Callimaco
CALLIMACO - EPIGRAMMI E FRAMMENTI DAGLI EPIGRAMMI
II. PER IL POETA AMICO
Mi dissero, o Eraclito, la tua morte, e lacrime
ho pianto: mi ricordai quante volte entrambi
in chiacchiere facemmo tramontare il sole… Ma tu da qualche parte,
amico di Alicarnasso, sei antica cenere,
e però vivono i tuoi usignoli, su cui chi tutto
rapisce, Ade, non porrà la mano.
III. EPITAFIO DEL MISANTROPO TIMONE
Non dirmi salve, malo cuore, ma vai via!
Potrò salvarmi se tu non t'avvicini…
IV. A TIMONE
Timone - chè non ci sei più -, cosa odi, il buio o la luce?
"Il buio: siete troppi, nell'Ade!"
V. IL NAUTILO
Io, o Zefiritide, un tempo ero conchiglia: ma or tu me,
Cipride, possiedi come voto di Selenea,
un nautilo, che navigavo sui mari, coi venti,
tendendo la vela dai miei cordami,
e, con la bonaccia, luminosa dea, remando fitto
coi piedi - ché all'azione il nome si adegua -
finché caddi sulle spiagge di Iulide, affinché divenissi
per te gioco ammirevole, o Arsinoe,
né nei miei penetrali come prima (ché son morto)
sia generato dell'umido alcione l'uovo.
Ma alla figlia di Clinia tu dà grazia: ché sa belle cose
fare e vien da Smirne d'Eolia.
VI. SULLA "PRESA DI ECALIA" DI CREOFILO
Son fatica del samio che un tempo in casa il divino cantore
Accolse, e celebro Eurito, quanto soffrì,
e la bionda Iole, e son chiamata opera
omerica: per Creofilo, Zeus mio, quest'è gran cosa!
VII. AL POETA TEETETO
Fece Teeteto una pura via. Se all'edera
Tua, o Bacco, non porta questa strada,
d'altri il nome gli araldi per brevi occasioni
proclameranno, ma di lui la saggezza sempre in Grecia.
VIII. VITTORIA TEATRALE
O Dioniso, pel poeta bravo è buona una piccola
frase: il "Vinco" dice quanto più si può.
Ma a chi tu non spiri propizio, se uno chiede:
"Com'è andata?", dice "Le cose son dure".
A chi trama cose non giuste capiti questa
risposta; per me, o signore, va bene la cortezza sillabica.
IX. EPITAFIO DI SAONE
Qui Saone figlio di Dicon, di Acanto, il sacro sonno
Dorme: non dir che i buoni muoiono.
X. EPITAFIO DI TIMARCO
Se cerchi Timarco nell'Ade, per sapere
Qualcosa dell'anima o come di nuovo vivrai,
cerca della tribù Tolemaide il figlio
di Pausania: lo troverai tra i pii.
XI. EPITAFIO DI TERIS
Breve era lo straniero, e anche il verso che non parlerà a lungo
"Teris di Aristeo, Cretese" già è troppo lungo per me.
XII. EPITAFIO DI CRIZIA
Se vai a Cizico, poca fatica è trovar Ippaco
e Didime: ché la stirpe non è oscura.
E a loro irai parola brutta. Eppur dirai
questo, che io tengo qui il loro Crizia.
XIII. VANITÀ DI VANITÀ
"Forse sotto di te riposa Carida?" "Se il figlio d'Arimma
di Cirene tu dici, sì, sotto di me".
"Carida, che c'è laggiù?" "Tanto buio" "Si può tornare?
"Bugia!" "E Plutone?" "Un mito!". Ah, che rovina!
"Questo mio discorso è per voi vero; ma se uno dolce
ne vuoi, ecco, un grosso bue nell'Ade si compra ad un soldo".
XIV. IMPREVISTO
Chi mai conosce bene la sorte del domani? Quando anche te,
Carmide, che nei nostri occhi eri ieri,
seppellivamo piangendo il giorno dopo: di quello niente più
tremendo vide tuo pare Diofonte.
XV. EPITAFIO DI UNA SPOSA
"TIMONOE". Ma chi sei? Per i numi, non ti riconobbi,
se non ci fosse il nome di tuo padre Timoteo
sulla stele, e Metimna, tua città. Ah, dico che grande
sarà il lutto del tuo sposo Eutimene!
XVI. EPITAFIO DI CRETIDE
Cretide dalle tante favole, che sapeva giocar bene,
la cercano spesso dei samii le figlie,
dolcissima compagnia sempre loquace: ma ella dorme
qui il sonno a tutte destinato.
XVII. MORTE IN MARE
Ah, se mai fossero esistite le veloci navi! Ché noi non
Piangeremmo il figliolo di Dioclide, Sopoli.
Ed or cadavere è portato in mar da qualche parte, e al suo posto
ad un nome ed un vuoto sepolcro ci accostiamo.
XVIII. EPITAFIO DI UN MERCANTE
Non in terra morì il nassio Lico, ma in mare
la nave e l'anima vide morire,
mercante da Egina, quando navigava: e lui tra l'onde
è cadavere, mentr'io, tomba che ho invano un nome,
annunzio questo davvero verace detto: "Fuggi di unirti
al mare, o navigante, se tramontano i Capretti".
XIX. EPITAFIO DI NICOTELE
Il figlio dodicenne da Filippo
fu qui sepolto, Nicotele, sua grande speranza.
XX. SCIAGURA A CIRENE
All'aurora seppellivamo Melanippo, e mentre il sole
calava morì la vergine Basilò
di sua mano: ché di vivere, posto il fratello sul rogo,
non osò. Doppio male la casa vide
del padre Aristippo, e si zittì Cirene
tutta vedendo luttuosa la prolifica casa.
XXI. IL PADRE DI CALLIMACO
Chiunque tu sia che porti il piede presso la mia tomba, di Callimaco
di Cirene sappi che son figlio e genitore.
Li conoscerai ambedue: l'uno un tempo l'armi ella patria
condusse, l'altro cantò meglio dell'invidia.
XXII. LA MORTE DI ASTACIDE
Astacide il crete, il capraio, rapì una Ninfa
dal monte, ed ora è santo Astacide.
Non più sotto le querce dittee, non più Dafni
noi pastori canteremo, ma per sempre Astacide.
XXIII. LA MORTE DI CLEOMBROTO
"Addio, Sole!" disse Cleombroto d'Ambracia,
poi da un alto muro andò nell'Ade.
Guaio degno di morte non aveva avuto,
ma aveva solo letto un libro.
Quello di Platone, sull'anima.
XXIV. UN EROE A PIEDI
Io, eroe che sto presso l'amfipolita Eetione,
mi ergo piccolo in piccolo cortile,
avendo una torta serpe e una sola spada: con un cavaliere
adiratosi, anche me fece stare a piedi!
XXV. GIURAMENTI D'AMORE
Giurò Callignoto a Ionide che mai
più di lei avrebbe avuto caro amico o amica.
Lo giurò: ma dicono il vero, che i giuramenti
d'amore non arrivano all'orecchio degli immortali.
XXVI. EPITAFIO DI MICILO
Avevo da piccole cose una semplice vita, né alcun male
facendo, né oltraggiando alcuno. Terra amata,
se io, Micilo, approvai qualcosa di brutto, non tu lieve
devi essermi, né voi altri numi che mi avete!
XXVII. ELOGIO DEI "FENOMENI" DI ARATO
Esiodei sono canto e stile: e non, tra gli aedi,
dell'ultimo ma, temo, della parte più dolce
tra i versi prese il calco il poeta di Soli. Salve, leggere
parole, d'Arato intensa insonnia!
XXVIII. AMANTE SDEGNOSO
Odio il poema ciclico, né d'una strada
M'avvalgo che porta i molti qua e là:
disdegno anche un amante troppo frusto, né da fonte
io bevo. Ho orrore di tutto ciò ch'è comune.
Lisania, tu pure sì, sei bello, bello - ma prima di dirlo
con certezza, Eco dice "ce l'ha un altro!".
XXIX. DIOCLE IL BELLO
Versa e di nuovo dì "A Diocle!", né Acheloo
s'accorge delle sacre coppe sue.
Il ragazzo è bello, o Acheloo, troppo bello, e se qualcun dice
no, beh, che io solo conosca le cose belle!
XXX. AMORE CHE DISTRUGGE
Cleonico tessalo, poverino, poverino! Ma per l'acuto
sole, non ti riconobbi! Disgraziato, che hai passato?
Ossa e capelli sei solo! Forse anche te il demone
mio tiene, e t'imbattesti nel pesante destino?
Capisco. Ti rapì Eussiteo, ed anche tu, giunto,
il bello, o infelice, guardavi con ambo gli occhi.
XXXI. AMORE E CACCIA
Il cacciatore, o Epicide, sui monti ogni lepre
Insegue e d'ogni cerbiattina le orme,
a brina e neve sottoposto: ma se uno dice
"Ecco, quella bestia ferita", non se la prende.
Così anche l'amor mio: chi fugge inseguire
sa, ma vola via da ciò che sta lì a bella posta.
XXXII. IL POVERO
So che non ho le mani piene di ricchezza: però, Menippo,
non starmi a ire, per le Grazie!, il mio incubo!
Soffro sempre sentendo quest'amara parola:
eh sì, caro, questa la cosa più odiosa in te.
XXXIII. AD ARTEMIDE
O Artemide, per te questa statua Fileratide pose qui:
ma tu accoglila, o signora, e tienila salva.
XXXIV. AD ERACLE
Per te, o sire strangolator di leoni, uccisor di cinghiali, me, clava di quercia
pose - "Chi?" "Archino" "Quale?" "Il cretese" "Va bene".
XXXV. EPITAFIO DI CALLIMACO
Tu passi accanto alla tomba del Battiade, che ben conosce il canto,
che ben conosce il riso nella gioia del vino.
XXXVI. IL BEVITORE
Due volte svuotato, tenendo il bevitor Erasisseno il profondo
calice di vin puro, bevuto, se n'andò.
XXXVII. L'ARCO
Menita di Litto
quest'arco pose
dicendo: "Ecco, l'arco
ti do e la faretra,
o Serapide: e le frecce
le hanno gli Esperiti".
XXXVIII. DONI EROTICI
I doni ad Afrodite
Simo, la molto nota, pose,
il suo ritratto e la mitria
che baciava il seno ed il Pan
e quello che tu stesso vedi … Disgraziata, che audacia!
XXXIX. DONO MERCANTILE
A Demetra Pilea
cui questo tempio il Pelasgo
Acrisio offrì, ed alla figlia degli Inferi
questi doni
il naucratite Timodemo
dedicò, decima dei guadagni: ché così avea promesso.
XL. LA VECCHIA PIA
Sacerdotessa di Demetra, io, un tempo, e poi dei Cabiri,
amico mio, e finalmente di Dindimene
fui, io vecchia che or son cenere,
guida di molte giovani spose.
E mi nacquero due figlioli maschi, e morii tra le loro
braccia in buona vecchiaia: passa e stai bene.
XLII. SERENATA D'AMORE
Se apposta, Archino, feci baldoria, rimproverami mille volte,
ma se nolente giungo, lascia passar la mia fretta.
Vin puro ed Eros mi forzarono, di cui uno
Trascinava, l'altro non lasciava stare la fretta.
Giunto, però, non gridai chi fossi e di chi fossi figlio, ma baciai
Lo stipite: se questa è colpa, son colpevole!
XLIII. AMORE AL BANCHETTO
Pur avendo una piaga, lo straniero la celava: come penosamente
Il respir pel petto traeva (non vedesti?),
quando beveva la terza volta, e le rose che perdean i petali
tutte a terra andaron dalle corone dell'uomo?
Davvero è cotto: per i numi, non a caso
lo capisco, ché io, ladro, riconosco l'orme d'un ladro.
XLIV. FUOCO NASCOSTO
C'è qualcosa di nascosto, sì, per Pan!, c'è qualcosa in questo,
sì, per Dioniso, fuoco sotto la cenere!
Non ho coraggio: ma non m'ingarbugliare! Spesso consuma
un muro un fiume tranquillo, rodendo.
Perciò anche ora temo, Menesseno, che, entrato in me,
tu cheto cheto, mi getti all'amore.
XLV. SOTTOMISSIONE
"Sarai acchiappato, scappa, Menecrate!", dissi del mese Panemo
il venti ed in Loos - che giorno? Il dieci,
venne il bue sotto il giogo, da sé. Bene, il guadagno è io,
bene, mio! Non mi lamento per quei venti giorni.
XLVI. AMORE E POESIA
Che bella magia trovò Polifemo
per l'innamorato! Sì, per Gea, mica stupido, il Ciclope!
Le Muse alleviano l'amore, Filippo!
Che gran panacea è la sapienza per tutto!
Questo solo, credo, ha di buono contro i mali
anche la fame: taglia la malattia che ama i ragazzi.
Ci è concesso ridendo all'implacabil furbo Eros
dir questo: "Tagliati le ali, ragazzino!
Non abbiamo affatto paura di te! Ché tutt'e due i filtri
a casa abbiamo per il male".
XLVII. LA SALIERA
La saliera su cui, mangiando pane e sale, Eudemo
Sfuggì le grosse tempeste di debiti,
pose agli dei di Samotracia, dicendo che essa per voto,
o profani, salvato dal mare salato offrì qui.
XLVIII. MASCHERA TRAGICA
Chiedeva successo nello studio Simo di Micco, dandomi
alle Muse: ed esse come Glauco diedero
in cambio di poco un gran dono. Ma io qui a bocca aperta
giaccio peggio del dio samio, un tragico
Dioniso che ascolta dei bambini che dicono
"Sacrata chioma", e questo è il mio incubo.
XLIX. MASCHERA COMICA
Di Agoranatte dì pur, straniero, che io, comico
testimone della vittoria del rodio me ne sto,
un Panfilo non bruciato da passione, ma come un mezzo secco
fico simile e come le lampade di Iside.
L. LA NUTRICE
La frigia Aiscre, buon latte, tra tutti gli agi
Micco accudì da vecchia e da viva
e, morta, la dedicò, ai posteri da vedere.
Tal ringraziamento la vecchia s'ha per i seni.
LI. A BERENICE
Quattro le Grazie: chè a quelle tre una
Or ora scolpita s'aggiunge, e ancora stilla di profumi.
Beata tra tutte, splendente Berenice,
senza la quale non sarebber Grazie le Grazie.
LII. AMORE CORRISPOSTO
Quel bel moro, Teocrito, se mi odia
tu odialo quattro volte tanto, ma se mi vuol bene, amalo,
sì, per Ganimede bellachioma, celeste Zeus,
anche tu un tempo amasti … basta, non parlo più.
LIII. A ILIZIA
Ancora, o Ilizia, vieni al richiamo di Licenide,
alleviatrice di doglie, qui, con parto felice:
questo ora, o signora, è per la bimba, e per un bimbo
poi l'odoroso tempio qualcos'altro avrebbe.
LIV. UN EX VOTO
Il debito che hai, o Asclepio, che per la moglie
Demodice contrasse pel voto Acesone,
cancellalo: se poi te ne scordi e ancora reclami,
la tavoletta dice che offrirà testimonianza.
LV. LA LAMPADA
Al dio canopite Callistio, di venti stoppini
ricca lampada, pose, lei figlia di Crizia,
pregando per la figlia Apellide. Ed alla mia luce
osservando, dirai: "Espero, come cadevi?"
LVI. IL GALLO
Dice chi mi pose, Eveneto (ché certo io non
so), che per la propria vittoria
dedica me, gallo bronzeo, ai Tindaridi:
mi fido del figlio di Fedro Filossenide…
LVII. LA STATUA
Nel tempio di Iside inachia sta la figlia di Talete,
Eschilide, per voto della madre Irene.
LVIII. IL NAUFRAGO
Chi sei, straniero naufrago? Leontico qui te morto
trovò sul lido, e con questa tomba ricoprì
piangendo la disgraziata sua vita: ché nemmen lui
sta bene, ma come gabbiano viaggia per mare.
LIX. RISCHI DRAMMATURGICI
Felice colui che, pazzo pel resto, l'antico Oreste,
non folleggiava di troppa follia, Leucaro,
né mise il focese alla prova che confuta
l'amico: ma se avesse rappresentato anche un sol dramma,
subito avrebbe perso anche l'amico! Avendo fatto ciò
anch'io non ho più molti Piladi.
LX. EPITAFIO DI CIMONE
Voi che passate presso la tomba dell'eleo Cimone,
sappiate di passare presso il figliolo di Ippeo.
LXI. MORTE DI VINO
Menecrate di Ainos (anche tu qui!), non ancor bene
Stavi? Chi, carissimo tra gl'ospiti, ti uccise?
Forse quel che uccise anche il Centauro? "Il sonno assegnatomi
Giunse, e il disgraziato vino ha colpa":
LXII. TREGUA DI CAPRE
O Cintie, coraggio, ché del cretese Echemma
giaccion in Ortigia i dardi, presso Artemide,
con cui spogliò di voi il gran monte. Ma ora ha finito,
o capre, poiché una tregua fece la dea.
Fr. 393. IL FILOSOFO LOGICO
Ecco anche i corvi sui tetti: "Cosa implica?"
gracchiano e "come poi diverremo?"
lo stesso Biasimo
scrisse sui muri: "(Diodoro Crono) il Rimbambito è un saggio"!
Fr. 399. LE ANFORE
Vengon molte, tagliando l'Egeo, dalla vinosa Chio,
anfore, e molte portando il nettare, fior fiore della lesbia vite.
Fr. 400. ALLA NAVE
O Nave che il solo raggio di luce dolce della vita mi
rapisti, per Zeus io ti supplico, pel dio portuale.
Fr. 401. SERENATA
La ragazza che è segregata,
che, dicono i genitori,
gli amorosi conversari
odia come la morte.