellezza è la vita,
quando la vita disvela il suo volto sacro.
Ma voi siete la vita e siete il velo.
La bellezza è l'eternità che si contempla in uno specchio.
Ma voi siete l'eternità e siete lo specchio.
Kahlil Gibran
Sulla casa
Allora si fece avanti un muratore e disse:
Parlaci della Casa.
E lui rispose dicendo:
Costruite con l'immaginazione una capanna nel deserto,
prima di costruire una casa entro le mura della città:
poiché come voi rincasate al crepuscolo,
altrettanto fa il nomade che è in voi, sempre esule e solo.
La casa è il vostro corpo più vasto.
Essa si espande nel sole e dorme nella quiete della notte,
e non è senza sogni.
Non sogna forse la vostra casa?
E sognando non abbandona la città per il bosco o la sommità della
collina?
Vorrei riunire nella mia mano le vostre case,
e come il seminatore disperderle in prati e foreste.
Vorrei che le vostre strade fossero valli e verdi sentieri i vostri
viali,
affinché potreste cercarvi l'un l'altro tra le vigne
e ritrovarvi con l'abito odoroso di terra.
Ma questo non può ancora accadere.
La paura dei vostri antenati vi ha radunati insieme,
troppo vicini.
E questa paura durerà ancora in voi.
E ancora le mura delle vostre città separeranno dai campi i vostri
focolari.
Ditemi, popolo di Orfalese, che avete in queste
case?
E che mai custodite dietro l'uscio sbarrato?
Pace? Il calmo impeto che rivela la forza?
Ricordi? L'arco di pallida luce che unisce le cime della mente?
Avete la bellezza che conduce il cuore
dagli oggetti creati nel legno e nella pietra alla montagna sacra?
Ditemi, avete questo nelle vostre case?
O avete solo benessere e l'avidità del benessere
che furtiva entra in casa come ospite per diventarne padrona e
infine sovrana?
Sì, essa vi domina,
e con il rampino e la frusta riduce a fantocci le vostre aspirazioni
più alte.
Benché abbia mani di seta,
il suo cuore è di ferro.
Vi addormenta cullandovi per stare vicina al vostro letto
e prendersi gioco della dignità della carne.
Schernisce i vostri sensi integri
e li depone nella bambagia come fragili vasi.
In verità, l'avidità del benessere uccide la passione dell'anima
e sogghigna alle sue esequie.
Ma voi, figli dell'aria, insonni nel sonno,
non sarete ingannati né domati.
La vostra casa non sarà l'ancora,
ma l'albero della nave.
Non sarà il velo lucente che ricopre la ferita,
ma la palpebra a difesa dell'occhio.
Non ripiegherete le ali per attraversare le porte,
non chinerete la testa per non urtare la volta,
non tratterrete il respiro per paura che le mura si incrinino e
crollino.
Non dimorerete in sepolcri edificati dai morti per i vivi.
E sebbene magnifica e splendida,
la vostra casa non custodirà il vostro segreto
né darà riparo alle vostre brame.
Poiché ciò che in voi è sconfinato risiede nella dimora del cielo,
la cui porta è bruma mattutina e le finestre sono canti di quiete
notturna.
Kahlil Gibran
Sull'amore
Allora Almitra disse:
Parlaci dell'Amore.
E lui sollevò la stessa e scrutò il popolo e su di
esso calò una grande quiete.
E con voce ferma disse:
Quando l'amore vi chiama, seguitelo.
Anche se le sue vie sono dure e scoscese.
e quando le sue ali vi avvolgeranno, affidatevi a lui.
Anche se la sua lama, nascosta tra le piume vi può ferire.
E quando vi parla, abbiate fede in lui,
Anche se la sua voce può distruggere i vostri sogni come il vento
del nord devasta il giardino.
Poiché l'amore come vi incorona così vi
crocefigge.
E come vi fa fiorire così vi reciderà.
Come sale alla vostra sommità e accarezza i più teneri rami che
fremono al sole,
Così scenderà alle vostre radici e le scuoterà fin dove si
avvinghiano alla terra.
Come covoni di grano vi accoglie in sè.
Vi batte finché non sarete spogli.
Vi staccia per liberarvi dai gusci.
Vi macina per farvi neve.
Vi lavora come pasta fin quando non siate cedevoli.
E vi affida alla sua sacra fiamma perché siate il pane sacro della
mensa di Dio.
Tutto questo compie in voi l'amore, affinché
possiate conoscere i segreti del vostro cuore
E in questa conoscenza farvi frammento del cuore della vita.
Ma se per paura cercherete nell'amore unicamente la pace e il
piacere,
Allora meglio sarà per voi coprire la vostra nudità e uscire
dall'aia dell'amore,
Nel mondo senza stagioni, dove riderete ma non tutto il vostro riso
e piangerete, ma non tutte le vostre lacrime.
L'amore non da nulla fuorché sè stesso e non
attinge che da se stesso.
L'amore non possiede né vorrebbe essere posseduto;
Poiché l'amore basta all'amore.
Quando amate non dovreste dire: "Ho Dio nel cuore", ma piuttosto,
"Io sono nel cuore di Dio".
E non crediate di guidare l'amore, perché se vi ritiene degni è lui
che vi guida.
L'amore non vuole che compiersi.
Ma se amate e se è inevitabile che abbiate desideri, i vostri
desideri hanno da essere questi:
Dissolversi e imitare lo scorrere del ruscello che canta la sua
melodia nella notte.
Conoscere la pena di troppa tenerezza.
Essere trafitti dalla vostra stessa comprensione d'amore,
E sanguinare condiscendenti e gioiosi.
Destarsi all'alba con cuore alato e rendere grazie per un altro
giorno d'amore;
Riposare nell'ora del meriggio e meditare sull'estasi d'amore;
Grati, rincasare la sera;
E addormentarsi con una preghiera in cuore per l'amato e un canto di
lode sulle labbra.
Kahlil Gibran
Sulla libertà
E un oratore disse:
Parlaci della Libertà.
E lui rispose:
Alle porte della città e presso il focolare vi ho veduto, prostrati,
adorare la vostra libertà,
Così come gli schiavi si umiliano in lodi davanti al tiranno che li
uccide.
Sì, al bosco sacro e all'ombra della rocca ho visto che per il più
libero di voi la libertà non era che schiavitù e oppressione.
E in me il cuore ha sanguinato, poiché sarete liberi solo quando lo
stesso desiderio di ricercare la libertà
Sarà una pratica per voi e finirete di chiamarla un fine e un
compimento.
In verità sarete liberi quando i vostri giorni non saranno privi di
pena e le vostre notti di angoscia e di esigenze.
Quando di queste cose sarà circonfusa la vostra vita, allora vi
leverete al di sopra di esse nudi e senza vincoli.
Ma come potrete elevarvi oltre i giorni e le notti
Se non spezzando le catene che all'alba della vostra conoscenza
hanno imprigionato l'ora del meriggio?
Quella che voi chiamate libertà è la più resistente di queste
catene, benché i suoi anelli vi abbaglino scintillando al sole.
E cos'è mai se non parte di voi stessi ciò che
vorreste respingere per essere liberi?
L'ingiusta legge che vorreste abolire è la stessa che la vostra mano
vi ha scritto sulla fronte.
Non potete cancellarla bruciando i libri di diritto né lavando la
fronte dei vostri giudici,
Neppure riversandovi sopra le onde del mare.
Se è un despota colui che volete detronizzare,
badate prima che il trono eretto dentro di voi sia già stato
distrutto.
Poiché come può un tiranno governare uomini liberi e fieri,
Se non per una tirannia e un difetto della loro stessa libertà e del
loro orgoglio?
E se volete allontanare un affanno, ricordate che questo affanno non
vi è stato imposto, ma voi l'avete scelto.
E se volete dissipare un timore, cercatelo in voi e non nella mano
di chi questo timore v'incute.
In verità, ciò che anelate e temete, che vi ripugna e vi blandisce,
ciò che perseguite e ciò che vorreste sfuggire,
Ognuna di queste cose muove nel vostro essere in un costante e
incompiuto abbraccio.
Come luci e ombre unite in una stretta, ogni cosa si agita in voi.
E quando un'ombra svanisce, la luce che indugia diventa ombra per
un'altra luce.
E così quando la vostra libertà getta le catene diventa essa stessa
la catena di una libertà più grande.
Kahlil Gibran
Sull'amicizia
E un adolescente disse:
Parlaci dell'Amicizia.
E lui rispose dicendo:
Il vostro amico è il vostro bisogno saziato.
È il campo che seminate con amore e mietete con riconoscenza.
È la vostra mensa e il vostro focolare.
Poiché, affamati, vi rifugiate in lui e lo ricercate per la vostra
pace.
Quando l'amico vi confida il suo pensiero, non
negategli la vostra approvazione, né abbiate paura di contraddirlo.
E quando tace, il vostro cuore non smetta di ascoltare il suo cuore:
Nell'amicizia ogni pensiero, ogni desiderio, ogni attesa nasce in
silenzio e viene condiviso con inesprimibile gioia.
Quando vi separate dall'amico non rattristatevi:
La sua assenza può chiarirvi ciò che in lui più amate, come allo
scalatore la montagna è più chiara della pianura.
E non vi sia nell'amicizia altro scopo che l'approfondimento dello
spirito.
Poiché l'amore che non cerca in tutti i modi lo schiudersi del
proprio mistero non è amore,
Ma una rete lanciata in avanti e che afferra solo ciò che è vano.
E il meglio di voi sia per l'amico vostro.
Se lui dovrà conoscere il riflusso della vostra marea, fate che ne
conosca anche la piena.
Quale amico è il vostro, per cercarlo nelle ore di morte?
Cercatelo sempre nelle ore di vita.
Poiché lui può colmare ogni vostro bisogno, ma non il vostro vuoto.
E condividete i piaceri sorridendo nella dolcezza dell'amicizia.
Poiché nella rugiada delle piccole cose il cuore ritrova il suo
mattino e si ristora.
Kahlil Gibran
Sulla conoscenza
E un uomo disse:
Parlaci della Conoscenza.
E lui rispose dicendo:
Il vostro cuore conosce nel silenzio i segreti dei giorni e delle
notti.
Ma il vostro orecchio è assetato dal rumore di quanto il cuore
conosce.
Vorreste esprimere ciò che avete sempre pensato.
Vorreste toccare con mano il corpo nudo dei vostri sogni.
Ed è bene che sappiate:
La fonte nascosta della vostra anima
dovrà necessariamente effondersi e fluire mormorando verso il mare;
E il tesoro della vostra infinita profondità
si mostrerà ai vostri occhi;
Ma non con la bilancia valuterete questo sconosciuto tesoro;
E non scandaglierete con asta o sonda le profondità della vostra
conoscenza.
Poiché l'essere è un mare sconfinato e incommensurabile.
Non dite: "Ho trovato la verità",
ma piuttosto: "Ho trovato una verità".
Non dite: "Ho trovato il sentiero dell'anima",
ma piuttosto: "Ho incontrato l'anima in cammino sul mio sentiero".
Poiché l'anima cammina su tutti i sentieri.
L'anima non procede in linea retta,
e neppure cresce come una canna.
L'anima si schiude,
come un fiore di loto dagli innumerevoli petali.
Kahlil Gibran
Su ragione e passione
E ancora la sacerdotessa parlò e disse:
Parlaci della Ragione e della Passione.
E lui rispose dicendo:
La vostra anima è sovente un campo di battagli
dove giudizio e ragione muovono guerra all'avidità e alla passione.
Potessi io essere il pacificatore dell'anima vostra,
che converte rivalità e discordia in unione e armonia.
Ma come potrò, se non sarete voi stessi i pacificatori,
anzi gli amanti di ogni vostro elemento?
La ragione e la passione sono il timone e la vela
di quel navigante che è l'anima vostra.
Se il timone e la vela si spezzano,
non potete far altro che, sbandati, andare alla deriva,
o arrestarvi nel mezzo del mare.
Poiché se la ragione domina da sola, è una forza che imprigiona,
e la passione è una fiamma che, incustodita,
brucia fino alla sua distruzione.
Perciò la vostra anima innalzi la ragione fino alla passione più
alta,
affinché essa canti,
E con la ragione diriga la passione,
affinché questa viva in quotidiana resurrezione,
e come la fenice sorga dalle proprie ceneri.
Vorrei che avidità e giudizio fossero per voi
come graditi ospiti nella vostra casa.
Certo non onorereste più l'uno dell'altro,
perché se hai maggiori attenzioni per uno perdi la fiducia di
entrambi.
Quando sui colli sedete alla fresca ombra dei pallidi pioppi,
condividendo la pace e la serenità dei campi e dei prati lontani,
allora vi sussurri il cuore:
"Nella ragione riposa Dio".
E quando infuria la tempesta e il vento implacabile scuote la
foresta,
e lampi e tuoni proclamano la maestà del cielo,
allora dite nel cuore con riverente trepidazione:
"Nella passione agisce Dio".
E poiché siete un soffio nella sfera di Dio e una foglia nella sua
foresta,
voi pure riposerete nella ragione e agirete nella passione.
Kahlil Gibran
Sul lavoro
Allora un contadino disse:
Parlaci del Lavoro.
E lui rispose dicendo:
Voi lavorate per assecondare il ritmo della terra e l'anima della
terra.
Poiché oziare è estraniarsi dalle stagioni e uscire dal corso della
vita,
che avanza in solenne e fiera sottomissione verso l'infinito.
Quando lavorate siete un flauto
attraverso il quale il sussurro del tempo si trasforma in musica.
Chi di voi vorrebbe essere una canna silenziosa e muta
quando tutte le altre cantano all'unisono?
Sempre vi è stato detto che il lavoro è una
maledizione e la fatica una sventura.
Ma io vi dico che quando lavorate esaudite una parte del sogno più
remoto della terra,
che vi fu dato in sorte quando il sogno stesso ebbe origine.
Vivendo delle vostre fatiche,
voi amate in verità la vita.
E amare la vita attraverso la fatica è comprenderne il segreto più
profondo.
Ma se nella vostra pena voi dite
che nascere è dolore e il peso della carne una maledizione scritta
sulla fronte,
allora vi rispondo:
tranne il sudore della fronte niente laverà ciò che vi è stato
scritto.
Vi è stato detto che la vita è tenebre
e nella vostra stanchezza voi fate eco a ciò che è stato detto dagli
esausti.
E io vi dico che in verità la vita è tenebre fuorché quando è
slancio,
E ogni slancio è cieco fuorché quando è sapere,
E ogni sapere è vano fuorché quando è lavoro,
E ogni lavoro è vuoto fuorché quando è amore;
E quando lavorate con amore voi stabilite un vincolo con voi stessi,
con gli altri e con Dio.
E cos'è lavorare con amore?
È tessere un abito con i fili del cuore,
come se dovesse indossarlo il vostro amato.
È costruire una casa con dedizione come se dovesse abitarla il
vostro amato.
È spargere teneramente i semi e mietere il raccolto con gioia,
come se dovesse goderne il frutto il vostro amato.
È diffondere in tutto ciò che fate il soffio del vostro spirito,
E sapere che tutti i venerati morti stanno vigili intorno a voi.
Spesso vi ho udito dire, come se parlaste nel
sonno:
"Chi lavora il marmo e scopre la propria anima configurata nella
pietra,
è più nobile di chi ara la terra.
E chi afferra l'arcobaleno e lo stende sulla tela in immagine umana,
è più di chi fabbrica sandali per i nostri piedi".
Ma io vi dico,
non nel sonno ma nel vigile e pieno mezzogiorno,
il vento parla dolcemente alla quercia gigante come al più piccolo
filo d'erba;
E che è grande soltanto chi trasforma la voce del vento in un canto
reso più dolce dal proprio amore.
Il lavoro è amore rivelato.
E se non riuscite a lavorare con amore,
ma solo con disgusto, è meglio per voi lasciarlo e,
seduti alla porta del tempio,
accettare l'elemosina di chi lavora con gioia.
Poiché se cuocete il pane con indifferenza,
voi cuocete un pane amaro,
che non potrà sfamare l'uomo del tutto.
E se spremete l'uva controvoglia,
la vostra riluttanza distillerà veleno nel vino.
E anche se cantate come angeli,
ma non amate il canto,
renderete l'uomo sordo alle voci del giorno e della notte.
Kahlil Gibran
Sull'insegnamento
E un maestro disse:
Parlaci dell'Insegnamento.
E lui disse:
Nessuno può insegnarvi nulla
se non ciò che già sonnecchia nell'albeggiare della vostra
conoscenza.
Il maestro che cammina all'ombra del tempio
tra i discepoli non elargisce la sua sapienza,
ma piuttosto la sua fede e il suo amore.
E se davvero è saggio,
non vi invita ad entrare nella dimora del suo sapere,
ma vi guida alla soglia della vostra mente.
L'astronomo può dirvi ciò che sa degli spazi,
ma non può darvi la sua conoscenza.
Il musico può cantarvi la melodia che è nell'aria,
ma non può darvi l'orecchio che fissa il ritmo,
né l'eco che rimanda il suono.
E colui che è esperto nella scienza dei numeri
può descrivervi il mondo del peso e della misura,
ma oltre non può condurvi.
Poiché la visione di un uomo non presta le proprie ali a un altro
uomo.
E così come ognuno è solo nella conoscenza di Dio,
ugualmente deve in solitudine conoscere Dio e comprendere la terra.
Kahlil Gibran
Sulla parola
E allora uno studioso disse:
Spiegaci la Parola.
E lui rispose dicendo:
Voi parlate quando avete perduto la pace con i vostri pensieri;
E quando non potete più sopportare la solitudine del cuore voi
vivete sulle labbra,
e il suono vi è di svago e passatempo.
E molte delle vostre parole quasi uccidono il pensiero,
Poiché il pensiero è un uccello leggero
che in una gabbia di parole può spiegare le ali,
ma non prendere il volo.
Tra voi vi sono quelli che cercano uomini loquaci
per timore di restare soli.
Il silenzio della solitudine mette a nudo il loro essere,
ed essi vorrebbero fuggirlo.
E vi sono quelli che,
senza consapevolezza o prudenza parlano di verità che non
comprendono.
E quelli invece che hanno dentro di sé la verità,
ma non la esprimono in parole.
Nel loro petto lo spirito dimora in armonico silenzio.
Quando per strada o sulla piazza del mercato
incontrate un amico,
lasciate che lo spirito vi muova le labbra e vi guidi la lingua.
Lasciate che la voce della vostra voce parli all'orecchio del suo
orecchio;
Poiché custodirà nell'anima la verità del vostro cuore come si
ricorda il sapore del vino.
Quando il colore è dimenticato e la coppa è perduta.
Kahlil Gibran
Sull'abito
E un tessitore disse:
Parlaci dell'Abito.
E lui rispose:
Il vostro abito nasconde una gran parte della vostra bellezza,
tuttavia non maschera ciò che non è bello.
E benché cerchiate nell'abito un'intima libertà,
potreste trovare in esso le vostre catene.
Vorrei che la vostra pelle, e non il vostro abito,
fosse sfiorata dal sole e dal vento.
Poiché il soffio della vita è nella luce del sole
e la mano della vita è nel vento.
Alcuni di voi dicono:
"È il vento del nord che ha tessuto l'abito che indosso".
E io dico che, si, è stato il vento del nord,
Ma la vergogna è stata il suo telaio
e la mollezza la sua trama.
E a fatica compiuta,
il vento ha riso nella foresta.
Non dimenticate che la modestia vi è stata data
a scudo contro gli occhi dell'impuro.
Ma quando l'impuro sparirà,
che cosa sarà la modestia se non poltiglia che intorbida la mente?
E non dimenticate che la terra ama sentire i vostri piedi nudi
e il vento giocare con i vostri capelli.
Kahlil Gibran
Sul dolore
E una donna disse:
Parlaci del Dolore.
E lui disse:
Il dolore è lo spezzarsi del guscio che racchiude la vostra
conoscenza.
Come il nocciolo del frutto deve spezzarsi affinché il suo cuore
possa esporsi al sole, così voi dovete conoscere il dolore.
E se riusciste a custodire in cuore la meraviglia per i prodigi
quotidiani della vita, il dolore non vi meraviglierebbe meno della
gioia;
Accogliereste le stagioni del vostro cuore come avreste sempre
accolto le stagioni che passano sui campi.
E veglieresti sereni durante gli inverni del vostro dolore.
Gran parte del vostro dolore è scelto da voi
stessi.
È la pozione amara con la quale il medico che è in voi guarisce il
vostro male.
Quindi confidate in lui e bevete il suo rimedio in serenità e in
silenzio.
Poiché la sua mano, benché pesante e rude, è retta dalla tenera mano
dell'Invisibile,
E la coppa che vi porge, nonostante bruci le vostre labbra, è stata
fatta con la creta che il Vasaio ha bagnato di lacrime sacre