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Maria Vittoria Morokovski |
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Prefazione a: Vite |
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Scrivere una premessa non è una cosa semplice ma quando Maria Vittoria mi ha chiesto di farlo, non ho saputo tirarmi indietro. Ho letto molti racconti, sceneggiature, riflessioni della Morokovski, soprattutto ho la fortuna di ospitare i suoi testi on line, sul sito internet che curo. Quindi ho imparato ad apprezzarne lo stile, le trame, le descrizioni accurate dei personaggi e delle loro storie. Storie, come quelle dei due racconti presentati in questo libro, che sono estremamente vere, possibili. Maria Vittoria, protagonista della “neoletteratura” italiana, non mente: le sue storie possono sembrare tragiche, ciniche fino all’eccesso ma sono vere! Quanti autori mentono, sapendo che facendolo è più facile accontentare pubblico ed editori? Nel nostro caso non è così: le storie “difficili” esistono, e bisogna anche saperle raccontare. Come accennavo in precedenza, ho conosciuto l’autrice attraverso Internet. Il web è considerato da chi scrive una comunità virtuale, sì, ma la pubblicazione di questo libro è reale, tangibile, e dimostra come la presenza sul web possa divenire importante per un autore che vuole farsi conoscere dal grande pubblico. Provate a scrivere il nome della Morokovski su un comune motore di ricerca e guardate i risultati: Maria Vittoria è una vera protagonista, un nome che è un esempio per chi ama scrivere, uno stimolo per tutti a continuare a credere alle favole. È l’emblema del sacrificio e dell’applicazione, è amore per la comunicazione, è la voglia di condividere la propria anima con gli altri. Per Maria Vittoria la favola è diventata realtà: “La cosa più bella della nostra vita” e “Vite” sono usciti dal limbo “internettuale”, e ora hanno un corpo che può essere trampolino per trasmettere emozioni agli altri: sono diventati un libro. E un ringraziamento sentito và anche alle Edizioni Vida, perché è importante che ci siano ancora piccoli editori coraggiosi, che tra mille difficoltà continuano a scommettere su nuovi talenti. E la nostra Maria Vittoria un talento vero lo è.
Luigi De Luca
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| VITE |
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Roma, 1967. Davanti ad un liceo un gruppo di ragazzi. Tra loro c’è Terry, una ragazzina di diciassette anni rimasta da pochi mesi orfana di madre. Le compagne, conoscendone la situazione, pur compiangendola in modo discreto, fanno a gara per invitarla alle loro festicciole. Terry è una schiva, si vergogna di non avere una casa bella, come quella delle sue compagne e, non potendo ricambiare gli inviti, spesso evita di accettarli. Come tutte le sue amiche, è innamorata di Luca, il fratello di Mirella, che accompagna spesso a scuola, sulla sua potente moto rossa. Luca è un bel ragazzo di ventitré anni: alto, biondo, occhi verdissimi. Sotto la tenuta da centauro di pelle nera, indossa frequentemente una camicia rossa. Pur essendo carina, minuta, con due grandi occhi color nocciola, Terry è convinta di non avere possibilità d’attirare l’attenzione del giovane. Terry vive in una casa modesta. Il padre è calzolaio, la madre era una buona sarta. Entrambi orgogliosi dei suoi successi scolastici, avevano fatto sacrifici per farla andare in uno dei migliori licei della città. Per questo avevano persino lasciato la casa popolare in cui stavano ed erano andati a vivere in un mini appartamento situato nello stesso quartiere dove si trovava il liceo. Naturalmente avevano dovuto dare fondo a tutti i loro risparmi. La mamma era stata malata a lungo, la sua morte non aveva sorpreso nessuno, neppure Terry, che già da diverso tempo aveva imparato a prendersi cura della casa e del padre. Antonio, il padre di Terry, era un bravo artigiano e un gran lavoratore; d’aspetto insignificante, non molto alto e piuttosto minuto, era di carattere taciturno. Di contro, la madre era stata una donna di quelle che si sarebbe potuta definire una bella popolana: alta, prosperosa, autoritaria, ma simpatica e operosa. Terry aveva l’impressione che suo padre fosse un po’ maltrattato dalla madre e gli era sinceramente affezionata. Non lo paragonava mai ai padri delle sue amiche, professionisti affascinanti e donnaioli. Per Terry suo padre era solo ed unicamente il suo papà: quello che apprezzava i suoi voti, la faceva sentire importante, la spingeva a studiare con dedizione e non le rinfacciava mai i sacrifici. Era per far piacere a lui che Terry studiava con impegno. Una sera però, Terry sentì degli strani rumori provenire dalla stanza del padre, non era la televisione, né la radio: era la voce di una donna. Terry guardò dal buco della serratura e con immenso stupore vide suo padre fare l’amore con Dorina, la portinaia del palazzo di fronte. Dorina era piccola ed insignificante come lui, meno bella di sua madre, sempre indaffarata, servizievole e di poche parole. La conoscevano dal primo giorno in cui erano venuti ad abitare nel nuovo appartamento. Spesso aveva assistito sua madre durante la malattia: le faceva le iniezioni, di tanto in tanto andava a fare la spesa, poi, sempre più spesso, aveva iniziato a dare una mano in casa. Terry non riusciva certo a vederla come una concorrente alla prorompente bellezza della madre, né immaginava suo padre corteggiare un’altra donna. Eppure quei due erano amanti. Per Terry era incomprensibile, assurdo! A poco a poco Dorina iniziò a frequentare sempre più spesso la casa e ad occuparsi delle cose di cui solitamente si occupava Terry. La cosa, invece di farle piacere perché le avrebbe lasciato più tempo libero, infastidì Terry, che visse la presenza di Dorina come un’intrusione nell’intimità esistente tra lei e suo padre. La vista dell’amplesso di quei due esseri così silenziosi ed insignificanti la disgustò a tal punto che Terry non si sentì più a suo agio in quella casa ed iniziò ad accettare gli inviti alle feste cui veniva invitata dalle compagne. Fu ad una di queste che, inaspettatamente, Luca la invitò a ballare, suscitando l’invidia e la gelosia delle altre ragazze. Terry raccontò a Luca il disappunto che provava nel costatare che, giorno dopo giorno, Dorina stava impossessandosi della loro vita e dell’affetto di suo padre. Luca sapeva del suo lutto recente e si mostrò comprensivo ed affettuoso. Non gli fu difficile farla innamorare perdutamente. Con la complicità dello scorrere dolce del fiume, fu concepita Violetta. Anche Luca era innamorato e felice. Terry condivideva la sua passione per la moto e le loro corse spericolate: sembravano avere qualcosa di magico. Un maledetto giorno però, Luca non tornò: si era sfracellato contro un albero e non sapeva d’essere padre. Il giorno prima di morire, Luca le aveva regalato delle viole. Lei ne aveva presa una e l’aveva messa accanto alla sua foto, nel porta documenti. Terry dovette così infilare il suo vestitino nero, per la seconda volta in pochi mesi. Questa volta, il vestito le stava stretto. In casa, Dorina oramai faceva da padrona e il padre dedicava a Terry sempre meno tempo, occupato com’era dal lavoro e dalla nuova convivenza. Terry non lo sentiva più vicino al suo dolore, così quando Dorina, a tavola, disse che i genitori di Luca avrebbero dovuto pagarle l’aborto o prendersi il bambino, scoppiò una lite furiosa. Terry s’aspettava che il padre abbracciasse la sua tesi, la difendesse, ma scoppiò in lacrime quando si rese conto che lui faceva finta di nulla. Dorina la rimproverò di non essere stata attenta e di essersi comportata da puttanella, Terry le replicò con arroganza e l’apostrofò con lo stesso epiteto. Il padre, istigato da Dorina, stampò sul volto di Terry un sonoro schiaffone, che suonò come il definitivo distacco tra i due. Terry, che già mal sopportava il nuovo stile di vita, decise di andarsene da casa. Riempita la grande valigia a scacchi che usavano per andare in ferie quando era piccola e la mamma era ancora viva, dopo aver frugato in tutti i cassetti e i barattoli, dove sapeva di poter trovare i pochi soldi che il padre teneva in casa per le emergenze, non esitò ad aprire la porta ed andarsene, decisa a non tornare più. Sentendosi tradita dal padre, cui non perdonava non solo il fatto di aver difeso Dorina e non lei, ma anche di aver sostituito la madre troppo presto, pur avendo una gran voglia di piangere, non lo fece. Alla stazione comprò un biglietto. Prese il primo treno e, nel bagno, si tagliò i capelli, come per dare un taglio al passato. Terry, andò così incontro ad una nuova vita. Il treno la lasciò in una stazione balneare romagnola. Le piaceva il mare. Con l’aiuto di un viaggiatore, caricò la valigia su un carrello e s’incamminò verso le luci di quella cittadina a lei sconosciuta, che, proprio in quel momento, si andavano illuminando. |
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Bologna, 1982. |
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Violetta era una ragazzina di quattordici anni carina, non molto alta, con grandi occhi verdi e lunghi capelli castani mossi. Seduta davanti ad una donna di aspetto gradevole e dell’apparente età di 35 anni, fingeva di ascoltare ciò che la donna le stava spiegando. Lo sguardo però era assente: mordicchiava nervosamente una penna e guardava l’orologio sempre più spesso. La donna, per un lungo momento, finse di non accorgersene; poi, spazientita, la riprese: «Violetta, da un po’ di giorni ti vedo molto distratta! C’è qualcosa che ti preoccupa?» «Mio fratello sta male! Ha frequenti attacchi d’asma, a volte cade a terra con le convulsioni. Quando gli succede, non so cosa fare! Ora è dai vicini, ma sono preoccupata, scusami Giulia, ma forse è meglio che vada a casa » rispose Violetta prontamente, come liberandosi da un peso. «Capisco! Ti accompagno, così sento anche che ne dice tua madre!» aggiunse la donna, fissando intensamente Violetta, che rispose: «Mia madre non c’è! E’ via per qualche giorno. Non preoccuparti, tanto ci sono i vicini.» La voce di Violetta trasmetteva nervosismo ed imbarazzo. Giulia capì che qualcosa non andava e decise di accompagnarla lo stesso. I quattro piani da fare a piedi per raggiungere l’appartamento di Violetta sembrarono faticosi a Giulia che, osservando la ragazza, si convinse sempre più che qualcosa di grave doveva essere accaduto; gli occhi di Violetta erano umidi, come se stesse per scoppiare in lacrime. Giunte sul pianerottolo, apparve un bimbetto di cinque anni, che, spalancata la porta, corse incontro a Violetta chiamandola a voce alta, cantilenandone il nome. Allo stesso tempo si affacciò anche una donna di una sessantina d’anni, che indossava un grembiule copri - vestito. La donna invitò Giulia ad entrare: «Meno male che è venuta lei signorina, io davvero non so più cosa fare!» esordì fissando prima Giulia, poi Violetta, e aggiunse: «Dobbiamo dirle la verità: forse, con il suo aiuto, riusciremo a rintracciare tua madre. Non credi?» Violetta, abbracciando il fratellino, annuì ed esortò la donna a parlare: «Diglielo tu! Io porto Ivan a cambiarsi per la notte… ha nuovamente fatto la pipì addosso, quando si emoziona non sa trattenerla, le pastiglie che gli ha dato il dottore non fanno niente!» La donna sembrò imbarazzata. «Signorina… noi abbiamo fatto quello che potevamo! Oggi abbiamo anche pagato la bolletta della luce, ma sono tre mesi che non si fa vedere e non da notizie! Sa, io e mio marito siamo pensionati! Il mangiare lo facciamo bastare, ma ora cominciano ad arrivare le bollette e non sappiamo che fare!» Giulia, in un primo momento, non capì di cosa la donna stesse parlando. Poco dopo, Violetta rientrò nella stanza e, con fare da adulta, spiegò pacatamente: «Mia madre se n’è andata. Doveva pagare le bollette! E’ uscita per andare alla posta e non è più tornata! Non sappiamo dov’è, non ha mai telefonato, fino a che non ci hanno tagliato il telefono… negli ospedali non c’è e neanche all’obitorio.» Giulia era raggelata dal tono di voce della ragazza e dal suo racconto. Violetta continuò: «Temo non torni più… Non credete? Altrimenti si sarebbe fatta viva! Io ho trovato un lavoro da baby-sitter e la signora guarderà il mio fratellino Ivan. Speriamo di farcela!» Quando finalmente comprese tutto, l’imbarazzo di Giulia si trasformò in rabbia. «Hai avvertito tuo nonno? e la zia? tuo padre?» La smorfia della donna precedette le sue parole. «No, Violetta non ha voluto, teme che li separino e denuncino la madre. Abbiamo cercato di evitarlo, sperando si facesse viva! Non ha telefonato neppure a me!» Giulia, annichilita, osservò il piccolo Ivan che se ne stava immobile sulla porta, lavato e profumato e che, a fatica, soffocato da una crisi d’asma, balbettava: «mamma…» Violetta accorse con la pompetta e somministrò al piccolo una compressa. «Sta’ tranquilla Violetta» le disse Giulia «nessuno vi separerà! Troveremo una soluzione, ma tu dovevi dirmelo prima… Da tre mesi ci vediamo quasi tutti i giorni e non mi hai avvertita! Parlerò io con tua zia e tuo nonno e vedremo come fare. Intanto fate bene a non dire niente: qualcuno potrebbe mandarvi quelli dei Servizi Sociali.» Giulia prese del denaro dalla borsa lo consegnò alla signora e le disse: «Domani torno. Ora vedo che posso fare, ma voi state tranquilli e per qualsiasi cosa, chiamatemi subito! Prenderò un appuntamento dal pediatra, il piccolo non può continuare così!» Evidentemente rassicurata dalle parole di Giulia, Violetta non esitò a scaricare la propria rabbia: «Se trova mia madre, le dica che non abbiamo più bisogno di lei! Io andrò a lavorare! Penserò io al mio fratellino!» Giulia se ne andò sconvolta e, allo stesso tempo, ammirata dal sangue freddo dimostrato da quella piccola, grande donnina. Appena fuori, prese un taxi e si fece condurre da Rosanna, la zia di Violetta. Rosanna era una donna di una quarantina d’anni, alta, bionda, robusta, con grandi occhi celesti e la carnagione bianchissima. Indossava un completo di taglio maschile. L’energica stretta di mano ed il sorriso accattivante, denotavano sicurezza. «Signorina Giulia, che sorpresa! Non mi dica… Violetta la fa disperare? Mi sembrava avesse voglia di recuperare… mi dica: cos’ha combinato?» esordì fissandola dritta negli occhi. Giulia entrò nell’appartamento si sedette e, in breve, informò la donna di tutto. «Mio Dio! Che fosse leggera lo sapevo, ma che lasciasse i ragazzi così! Giuro che se la trovo le spacco la faccia, la denuncio, chiederò l’affidamento di Violetta, la faccio… la faccio andare in galera quella puttana!» Giulia, ancora una volta, cercò di mantenere la calma: «Violetta non le ha chiesto aiuto proprio perché temeva una reazione simile. Si calmi e ragioniamo per il bene dei ragazzi; mi scusi… in che modo… lei è zia di Violetta?» Rosanna cercò di rasserenarsi, poi decise di raccontare la propria storia. «E’ una lunga storia. Avevo 24 anni e gestivo un bar della riviera romagnola. Quando ho conosciuto Terry, lei ne aveva diciassette ed era appena scappata di casa. Era incinta e, quando è entrata nel bar con quella grande valigia a scacchi e la pancia, ho pensato che avrei potuto essere io quella ragazzina e ho voluto darle una mano. Anch’ io sono andata via da casa a sedici anni ed ero incinta, ma questa è un’altra storia.» |
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Riviera Romagnola, 1967 - Bar di Rosanna. Terry trascina a fatica la valigia dentro il bar, Rosanna le va incontro e l’aiuta. Senza che la ragazza ordini nulla, le fa portare un panino e un bicchiere di latte. Nel bar ci sono pochi clienti. Rosanna si siede al tavolino dov’è seduta Terry e le chiede: «Minorenne? incinta e scappata da casa?» Terry puntualizza con estrema tranquillità: «Minorenne, incinta ed andata via da casa.» «Sai già dove andare?» «No» risponde Terry «ma troverò un lavoro. Per ora mi sistemerò in una pensione.» «In una pensione? Ti troveranno subito! I tuoi genitori avranno fatto la denuncia, puoi esserne certa!» «Non ci avevo pensato! Troverò una stanza da qualche parte: so che qui ci sono molti che affittano stanze, o no?» «Sì, ma a prezzi che non potrai permetterti. Se vuoi ti darò una mano: lavorerai qui al bar e ti ospiterò io, fino a che non troveremo una soluzione. Inutile chiederti del padre del bambino… giusto?» La discussione, filata liscia fino a quel punto, si interrompe per qualche attimo. Terry si incupisce ma, anche in questa occasione, non piange: «E’morto… un incidente in moto!» «Meglio morto che bastardo come quello che ha piantato me! Io però ho fatto in tempo ad abortire, ma tu sei troppo avanti! E i tuoi?» incalza Rosanna lisciando la ciocca di capelli che le pende sulla fronte. «Mia madre è morta! Mio padre ha già provveduto a sostituirla con Dorina, una puttana che è stata da sempre la sua amante!» replica con estremo disprezzo Terry, lasciando cadere per terra le briciole del panino che sta finendo di mangiare. «Storie abbastanza simili, le nostre! A me è morto il padre quando avevo appena due anni. Mia madre ha preferito tenersi mia sorella e mi ha lasciato dai nonni: morti quelli, ho trovato il bastardo che mi ha messa incinta… solo che, purtroppo, non è morto e così me ne sono andata ed ora sono qui! A dover dare una mano a te, che neppure conosco! Possibile mai che restiamo tutte incinte a sedici- diciassette anni? Tutte uguali, tutte sceme a quell’età!» Un attimo si silenzio, poi Rosanna stupisce nuovamente Terry: «Ora scegliti un nuovo nome, dirò che sei mia cugina, così non ti faranno troppe domande. Seguimi! Ti mostro la tua stanza! Poi ti presenterò Paolo e… domani al lavoro!» Nella sua nuova stanzetta Terry ritrova un po’ di serenità. Si sente libera e fortunata, ha appena trovato un lavoro, una casa, un’amica ed una copertura. Quando se n’era andata da casa non aveva pensato che il padre avrebbe potuto farla cercare dai carabinieri e dalla polizia. “ Non si può mica pensare a tutto!” pensò a voce alta, con un mezzo sorriso. Padrone dell’appartamento e del bar, Paolo è un uomo simpatico, sposato, quarantasettenne, piacente, elegante e ricco, non troppo colto, ma di buone maniere. Ricopre una carica importante nel paese ed è… l’amante di Rosanna. Rosanna non rivela a Terry che, dopo l’aborto fatto da una mammana, non ha più potuto avere figli. Non le dice neppure di aver dormito per strada e di essere stata violentata dal primo datore di lavoro, di essere stata ospitata da una prostituta e di aver fatto il mestiere di nascosto, dal momento che era ancora minorenne, fino a quando non aveva conosciuto Paolo, al quale era piaciuta molto. Paolo l’aveva presa con sé e l’aveva sistemata nel bar dove, ora, era quasi padrona. Paolo non si fa pregare e accetta Terry di buon grado. Decidono che si sarebbe chiamata Liana e che, per tutti, sarebbe stata la cugina di Rosanna. Nasce Violetta. La chiamano così perché Luca, il giorno prima di morire, aveva regalato delle viole a Terry e lei ne teneva una essiccata nel porta documenti.
Il battesimo è semplice ed elegante, Paolo e Rosanna fanno da padrino e madrina. Al pranzo partecipa anche la moglie di Paolo. Rosanna si occupa con entusiasmo della bimba che, con quegli occhi così chiari, sembra essere sua figlia. Terry approfitta della situazione per divertirsi e curarsi della bimba lo stretto necessario. “Tanto ci pensa Rosanna…” Paolo inizia a portarla fuori, mentre Rosanna rimane quasi sempre impegnata con il bar e con la bimba. A Paolo piacciono le ragazze giovani, a Terry i posti eleganti dove la porta, così come i regali costosi che le fa; anche i suoi modi garbati non le dispiacciono, come il rispetto di cui gode in paese. Non passa molto tempo che i due diventano amanti. Terry ha solo paura della reazione di Rosanna, che, infatti, non tarda ad arrivare. La donna, che non è stupida, invece della scenata che Terry si aspetta, impone un ménage a tre, riservando le sue attenzioni più a Terry che a Paolo. Terry accetta la situazione senza farsi troppe domande, anche perché non è innamorata di nessuno dei due. Le cose si complicano quando Terry conosce Daniele, uno studente di buona famiglia, gentile e innamorato. Terry ha appena compiuto venti anni, pensa di fidanzarsi seriamente, ma la cosa spaventa Rosanna: le piace Terry e teme di perdere la piccola Violetta. Rosanna decide di far lasciare i due e la macchinazione le riesce: fotografa Terry e Paolo e, dopo avere accuratamente nascosto il volto di Paolo, invia le compromettenti fotografie ai genitori di Daniele. Daniele lascia immediatamente Terry, che si fa consolare da Rosanna. La loro vita, per qualche anno, scorre abbastanza serena. Rosanna è stimata e rispettata da tutti; Liana, al contrario, è considerata una ragazza leggera che approfitta dell’affetto di Rosanna. Violetta cresce bene, amata e vezzeggiata da tutti. Rosanna tralasciò di raccontare a Giulia di essere stata l’amante di Terry e di averle fatto rompere il fidanzamento. «Ora capisce, signorina, perché mi chiama zia?» proseguì Rosanna. «Avrei dovuto essere io sua madre, certamente non avrebbe vissuto questa esperienza, e non avrebbe avuto quell’orribile padre, quella miseria! Ma ha visto dove vivono? Io, Violetta l’avrei tenuta con me. Glielo avevo detto a Terry, ma lei voleva fare la MADRE, e madre non lo è mai stata né per Violetta, né per quel rospetto del fratello. Sa, credo proprio che quello lo rimanderò diretto dal padre! D’altra parte è suo figlio, che se ne occupi lui!» «Rosanna, non è proprio possibile… Mi creda, legalmente lei non ha nessun diritto… e poi Violetta non vuole separarsi dal fratello!» disse Giulia con tono pacato ma deciso e concluse: «Violetta è una ragazza forte e lo ha dimostrato in questo frangente. Ora, lei non può costringerla a stare senza il fratello e, se dovesse denunciare la madre, porteranno tanto Violetta quanto Ivan ai Servizi Sociali o dal padre.» Rosanna rimase per qualche minuto in silenzio. Poi esclamò: «Che padre e padre! Le ha dato il nome! Ma che padre è uno che non li vede da mesi? E poi, tanto per essere chiari, lei manderebbe una ragazzina così carina a convivere con un uomo che non è suo padre? Mi faccia il piacere! Minimo rischierebbe lo stupro! D’accordo, non denuncerò la madre e non farò domanda di affidamento… Che altra soluzione si potrebbe adottare?» «Dormiamoci sopra, sentiamo cosa vorrebbero i ragazzi e il nonno! Al padre dovremo pure dirlo, prima o poi, ma cerchiamo di non farci vedere spaventate. Rosanna, se vuol bene alla ragazza, non deve mostrare la sua indifferenza per il fratellino: Viola gli vuole molto bene, non accetterebbe mai di vivere senza di lui! Mi dia retta! Non mostri neppure la sua indignazione per la madre, né faccia apprezzamenti sulla situazione economica. Ci pensi bene! Se proprio vuole, le proponga la sua ospitalità, ma sappia che è probabile un rifiuto; inoltre, quel bimbo ha bisogno di qualcuno che gli voglia realmente molto, ma molto bene!» concluse Giulia. Rosanna annuì pensierosa ed accompagnò Giulia alla porta. Rientrata in casa, Rosanna, ripensò al giorno in cui Violetta aveva compiuto cinque anni. Era una bambina felice, indossava uno splendido vestitino che le aveva comprato lei e se ne stava sorridente davanti ad una bella torta. Allo stesso modo, rivide il giorno della prima comunione della piccola e la bella festa che seguì la cerimonia. Rosanna come se parlasse a Violetta, disse a voce alta: «Io sono stata tua madre, ma tu hai sempre voluto stare con lei; io ti avrei potuto dare tutto! Tua madre è sempre stata un’ingrata e tu le somigli, preferisci stare con quel rospetto piuttosto che con me, ma giuro che ti farò ragionare, verrai a stare qui con me e non ti mancherà mai più nulla.» Giulia non riuscì a dormire. La mattina presto tornò da Rosanna e partirono per Roma, preferendo parlare di persona con Antonio: speravano sapesse che fine avesse fatto la figlia. Ma Antonio non sapeva nulla, Terry gli doveva ancora il denaro che le aveva prestato quando si era separata dal marito, cosa che Dorina sottolineò più volte. «Non l’ho più vista da allora!» esclamò Antonio con rassegnazione e senza saper suggerire soluzioni alternative. Antonio sembrava aver rinunciato ad essere padre e nonno: parlò solo della forte delusione subita quando Terry aveva interrotto gli studi. Forse, padre e figlia si erano persi per sempre. Giulia e Rosanna concordarono sul fatto che il viaggio fosse stato inutile e, del resto, l’uomo non aveva neppure i mezzi per poter accogliere i nipoti; Dorina, poi, non sembrava aver alcun desiderio di fare la nonna. «Non resta che sentire il padre di Ivan e, in ogni caso, bisogna metterlo al corrente di tutto, è un suo diritto!» disse Giulia. «Non vorrà vedermi! Non siamo in buoni rapporti, e poi sono certa che non possa tenerli! Lei comunque ci vada, così si renderà conto che l’unica soluzione possibile è quella che offro io» replicò arrogantemente Rosanna. Giulia si preoccupò non poco e capì di non nutrire simpatia per quella donna che voleva dividere i due fratelli. Doveva andare dai ragazzi per vedere come stavano, avere l’indirizzo del padre e sapere se avevano riattivato il telefono. Violetta non c’era. Era andata a lavorare, così come aveva promesso. Da sola, senza che nessuno l’accompagnasse e la presentasse. Giulia pensò che quella bambina aveva i nervi d’acciaio ed una volontà di ferro. Il piccolo Ivan stava dai vicini e Giulia si sorprese quando la prese per mano e disse: «La mamma è scappata perché vogliono ucciderla. Ha dei debiti e per questo non viene, ma tornerà presto sai? Ora Violetta è la mia mamma, lei non si sposerà mai, starà sempre con me!» A quelle parole, Giulia si sentì gelare, non era possibile dividerli e non era possibile lasciarli soli. Giulia si fece dare l’indirizzo del padre di Ivan ed era già in macchina quando vide tornare Violetta accompagnata da un uomo di una trentina d’anni, su una bella Mercedes. Giulia notò il comportamento troppo confidenziale dell’uomo, scese velocemente dalla sua auto, s’avvicinò all’auto, spalancò la portiera e vide la mano dell’uomo appoggiata sulle ginocchia della ragazza. Senza esitazione disse: «La ringrazio di aver accompagnato Violetta! Se vuole fare un’esperienza di lavoro non glielo posso impedire, dal momento che lo stesso padre ha acconsentito. Sappia, però, che lui si assenta spesso perché fa il pugile e al momento sono io a prendermi cura dei ragazzi. Ci siamo capiti?» concluse Giulia tendendo la mano a Violetta che tratteneva a stento una risata. L’uomo, dopo averle salutate, si allontanò rapidamente. «Quante balle! Perché gli hai raccontato che mio padre fa il pugile? Io gli avevo detto che fa il tipografo!» esclamò divertita Violetta. «Non importa, ha capito benissimo il messaggio!» rispose Giulia, aggiungendo: «Quanto tempo ha suo figlio?» «Due mesi! Devi vedere com’è carino!» rispose Violetta. «Ti prego, se qualcuno ti accompagna a casa e ti mette la mano sulle ginocchia o da qualche altra parte… dimmelo e, soprattutto, non dire mai che sei sola. Se non vuoi un padre pugile, inventati uno zio!» chiarì Giulia. «Messaggio ricevuto zia Giulia! Sei diventata mia zia anche tu vero?» disse Violetta ridacchiando. «Ho paura di sì, se mi accettate ne sarò felice!» concluse la donna. Violetta aveva capito perfettamente. Giulia se n’andò rasserenata e, dopo aver lasciato l’auto sotto casa sua, chiamò un taxi e si fece condurre da Giancarlo, il padre di Ivan. Le aprì la porta una donna anziana, un po’ sorda, che iniziò a chiamarlo a gran voce. Poco dopo apparve un omone molto alto, robusto, che indossava una tuta, aveva una bella voce e modi gentili. La fece accomodare in un tinello modesto, ma pulito. Anche l’uomo, malgrado la barba lunga di un paio di giorni, aveva un aspetto pulito e la sua stretta di mano era asciutta, forte e misurata. «La ringrazio, di solito mi stritolano la mano e con gli anelli, le assicuro che fa male!» disse sorridendo Giulia. Il ghiaccio era rotto, ma Giancarlo, non appena fu messo al corrente della situazione, proruppe in una sequela interminabile di bestemmie e parole irripetibili tanto all’indirizzo di Rosanna quanto di Terry. Finito lo sfogo, dopo aver tirato un pugno contro il muro, si voltò verso Giulia e le chiese come stessero i ragazzi. Era tornato ad essere l’uomo gentile di prima. Giulia non si meravigliò affatto che Terry lo avesse lasciato. Lei, di certo, non lo avrebbe neppure sposato, pensò. Giancarlo prese una bottiglia di amaro e versò da bere per entrambi. Giulia accettò volentieri. Fu così che Giancarlo iniziò a parlare a ruota libera: «Lei è la professoressa di Violetta, vero? E’intelligente quella ragazza! Anche sua madre era brava a scuola! Sa, aveva quasi finito il liceo classico! Terry era colta e Violetta, in questo, le assomiglia, le piace studiare e so che a scuola è brava! E’ così, vero?» Poi cambiò discorso senza aspettare la risposta di Giulia: «Ma quella gran puttana di Rosanna, come pensa di poter prendere con sé i miei figli? Io voglio bene a Violetta più che al mio, è stata la madre a non volere che li vedessi spesso! Vede, io lavoro tutto il giorno e mia madre ha visto com’è! Mi dice come potrebbe fare a stare dietro ad un bambino così piccolo? Ma Terry, dove diavolo è finita?» Seguì un attimo di silenzio, poi l’uomo riprese a parlare: «Sa, Terry ha avuto una vita difficile, anche se è stata più ricca di me! Quando quella gran puttana di Rosanna si è ammalata, Terry si è rimboccata le maniche, è stata lei a badare al bar, alla casa, alla bambina, mentre lei ingrassava e perdeva i capelli. Il suo amante l’ha piantata e l’ ha cacciata via da casa e dal bar, mica si è messo a curarla! Certo, Rosanna è stata brava a farsi dare un mucchio di soldi per andare via tranquilla, senza raccontare la verità a nessuno! Sì, è stata anche generosa con Terry! Abitavano in centro! Violetta ha potuto frequentare le elementari dei ricconi e non sfigurava, era vestita come una bambola! Il sabato andavano a cena fuori o al cinema o a teatro. Sono anche andate all’estero a fare le vacanze, ma Terry non mangiava pane a tradimento, lavorava in casa e poi ha trovato un lavoro in quella bella drogheria del centro; ma quella gran troia la costringeva ad andare a letto con lei! Terry per un po’ c’è stata! Dove sarebbe potuta andare quella poveretta? Ma, non è mica una lesbica sa? Non le piaceva mica, anzi, non ne poteva più e si era anche fidanzata. Aveva detto basta, mi sposo e cambio vita! Allora quella gran troia ha fatto finta di niente, si è messa con quel delinquente di Rudy, sa quello che ha quella grande officina, quello che gira con i macchinoni, ma i soldi non li fa mica con quelli! E’stato anche in galera, vendeva le macchine rubate; poi, però, ha fatto amicizie importanti e lo hanno assolto, ma lo sanno tutti che serve i capoccioni di polverine varie, lo sanno tutti, ma nessuno può fare niente! Se lo denunci, nei guai ci finisci tu! Allora, quando ha visto che si è messa con un uomo, la Terry si è calmata, le ha dato fiducia e quelli sa cosa hanno fatto? Hanno invitato quel pirla del fidanzato di Terry e gli hanno fatto perdere una cifra a poker e così il matrimonio è saltato. Per me, la stronza, l’ha fatto apposta, per non perdere Violetta! Terry così ha perso anche il lavoro ed è diventata la sua serva. Quando l’ho conosciuta io, la poverina, era proprio giù, non andava in nessun posto, scendeva al bar a farsi un bicchierino solo quando doveva fare la schedina. Era così bella!» soggiunse Giancarlo con voce dolce e calda… Dopo essersi interrotto per qualche istante, come a rivedere quei momenti, proseguì: «Un giorno, si era seduta a fare una partita a scopone con noi. C’era anche la moglie di un mio amico. Era bello vederla ridere e bere meno. Io ero felice e passavo tutti i miei momenti liberi in quel bar, sperando d’incontrarla! Una sera, abbiamo fatto una schedina di Totocalcio insieme e, pensi, abbiamo fatto un dodici! Era un dodici piccolo piccolo, ma, per me, è stato come vincere alla lotteria nazionale. Abbiamo offerto da bere a tutti e lei ha accettato di venire a cena con me… Che serata! Avevo comprato un vestito nuovo per l’occasione, lo conservo ancora come una reliquia. Ora non mi sta più bene, sono ingrassato, ma anche se mi andasse non lo metterei. L’ho portata nel più bel locale della città; lei, poverina, si sarebbe accontentata di una pizza! Quella sera mi ha raccontato tutto, proprio tutto, anche le porcheria che doveva fare con Rosanna. Dopo qualche tempo mi ha chiesto se l’avrei sposata… io non ne avrei avuto mai il coraggio! Lei non può immaginare le scenate che ha fatto Rosanna… voleva tenersi la bambina, ha mandato Rudy per farmi picchiare, ma io non ho avuto paura e ho fatto scappare quel vigliacco ed ho dato il nome alla bambina. Lei non ha potuto fare più niente e si è rassegnata; noi, pur di stare tranquilli, siamo andati a vivere in un paesino di campagna vicino a Forlì. Ivan è nato là. Abbiamo vissuto bene, eravamo felici e anche Violetta era felice. Ho speso tutto, la liquidazione e tutti i miei risparmi, ma lo rifarei, perché sono stati gli anni più belli della mia vita! Terry era una brava moglie ed una buona mamma… poi è rimasta incinta ancora e io ero felicissimo, ma lei no, non lo voleva, aveva paura che fosse un po’ delicato come Ivan. Io forse ho sbagliato, insistevo, non volevo farla abortire perché mi sembrava una brutta cosa. Sa, io sono comunista! Non era per questioni di chiesa, ma mi sembrava una brutta cosa e lei se n’è andata. Ha preso tutti i soldi e se n’è andata, a Roma, dal padre. Ha abortito e ha chiesto la separazione. Io volevo che tornasse anche dopo l’aborto, ma lei non lo fece.» Dopo quel lungo discorso Giancarlo sembrò aver perso tutte le forze e quasi si afflosciò sulla sedia, come un fantoccio senza più volontà. Giulia non sapeva come comportarsi, né che pensare. Mentre cercava qualcosa da dirgli, lui riprese a parlare con voce stanca: «Forse, ora si trova nei guai, forse avrà bisogno d’aiuto e verrà a cercarmi… Io sono sempre pronto a riprenderla, per me è ancora mia moglie, la madre dei miei ragazzi.» Poi, cambiò tono ed espressione, divenne un uomo deciso, uno che sapeva quello che doveva fare. «Signora, mi aspetti, vado a cambiarmi, mi faccio la barba, avverto mia madre e vado dai miei figli. Non posso lasciarli soli, torno subito, mi aspetti!» Improvvisamente, il problema dei ragazzi sembrava risolto. Giancarlo sarebbe andato a vivere da loro, senza esitazioni, senza pensarci su tanto: quell’uomo era tornato padre. Giulia non sapeva cosa dire, anche se le parole di Rosanna le tornarono alla mente: “Si poteva lasciare un uomo solo e giovane con una splendida adolescente che somigliava alla donna che lui aveva adorato e che non era sua figlia?” Giulia sentiva il peso di quella responsabilità, ma se lui aveva deciso così, lei non poteva impedirglielo, i ragazzi portavano il suo nome ed erano i suoi figli. Giancarlo, accompagnato da Giulia, si presentò da Violetta, portando con se una valigia. Violetta aprì la porta e guardò Giulia con aria interrogativa, come a dire: “Che ci fa lui qui?” Giulia spiegò: «Tuo padre ha deciso di venire a vivere con voi, almeno fino a che non si farà viva tua madre, è una situazione provvisoria, per evitare che qualche zelante informi i Servizi Sociali, mi sembra la soluzione migliore, per il momento.» «Ma se la mamma torna? Non sarebbe contenta di vederlo qui!» replicò Violetta. Giulia si commosse: era evidente che, malgrado le affermazioni precedenti, la ragazza aspettasse ancora il ritorno della mamma. Giulia chiamò da parte Violetta mentre Giancarlo iniziò a trafficare vicino ai fornelli, dopo aver abbracciato ripetutamente Ivan, che sembrava contento di avere il papà vicino. «Violetta, anche se in questo momento non sei contenta di avere tuo padre qui, credimi, è la soluzione provvisoria migliore che si possa trovare; ma ti prego, per qualunque cosa, di giorno o di notte, sappi che io sono a tua disposizione ed anche la zia Rosanna, all’occorrenza. Sono certa che anche il nonno si farà in dieci: vi vogliamo bene, avete molte persone che vi vogliono bene, non sarete più soli, state tranquilli!» «Lo so, zia Rosanna è già passata di qui, mi ha dato un po’ di soldi e mi ha detto le stesse cose, ha telefonato anche il nonno, ha detto di avermi mandato un vaglia postale. La zia non ha fatto commenti e credo sia merito tuo, grazie Giulia: se non le avessi parlato tu, la sua reazione sarebbe stata molto più violenta, la conosco bene, sai?» Giulia era sempre più stupita della maturità dimostrata dalla ragazza, comunque decise di parlare alla vicina di casa. «Signora, non solo volevo ancora ringraziarla per tutto quello che ha già fatto, ora vorrei parlarle un attimo.» «Prego signorina, o signora? Lei qui è sempre la benvenuta, sono contenta che sia venuto il padre: lo conosciamo, credo sia un brav’uomo!» disse la donna. «Lo credo anch’io, ma, signora, non so se sa che Violetta non è sua figlia: dobbiamo stare attente, anche i bravi uomini possono perdere la testa. Violetta è molto carina, è una donna, sia fisicamente che moralmente, anche se ha solo quattordici anni, ma noi dobbiamo vegliare su di lei, lei lo può fare meglio di me, non so se capisce quello che intendo dire…» continuò Giulia. La donna l’aveva ascoltata con molta attenzione, si fece il segno della croce e sussurrò: «Speriamo di no, ci mancherebbe anche questa, allora sì che saremmo nei guai! Che Dio non voglia! Ne stanno passando abbastanza questi ragazzi! Comunque terrò occhi ed orecchie aperti, anche se non ci avevo pensato; ma lei ha ragione, bisogna stare attenti a tutto!» Rassicurata, Giulia rientrò a casa.
Sono trascorsi due anni. Giulia sta correggendo dei compiti, seduta nel suo studio. Suonano alla porta e lei va ad aprire guardando l’orologio, è tardi e non sta aspettando nessuno. E’ Violetta. «Violetta, che sorpresa! Finiti i festeggiamenti per la promozione?» Ma l’espressione della ragazza indica che non è quello il motivo della visita. «Cos’è successo?» chiede Giulia. «E’venuta mia madre!» «Cosa?» «Sì, ho visto mia madre! Ma non è arrivata da sola! Aveva in braccio una bambina: voleva presentarci la nuova sorellina! Senza spiegazioni, si è presentata come se niente fosse! Mio padre voleva farla salire, io non ho voluto, Ivan non deve sapere niente. Ha una sigaretta, Giulia?» Giulia non sapeva che Violetta fumasse, ma le porge il pacchetto senza commentare. Violetta accende la sigaretta e continua: «Io l’aspettavo ancora, ma ora è davvero finita: non per la bimba, quella poteva ancora passare, ma non ha chiesto niente di Ivan! Mio padre le ha dato anche dei soldi, l’ho visto, anche se ha cercato di non farsi notare! Questa volta è morta davvero; dovevi vedere in che stato era, aveva i capelli tinti con una crescita di tre dita, le mancavano due denti, era mal vestita, aveva delle macchie sulla camicetta, lei che ci teneva tanto! Mi ha parlato come se niente fosse, mi voleva far prendere in braccio la bambina, non ha chiesto come stava Ivan e ho visto che c’era un tipo strano che l’aspettava. Sarebbe stato meglio crederla morta! Ora davvero per Ivan è finita, povero piccolo, io ho avuto un’infanzia serena, ma lui povero amore, davvero non ha che me: suo padre è rozzo, dice parolacce, a volte non lo posso soffrire…» «Non avevate scelta, o tuo padre o la separazione. Lo sai, devi essergli grata, poteva anche lavarsene le mani, non sarebbe stato il primo che lo fa. Non capisco tua madre, non vi ha spiegato nulla? E tuo padre? Che ha detto?» «Lui sperava che tornasse, l’avrebbe ripresa anche con la figlia, è ancora “infigato”. Credeva davvero che fosse tornata a stare con noi; penso si stia prendendo una sbronza al bar. Le ha dato tutti i soldi che avevamo in casa: d’ora in poi i soldi li darà a me, così non farà più sciocchezze simili! Dovevi vedere il tipo che l’aspettava, uno su una moto, non era brutto, ma tutto vestito di pelle, coi capelli lunghi, un orecchino, catene al collo, barba lunga, mani tatuate: come ha potuto lasciarci per un tipo così?» Violetta, che Giulia non aveva mai visto piangere, scoppia in lacrime. Giulia l’abbraccia; anche lei, come Rosanna, avrebbe voluto avere una figlia così, cui voler bene. Violetta si riprende subito, accende un’altra sigaretta, le mani le tremano ed annuncia: «Ora sarò più gentile con papà, darò i vestiti e la roba di mamma a qualche istituto: bisogna che Ivan la dimentichi, non deve rivederla mai più. Lei, Giulia, non ha figli: mi prometta che lo farà studiare! E’ stato bocciato in prima elementare, ma non fa più la pipì addosso, le crisi d’asma sono diminuite e anche gli attacchi epilettici. Credo, però, che sia geloso di te: vede che mi dedichi tutto il tempo. Ora che ho recuperato gli anni di scuola perduti, io posso arrangiarmi. Ivan, invece, deve recuperare in sicurezza; non voglio che vada in scuole speciali, ti prego, io ci ho provato, ma con me non studia, con te ci sono riuscita io e ci riuscirà anche lui.» Giulia ascolta e ripensa anche ai suoi fallimenti di donna, agli uomini che avrebbero potuto sposarla e non lo avevano fatto, ai figli che avrebbe potuto avere e non aveva avuto, e dice: «Puoi contare su di me: portalo qui dopo scuola, mangeremo assieme e cercheremo di studiare, vedremo di fargli recuperare l’anno perso e farlo sentire più sicuro per affrontare i prossimi. Ti prometto che ce la metterò tutta, ma tu devi stare vicina a tuo padre, per lui non deve essere facile… ha visto anche lui il tipo con la moto?» «Credo di sì, ma è così infatuato che non so se ha voluto capire chi fosse: quando si tratta di mia madre non ragiona! Ma glielo farò capire io che deve togliersela dalla mente!» «Forse è l’unica persona che ha amato, cerca di non essere troppo dura con lui!» replica Giulia. «Ora quella signora deve uscire dalla nostra vita per sempre, l’abbiamo attesa anche troppo!» Nello stesso momento, in una Comune (allora le comunità si chiamavano così), Terry parla con Massimiliano, l’uomo della moto, quello che Violetta aveva visto. «Potevi non farti vedere, mio marito i soldi me li aveva già dati, non aveva detto nulla della bimba e stavo salutando l’altra mia figlia, potevi fare a meno, davvero. Violetta quando ti ha visto, ha cambiato colore degli occhi: quando fa così è infuriata, la conosco, ora non mi vorrà più vedere!» «Ai tuoi figli avevi già rinunciato quando hai accettato di venire con me» le dice Massimiliano «ora non farti vedere mamma premurosa: se ti fosse importato di loro, non saresti venuta in Spagna, io non ti ho obbligata.» «E’ vero, ho scelto te, non ne potevo più di quella vita di prestiti e rinfacciamenti. Non volevo stare con Giancarlo, hai visto com’è? Ora è anche peggio, è ingrassato ed invecchiato. Non volevo tornare con Rosanna. Ma sei stato tu a mandarmi a chiedere un prestito e a vedere se ci tenevano Maria Adelaide. A quel punto non ho avuto neppure il coraggio di chiederglielo, se volevano tenere la bambina fino a che non saremmo tornati dalla Grecia: ora ci tocca portarla con noi. Io là davvero non ci torno, non ora almeno; tu cerca di vincere quella gara, altrimenti siamo davvero col culo per terra!» La bimba comincia a piangere, le donne della Comune fanno a gara per distrarla. Terry si apparta con Massimiliano e fanno l’amore, lui le sussurra: «Vincerò anche questa gara, in questi due anni le ho vinto quasi tutte, lo sai. Questa volta facciamo il colpo grosso, vedrai! Tu mi devi solo dare una mano per mettere a punto la moto: con la moto sistemata come dico io, non ho rivali!» «Ma non so a chi chiederli quei benedetti soldi che ti mancano, a mio padre neanche a parlarne, gliene devo già troppi; a Rosanna, neppure; Giancarlo mi ha detto che dà un po’ di soldi a Violetta per studiare e che, se mi vedesse, mi spaccherebbe la faccia. Dovrei vedere se Rudy mi dà una mano, ma Rudy è l’uomo di Rosanna, se glielo dicesse sarebbero guai!» «Non glielo dirà, tu sei più giovane di lei, vedrai che ti darà quello che ci serve, se gli spieghi cosa dobbiamo fare.» «Già, sembrava fossimo a posto anche quando hai vinto i 30 milioni, dovevi aprire un’officina, dovevi prendere una casa, invece i soldi sono finiti e noi siamo in una Comune, con una bambina piccola, che dovrebbe avere una casa e non stare qui!» «La bambina l’hai voluta tu, non che non le voglia bene, lo sai che l’adoro, ma non sono uno che ama stare nello stesso posto troppo a lungo. Vedrai che starà bene comunque, questa volta si tratta di 200 milioni e ti prometto di vincerli.» «Se li vincerai, mi prometti di comprare una casa? Tra poco la bimba dovrà andare a scuola, lei non ha nonni, zie e padri che se ne occupano, lei ha solo te e me, promettimelo!» «Te lo prometto, ora cerca di rimediare i soldi che mi servono, sai che ti amo!» Massimiliano la prende con passione e i due rifanno l’amore. Ancora abbracciati Terry gli dice: «Hai visto Violetta com’è bella? Chissà Ivan, lui, poverino, non era bellissimo, ma Violetta è proprio bella; anche Maria Adelaide è bella, come te, i miei figli prendono dal padre. Luca era bello, tu sei bello e le vostre figlie sono belle!» «Sì, ma ora va, vedi se quel Rudy ti dà i soldi!» Terry entra nell’officina di Rudy. Rudy è un uomo alto, ha i capelli ricci, lunghi sulle spalle, ha un viso da duro, è ben vestito ed affetta modi educati, anche se si capisce che non gli sono propri: vedendo Terry, le va incontro con un sorriso. «mmm… Terry, qual buon vento? Che fine hai fatto? Rosanna ti ha cercata per mari e per terre!» «Rudy, posso contare sulla tua discrezione? Rosanna non deve sapere che sono venuta da te, ho bisogno di un favore…» «Sai che sono una tomba, dimmi tutto!» Rudy ascolta ed annuisce. «Io il tuo tipo non lo conosco e non voglio scommettere su di lui, ma posso scommettere su di te, se ti dai una ripulita. Mettiti quei denti, vestiti meglio e qualcosa ti posso far fare: ho un paio di clienti importanti, potresti farmi tu le consegne, poi se ti va, passi la serata con loro, ti fai dare i soldi e chi s’è visto s’è visto, rapido e indolore. Rosanna non lo vuole fare, sai com’è fatta, c’è un minimo di rischio, ma il guadagno è alto; tieni, ti anticipo 5 milioni, vatti a sistemare i denti, comprati dei bei vestiti e va’ dal parrucchiere, poi torna qui.» Terry prende il denaro e va via. Qualche mese più tardi in Svizzera. Terry è splendida. In una bellissima villa, durante una festa, c’è anche Massimiliano, elegante e rimesso a nuovo: è attorniato da donne e racconta delle corse vinte in moto. Terry è intrattenuta da un signore dall’aspetto poco attraente, ma molto benestante; sniffano cocaina, poi si appartano. Massimiliano vede tutto, ma non interviene, gira la testa da un’altra parte, e invita a ballare una donna ingioiellata, molto più anziana di lui. Massimiliano e Terry rientrati in albergo cominciano a discutere. «Tu la devi piantare di andare a scopare con tutti quei drogati! Ti devi solo far pagare la roba, non sniffare con loro e andarci a letto! Mi fai schifo! Capisco le prime volte, tanto per farli fidare, ma ora esageri, ora tiri di coca anche da sola, ti ho vista, sai!» «Ma tu stai sempre con quella vecchia baldracca! Lo vedo come ti guarda!» «Sì, e meno male che le piaccio, potrebbe avere quelli più forti di me, e invece è a me che compra la moto, che paga le iscrizioni nei circoli più esclusivi; se fosse stato per te, farei ancora le gare nelle borgate o nei paesini! Avrei comprato l’officina e riparato biciclette! Scordatelo! Io la mia carta me la gioco, con te o senza di te!» Terry piagnucola: «Ma avevi promesso!» «E ora ho cambiato idea! Se non stai zitta, ti spacco i denti finti che hai!» Terry sniffa cocaina e piange. In un circuito motociclistico Massimiliano è sul podio, alza la coppa e rilascia interviste. Terry è raggiante, tiene in braccio la piccola Maria Adelaide, con un bel vestitino addosso, sana e bella. Le si avvicinano due uomini, sono dell’Interpool, l’arrestano. Massimiliano viene intervistato e, a chi gli chiede in che rapporti è con Terry, risponde: «E’ un’amica, mi spiace si trovi nei guai, certo sarà un equivoco! La bambina? Che c’entro io con la bambina? Le manderò un po’ di soldi per l’avvocato e per la bambina, solo per amicizia!» Massimiliano si allontana e prende sottobraccio la signora molto più anziana di lui con cui ballava alla festa in Svizzera. Terry è in un carcere Italiano, il S. Vittore a Milano, con l’accusa di traffico di stupefacenti. Terry scrive a Massimiliano, ma lui non le risponde mai. Al momento della distribuzione della posta, Terry è l’unica che non riceve mai nulla. Non è simpatica alle altre detenute, con le quali litiga per un nonnulla, ad esempio per il cambio di un canale televisivo. Solo una donna napoletana, di circa cinquant’anni, sembra volerla difendere, le fa le carte per distrarla, la rassicura dicendole che non tornerà mai in carcere, una volta uscita. Terry si lascia sfuggire di avere dei figli, la donna le chiede di mostrarle le fotografie, ma Terry non le ha. Nel portafoglio c’è solo la foto di Luca, con la viola essiccata. Terry scrive a Giancarlo, gli chiede la foto dei ragazzi. Lui la va a trovare, ma non le porta le foto, non può aiutarla, vorrebbe, ma non può farlo, perderebbe Violetta… e Violetta è necessaria ad Ivan. Terry gli chiede di occuparsi di Maria Adelaide, ma l’uomo rifiuta: Violetta è già troppo presa tra casa, lavoro, studio ed il piccolo Ivan; lui lavora tutto il giorno e, a volte, fa anche i turni di notte, è impossibile! Sarebbe possibile se lei tornasse a casa, ma lei rifiuta. L’avvocato riesce a dimostrare che il piccolo quantitativo di droga trovatole nel reggiseno era per uso personale e, dopo qualche mese, Terry esce dal carcere. All’uscita, non trova nessuno, tuttavia ha abbastanza denaro e ritrova Massimiliano, che ora vive in un bell’appartamento. Massimiliano, quando la vede, sembra contento, le spiega che non si è fatto vivo per non essere coinvolto, che comunque ha pensato a lei, ha pagato l’avvocato e provveduto alla bambina. Terry e Massimiliano vanno a prendere la bimba, affidata a una famiglia per il tempo della sua detenzione. Terry è molto provata, piena di dubbi, ma, vedendo Massimiliano in una bella casa, pensa che sia giunto il momento di fermarsi. In carcere si è disintossicata, Massimiliano è sempre affascinante e bellissimo ai suoi occhi e Terry ricomincia a sperare. Terry s’illude che Massimiliano, pur continuando a gareggiare, metta su un’officina e possano crearsi una vita normale, ma lui non ne vuole sapere; afferma di non avere più denaro, l’affitto dell’appartamento glielo paga la facoltosa signora svizzera, lei non può restare lì e lui non può darle molto denaro. Invano Terry gli ricorda di essere stata in carcere per lui. Massimiliano le risponde: «No, mia cara, io ti ho chiesto di rimediarmi i soldi per gareggiare, non ti ho mai detto di fare traffici, né di drogarti, né di prostituirti. Quello che hai fatto, l’hai fatto di tua volontà, come la figlia, io non ti ho mai chiesto figli: se l’avessi voluta, le avrei dato il mio nome e non l’ho fatto perché era solo tua. Eri tu quella stanca del matrimonio e della vita banale che stavi facendo; anzi, ora sarà meglio che ti trovi un’altra sistemazione, io sono stufo delle tue lamentele e alla svizzera non va che io abbia donne e bambini in casa. E siccome è lei che paga, è lei che comanda.» Terry è annichilita, tenta di reagire, ma Massimiliano le ricorda che Rudy le ha appena fatto rifare i denti, che sarebbe un peccato rovinare il lavoro del dentista e le intima di sparire: sul tavolo le lascia un po’ di denaro. Terry, in lacrime, prende il denaro, prende la bimba e sale su un treno per Roma. Quando arriva da suo padre è sera, la bambina è stanca e fa i capricci, ma lui non c’è. Non c’è neanche Dorina: i vicini le dicono che sono andati in ferie, non sanno dove. Terry prende una stanza in un albergo vicino, la bimba piange, l’albergatore le chiede di farla stare zitta perché disturba gli altri clienti. Terry dalla stanza dell’albergo, prova a telefonare a Rudy, ma Rudy le risponde che, dal momento che è “bruciata”, sarebbe meglio che non si facesse vedere. Le sconsiglia anche di contattare Rosanna, non l’aiuterebbe di certo. Terry telefona a Giancarlo, ma al telefono risponde Violetta e Terry riattacca. Maria Adelaide dorme serena, è molto carina, indifesa e sfortunata; Terry la guarda, scrive una lettera e la poggia accanto alla bimba. Nella lettera supplica di aver cura di lei, che lei non può farlo, dice che, forse, tornerà a prenderla, quando si sarà sistemata. Esce furtivamente dall’albergo, cercando di non farsi vedere dal portiere. Prende un taxi e si fa portare all’aeroporto; lì chiede quando partirà il primo volo. Il primo volo è per Nizza; Terry acquista il biglietto, ancora una città di mare e per la lingua non c’è problema, alle medie e al liceo ha studiato francese. Compra anche una tinta, sale sull’aereo, bionda. Sta per andare alla toilette per tingersi i capelli, quando nota lo sguardo di un anziano signore. Decide di sedersi accanto a lui, l’aereo è semivuoto e sta passando il carrello con le bibite e lo champagne.
Molti anni dopo a Milano, in un supermercato. Terry è una donna di cinquant’anni, di statura piccola, con grandi occhi nocciola, capelli corti castani, vestita in modo semplice. E’ accompagnata da un uomo, Giorgio, molto più anziano di lei, ma ancora in gamba e d’aspetto gradevole. Si aggira tra gli scaffali, buttando svogliatamente qualche articolo nel carrello, l’uomo le parla, ma è evidente che lei non lo ascolta. Il suo carrello urta violentemente contro quello di una ragazza di circa trent’anni, anch’essa castana, coi capelli mossi lunghi fino alle spalle, anch’essa non alta, con grandi occhi verdi. La ragazza indossa un paio di jeans e un giubbotto ed è accompagnata da Alessio, un giovane alto e bruno, che veste pantaloni attillati e un maglione a collo alto. La donna alza lo sguardo e vedendo la ragazza esclama: «Violetta!» La ragazza la fissa con occhi gelidi e risponde: «Signora io non la conosco, si sbaglia, stia attenta, mi ha fatto male.» «Scusami Violetta, ascolta…» La giovane donna ribatte: «Le ho detto che sbaglia persona!» La ragazza si allontana senza esitare, Terry tende una mano come a volerla fermare, poi si precipita verso la cassa, seguita da Giorgio, che appare sbigottito e dice: «Ma Terry, dove vai? Non abbiamo preso tutto!» Terry agitatissima: «Sta un po’ zitto, sbrigati!» Alessio è altrettanto meravigliato e chiede: «Ma Violetta, quella ti conosce, ti ha chiamata per nome! Sembrava ti dovesse dire qualcosa!» Violetta reagisce duramente: «Troppe cose mi dovrebbe dire! Doveva dirle molto tempo fa, ora non m’interessano più!» Alessio insiste: «Ma chi è? Perché hai fatto finta di non conoscerla?» Violetta aggiunge: «Per me è morta! Io non parlo con i morti!» «Smettila! Dimmi chi è, o mi arrabbio!» «E’ mia madre!» «Tua madre? Avevi detto che era morta!» «Per questo non le ho parlato: è morta per me!» «A casa mi spieghi… Che storia! Ti credo orfana ed ora salta fuori che tua madre abita vicino a noi, magari! Bella fiducia! E io che ti ho raccontato sempre tutto, anche quando siamo stati in crisi, quando mia madre beveva, tutto ti ho raccontato, e tu invece…» «Va bene, a casa ti racconto tutto! Finiscila di fare l’offeso ora! E’ già abbastanza averla vista, dopo tanti anni!» Mentre parlano, la ragazza continua a guardare la lista della spesa e finisce di fare acquisti. Terry e Giorgio invece, seduti nell’auto, aspettano che i giovani escano dal supermercato e li seguono, lentamente, cercando di non farsi notare troppo. Quando sono nell’auto, Alessio si accorge di Terry ma non dice nulla a Violetta. Parcheggiano, scaricano la macchina ed entrano in un portone. Terry, a distanza, li osserva ed attende di vedere accendersi una luce in uno dei piani del palazzo, poi scende dall’auto e va a leggere le etichette dei citofoni. Tornata alla sua auto dice a Giorgio: «Non dev’essere sposata! Chissà? Magari ho un nipotino! E’ carina vero? E’ sempre stata bella!» Giorgio sempre più meravigliato: «Mi vuoi spiegare perché quella ragazza t’interessa tanto? Ha detto di non conoscerti e tu la segui come un cagnolino, non finisci di fare la spesa, rischi di andare a sbattere…» Terry infastidita ribatte: «Sta un po’ zitto! Parli sempre a sproposito! E’ mia figlia, possibile che tu non l’abbia capito?» Giorgio è sbigottito: «Tua figlia? Ma tu non hai figli!» Terry si sta spazientendo: «Ma che ne sai tu! Ne ho tre! Tu dicevi che erano solo guai e non te l’ho detto. Fine della storia.» Intanto in casa, nel locale che fa da cucina, tinello e salotto Violetta e Alessio riordinano la spesa. E’ un bilocale grazioso ed accogliente, l’arredamento è nuovo e moderno. Alessio prepara due aperitivi e mette la pentola per la pasta sul fuoco dicendo: «Ora amore, ti siedi, bevi il tuo aperitivo e mi racconti tutto!» «Ok, accendimi una sigaretta.» Violetta, prende il bicchiere sospirando e rassegnata parla a lungo e racconta ad Alessio i primi anni felici della sua vita, le torte, la comunione, i bei vestitini e mentre parla gli occhi le brillano, è come se rivivesse la gioia di quei momenti. Lo sguardo si fa angoscioso ed insicuro quando inizia a raccontare le peripezie del piccolo Ivan, le profferte sessuali dei suoi datori di lavoro, i primi scontri con Giancarlo, le sue parolacce, le bestemmie. «Quello che ha fatto traboccare il vaso poi, è stato quando ha portato mia sorella; oggi mi spiace aver reagito così, ma allora! Aveva costretto papà a disconoscerla, l’aveva registrata all’anagrafe sotto il suo nome, ti rendi conto? Quando abbiamo saputo che aveva abbandonato anche lei, l’abbiamo cercata, ma oramai non c’era più niente da fare: papà l’aveva disconosciuta, mamma era irreperibile, è impossibile sapere che fine abbia fatto quella bambina! Mi dispiace sai, mi sento quasi in colpa per loro: Ivan ha avuto me, Giulia, papà, il nonno, i vicini di casa, psicologi e assistenti sociali, si è potuto riprendere, anche se a scuola non è mai andato bene, ma lei? Speriamo l’abbiano adottata, mi auguro di non doverla mai incontrare: oggi avrà quindici anni credo, o forse sedici. Anche papà è pentito di averla disconosciuta, ma allora, a botta calda, dopo aver visto quel tipo sulla moto! Che potevamo fare? Papà non odia mia madre, Ivan non la odia, e loro hanno avuto il male più grande; però la odio io per loro. Io ho avuto anche del bene da lei, sono anche stata felice con lei, ora è me che ha incontrato; credo che se la perdonassi anch’io, non avrebbe rimorsi, ma se io non la perdono, dovrà pensare al male che ha fatto anche agli altri.» Violetta prende fiato e ripete quasi ossessivamente: «Ho avuto un’infanzia felice io! E’ per Ivan che la odio!» Gli occhi di Violetta si schiariscono e diventano quasi bianchi, Alessio l’abbraccia. Gli occhi di Violetta riprendono colore. Nello stesso momento in casa di Terry e Giorgio, classico appartamento medio borghese, Giorgio domanda: «Cara, vorresti spiegarmi qualcosa?» La voce di Giorgio sembra scuotere Terry, che, sprofondata in una poltrona, sorseggia un whisky, lo sguardo immerso nel tempo. Terry capisce di non poter tacere ancora e di dover dare qualche spiegazione, anche se non ha intenzione di svelare tutti i risvolti del suo passato, temendo di perdere Giorgio e lo status sociale conquistato. «Non c’è molto da dire caro: sono stata sposata, ho divorziato e non ho più visto i miei figli. Ero andata via di casa, non sopportavo più mio marito, non lo amavo più, succede, no?» «Ma perché non me lo hai mai detto?» «Tu non volevi complicazioni, non mi avresti sposata se ti avessi detto che avevo dei figli! Io volevo un po’ di tranquillità. Tu volevi una donna giovane e libera, io ero stanca di scappare da me stessa, dalle mie scelte sbagliate. Avevo appena avuto la più grande delusione della mia vita, non volevo più stare in Italia, non ero innamorata di te come ti ho fatto credere, ma ora penso non abbia più importanza. Sono stata una brava moglie, no? Non ti ho tradito, ti ho curato, oggi ti voglio anche bene, non puoi lamentarti!» «Ma tre figli! Non hai mai avuto nostalgia, rimorsi?» Terry, guardando il soffitto come se volesse volare via attraverso il soffitto, risponde: «Finora no. La mia prima figlia è arrivata come un fulmine a ciel sereno, non ero pronta, ho giocato con lei: sua madre è stata un’altra persona, io c’ero, ma non capivo di essere madre. Il secondo l’ho fatto perché mi sembrava giusto doverlo fare: mio marito aveva dato il nome alla prima figlia, e io ho creduto le avrebbe voluto più bene se gliene avessi dato uno suo. Ma non si dovrebbero fare dei figli per dovere, senza volerli, solo perché, quando ci si sposa, si fanno dei figli; avrei dovuto incontrare te allora, ma, forse, non avresti dato il nome a Violetta…» Giorgio pensoso le risponde: «Non so, forse hai ragione: dopo la morte di mio figlio e mia moglie in quel terribile incidente, mi sarebbe sembrato sacrilego sostituirli con una donna ed una figlia. Anch’io non ti amavo quando ti ho sposata, mi piacevi molto, eri disponibile, sembravi affezionata, ero stanco di stare solo, anch’io oggi ti voglio più bene d’allora, ti stimo, ti rispetto e ti amo. Ma dimmi del terzo, che fine ha fatto?» Terry, come se non avesse sentito la domanda, continua: «Quello che cercavo in quel momento era onorabilità, stima e rispetto, anche se so di non meritarli. In fondo sono stata fortunata: nei periodi difficili ho sempre trovato qualcuno che mi ha dato una mano.» Giorgio insiste: «Hai parlato di tre figli…» Terry sospira: «Sì, una bimba, anche quella l’ho messa al mondo sperando di legare a me un uomo che ho amato, forse l’unico di cui mi ero davvero innamorata dopo il padre di Violetta, ma allora ero così giovane! Massimiliano è stato la mia passione, ho davvero creduto mi avrebbe sposata e amata, invece… mi ha usata e gettata via. Spero tanto che anche Maria Adelaide abbia trovato qualcuno che le ha dato rispettabilità e amore, io non ero in grado di darle molto, era carina! Con me non avrebbe avuto niente; anche Violetta e Ivan sono stati fortunati, anche se, forse, non lo capiranno mai. Violetta potrebbe capire, vado a dirglielo, mi farebbe piacere anche sapere come sta Ivan.» «Non so se è una buona idea, ma se vuoi andare, io ti aspetto qui…» Terry infila il soprabito ed esce di casa. Ironia della sorte, non abitano lontano e Terry decide di andare a piedi, per raccogliere meglio i suoi pensieri. Giorgio non l’aveva presa poi così male e non si era mostrato troppo invadente; per lei, la sua stima era indispensabile, dava un senso alla sua vita, era la moglie del ragionier Vannucchi. Avevano vissuto a lungo a Nizza: quella che per lui doveva essere solo una vacanza, era diventata la residenza definitiva, lo aveva convinto a restare in Francia per molti anni. Erano appena tornati, per vendere la casa che lui aveva a Milano. Cosa ci faceva Violetta a Milano? Giancarlo viveva a Bologna, non pensava mai di poterla incontrare, l’aveva riconosciuta solo per quegli occhi così particolari per colore e per taglio. Molti ricordi le affiorano alla mente; se avesse incontrato uno degli altri due figli, avrebbe potuto non riconoscerli, ma non lei. A lei doveva delle spiegazioni, forse avrebbe capito: ma c’era qualcosa da capire? Perdonare forse? Ma per chiedere perdono non si dovrebbe essere pentiti? Terry non è pentita, le dispiace che i ragazzi abbiano sofferto, ma non ha sentito la loro mancanza: ora forse, se l’avessero voluta riconoscere, avrebbero potuto vedersi ogni tanto. Intanto è arrivata al portone di Violetta. Esita un po’ e suona, al citofono risponde Alessio. Terry gli dice solo: «La prego, mi faccia entrare, la prego…» Alessio non se la sente di decidere e fa scattare l’interruttore. Mentre Terry sale le scale, Alessio si rivolge a Violetta: «Amore, è lei, non ho potuto dirle di no; parlale, ora ci sono qui io. Magari non la vedrai mai più, potresti rimpiangerlo tutta la vita.» Violetta tace, l’unica emozione traspare nello stringersi delle sue pupille, come fanno i gatti quando sono felici, solo che Violetta, non è felice. Terry entra nell’appartamento con il cuore che le batte a cento all’ora! «Grazie! Violetta ti volevo solo dare questa, forse ti farà piacere, tu non l’hai mai vista. Se vuoi parlarmi, sono qui per farlo; se non vuoi, vado via.» Dicendo quelle parole le porge la foto di Luca, tenuta gelosamente tutti quegli anni, assieme alla viola essiccata. Violetta si alza e, rivolgendosi a Terry, le dice: «Signora, mi scusi, ma ho mal di testa. Io non la conosco, conoscevo una signora che le assomigliava, ma quella signora è morta, tanti anni fa.» Prende la foto e la guarda. «Bel ragazzo, ma io un padre ce l’ho! Tenga pure questa foto, forse doveva farmela vedere tanto tempo fa. Buona notte, signora!» Violetta è tesa, ma non emozionata, gli occhi sono cattivi, ma la voce è pacata. Esce dalla stanza, senza voltarsi. Alessio non sa che fare, è imbarazzatissimo. Terry lo toglie d’impaccio dicendo: «Grazie per avermi fatta salire, ho visto dove vive, è già tanto, so che sta bene.» Vede la foto di un ragazzo che spegne le candele del suo diciottesimo compleanno: «E’ Ivan? Com’è diventato bello! E’ stata una brava mamma! Non come me! Ora vado… Grazie!» Terry esce e richiude la porta dietro di sé, senza fare rumore. Cammina, è buio, si ferma una macchina e dei ragazzi gridano: «Ehi, sei nuova? Quanto vuoi per un servizio completo?» Terry continua a camminare, l’auto va via e si avvicina un uomo: «Signora, vuole compagnia?» Terry, con lo sguardo perso nel vuoto, continua a camminare… e inizia a piovere. |
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