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Maria Vittoria Morokovski |
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RICORDO D’UNA PASSIONE |
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Roberto è venuto a prendermi e mi ha accompagnato dall’avvocato, affermando, che se non mi ci avesse portato lui, non avrei trovato la strada, forse è vero. Durante il tragitto, non abbiamo scambiato una parola, oramai, parliamo solo del nostro cane e della spesa da fare, a volte non mangiamo neppure assieme e, se usciamo, lo facciamo solo perché è necessario. Roberto è, o dovrebbe essere, il mio compagno, avevamo scelto di vivere insieme ed ora lo facciamo non si sa perché, o meglio, io so benissimo perché, abbiamo dei legami di denaro ed io ho un po’ paura di restare sola, a volte mi è comodo averlo a portata di voce, lui aggiusta tutto quello che si rompe, ricorda le cose che si devono fare, conosce bene le strade….e credo, mi odi. Sta con me perché gli piace sentirsi necessario, forse lo è, o forse crede solo di esserlo, ma penso, adori urlare con me per qualsiasi cosa, io non gli rispondo quasi mai, quasi non lo sento, anche solo il suono della sua voce, mi dà fastidio. Roberto urla per un parcheggio mal fatto, grida per la saponetta bagnata, si arrabbia se trova un pelo del nostro cane sulla giacca, se dimentico la luce accesa, ma anche, se la spengo troppo presto. Credo di odiarlo anch’io, quando esce da casa, sono felice di sentire la porta che si chiude dietro di lui, quando parte per un viaggio, sono più serena. Eppure, ci siamo voluti bene! O no? Forse ci siamo ritrovati, dopo tante storie sbagliate, pensando di darci pace, ad offrirci l’Inferno? Dall’avvocato c’è da aspettare, Roberto legge il giornale, io chiudo gli occhi. Per non vederlo? Perché sono stanca di lui e di me? Perché mi sento vuota e spenta? Mi sento anche brutta, forse lo sono diventata davvero. Nella sala d’aspetto c’è un acquario, per qualche tempo guardo i pesci volteggiare leggeri, uno sta giocando infilandosi continuamente in un’anfora in miniatura, una coppia di pesci rosa sembra fare una passeggiata, mi danno l’impressione di una coppia affiatata, mi domando, come si riproducano i pesci, lo chiedo a Roberto, lui alza gli occhi dal giornale e mi guarda, con aria di rimprovero: “ Ti sembrano domande da fare?” Riprende a leggere ed io continuo a cercare nella memoria qualche documentario che spiegava come avvenisse la riproduzione dei pesci. Mi arrendo, non lo saprò mai, non stasera in ogni caso.
Guardo un solitario pesciolino dorato e dico a me stessa a voce alta, quanto è bello, Roberto non alza neppure lo sguardo. Sono stanca di guardare i pesci e di chiedermi come si sentano quelli che non hanno una compagna, chiudo gli occhi e ascolto la musica, che si spande dolcemente da chissà quale altoparlante nascosto sapientemente. Ad occhi chiusi cerco di ricordare com’ero, com’ero fuori e com’ero dentro, mi chiedo se mi abbia fatto più male tu, mio grande amore, o tu, mia passione, o tu, mio odiosissimo compagno.
Mi sto specchiando, i miei lunghi capelli non ne vogliono sapere di stare in ordine, lo smalto appena messo è da ripassare, perché l’ho rovinato infilando la mano tra i capelli, è tardi e dovrei essere già uscita, suona il telefono, vorrei non rispondere, è il caro cugino che deve per forza raccontarmi la sua ultima delusione, so bene che non riesce a trovare un’altra donna perché è ancora innamorato della moglie, vorrei potergli dire quello che penso, ma non oso, lo sa anche lui di amarla ancora, ma se non sarà lei cercarlo, davvero non oserei consigliargli di farlo lui. A volte mi domando come mi sarei sentita al suo posto, rientrando prima del previsto, trovandola tra le braccia di suo fratello. Che poteva fare? Cacciare lei da casa e restare con due bambini piccoli? Uccidere suo fratello? Uccidere lei? Marco aveva preferito andarsene, non aveva detto nulla a sua cognata, aveva sopportato le chiacchiere del vicinato, dei colleghi, dei parenti, che non sapendo nulla, davano a lui la colpa di quella separazione, imputandogli l’esistenza di un’altra donna, chiacchiera che aveva cercato lui stesso d’alimentare, per non passare da sciocco, per un senso di rivalsa contro sua moglie, forse con la speranza di trovare davvero un’altra donna. Penso d’essere l’unica a sapere come fossero andate le cose, forse, è per questo, che non so mai dirgli di no, quando attacca con le sue interminabili e dettagliatissime storie di donne, cui credo poco, ma fingo d’ascoltare con vivo interesse. Passò più di mezzora, di andare all’appuntamento non era più neanche il caso di parlare, telefono inventando un contrattempo improvviso e mi ritrova sola in casa con due ore da riempire. Mi affaccio alla finestra ostinandomi a sistemare lo smalto senza toglierlo del tutto, mi dico, che il tiepido sole primaverile l’avrebbe fatto asciugare prima. Sto ancora pensando a Marco e alla sua situazione sentimentale, la paragono alla mia solitudine piena d’amici e d’impegni, all’ultimo amore finito senza una logica spiegazione. La spiegazione c’era, ero io che non la volevo accettare, Francesco, l’uomo per il quale avevo cambiato casa e lavoro, semplicemente non mi aveva amato abbastanza, gli ero forse piaciuta, forse anche molto, ma.., certo non mi aveva amato, non c’è bisogno di inventarsi altri motivi, per giustificare la fine di una storia. Fu in quel momento che lo vidi, camminava con passo un po’ stanco e pareva parlare con se stesso a voce alta, sembrava un po’ ubriaco, era anche invecchiato, lo chiamai a voce alta: Fabio! Mi pentii subito, quando lo vidi girarsi verso di me, aveva la barba lunga e sembrava non avere dormito almeno da due notti, anche la camicia aveva l’aspetto di essere indossata da troppo tempo. Oramai era fatta, mi aveva visto e si stava dirigendo verso di me, la sua mano era già sul campanello del mio citofono, dovetti aprire. Non avevo sbagliato, aveva bevuto e certo non era rientrato a dormire quella notte, si fermò sulla porta come a scusarsi del suo aspetto, lo feci entrare. Come se non fosse bastato, quello che doveva aver bevuto prima, gli offrii un whisky e ne versai anche per me. Ora anche lui mi avrebbe raccontato quanto il suo matrimonio fosse infelice e quanto soffriva, pensai, maledicendo la fretta che avevo avuto nel salutarlo. Ma Fabio sorrideva, non aveva più l’aria stravolta che mi sembrava aver visto solo pochi attimi prima. Notai, come se li vedessi per la prima volta, il contrasto tra la sua pelle abbronzata e gli splendidi occhi blu ed il nero profondo dei suoi capelli, mi sembrava di conoscerlo da sempre, eppure in quel momento era un altro. Mi stava guardando con uno strano sorriso nello sguardo, aveva messo un disco e mi stava chiedendo una sigaretta, io sapevo che non fumava, ma gli porsi il pacchetto senza fare domande. Ero contenta del fatto che lui non mi raccontasse i suoi guai e che non avesse bevuto troppo, anche se, quel tacere ascoltando musica, mi metteva un po’ a disagio, mi sembrava un po’ troppo intimo ed irreale. Restammo così in silenzio, mi tese la mano, facendomi capire che gli avrebbe fatto piacere se mi fossi seduta accanto a lui ed io ubbidii. Cercò di sistemarmi la ciocca ribelle dei miei capelli e passò un dito sull’unghia con lo smalto rovinato, poi disse alzandosi di scatto. “Ho bisogno di una camicia, mi accompagni?”
Non volevo restare sola, non volevo neanche, che se n’andasse, accettai di accompagnarlo. Non abitava lontano, mi fece salire e lo feci senza imbarazzo, in casa non c’era nessuno, lo guardai accendere lo stereo, prendere una camicia azzurra come i suoi occhi irridenti e andare verso il bagno, non chiuse la porta e sentii lo scroscio della doccia, mentre mi chiedeva se quella canzone mi piaceva, io fumavo, mi avvicinai alla porta socchiusa del bagno, in tempo per vederlo infilare la camicia e farsi la barba, con i capelli bagnati ed il viso pulito sembrava un ragazzo, sempre in silenzio mi prese la mano e me la poggiò sul suo petto, le mani di entrambi iniziarono a ballare, a sfiorarsi, intrecciarsi, mentre gli occhi si frugavano dentro, rubandosi scintille di vita ed emozioni, la stanza nuziale era lontana ed i miei abiti segnarono il percorso senza vergogna e senza pudore, la testa era sgombra da ogni timore e domanda ed i nostri corpi s’incontrarono come quelli d’amanti consueti, scoprendosi come se si conoscessero da tempo ed il loro fine ultimo fosse fondersi, conoscersi centimetro per centimetro e fu come se tutti gli anni in cui si erano ignorati si prendessero una rivincita fatta di gioie, liberazione e sete inesauribile.
Mai prima d’allora mi ero sentita tanto desiderata e tanto assurdamente nel posto giusto al momento giusto, i vecchi tabù, le solite domande non osarono neppure affacciarsi, finalmente femmina, sentivo di esserlo davvero; senza parlare, il suo corpo lo faceva meravigliosamente per lui, niente gemiti o sospiri che non venissero dal profondo del desiderio reciproco, tutto era tanto perfetto che sembrava essere così da sempre e non poter essere altrimenti, sembrava che il destino avesse voluto farci un dono in quel tardo pomeriggio di primavera, avrei voluto donarmi di più, sempre di più, mi trattenevo solo per non esaurire tutta la gamma delle possibili emozioni, per poterle rivivere ancora e ancora, mille altre volte. Sento ancora lo spessore della sua lingua dentro di me e le mani da pianista virtuoso, percorrermi la schiena e ogni volta che penso a quei momenti, non posso fare a meno di desiderare un orgasmo, così immediato e semplice con lui, così cercato e desiderato con altri. Mi diceva, che ero sensuale e bellissima, mi chiamava scherzosamente, Messalina, mi faceva sentire una seduttrice consumata, quando era lui il seduttore; io cercai di trasmettergli tutto quello che provavo e di farlo sentire uomo, come mai prima di allora e credo lo fosse davvero.
Andare via sembrava impossibile, eppure quella notte passò e giunse il mattino, la casa si era riempita dei suoi soliti abitanti ed io ero sola sotto quel lenzuolo, fiera del mio corpo rinnovato e del nuovo modo d’essere donna, ma…dovevo affrontare la luce del giorno. I miei vestiti erano piegati sulla sedia, il mio appassionato amante era sulla porta, pronto ad affrontare un nuovo giorno senza di me. Mi vestii senza nessun disagio, mentre lui mi guardava con quello strano sorriso negli occhi, che tanto mi è mancato, quando non non lo vidi più. Non ci dicemmo nulla, sapevamo entrambi che una cosa così era destinata agli dei, non certo a due come noi, pieni di problemi e paure. In qualche modo mi ritrovai a casa, incapace di fare altro che buttarmi sul letto abbracciare il cuscino e sapere di dover fuggire per non restare stritolata nel perverso gioco delle attese e della passione, per non rovinare tutto con le parole.
Volevo andare via, ma sapevo bene, di volerlo fare per essere inseguita e raggiunta, qualcosa però, mi diceva che non sarebbe stato così e così non fu. Non ero più la donna di prima, come Eva, avevo mangiato una mela che non avrei dovuto toccare e che non mi apparteneva, che non avrei potuto cercare, senza temere un rifiuto. L’indecisione non durò a lungo, quando partii, il silenzio,che tanto mi era piaciuto solo il giorno prima, sembrò soffocarmi. Dovevo andare via, per non soffrire, per non sciupare quello stato di grazia irreale che, per un attimo, il destino mi aveva proposto ed avevo avuto il coraggio di accettare. Tornai dopo un po’ di tempo, illusa di essere guarita. Una sera qualcuno, finalmente, suonò alla mia porta, per dirmi, che non dovevamo farlo più, mentre mi slacciava la camicetta ed io sognavo di legarlo al mio letto e alla mia vita, avrei voluto poterlo vedere totalmente in mio potere, fremere alle mie carezze senza opporre resistenza e senza potermi toccare a sua volta, avrei voluto che facesse lo stesso con me, potermi fidare ed abbandonare totalmente, legata al desiderio prepotente e mai totalmente appagato, ero certa che fosse quello il segreto per non far finire l’amore. Le sue mani, la sua bocca e la sua lingua mi percorrevano inarrestabili, avrei voluto restare immobile, ad ascoltare quei brividi e quella sensazione di voler scoppiare dentro, sentir la vampata di calore che, come fiamma infernale, diventava paradisiaca ed immortale. Lui sembrava non stancarsi mai, e non pretendere da me, altro che la mia esistenza, continuava a dire, che non dovevamo farlo più, che avrebbe dovuto essere l’ultima volta, e, per timore che fosse davvero l’ultima, ogni volta, era più intensa e indescrivibile. Non so chi di noi si alzasse a cambiare i dischi, so solo che, quando ascolto certe melodie un caldo inspiegabile mi avviluppa dal basso, annebbiando sensi e cervello.
Qualcuno mi stava chiamando, fortunatamente, i miei orgasmi mentali erano stati scambiati per sonno agitato e profondo, entrai nello studio dell’avvocato, non lo avevo mai visto prima di allora, frastornata del desiderio ricordato o dal ricordo desiderato, credo di averlo guardato come in passato guardavo Fabio, mentre gli stringevo la mano e senza accorgermene la tiravo verso di me quasi ad invitarlo a toccarmi. Qualcosa della mia antica passione certo doveva apparire, perché senza parlare, quell’uomo iniziò ad accarezzami il seno, spingendomi verso la finestra per tirare le tende, sentivo i muscoli delle sue gambe pulsare ed il gonfiore del suo membro sulle cosce, gli presi la mano e la portai tra le mie gambe, il calore dimenticato iniziò a impossessarsi di me, mentre le sue dita litigavano con la chiusura lampo dei miei pantaloni per raggiungere gli slip e frugare nella mia intimità, come un viandante smarrito, io tenevo gli occhi chiusi, gli slacciavo la camicia e annusavo la sua pelle gradevole e profumata, raggiunsi il pene e lo aiutai a penetrarmi, i suoi colpi sicuri e mirati, mi facevano sentire finalmente libera e di nuova donna, tutto il mio essere pulsava e nuova linfa sembrava scorrermi nelle vene, gli occhi erano sempre chiusi, come a non volerlo vedere, né conoscere. L’orgasmo non tardò ad arrivare, l’uomo si staccò imbarazzato, si girò di spalle, per sistemarsi la camicia ed i pantaloni, io colsi l’occasione per uscire dall’ufficio ed infilarmi nel bagno che avevo intravisto e localizzato, prima di entrare. Mi appoggiai alla porta esausta e priva di forze e pensieri, ero sudata, scomposta e bagnata, avevo addosso, il profumo di uno sconosciuto, il rimmel colato mi rendeva una maschera senza nome. Cercai di ricompormi in qualche modo, il nero, però non voleva andarsene dal mio viso e lo sperma aveva macchiato i miei abiti, non potevo fare altro, che uscire dal bagno, con una vistosa macchia di bagnato e gli occhi cerchiati da troppo nero. Lo feci, sperando che nessuno mi guardasse. Roberto piegò il giornale e, stranamente mi rivolse la parola, non mi chiese se avevo trovato la soluzione del motivo per cui ero andata dall’avvocato, ma brontolò qualche cosa sulla mia sciatteria ed incapacità di truccarmi. Non risposi e desiderai solo essere fuori di lì. Una voce sconosciuta parlava con la sua segretaria con l’interfono e diceva di fissarmi un altro appuntamento, dissi alla donna, che avrei telefonato, sapendo che non lo avrei fatto, sulla porta dello studio si affacciò una figura d’uomo che non mi era famigliare ed io mi affrettai ad uscire senza voltarmi. Roberto mi chiese perché non avevo preso subito l’appuntamento, risposi, che l’avvocato mi era sembrato un po’ troppo giovane ed inesperto. ‘ Ma se ha cinquant’anni!’’bofonchiò Roberto. “Davvero?” ‘’ Li porta davvero bene, sembrava averne trenta! ‘’ Farfugliai. “Sei proprio scema, ti fai accompagnare e poi non concludi nulla, perché l’avvocato non ti piace, mica devi andarci a letto, che ti deve piacere…”continuò Roberto. Mi venne da ridere, mi trattenni e mormorai: “Hai ragione, scusami, ho un gran mal di testa! ” “Ma guarda come stai diventando, ti fai accompagnare e non risolvi, ti vesti e non vedi che sei macchiata e piena di peli del cane, sei truccata come un pagliaccio, hai gli occhi tutti cerchiati di nero, il fondo tinta è tutto a chiazze, sei proprio diventata una sciattona, non eri così prima!”
Neanche tu eri così prima, pensai, cercando di ricordare com’era, quando credevo mi amasse e fosse la persona con cui invecchiare serenamente. “Hai ragione caro, scusami, non sono più quella di prima!” bisbigliai, dandogli ragione davvero, questa volta.
Finalmente raggiungemmo il parcheggio, Roberto cominciò le sue litanie contro il traffico, l’automobilista davanti e non so chi altri, io chiusi gli occhi ed accesi la musica cercando di ricordare, con chi avevo fatto l’amore, ma mi veniva in mente solo l’azzurro degli occhi di Fabio. |
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Morokovski Maria Vittoria è nata a Roma, nel 1950, da esuli russi, si laurea a Milano in lingue e letterature straniere. Traduttrice di testi letterari, lavora anche in altri ambiti. Giovanissima pubblica racconti e novelle su varie riviste, poi, la vita, la porta in altre direzioni. Riprende a scrivere, quasi per caso,nel 2004, e pubblica subito “La cosa più bella della nostra vita” Edizioni Vida. Per questa pubblicazione ha ottime recensioni su quotidiani, riviste letterarie e Internet dove ha i suoi lettori più affezionati. |
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