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Maria Vittoria Morokovski |
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La cosa più bella della nostra vita |
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di Maria Vittoria Morokovski |
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Dedico questa storia ad un giovane di Novi Sad, l’ho scritta quando ho visto distrutto il ponte di quella città. Tanti ricordi mi sono tornati alla mente ed ho pensato a lui ed ai suoi genitori, che vivevano in una bella casa lungo il fiume, con una finestra dalla quale si vedeva il castello.
M. V. Morokovski |
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Prefazione a: “La cosa più bella della nostra vita”
La storia di Marianna e Zeljko, che l’autrice ci narra in maniera avvincente e partecipe, racconta l’impossibilità di far convivere la semplice magia d’assoluto dell’incontro d’amore di due anime con la complessità dell’essere al mondo. E’ un amore che vive di attimi intensi e fuori dal tempo, che non sa sincronizzarsi e trovare un suo ‘passo’ nella continuità del vissuto quotidiano. E in realtà, tutte le relazioni di contorno alla storia principale sono rapporti mancati, incompleti, infelici, quasi a voler dare maggiore risalto all’intensità di quest’amore che è tanto vero, quanto incapace di aprirsi una strada sicura in un mondo pieno di legami, aspettative e consuetudini tese a garantire la conservazione e il decoro a scapito della passione e delle “cose più belle della vita”. L’emozionante vicenda di Marianna e Zeljko racconta la speranza di una vita più intensa e ci invita a riflettere sulla nostra voglia di assoluto e sulla sfida di tradurla in realtà.
Francesca Solinas |
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Cap I
Nel lontano 1972, Marianna era una bella ragazza di ventidue anni, con lunghi capelli castani, grandi occhi nocciola, una bella figura proporzionata, alta e un po’ formosa per i canoni di quell’epoca. Spensierata ed abbastanza agiata, la sua vita era stata serena fino al diciottesimo compleanno, quando suo padre a causa di un malore improvviso, fu ricoverato d’urgenza all’Ospedale San Camillo di Roma, città in cui vivevano in quel periodo. Un semplice malore, dicevano i medici, nulla di cui preoccuparsi, ma i giorni passavano e suo padre stava sempre peggio. Marianna si trasferì quasi in permanenza all’ospedale, lasciò il liceo: quell’anno avrebbe dovuto sostenere l’esame di maturità. Divenne l’angelo di quella corsia, dormì per due mesi su una sedia, appoggiando il capo sul letto del padre ed imparò ad accudire ai malati come e meglio di un’infermiera, confortò sei moribondi, prima che toccasse a suo padre. L’incontro quasi quotidiano con la morte la segnò profondamente, il rapporto con il padre assunse colori fiabeschi, gli sguardi e le carezze di quell’uomo morente le riempivano il cuore d’amore per lui e l’allontanavano dalla madre che, in cuor suo, giudicava insensibile e fredda. La notte in cui il pover’uomo spirò, la madre non era presente, Marianna non riuscì a perdonarglielo. Con la madre presente, Marianna forse non avrebbe colto l’ultimo sguardo del padre e non avrebbe potuto raccontare che era stato il momento più intenso della sua vita. Pochi avrebbero capito il senso di quell’affermazione, che non rendeva appieno la poesia struggente di quell’addio. La madre, pur soffrendo anch’essa molto per l’improvviso spegnersi del marito, mal sopportava gli ospedali e vedendo la figlia così compresa nel suo ruolo d’infermiera, sentendosi quasi esclusa dal loro amore, s’era tenuta un po’ in disparte; inoltre non le avrebbero consentito di restare lì a lungo e qualcuno doveva pur lavorare e badare alla casa. Il rapporto con il marito, da molto tempo, aveva perso lo smalto dei primi anni, tuttavia gli era grata per l’affetto e la serenità che aveva saputo dare a Marianna. La ragazza non riuscì a capire né le lacrime, né i silenzi della madre e, col pretesto che le sarebbe stato più facile recuperare l’anno di scuola a Milano, lontana da dolorosi ricordi, vi si trasferì senza badare troppo alle proteste della donna. La maturità fu conseguita senza difficoltà; Marianna iniziò a frequentare l’università, prese una stanza in affitto dividendo le spese con una ragazza napoletana e si trovò un lavoro part-time in un bel bar vicino all’università. La madre non protestò troppo, si rendeva conto che il loro rapporto avrebbe potuto peggiorare con la convivenza, del resto la ragazza sembrava avere la testa sulle spalle, gli studi procedevano nel migliore dei modi, non pesava eccessivamente sul bilancio e Milano era una città che avrebbe potuto offrire molto alla figlia. Marianna, fiera della sua indipendenza e libertà, ambiziosa e volitiva, dedicava più tempo allo studio e al lavoro che al divertimento e curava poco il proprio aspetto a differenza di Fabrizia, la sua compagna di stanza, che da crisalide, si stava trasformando in farfalla. Le due ragazze avevano in comune la perdita prematura del padre, l’amore per le corse automobilistiche e gli animali e frequentavano gli stessi corsi, la differenza tra loro tuttavia era sostanziale. Fabrizia, appena arrivata, si era tagliata i capelli, li aveva fatti diventare biondi, si era comprata qualche abito firmato ed aveva cercato, senza troppa fatica, la compagnia d’uomini facoltosi molto più anziani di lei, studiava quel tanto che bastava per dare qualche esame ogni tanto e tacitare la madre ed i cugini che disapprovavano la sua trasformazione esteriore, senza neppure sospettare che i costi di tale trasformazione erano sostenuti da altri. Fabrizia continuava a chiedere soldi anche ai suoi genitori e lo faceva per non insospettirli. A Marianna diceva sempre che non sapeva approfittare della sua bellezza e gioventù, l’aveva portata a qualche festa, Marianna non si era divertita e così le loro uscite insieme erano ridotte a qualche raro cinema. A chi sosteneva che la sua compagna di stanza era una poco di buono, Marianna rispondeva che era tutta colpa del cattivo rapporto che aveva avuto con il padre, così diverso da quello che aveva avuto lei e così frustrante per Fabrizia; affermava che la sua amica, irridendo gli attempati corteggiatori, si prendeva una rivincita e, forse, la sua analisi non era poi tanto sbagliata. La vicinanza di Fabrizia tuttavia, giovò al suo aspetto: imparò a truccarsi, a curare i capelli ed iniziò a vestire con più ricercatezza. Le ragazze, nonostante il loro modo differente di vedere la vita, si volevano bene; quando Marianna ebbe la sua prima delusione d’amore, Fabrizia seppe starle vicino ed aiutarla a distrarsi. Marianna da sola avrebbe sofferto molto più a lungo; Fabrizia, in quel periodo, abbandonò i suoi flirt, accompagnò l’amica a Monza a vedere le corse, andò con lei a teatro, pur non amandolo, le fece molte improvvisate sul lavoro e la trascinò per ristorantini cinesi divertendosi un mondo nel vederla piangere per le salse piccanti ed ubriacarsi un po’ con le varie grappe di riso e di rosa. L’amore infelice fu dimenticato e Marianna si ripromise di stare molto più in guardia in futuro. Passata l’emergenza ‘delusione d’amore’ dell’amica, Fabrizia riprese a rincasare tardi o affatto. Marianna sostenne un paio d’esami e progettò l’acquisto di una macchina di seconda mano. Non fu meravigliata quando vide Fabrizia apparire nel bar dove lavorava, accompagnata da due giovanotti, uno elegantissimo, alto, moro con bellissimi occhi chiari e un bel sorriso da figlio di papà; l’altro ragazzo sembrava straniero, alto anch’egli, indossava jeans attillati, una camicia candida col collo alzato, aveva una catena d’oro troppo lucida, al polso un orologio troppo costoso, le scarpe e la cintura firmate stonavano con il suo viso solcato da rughe precoci, con il naso importante, il sorriso timido e lo sguardo strano. Marianna notò quegli occhi che sembravano essere diversi uno dall’altro: uno grande e bello, l’altro duro e inquietante. Quei due erano molto diversi dai soliti accompagnatori di Fabrizia. Le ordinarono degli aperitivi, quelli che lei sapeva fare meglio degli altri barman e per i quali si guadagnava le mance. Avrebbe suscitato l’invidia dei colleghi, se avesse avuto il cattivo gusto di ostentarle. L’infastidiva dover servire l’amica, ma la ragazza, pur atteggiandosi un po’ e toccandosi il ciuffo della nuova pettinatura troppo spesso, l’aveva presentata con tanto calore, che l’imbarazzo della divisa da cameriera fu superato in pochi istanti. Fabrizia mostrò con orgoglio l’anello che il giovane Pietro le aveva regalato poco prima. Pietro era quello dei due che non aveva nulla di fuori posto, quello bello ed elegante, quello che aveva un sorriso tranquillo ed un padre gioielliere. “Fabrizia non si era smentita neppure quella volta, aveva scelto ed ottenuto il meglio”, pensò Marianna con un misto d’ammirazione e d’invidia bonaria. L’altro ragazzo non aveva aperto bocca. «Ha un nome impronunciabile!» cinguettò Fabrizia e non si curò più di lui. Marianna doveva lavorare e non si fermò oltre con loro; poco dopo la nuova coppia la salutò, Pietro le lasciò una mancia stratosferica, Fabrizia le fece l’occhiolino e, sculettando, si appese al braccio del prestante Pietro, senza smettere di toccarsi i capelli in modo da sembrare una marionetta, cui il burattinaio tirava troppo il filo del braccio. La coppia fu inghiottita da una Porche nuova fiammante che partì, non senza aver dato una sgommata che, ovviamente, non passò inosservata. Il giovane straniero silenzioso, restò a lungo seduto davanti al suo bicchiere pieno a metà, Marianna si sforzò di non guardarlo, ma sentiva i suoi occhi seguirla e la cosa l’imbarazzò non poco. Sorrise senza entusiasmo quando dovette sparecchiare il suo tavolino e lui le chiese un caffè. S’indispettì quando vide che non aveva bevuto e la disturbò dovergli servire altri whisky e caffè, che, immancabilmente, rimasero sul tavolo. |
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Cap II
Il rito del susseguirsi di caffè e whisky, non si limitò a quell’episodio, il giovane straniero venne quasi tutti i giorni, restando seduto allo stesso tavolino, in silenzio, per ore. Marianna sentiva costantemente il suo sguardo addosso, senza tuttavia mai coglierlo in flagrante mentre la guardava. La cosa dapprima l’aveva infastidita, poi emozionata ed infine eccitata. In cuor suo intuiva che il giovane veniva per lei, lo sentiva a pelle, la cosa l’ imbarazzava e la lusingava allo stesso tempo. L’attrazione che provava per lui non aveva nulla a che spartire con quelle conosciute fino allora. Fabrizia sembrava essere davvero innamorata, aveva smesso di frequentare la gente di prima, non aveva occhi che per il suo Pietro e parlava di matrimonio; quando Marianna le raccontava delle lunghe permanenze al bar del loro amico, Fabrizia rideva. Le aveva riferito poche cose di lui: era jugoslavo, gli amici lo chiamavano “lo sloveno”, aveva un nome difficile da pronunciare “Zeljko”, che voleva dire “colui che è da compiangere” e, cosa che sembrò ancora più strana alle due ragazze, seppero che anche la sorella si chiamava Zeljka. Avevano commentato a lungo l’assurdità della scelta dei genitori, nel chiamare gli unici due figli con lo stesso difficile e sgradevole nome. Pensarono l’avessero fatto per fare piacere a qualche nonno, come si usava tempo fa, anche in Italia. Il padre del ragazzo era colonnello dell’esercito, la madre casalinga, l’omonima sorella lavorava come impiegata del tribunale, lui aveva finito da poco il militare, aveva interrotto gli studi da geometra, avrebbe dovuto sostenere un processo a causa di una rissa cui aveva partecipato in stato d’ebbrezza, rischiava di essere condannato a due anni di carcere e beveva ancora molto, anche se non lo dava a vedere. Marianna non riuscì a sapere altro né chiese di più, per non mostrare troppo interesse. Pochi mesi dopo Fabrizia si trasferì da Pietro, era incinta e organizzarono in fretta e furia un bel matrimonio, cui Marianna partecipò con gioia per l’amica e con un pizzico di tristezza per se stessa: aveva perso la compagna di studi e di stanza, la sera non avrebbe saputo con chi chiacchierare e ridere dei contrattempi della giornata, non aveva un ragazzo, non aveva altre amiche. Sul lavoro spesso era distratta ed il proprietario non le lesinava minacce di licenziamento, aveva anche un esame difficile da sostenere, era stanca e si sentiva sola, anche la continua lotta contro se stessa per non uscire con lo straniero la sfiancava. Provava per quell’uomo una forte attrazione fisica e sentiva che anche lui aveva bisogno d’amore e tenerezza, ma aveva paura, capiva che il denaro che ostentava non poteva venire dal magro stipendio del padre e non era difficile pensare che facesse qualcosa d’illecito per vivere in Italia senza neppure cercare un lavoro. Lui però era sempre lì e la guardava, in quei momenti sembrava indifeso e timido, le rare volte che sorrideva lo faceva come un bambino vergognoso, aveva iniziato a studiare l’italiano e lei, aveva acquistato un dizionario serbo. Una sera, qualcuno le diede fastidio e lui la difese con tanta autorità e passione, da spaventare anche lei; quel giorno l’accompagnò a casa e fu la prima di tante altre volte. Rispettoso e garbato, non l’aveva mai neppure sfiorata durante quelle passeggiate serali; grande fu lo stupore di Marianna quando incontrarono una ragazza che lo conosceva ed altri amici le raccontarono che era stata la ragazza di Zeljko e che lo aveva lasciato, perché si era mostrato violento ed irascibile. Che fosse un tipo difficile, lo aveva capito anche da sola, ma non lo faceva violento con le donne, la notizia la preoccupò ancora più di quanto non lo fosse già. Era un supplizio essere attratta da un uomo che sapeva di dover respingere, si rendeva conto che né sua madre né il padre, se fosse stato vivo, avrebbero approvato quell’amicizia e avrebbero osteggiato apertamente una relazione. Che futuro avrebbe potuto avere una storia tra loro? La notte Marianna abbracciava il suo cuscino e sognava che Zeljko fosse diverso, un ricco in incognito, uno scrittore, un musicista e che il tempo che sprecava al bar, non fosse tempo perso, ma momento d’ispirazione. Un giorno Zeljko non venne, in cuor suo si preoccupò, ma senza di lui era più facile essere concentrata sul lavoro, dar retta ai clienti e chiacchierare con loro; l’argomento del giorno era una rapina avvenuta a pochi isolati di distanza: pareva che uno dei rapinatori avesse fatto cadere una delle commesse e l’avesse aiutata a rialzarsi scusandosi, un rapinatore educato faceva notizia, dicevano anche che si fosse ferito ad un piede e fosse svanito nel nulla zoppicando. Zeljko non venne neppure il giorno dopo. Marianna andò a trovare Fabrizia, forse anche per sapere che fine avesse fatto Zeljko. La visita fu piacevole. Fabrizia con il suo pancino, con i capelli meno biondi, le scarpine basse, sembrava una bambina, le parve molto più vulnerabile e fragile e non seppe infonderle la solita allegria; le disse anche di non avere più visto Zeljko, del resto lei stava molto a casa, aveva ripreso a studiare, senza troppo entusiasmo, solo per far piacere alla madre. Marianna rientrò nella sua stanzetta con un gran peso sul cuore: si sentiva sempre più sola e più stanca. Il terzo giorno l’assenza di Zeljko le fece male: non poteva essere partito senza salutarla! Lavorò senza sorridere e rovesciò molti bicchieri, contrariamente al solito. Anche quella giornata di lavoro finì. A casa provò a studiare, ma leggeva e rileggeva la stessa pagina senza capire nulla, chiuse il libro e si mise a piangere, non sapeva perché piangesse, ma pianse a lungo. La mattina si spaventò quando picchiarono alla sua porta, aveva gli occhi gonfi, era spettinata e non aveva voglia di vedere nessuno, tuttavia bussavano ed andò ad aprire, il cuore si mise a battere senza alcun controllo quando vide Zeljko, lo fece entrare scusandosi per il terribile disordine e tentò di sistemarsi i capelli con le mani. Lui le disse nel suo stentatissimo italiano che doveva partire, che sarebbe tornato e le avrebbe voluto parlare, prima però avrebbe dovuto sistemare alcune cose; le parole non dicevano nulla, per Marianna tuttavia suonavano come la più dolce e tenera delle dichiarazioni d’amore. Fu come se avessero fatto l’amore senza toccarsi, Zeljko si lasciò cadere nell’unica poltrona della stanza e lei non riuscì a trattenere la mano che gli accarezzò i capelli, si appollaiò sul bracciolo della poltrona e continuò ad accarezzarlo mentre lui restava immobile ad occhi chiusi.
Aveva un viso solcato da rughe premature, stanco e tirato, sembrava proprio che nessuno dei due avesse il coraggio di fare un solo gesto per non rovinare quel momento d’indescrivibile intimità, poi lui le prese la mano e gliela baciò: per Marianna, fu un’emozione violentissima, tutto il suo essere rispose a quel casto bacio, dato ad occhi chiusi. Lei gli baciò i capelli e l’ampia fronte. Si sfioravano appena: era come se si fossero amati da sempre. Il trillo del telefono riuscì a rompere quella magia, lui si alzò e disse: «Ti prego, aspettami!» ed uscì come se fuggisse. Marianna notò che sembrava zoppicare. La ragazza era come svuotata, sprofondò a sua volta nell’ampia poltrona, sentiva il calore del corpo di Zeljko, sentiva le sue labbra, immersa in uno stato estatico completamente nuovo. Poco dopo ebbe un’altra visita insolita, Pietro, da solo, senza Fabrizia. Lo fece entrare non senza preoccuparsi per l’amica, ma lui la rassicurò e disse solo che aveva portato un regalo da parte di Zeljko. Era un delizioso anellino lavorato con diamanti e rubini, Pietro aggiunse che lei poteva sentirsi libera, ma doveva solo ricordare che lui sarebbe tornato. Marianna interrogò Pietro invano, non riuscì a sapere altro, l’unico motivo della sua partenza sembrava essere l’assenza del permesso di soggiorno. Marianna cominciò a domandarsi come avrebbe potuto aiutarlo, doveva trovargli un lavoro e fargli avere i documenti. Iniziò a chiedere qua e là, andò anche da un vecchio amico del padre che era funzionario di Polizia. La cosa non era semplice poiché avuto già una diffida e, se fosse rientrato in Italia, lo avrebbero riaccompagnato alla frontiera e là lo avrebbero arrestato e avrebbe dovuto subire il processo per la rissa. Trovargli un lavoro non era facile, in quelle circostanze. Zeljko iniziò a scriverle dalla Francia. Le sue lettere erano un orribile miscuglio di serbo, italiano e francese, erano praticamente illeggibili, ma Marianna sentiva cosa volevano dire e rispondeva tutte le sere, raccontandogli tutto quello che faceva e dandogli tutte le informazioni che riusciva ad avere. |
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| Cap III |
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L’unica soluzione possibile era sistemare le questioni legali e rientrare regolarmente. Marianna già pensava a rilevare qualche negozietto per dargli modo di lavorare onestamente; non si rendeva conto che il denaro che avrebbe potuto mettere da parte e quello che avrebbe potuto chiedere alla madre non sarebbe certo bastato, che Zeljko non avrebbe accettato, e che, forse, non era adatto a fare il commesso. Marianna credeva che l’amore che sentiva crescere di giorno in giorno, l’avrebbe aiutata a risolvere tutto: lui l’amava n’era certa e il loro sentimento avrebbe superato tutti gli ostacoli. Che Zeljko l’amasse, non v’era dubbio! L’amava tanto che un giorno lo vide comparire al bar sorridente e felice come un bambino; aveva in mano un’orchidea ed era terribilmente goffo ed imbarazzato: quelle grandi mani un po’ tozze non avevano dimestichezza con i fiori, era evidente.
Marianna non stava più in sé dalla gioia e dalla paura, in qualche modo riuscì a finire la giornata di lavoro e furono finalmente soli. Alto com’era, Zeljko riuscì a stento ad entrare nell’auto, una due cavalli verde che Marianna aveva acquistato pochi mesi prima. Marianna finse d’essere arrabbiata, ma era troppo emozionata per essere convincente. Una volta entrati in casa, si sentirono al sicuro e la tenerezza prese il sopravvento. Fortunatamente il giorno successivo sarebbe stata di riposo, Marianna aveva un alto senso di responsabilità, se avesse dovuto lavorare si sarebbe sentita in colpa. Avrebbe voluto raccontargli dei suoi progetti, delle sue speranze, ma il desiderio di baciarsi, di accarezzarsi, di sfiorarsi e guardarsi negli occhi era prepotentemente più importante di tutto il resto.
Accucciati sul suo lettino singolo, vestiti di tutto punto, sembravano essere una sola persona, un’unica anima, Zeljko aveva gli occhi lucidi e lei lasciò sgorgare le sue lacrime di gioia, sul giradischi sempre lo stesso disco cantava: “Io camminerò, tu mi seguirai, angeli sbagliati noi…” Si addormentarono così, stanchi delle loro stesse emozioni, sfiniti di baci, carezze e lacrime. Quello era l’Amore! Fare l’amore poteva attendere. L’alba li trovò infreddoliti e felici, si decisero ad avvicinare l’ex letto di Fabrizia e fecero un po’ d’ordine, lui preparò la colazione mentre lei faceva la doccia ed andò a farsela a sua volta, buffo nel bianco accappatoio di lei: risero di gusto della sua immagine, lavarono la camicia e la misero ad asciugare sul calorifero. Marianna non aveva mai stirato una camicia da uomo in vita sua ed era molto preoccupata, molto più in pena per l’esito dell’esperimento con il ferro da stiro che per la sua verginità che correva seri pericoli. Lui aveva un tatuaggio sul braccio ed uno sul petto; oggi sono di moda, ma allora erano tatuati solo marinai, galeotti e nobili. A Marianna quei tatuaggi non piacquero e chiese subito se sarebbe stato possibile farli togliere. Cos’avrebbe detto sua madre vedendola arrivare con uno che le sarebbe certo sembrato un avanzo di galera? Sua madre, non aveva pensato a sua madre, neppure le aveva telefonato, sapeva che non avrebbe approvato nulla di quanto stava accadendo. Bisognava sentire quello che provavano, per capire! Certo non tutti avevano avuto la fortuna di poterle vivere, come loro in quel momento! Marianna era convinta che nessuno al mondo era mai stato innamorato come loro. Zeljko capì che qualcosa la preoccupava e la lasciò con i suoi pensieri, limitandosi a stringerla al petto accarezzandola, un bacio, un altro bacio e la verginità di Marianna subì il primo attacco. Quando Zeljko finalmente riuscì a capire come stavano le cose, il suo viso fu il ritratto dello stupore e della felicità. «Auguro a tutte le donne del mondo di avere una prima volta come la mia», dirà più volte Marianna negli anni successivi. La radio trasmetteva “Ti amo”, cantata da Umberto Tozzi, e mai canzone fu più appropriata al momento. Passarono tre giorni chiusi in quella stanza, uscendo solo per comprare le sigarette: Marianna non era andata a lavorare, tuttavia non avevano trovato il tempo per parlare né progettare nulla. «Tre giorni che tutte le coppie del mondo dovrebbero vivere almeno una volta nella vita!»: anche questa affermazione fu ripetuta da Marianna in parecchie occasioni. Zeljko uscì per comprarsi una camicia, l’esperimento di stiratura casalinga non aveva dato gli esiti sperati, Marianna lo accompagnò con lo sguardo dalla finestra; fu così che lo vide fermare da una pattuglia della Polizia ed essere portato via. La felicità spesso ha dei bruschi risvegli. Marianna restò attonita alla finestra. Non sapendo cosa fare e cosa pensare, istintivamente andò a prendere lo zaino di Zeljko e lo aprì, come se il suo contenuto avesse potuto suggerirle una soluzione. Nello zaino c’era un cambio di biancheria, parecchio denaro, un rasoio elettrico ed una pistola, una grossa pistola, carica; questo però, Marianna non poteva saperlo, non aveva mai visto un’arma così da vicino. La storia che Zeljko le aveva raccontato, quella di fare un po’ di contrabbando per sopravvivere, faceva acqua da tutte le parti, ricordò l’episodio del rapinatore gentile che zoppicava ed i suoi timori presero corpo. Era diventata la donna di un rapinatore e lo amava come non aveva mai amato nessuno. Certo la Polizia l’avrebbe rimpatriato! Laggiù, l’aspettava il processo ed una probabile condanna. In quel momento telefonò sua madre che, come al solito, si lamentava della lontananza e le chiedeva quando sarebbe andata a trovarla. Non era possibile neppure dirle che aveva intenzione di partire per la Jugoslavia per qualche giorno: la conversazione era penosa per Marianna, che non amava mentire. Marianna non riusciva più a stare in quella stanza, prese la pistola, la infilò in una busta della spesa ed uscì precipitosamente, guidò fino ai navigli e vi gettò l’arma pregando che nessuno l’avesse notata dalle finestre che iniziavano ad essere aperte in quelle prime tiepide giornate di fine inverno. Senza indugiare si avviò verso casa di Fabrizia; non poteva tenersi tutto dentro e poi loro dovevano sapere molto di più di quanto non avessero ammesso fino a quel momento. Fortunatamente li trovò in casa entrambi. Raccontò in breve cos’era accaduto e disse senza esitare che aveva intenzione di raggiungerlo alla frontiera e poi andare a trovare i suoi genitori. Pietro ammise che lui ed il padre acquistavano i gioielli che Zeljko portava: non erano cose da raccontare in giro e lui non era un soggetto con il quale si poteva scherzare, e poi non potevano immaginare che le cose avrebbero preso quella piega. Marianna non riusciva a credere che il timido e goffo Zeljko fosse considerato un violento ed uno di cui si doveva avere paura, che l’uomo appassionato che aveva pianto d’emozione con lei, era lo stesso che i ricettatori temevano. Aveva già dimenticato la pistola gettata nel naviglio, pensava all’articolo sul giornale che parlava del rapinatore gentile: quello poteva anche essere lui, non l’uomo brutale che picchiava la sua ex ragazza. Fabrizia ruppe l’imbarazzo ed il disagio che quella conversazione aveva creato: con insolita saggezza, suggerì di non rimuginare sul passato e di vedere cosa si poteva fare, si offrì di accompagnare Marianna, il suo parto non era così imminente da impedirle di andare via per qualche giorno. Pietro, del resto, doveva andare ad Amsterdam con il padre, la loro auto era certo più veloce e confortevole della due cavalli di Marianna: quello era il minimo che potessero fare poiché era colpa anche loro se Marianna si trovava in quel pasticcio. Il ragionamento di Fabrizia non faceva una grinza, Pietro non parve entusiasta, ma non si oppose, Marianna invece ne fu contentissima e dimenticò il motivo del viaggio, felice com’era di riavere l’amica tutta per sé per qualche giorno. Non appena Pietro uscì, le ragazze presero a fare le valigie, al lavoro sostennero che Marianna doveva subire un intervento, che la madre non avrebbe dovuto saperlo, per non farla preoccupare troppo, alla madre raccontarono che il telefono era fuori uso a causa di un grave guasto dovuto all’esplosione di una bomba delle brigate rosse e la pregarono di non telefonare al lavoro, sostenendo che il proprietario non desiderava che i dipendenti ne ricevessero. Allegre e divertite come se davvero si trattasse di una vacanza improvvisata, poche ore dopo, le due ragazze erano a bordo della potente Porche di Pietro e, in pochissimo tempo, si trovarono a Capodistria. Fu relativamente facile farsi passare per una parente italiana ed avere il permesso di vedere Zeljko, fargli avere della biancheria pulita e lasciargli del denaro. Zeljko, quando la vide, non nascose la sorpresa e la gioia e promise di fare tutto quello che voleva lei: scrisse subito una lettera al padre in cui chiedeva perdono ed il permesso di tornare a casa, non mancò di aggiungere che amava la donna che avrebbe portato quella lettera e li supplicava di accoglierla come una figlia, che era una brava ragazza, non come quelle che aveva frequentato fino allora. Marianna non seppe mai che belle parole furono usate per presentarla ai suoi. Vederlo nel parlatorio di un carcere di frontiera non impressionò particolarmente Marianna, convinta che si sarebbero rivisti presto a Novi Sad, che lo avrebbe fatto rientrare in famiglia: là sarebbe stato al sicuro, non avrebbe più fatto sciocchezze e tutto si sarebbe sistemato per il meglio.
Dopo aver compiuto la loro missione, le ragazze cercarono un Motel;
la stanza era bella con la moquette celeste, le pareti e le tende in
tinta e un bel bagno, celeste naturalmente.
Ad un tratto, Fabrizia urlò. Aveva visto uno scarafaggio e, con il suo solito humour partenopeo, prese il citofono e con voce seria disse al malcapitato portiere: «C’è un errore! La stanza è occupata!» Ci volle più di un quarto d’ora, prima che gli addetti capissero che si riferiva allo scarafaggio. La direzione si profuse in mille scuse e quando finalmente camerieri e direttore se ne furono andati, le ragazze risero a crepapelle. Avrebbero ricordato quell’episodio sempre con piacere ed ilarità. Il viaggio fu più lungo del previsto, lo stato delle strade jugoslave non permetteva di andare veloci: continui posti di blocco, la consapevolezza che alla terza infrazione c’era il ritiro del passaporto, i camion incendiati e le carcasse delle auto abbandonate come sinistro monito agli automobilisti, avevano spento la velleità di arrivare in tempi brevissimi.
Incontravano qualche italiano che si metteva a suonare il clacson per attirare la loro attenzione, Fabrizia si divertiva a rallentare, sorridere, abbassare il finestrino e con voce angelica dir loro: «Suonati le palle!» Poi premeva sull’acceleratore e spariva. La cosa divertiva enormemente Marianna. Immaginavano le facce deluse dei pappagalli che credevano di aver fatto una conquista e si ritrovavano con un pugno di mosche, inoltre il visino di Fabrizia non faceva presupporre un simile linguaggio. Tra una risata e l’altra, visitavano chiese, assaggiavano i cibi locali, commentavano la povertà e la dignità della gente che era spesso ospitale e generosa, si divertivano ad andare nei bagni nei cortili, sperimentavano nuove pettinature, provavano trucchi innovativi, ascoltavano nuove canzoni. Spensierate e felici di stare insieme, dimentiche dei problemi, inconsapevoli dei momenti difficili che presto sarebbero sopraggiunti, arrivarono a Novi Sad. Il palazzo dei genitori di Zeljko era proprio di fronte al castello, un bel quartiere con una splendida vista sul fiume. Le ragazze tirarono un sospiro di sollievo vedendo che non si trattava di una casa misera come quelle che avevano visitato in quei giorni. Ora che erano lì, bisognava solo trovare il coraggio di suonare, Fabrizia le chiese: «Sai cosa vuoi dirgli?» «No!» rispose Marianna. «Io non avrei avuto il coraggio di venire fin qui a dirgli di riprendersi il figlio!» «Sai che risate, se ti scambiano per me e credono che siamo arrivate per lasciargli il nipotino?» Ridevano ancora quando al citofono chiesero chi fosse. In qualche modo si fecero capire, il portone si aprì ed una donna alta, vestita modestamente, con folti capelli neri rialzati sulla nuca, grandi occhi ed un dolce sorriso venne loro incontro: «Zeljko ci ha telefonato, ha detto che siete sue grandi amiche, prego, entrate!» Nell’ingresso le accolse anche il padre, un bell’uomo coi capelli tagliati a spazzola, uno sguardo mite ed una stretta di mano poderosa. Dietro a lui, la sorella, poteva avere 30 anni, molto meno alta dei genitori, un aspetto anonimo, non sorrideva; si presentò e le fece accomodare nel modesto salotto, arredato con buon gusto nella scelta dei colori delle povere cose. La mamma prese la mano di Marianna e la condusse nella stanza di Zeljko, aprì l’armadio e mostrò tutte le sue cose messe in ordine, che aspettavano solo di essere usate, il letto era pulito, una bella cameretta con una chitarra appoggiata in un angolo, una piccola libreria appesa alle pareti, una teca per i dischi, dalla finestra una bella vista sul castello. “C’era armonia in quella casa, perché mai se n’era voluto andare?” pensò Marianna. Istintivamente abbracciò quella signora come se la conoscesse da anni e disse accorata: «Dobbiamo salvarlo! Dobbiamo impedire che lo mandino in prigione! Dobbiamo fare qualcosa, è buono, non è ancora successo niente di grave, possiamo farcela!» Era evidente che la donna non capisse nulla di quel fiume di parole, capiva però che la ragazza amava suo figlio e voleva aiutarlo: lacrime silenziose iniziarono a rigarle il volto rassegnato mentre stringeva forte la mano di Marianna. Fabrizia ed il padre guardavano in muto imbarazzo. La sorella ruppe l’incantesimo e, senza commozione, domandò: «Ma come hai fatto ad innamorarti di quello sciagurato di mio fratello? Mi sembri una brava ragazza, non t’illudere, è bacato dentro, vattene via che sei in tempo! Ti farà soffrire, lui porta sofferenza ovunque vada! Non cambierà!» Fortunatamente Marianna non capì bene il senso di quelle parole. Il padre aveva preparato il tè e lo stava versando, c’erano dei biscotti fatti in casa. Il processo era stato fissato per il giorno successivo ed era meglio andare a dormire, in un baleno era apparso un secondo letto nella stanza di Zeljko. La giornata era stata lunga ed emozionante e le ragazze s’addormentarono senza fatica. |
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Cap IV |
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La mattina successiva c’era il processo. Marianna e Fabrizia furono svegliate con molta dolcezza dalla signora e fecero un’ottima colazione. La mamma decise di restare a casa a pregare, la sorella era già andata a lavorare. Fabrizia decise d’andare con loro e, dopo un breve percorso sull’auto del padre, arrivarono in tribunale. Marianna era molto meno sicura dell’esito del processo, le tremavano le gambe quando entrò in aula. Il padre disse al giudice che lei voleva fare una dichiarazione e la invitarono a parlare; fortunatamente il giudice conosceva un po’ d’italiano perché non c’erano interpreti ed il serbo imparato in quei mesi non avrebbe sopportato l’appassionata arringa che uscì dal suo cuore. Non avrebbe saputo ripetere neppure lei ciò che aveva pronunciato con voce ora decisa ora rotta dall’emozione e dal pianto, certo fu la più convincente dichiarazione d’amore e di fiducia nel futuro. Le avevano detto che i giudici comunisti erano molto severi, ma, quella volta, non fu così. Il magistrato concesse subito la libertà provvisoria, promise il passaporto dopo sei mesi di buona condotta ed assicurò che, se non avesse commesso reati nei successivi due anni, la sua fedina penale sarebbe stata pulita e sarebbe stato finalmente un uomo veramente libero da qualsiasi pendenza legale; promise persino l’aiuto per far togliere i tatuaggi, cosa che Marianna aveva avuto la sfacciataggine di chiedere. Zeljko l’aveva ascoltata attonito, la sorella alla fine del suo discorso piangeva, Fabrizia aveva gli occhi lucidi, il padre l’abbracciò e la baciò con calore. Stupita dal successo ottenuto e dall’aria di festa che si era creata attorno a lei, Marianna viveva il suo momento di gloria semplicemente, aveva fatto ciò che qualsiasi donna innamorata avrebbe fatto, continuava a ripetere e lo pensava davvero. Zeljko fu liberato immediatamente e fu bello vedere il suo abbraccio con il padre. Si avvicinò e le sussurrò un flebile «grazie», ma lo sguardo era pieno d’ammirazione e d’incredulità. Aveva ottenuto da sola ciò che nessun avvocato avrebbe osato sperare. A casa le lacrime della mamma e l’ottimo pranzo resero il momento indimenticabile. Fabrizia, un po’ trascurata in tanta confusione di emozioni, saggiamente, decise di partire in aereo e fare una sorpresa al marito raggiungendolo ad Amsterdam. Senza farsi notare, lasciò un biglietto a Marianna e ai genitori di Zeljko e sparì. Marianna si rimproverò spesso per averla lasciata partire e non dimenticò mai la discrezione e l’amicizia dimostratale in quel momento.
Il biglietto diceva: Viviti questa splendida vittoria fino in fondo! Sei l’amica più in gamba che abbia mai avuto! Mi racconterai tutto a Milano! Sta’ tranquilla! Sto bene, un bacio, Fabrizia. Iniziò il pellegrinaggio dai parenti: tutti volevano conoscere la ragazza italiana. In ogni casa le stesse domande, lo stesso bicchierino di slivoviza. Marianna si chiedeva come mai, sapendo che Zeljko aveva la tendenza a bere troppo, gli offrissero quella grappa fortissima; fu costretta a berne molta anche lei e la sera, quando finalmente tornarono a casa, erano entrambi allegramente sbronzi: lui forse fingeva, ma a lei la testa girava davvero. I genitori avevano ceduto loro la stanza da letto matrimoniale e, per lasciarli soli, erano andati a trovare altri parenti da cui sarebbero rimasti per la notte. Anche la sorella era andata da un’amica.
Marianna avrebbe voluto che anche sua madre partecipasse a quella festa, pur sapendo che, purtroppo, non avrebbe approvato nulla di ciò che a lei sembrava meraviglioso. La pistola era dimenticata, i fogli di via anche, era il loro momento e dovevano viverlo appieno. Durante il giorno si erano parlati ben poco, la sera erano tanto stanchi che non tardarono ad addormentarsi abbracciati: lui era dentro di lei, le sue braccia l’avvolgevano, le sue labbra l’accarezzavano, il paradiso non poteva essere più bello del loro amore. La mattina, Marianna trovò il bagno pronto e la colazione in tavola, accanto al bicchiere di spremuta un’orchidea. Fecero il loro primo bagno assieme, sembrava che quella felicità non dovesse finire mai e le fece quasi paura. Milano, l’università, il lavoro, sua madre, erano tutte cose cui non voleva pensare, che avrebbe voluto far sparire dalla mente e persino dalla sua esistenza. Esistevano però, si doveva pensare al ritorno. Decisero che l’indomani sarebbero partiti insieme, avrebbero fatto visita ad una zia che abitava vicino alla frontiera, lui l’avrebbe accompagnata fin là, sarebbe tornato a casa in treno, non avrebbe bevuto, si sarebbe fatto togliere i tatuaggi ed avrebbe pensato a cosa fare per il loro futuro. Marianna gli fece capire che sarebbe venuta a vivere lì volentieri, se non avessero trovato una soluzione a Milano; sembrava tutto abbastanza semplice, si dovevano fare un po’ di sacrifici, ma si sarebbero scritti e telefonati tutti i giorni, lei sarebbe tornata presto e poi l’avrebbe presentato a sua madre. Senza tatuaggi, con il passaporto in regola e con un lavoro, sarebbe stato più facile convincerla, Marianna sperava anche, che Zeljko conseguisse il diploma e perfezionasse le lingue: dopotutto, parlava già un po’ d’italiano, francese ed inglese. La giornata volò: fecero l’amore tante e tante volte, lui era bravo ed esperto, per lei era tutto una scoperta, ma pensava divertita che lui non si sarebbe dato tanto da fare se avesse saputo quante emozione suscitava in lei solo guardandola o sfiorandola.
Zeljko volle uscire la sera per mostrarla ai suoi amici; lei ne avrebbe fatto volentieri a meno, ma lui era così orgoglioso di lei, che non poteva rifiutargli nulla. Strinse innumerevoli mani e sorrise a tante facce che non avrebbe saputo riconoscere, poi tre giovani li invitarono ad andare con loro e Zeljko accettò. Si addentrarono dentro ad un bosco e le raccontarono che molte ragazze erano state violentate in quel tratto vicino al fiume; era buio, i ragazzi avevano bevuto molto e, per un attimo, Marianna ebbe paura e si rese conto di non conoscere affatto quel ragazzo. Ricordò che gliene avevano parlato come di un violento e di un poco di buono, ripensò alla pistola ed ebbe il primo dubbio: un tremito la scosse e Zeljko, con voce autoritaria, ordinò di tornare indietro e di smetterla di parlare di quei brutti episodi. I ragazzi obbedirono e Marianna, vedendo le luci della città avvicinarsi, si tranquillizzò. Non parlarono finché non si congedarono e rientrarono nella Porche di Fabrizia; solo allora Zeljko le chiese come avesse potuto dubitare di lui. Le aveva letto nei pensieri e lei non negò, lui sembrava davvero arrabbiato, continuava a dirle: «Come hai potuto? Come hai potuto pensare che ti avrei lasciato fare del male?» Marianna chiese dell’altra sua ragazza. Lui non negò. Marianna avrebbe preferito che avesse negato, ma lui ammise di essere stato brutale e violento e si giustificò con tre parole: era una puttana! Marianna cercò di spiegargli che neanche una puttana meritava d’essere brutalizzata e picchiata. Era il loro primo litigio. Non durò a lungo, la disarmò sostenendo che tutto quello che era stato prima era stato brutto, che dovevano guardare al futuro e non al passato e la notte fu dolce, anche se un po’ di realtà aveva fatto capolino nel paradiso. Partirono di buon’ora. I genitori di Zeljko erano tornati per salutarla, le mostrarono le sue foto da bambino, le regalarono un’ottima salsiccia da portare via, la mamma le diede una torta fatta in casa, una foto di Zeljko da militare (la divisa gli donava molto, era proprio una bella foto). Come ultima cosa, la riempirono di benedizioni. Il viaggio fino alla casa della zia fu silenzioso. Marianna guidava attenta; la musica e la mano di Zeljko sul suo collo la rilassavano, le piaceva guidare e ancor di più, guidare quella bella Porche. La fattoria della zia era grande, vi si accedeva attraverso un lungo viale alberato che finiva in un ampio cortile pieno di vasi di fiori con un pozzo al centro, le galline passeggiavano indisturbate assieme alle oche e alle anatre; da un lato si vedeva un campo di mais, dall’altro un orto non troppo ordinato; candida biancheria era stesa in un angolo, accanto ad un gran lavatoio; la buca esterna che fungeva da gabinetto era nascosta da un rampicante e passava abbastanza inosservata; un cestino pieno di uova ed uno di verdura davano un senso d’operosità e benessere relativo e anche i due bastardini che scorazzavano liberi sembravano ben pasciuti. Marianna se ne rallegrò: aveva incontrato cascine più misere durante il percorso d’andata.
I suoi pensieri furono interrotti dall’apparizione di una donna di una sessantina d’anni, non alta e piuttosto rotondetta, col colorito tipico della gente che vive in campagna; i biondi capelli striati di bianco erano corti ed era evidente che era stata dal parrucchiere ed aveva messo l’abito della festa per l’occasione: anche se in casa non c’era il telefono, qualcuno doveva averla avvisata del loro arrivo. La donna l’abbracciò e subito le offrì il rituale bicchierino di grappa di susine, Marianna non capiva nulla di quanto si dicesse con il nipote: probabilmente parlavano una specie di dialetto, Zeljko cercava di tradurre, ma spesso non capiva neanche lui; la loro comunicazione era sempre stata più emotiva che verbale. Apparve una bella bimbetta di circa otto anni, Zeljko l’abbracciò e la fece volteggiare in aria. Marianna pensò che sarebbe stato un buon padre, mentre lo guardava ridere e giocare a pallone con altri ragazzini arrivati da chissà dove, sembrava a suo agio con loro. La bimbetta si avvicinò e la guardò a lungo. «Come ti chiami?» chiese Marianna; al contrario di Zeljko, lei si sentiva sempre un po’ a disagio con i bambini, se non erano loro a prendere l’iniziativa, era intimidita e non sapeva come stabilire il contatto. Invece di rispondere la bimba le chiese: «Ma tu picchi molto Zeljko?» Marianna pensando di non aver capito, chiese di ripetere la domanda. La bimba ripeté: «Devi picchiarlo molto forte, è troppo cambiato, deve proprio avere paura di te!» La nonna chiamò: «Kcenja! Vieni! Ci sono i biscotti caldi! Signorina venga anche lei!» Marianna ripensò molte volte, a quell’osservazione della ragazzina: era davvero così diverso prima di conoscerla? Aveva solo 24 anni anche se ne dimostrava almeno cinque di più, come mai anche i bambini si erano accorti del suo cambiamento? La cosa la lusingava e la preoccupava allo stesso tempo. La cena fu ottima, a tavola c’era tanta gente cui lei non fece troppo caso; non avrebbe potuto ricordarli tutti neanche se avesse voluto, Erano sorridenti e gentili e la trattavano con rispetto e familiarità, si sentiva proprio a suo agio. Lavarsi nel catino fu divertente, anche se scomodo, la stanza che avevano preparato per loro poi era fantastica: il letto era larghissimo, molto alto, pieno di coperte variopinte, fatto di legno scuro lavorato artigianalmente con incredibile dovizia d’intarsi, miracolosamente senza un granello di polvere; un armadio dello stesso legno ed una grande cassapanca completavano l’arredamento, non vi erano comodini, né sedie, ma dalla finestra si vedeva un campo sterminato ed un boschetto costeggiato da un ruscello, il cielo era pieno di stelle e la luna sembrava sorridere proprio a loro che vivevano la loro fiabesca felicità. Marianna non aveva mai avuto tanto calore tutto in una volta: sua madre era carente in carezze e baci, il padre era sempre stato più affettuoso e comprensivo, ma anche lui non si sbilanciava troppo in manifestazioni d’affetto. Entrambi i suoi genitori erano figli unici ed i nonni erano venuti a mancare quando lei era molto piccola. Marianna non conosceva il calore delle tavolate domenicali e tutto quello che le stava accadendo le sembrava magnifico e lo doveva tutto al suo Zeljko, che la faceva sentire come una regina. Stavano stretti, abbracciati, affacciati a quella finestra, guardando la luna da molto tempo, vicini, eppure immersi in pensieri diversi, lui però le leggeva dentro; lei avrebbe dato molto per fare altrettanto, ma il viso di Zeljko, quando non guardava lei, era impenetrabile. La passione tra loro si lasciava coccolare, lenti movimenti di baci e pensieri, carezze ed emozioni, sembrava che lui avesse paura di romperla o di farle male e quel suo lieve toccarla la mandava nei più profondi meandri del piacere e dell’Amore. Le parlava sempre a voce bassa, la sfiorava con le labbra, con le dita, con il corpo; anche quando era sopra di lei, sembrava restare sempre attento a non farle male, anche nei momenti più intensi non c’era mai violenza, non c’era mai il senso del possesso, della dominazione, dell’appagamento. Non era mai stanco, finito di far l’amore la copriva di teneri piccoli baci, percorreva il suo corpo con le dita e ricominciavano come se non dovessero finire mai. Lei docile alunna, osservava il suo maestro destreggiarsi con maestria, un po’ gelosa di quelle che l’avevano preceduta e gli avevano insegnato come fare felice una donna, senza essere mai ripetitivo e noioso; ma sapeva che tra loro tutto era perfetto, la temperatura dei corpi, l’odore della pelle, nulla l’infastidiva, nulla era troppo o fuori posto. Lo amava ancora di più mentre dormiva. Era stato talmente facile perdere la verginità che pensò che i racconti di dolore e lacerazioni fossero tutta un’invenzione delle donne per far sentire in colpa i loro uomini. La mattina dopo, il risveglio fu stranissimo: aprì gli occhi e vide la stanza piena di gente che li osservava, urlò e li cacciò via indignata. Zeljko rideva: lui sapeva che da quelle parti si usava così con gli sposi e loro, per tutti, erano sposini novelli. Marianna borbottò a lungo chiamandoli - selvaggi - e così ripartirono in fretta e furia senza troppi ringraziamenti e senza neanche fare colazione. In seguito, Marianna si pentì di quella reazione così violenta, ma intanto la sfuriata l’aveva fatta e non si poteva più rimediare.
La frontiera era vicina e giunse il momento del congedo: lui volle accompagnarla fino al casello, avrebbe fatto l’autostop per raggiungere la stazione, non voleva perdere neppure un minuto, un ultimo interminabile bacio e scappò via dall’auto. Pochi istanti dopo Marianna era in Italia, sfrecciando verso Milano. |
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| Cap V |
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Arrivata a casa telefonò con il cuore in gola a sua madre, pronta a confessare tutto, ma la mamma era serena e più affettuosa del solito, aveva avuto conferma del guasto ai telefoni da una sua amica e non si era preoccupata. Marianna chiamò subito la signora in questione e questa ridendo le disse: «Quando fai scoppiare le bombe a Milano avvertimi: ho sentito tua madre preoccupata ed ho pensato che, per raccontarle una balla simile, dovevi avere le tue buone ragioni. So che tua madre può essere un po’ pesante qualche volta e, se ne avrai voglia, mi racconterai cosa hai combinato.» Grata per l’insperato aiuto giuntole dall’anziana signora, Marianna promise di andarla a trovare per informarla dei cambiamenti che la sua vita stava subendo, felice di aver trovato un’altra persona con la quale dividere il suo segreto. Tutto sembrò riprendere come prima, il lavoro e l’università. Molto tempo era dedicato alle lettere e allo studio del serbo, molte nottate insonni erano piene di suoni e di pensieri d’amore, era arduo fare progetti con così poco denaro a disposizione, senza aiuti esterni, senza potersi vedere, parlare, toccare. Zeljko scriveva tutti i giorni, parlava d’amore, di matrimonio, di figli, purtroppo non diceva mai come avrebbero potuto realizzare quei magnifici sogni. Marianna non aveva usato precauzioni durante i loro rapporti, aveva comprato la pillola solo dopo la prima volta e non aveva capito bene le istruzioni: anche l’attesa del mestruo fu motivo di stress, ma fortunatamente non era rimasta incinta. Sarebbe mancato anche quello! Marianna dormiva pochissimo, Zeljko chiedeva continuamente quando sarebbe tornata, la madre voleva che l’andasse a trovare, gli insegnanti all’università lamentavano le scarse presenze ed i pochi esami sostenuti, al lavoro la sgridavano sempre più spesso per piccoli ritardi e per l’aumento delle distrazioni. Nelle sue lettere Marianna cercava di capire se Zeljko stesse tentando qualche strada per lavorare, non voleva ossessionarlo, sperava solo che facesse delle ricerche, lo stare insieme in Italia sembrava difficile. Marianna aveva deciso che, non appena si fosse laureata, sarebbe andata a vivere in Jugoslavia, sperava che la madre l’avrebbe seguita, alla fine: pur sapendo che era un’utopia, voleva crederci. Adorava la famiglia di Zeljko: con loro accanto, era certa sarebbe stato più facile sopportare rinunce e scomodità. Zeljko parlava di aprire una discoteca assieme ad una coppia d’amici, Marianna li aveva conosciuti e le erano piaciuti. Lui sembrava molto serio, si chiamava Simon, era bruno, bello, alto, beveva solo latte ed analcolici, non fumava neppure; la sua ragazza si chiamava Marika, aveva lunghissimi capelli neri e grandi occhi chiari. Facevano una bellissima coppia. Avevano messo da parte la metà della cifra necessaria. Marianna non si chiese come l’avessero accantonata, l’importante era che quel denaro c’era. Mancava la loro parte: c’era il denaro della borsa di Zeljko, i suoi miseri risparmi, l’aiuto che sperava avere dalla madre e magari, un prestito bancario avrebbe fatto il resto. Zeljko però non trovava lavoro, in vero non diceva neppure se lo cercava; Marianna chiese alla sorella, ma non ebbe delle risposte soddisfacenti, anche i genitori, interrogati, si mantennero sul vago. Doveva tornare e parlargli, guardarlo negli occhi, capire cosa pensava. Prese l’aereo. Era la prima volta che volava, ma non poteva perdere tempo, doveva vederlo, lui era lì ad aspettarla. Il padre gli aveva prestato l’auto; passeggiarono per Zagabria, lei tentò di parlare del loro avvenire, ma lui era lì che l’abbracciava, che le tappava la bocca con i suoi baci, e fu solo Amore. Giunse l’ora di riprendere l’aereo e nulla fu deciso né programmato.
Marianna decise di scrivere una lunga lettera alla madre per raccontarle le emozioni fantastiche che provava, le difficoltà oggettive che incontrava e per pregarla di capirla ed aiutarla. Non se la sentiva di continuare a mentire: scrisse decine di volte quella lettera, le confessò ogni cosa, le raccontò per filo e per segno le sue speranze e paure, sorvolò sul particolare della pistola, la supplicò di capire e perdonare le bugie degli ultimi tempi. La lettera chiusa, giacque molti giorni sul comodino, era difficile riuscire a spedirla. Marianna aspettava di avere un buon esito d’esame da allegare per allentare la tensione che si sarebbe creata, ma l’amica della mamma non aveva saputo tacere e la reazione della donna non si fece attendere: la madre la chiamò urlando frasi sconnesse, minacciando di suicidarsi, se lei avesse continuato la tresca con quel delinquente. La lettera era ancora lì, la speranza di essere capita era svanita, la madre aveva annunciato anche la sospensione del piccolo mensile e, in più, le aveva intimato di tornare a vivere a Roma con lei. Sua madre non era il tipo da tornare sulle decisioni prese, era capace di venire a Milano e farle perdere il posto e la stanza. La lettera in cui aveva riposto tante speranze era lì, sul comodino. Marianna la prese e la guardò a lungo, lacrime irrefrenabili le solcavano le guance. Stava per strappare la busta quando il trillo del telefono la fece sobbalzare; non voleva rispondere, probabilmente era ancora sua madre con altri insulti e minacce. Alla fine alzò la cornetta. Era Fabrizia, la chiamava dall’ospedale: era nato un bel bimbo, un po’ sottopeso, ma bellissimo! Marianna doveva andare da lei, il resto poteva attendere. Pietro non era lì, Fabrizia era sola, il bimbo era nato prematuro e nessuno se lo aspettava; sembrava un passerotto con quella creaturina piccolissima in braccio, piangeva, non si sapeva bene, se di gioia o di delusione e paura. La madre di Fabrizia si era risposata poco dopo la morte del padre, cosa che la ragazza aveva aspramente criticato, guastando irrimediabilmente i rapporti già non idilliaci tra le due. Pietro, negli ultimi tempi, quando la gravidanza era diventata molto visibile, aveva iniziato a lasciarla spesso sola la sera; anche quando lo aveva raggiunto in Olanda, non era stato felicissimo di vederla piombare lì all’improvviso. Fabrizia sospettava una tresca tra il marito ed una delle impiegate di suo padre ed ora era lì sola, in quel letto che sembrava troppo grande per lei. Marianna l’abbracciò con tutto l’affetto e l’amore di cui era capace, la vita cominciava e renderle adulte, la spensieratezza del loro ultimo viaggio assieme era un pallido ricordo.
Erano passati solo tre mesi da allora. Pietro ed il padre arrivarono, finalmente, accompagnati dall’efficientissima impiegata che portò fiori e completini celesti. Marianna andò via, sperando che l’arrivo del bimbo avrebbe appianato i primi screzi del matrimonio di Fabrizia. Marianna si ritrovò sola, con i suoi pensieri. Decise di andare a trovare l’amica della madre, che credendo di agire a fin di bene l’aveva messa in quella difficile situazione. La signora si mostrò dispiaciuta e comprensiva e promise di adoperarsi al fine di tranquillizzare la donna e di non farle mettere in atto le sue minacce; la merce di scambio era un bel 30 al prossimo esame e la promessa di non fare viaggi segreti nelle prossime settimane. Ora bisognava raccontare tutto a Zeljko e pregarlo d’avere pazienza, convincerlo che lo amava tantissimo pur non potendo andare a trovarlo come convenuto. Per alcuni giorni tutto sembrò appianarsi: la madre accettò le sue promesse, Zeljko si mostrò comprensivo e affettuoso, Marianna riuscì a preparare l’esame; non fu l’atteso trenta, ma anche il 28 fu apprezzato, anche il lavoro riprese i soliti ritmi e le sgridate cessarono. Fabrizia era immersa nel suo nuovo ruolo ed anche su quel fronte sembrò tornare il sereno. Marianna non aveva tempo per frequentare altri amici, vedeva solo Simon e Marika, con loro progettavano la discoteca ed i ruoli che avrebbero avuto. Simon sarebbe stato il direttore, Marianna l’amministratrice e avrebbe dato un’occhiata al bar, Marika avrebbe fatto da attrazione: sapeva cantare e ballare ed avrebbe fatto la disk-jockey. La mansione di Zeljko era ancora da definire: fargli fare il buttafuori era riduttivo, gli avrebbero fatto fare gli acquisti, magari avrebbe disegnato l’insegna e le varie pubblicità. Col tempo avrebbe imparato e si sarebbe reso utile in qualche modo. |
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| Cap VI |
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La vita di Fabrizia sembrava essere tornata quella di un tempo, Pietro si mostrava padre amorevole e premuroso, restava spesso a casa la sera e l’armonia sembrava regnare, nonostante un po’ di preoccupazione per il bimbo che pareva delicato e fragile. Fabrizia, che non era mai uscita da casa per accudire al figlio, una sera decise di andare a trovare Marianna, lasciando il bimbo affidato alle cure del marito. Voleva portarla fuori a cena e chiederle qualche consiglio, quel tipo di vita iniziava a starle stretto, voleva riprendere l’università, vedere un po’ di gente, fare ingelosire un po’ il marito, divertirsi un po’; le propose di farle da baby-sitter, avrebbe guadagnato bene ed il piccolo sarebbe stato in buone mani. Marianna colse l’occasione dell’invito di Fabrizia per presentarle Simon e Marika, fu una serata piacevole. Marianna accettò il nuovo impegno: l’avrebbe fatto gratis, capiva però che era un lusso che non poteva permettersi ed accettò il generoso stipendio offertole. Fabrizia si sentiva un po’ in colpa di essere uscita lasciando i suoi uomini soli, voleva telefonare in continuazione al marito; allora non esistevano i cellulari, gli amici l’avevano dissuasa più volte, alla fine telefonò e nessuno rispose. Fabrizia, allarmata, si precipitò a casa, Marianna l’accompagnò: non c’era nessuno, la culla era vuota. Marianna notò la presenza di un mozzicone di sigaretta sporco di rossetto e d’un accendino che certo non era dei due, visto che nessuno di loro fumava… impensierita, si fece scivolare in tasca sia l’accendino sia la cicca. Fu un calvario di telefonate agli ospedali, al suocero. Alla fine, la ferale notizia: il bimbo era morto soffocato. Fabrizia fu ricoverata in preda ad una crisi di nervi. Pietro, incalzato da Marianna, ammise di aver avuto una visita femminile e di essersi distratto quel tanto da non accorgersi che il bimbo stava male. Le precauzioni di Marianna servirono a poco, la distrazione di Pietro venne a galla, Fabrizia, ritenne il marito colpevole della morte del figlio, e, quando arrivò sua madre e le offrì ospitalità, partì con lei. Marianna non ebbe più sue notizie, non conosceva il cognome del nuovo marito della madre di Fabrizia e quest’ultima non la cercò mai più. Le brutte sorprese non erano finite per Marianna: non bastava il dolore per la perdita dell’unica amica e del bimbo che aveva amato come fosse un nipotino, la delusione per aver scoperto la superficialità di quello che aveva visto come un principe azzurro e la tragica fine di una splendida favola. Ben presto, la vita le avrebbe fatto conoscere i suoi aspetti più duri. La morte del bimbo aveva in qualche modo riavvicinato Marianna a sua madre: il racconto di tutte quelle tragedie aveva addolcito la donna, che era venuta a Milano per il funerale del piccolo e per confortare la figlia, che si sentiva in colpa per aver impedito a Fabrizia di telefonare prima. Marianna aveva consegnato a mano la lettera che per tanto tempo era rimasta sul comodino e la madre aveva concesso una tregua: non avrebbe creato ostacoli al suo sentimento, a patto che il giovanotto avesse dimostrato con i fatti di voler davvero creare un futuro onesto con lei. Ripartita la madre, Marianna si sentì sollevata. “E’solo questione di tempo!” diceva a se stessa, per lenire le sue ansie. La madre, in vero, non era convinta; anche per lei era solo questione di tempo: sua figlia si sarebbe svegliata da quell’incantesimo ben presto, pensava solo che non fosse il caso di farle fare colpi di testa. Zeljko scriveva lettere sempre più poetiche ed appassionate, l’idea della discoteca gli piaceva molto, prometteva di andare in Germania o in Francia a lavorare, non appena avrebbe avuto il passaporto in regola. I suoi buoni propositi rendevano Marianna felice ed attenuavano la preoccupazione di saperlo sfaccendato tutto il giorno, temeva che la noia e l’ozio gli avrebbero fatto riprendere le vecchie compagnie ed il bere. Lo spronava a studiare le lingue, gli scriveva lettere sempre più lunghe confidandogli ogni suo più intimo pensiero, sapeva che non poteva capire tutto, sperava solo di infondergli forza e che l’amore che provava per lui gli avrebbe dato la volontà di mantenere le belle promesse che aveva iniziato finalmente a fare. Un secondo esame le fruttò un incoraggiante 29. La meta si stava avvicinando, calcolava che, in un anno, mettendocela tutta, sarebbe riuscita a mantenere la promessa fatta a suo padre. Per festeggiare il suo successo all’università telefonò a Simon e Marika, voleva uscire, sentire un po’ di musica, ridere e scherzare, magari anche ballare. Simon rispose, aveva la voce sconvolta, piangeva. Marianna chiamò un taxi e lo raggiunse. Trovò un uomo distrutto, era evidente che aveva pianto a lungo. Simon tra i singhiozzi le mostrò l’armadio semivuoto: Marika se n’era andata! «Tornerà, vedrai, è troppo innamorata, e poi i vostri progetti, tutto quel parlare di futuro, vedrai che ogni cosa si sistemerà. Cosa le hai fatto per farla arrabbiare tanto?» «L’ho amata ed ho creduto in lei, ora non mi resta che trovarla e ucciderla.» Simon aveva smesso di singhiozzare ed il suo sguardo, poco prima bagnato di lacrime, ora era asciutto e determinato. L’amore aveva compiuto la sua metamorfosi peggiore, era diventato odio implacabile. Un brivido passò lungo la schiena di Marianna: Simon le era sempre sembrato molto calmo e forte, ma aveva qualcosa di freddo e duro, che le aveva sempre fatto pensare che non avrebbe voluto un uomo così. In quel momento fu certa che la sua affermazione era davvero una condanna a morte per la ragazza. «Ma cosa è successo?» continuò Marianna, sperando di calmarlo facendolo parlare. «Ha preso tutti i soldi ed è andata via, probabilmente con quel leccaculo di Pablo, non mi ha lasciato niente, neanche i soldi per pagare l’affitto, ecco cosa è successo!» Rispose lui con una calma che non presagiva nulla di buono. «Prima vivevo per lei, per farla felice; ora continuerò a vivere per lei, ma per trovarla e vederla tremare. Pablo le mangerà fuori i soldi e la lascerà come lei ha lasciato me, la metterà sul marciapiede, sarà più facile trovarla, io non ho fretta!» Marianna non poteva credere alle sue orecchie, restava lì incredula, vedeva la ragazza ridere e progettare il loro futuro, aveva invidiato un po’ anche lei che aveva un uomo che l’adorava e non la lasciava sola un momento e che aveva già messo da parte più della metà della somma necessaria a realizzare il loro sogno. Simon vestito di nero, una bella figura atletica, i lucidi capelli ed i grandi occhi neri, gelidi come solo quelli azzurri di solito sanno essere, si alzò e prese un bicchiere di latte; qualunque altro uomo, in un momento come quello, si sarebbe ubriacato, Simon beveva latte e la sua rabbia faceva davvero paura.
Marianna, istintivamente, paragonò lo statuario Simon all’insignificante Pablo e si domandò cosa avesse fatto decidere Marika ad attuare un piano così rischioso e crudele. Capì che la sua presenza non avrebbe cambiato lo stato d’animo di Simon, si sentiva a disagio in quel luogo dove all’amore si era sostituito il tradimento e l’odio, lo salutò e se n’andò; sapeva che non lo avrebbe più rivisto e tanto meno avrebbe visto Marika. Tornò a casa a piedi, doveva scaricare tutte quelle emozioni negative: Marika non solo aveva distrutto la vita di Simon, aveva anche sconvolto il suo futuro. Sì, senza di loro potevano dimenticare la discoteca e qualunque altra cosa. Come dirlo a Zeljko? Cosa avrebbe scatenato in lui quella notizia? |
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| Cap VII |
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Decise che avrebbe dovuto dirglielo a voce, non poteva scriverglielo o dirglielo per telefono. Non aveva molto denaro, non c’era più la veloce Porche di Fabrizia, non poteva chiedere ai genitori di Zeljko di pagargli un altro viaggio fino alla frontiera, non c’era Pietro cui chiederli. Marianna iniziò a piangere, camminava velocemente e le lacrime divennero singhiozzi: era così sola, così infelice, così disperata, non vide lo scalino del marciapiede che finiva e cadde davanti ad un taxi che riuscì a frenare giusto in tempo per non travolgerla.
Il tassista ed il suo passeggero scesero per aiutarla a sollevarsi; il tacco della scarpa era rotto, le calze smagliate mostravano un brutto taglio sporco di fango. «Signorina, l’accompagniamo al pronto soccorso, deve farsi disinfettare e fare l’antitetanica, venga, non è lontano da qui.» Marianna era davvero esausta e la gamba le doleva, accettò l’insperato aiuto. Al Pronto Soccorso si profuse in ringraziamenti e si meravigliò molto nel vedere i due uomini aspettarla all’uscita dalla medicazione. «Venga, la portiamo a casa, le abbiamo preso qualcosa di forte da bere, deve essere stata una brutta giornata!» disse il tassista. «Grazie, non doveva disturbarsi, grazie davvero troppo gentile!» «Non deve ringraziare me, io sarei anche tornato a lavorare, se questo signore non mi avesse pagato la serata e non si fosse messo a sua disposizione» rispose il tassista. Il signore di cui parlava, lei non lo aveva neppure guardato. Marianna arrossì per l’imbarazzo: «Grazie, non doveva, avrei chiamato io un taxi e sarei tornata a casa, davvero non doveva…» «Non se preocupe» rispose l’uomo. Poteva avere dai 40 ai 50 anni, era piccolo di statura, con occhi vispi e neri come la pece, capelli lisci e curati, vestito con sobria eleganza. L’uomo sorrise divertito e si presentò: «Eugenio Escobar Blanco, lavoro per il consolato peruviano, non parlo molto bene l’italiano» aggiunse. Dopo altri ringraziamenti finalmente rientrò a casa, la segreteria lampeggiava: Zeljko aveva chiamato, parecchie volte. Marianna si guardò allo specchio e si mise a ridere, spettinata, con il trucco disfatto dalle lacrime, aveva un aspetto da clown: certo l’avevano accompagnata a casa, perché avevano avuto pena di lei. Si lavò, cercando di non bagnare la vistosa fasciatura, poi, finalmente, s’addormentò. La mattina successiva non richiamò Zeljko, sapeva che si sarebbe arrabbiato, lei non aveva ancora riordinato le idee, doveva pensare, gli avvenimenti della sera prima non erano stati ancora metabolizzati. Stava per uscire quando bussarono alla porta e le consegnarono una splendida rosa con il gambo lunghissimo, era accompagnata dal biglietto da visita del signor Blanco e c’erano gli auguri per una pronta guarigione.
Marianna sorrise, sistemò la rosa ed uscì un po’ più contenta. La sera dovette decidersi a fare le telefonate che aveva rimandato: chiamò prima sua madre e le raccontò che il progetto discoteca era svanito nel nulla. La donna, pur rallegrandosi in cuor suo, si mostrò dispiaciuta e cercò di consolarla, dicendole che presto si sarebbe presentata un’altra opportunità. Marianna le raccontò anche dello strano incontro e la madre le raccomandò di ringraziare e si augurò che quel nuovo incontro, sicuramente più gratificante dal punto di vista sociale ed economico, facesse rinsavire la figlia. La telefonata a Zeljko la gratificò ancor meno: aveva saputo da altri la storia di Marika, era arrabbiato perché non gliel’aveva raccontata subito, la sgridò perché non l’aveva richiamato la sera stessa, per non avergli detto di essere stata all’ospedale e per essersi fatta accompagnare da degli sconosciuti; il tono era quasi minaccioso e la infastidì molto. La terza telefonata fu a Blanco per ringraziarlo della rosa e degli auguri. Blanco la invitò a bere qualcosa al piano bar sotto casa sua e Marianna accettò con piacere, almeno poteva chiacchierare con una persona gentile, e poi poteva essere suo padre. . . Il drink divenne una simpatica cenetta a base di tartine e crostini, l’uomo le raccontò di essere da poco a Milano, che non conosceva nessuno, era divorziato, aveva un figlio di dieci anni affidato a sua sorella, aveva bisogno di qualcuno che gli mostrasse un po’ la città e gli insegnasse un po’ l’italiano: aveva pensato a lei come insegnante, avrebbe pagato volentieri per il disturbo. Marianna gli raccontò un po’ della sua vita e promise di pensare alla proposta. Farsi pagare per accompagnare uno straniero in giro per teatri, musei e ristoranti di lusso le sembrava un’idea magnifica; sapeva, però, che né sua madre né Zeljko avrebbero approvato.
Era l’unico modo per procurarsi il denaro necessario per andare a trovare Zeljko; del resto, se l’avesse vista arrivare, non si sarebbe preoccupato e non avrebbe fatto domande. A sua madre poteva dire che usciva ed omettere il particolare del pagamento. Sì, avrebbe accettato. Al diavolo quello che la gente avrebbe potuto pensare, sapeva badare a se stessa e quel signore non sembrava pericoloso. Scrisse una bella lettera a Zeljko, lo informò di aver trovato un lavoro come baby-sitter, gli promise di venire a trovarlo alla fine del mese: per questo, spiegò, qualche sera non l’avrebbe trovata a casa; disse la stessa cosa a sua madre e se ne andò a letto contenta della soluzione escogitata. Lavorare per Eugenio Escobar Blanco era davvero piacevole dal momento che voleva andare nei posti più belli e costosi di Milano. Era rispettoso e discreto. Per esigenze di rappresentanza, le aveva regalato begli abiti, accessori e persino gli occhiali; i suoi interessi sembravano molto vari, passavano dalle pinacoteche, ai cabaret, ai night-club. Marianna si divertiva molto ed era pagata molto bene, le arrivava un assegno la mattina successiva ad ogni uscita, sempre accompagnato da una rosa. Marianna sospettava che dietro a tanti interessi vi fosse anche un po’ d’attenzione per lei, ma, finché si comportava da gentleman, tutto era piacevolissimo. |
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| Cap VIII |
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Marianna, stimolata delle frequenti uscite eleganti e dall’affluire di denaro, sembrava essere rifiorita: la sua bellezza aveva preso un aspetto più sicuro e deciso, non era più la cenerentola, era una delle più belle ed eleganti… i complimenti erano frequenti, anche all’università; il buon umore le permetteva di svolgere tutto senza troppa fatica, dormiva poco, ma la cosa non sembrava pesarle. Conosceva gente interessante, uomini più anziani che avevano una conversazione brillante ed intelligente, ed erano galanti e cortesi. Come promesso andò a trovare Zeljko: il nuovo tipo di vita non aveva diminuito né la loro passione né il desiderio di stare insieme. Anche lui aveva apprezzato la sua metamorfosi e continuava a guardarla con ammirazione, dicendo a tutti che non esisteva uomo più fortunato di lui. L’allegria di Marianna era contagiosa e, forse per la prima volta, si divertirono davvero, come altri ragazzi della loro età. Stavano per scadere i fatidici sei mesi richiesti dal tribunale per ridargli il passaporto, l’ingresso in Italia era ancora vietato a causa dei fogli di via, ma Marianna sperava che qualcuna delle persone che stava iniziando a conoscere, grazie al suo strano datore di lavoro, li avrebbe aiutati, perciò non si preoccupava troppo. Zeljko, in Germania o in Francia, avrebbe certo trovato un lavoro da fare e qualche opportunità si sarebbe presentata; amava i genitori del suo ragazzo come fossero i suoi. Quando era in quella casa, Marianna desiderava restarci per sempre; le piaceva il castello che si vedeva dalla finestra, la dolcezza della mamma, il sorriso del padre, aveva fatto amicizia anche con la sorella che si mostrava meno scettica, ora.
Zeljko si era comportato in modo irreprensibile, era uscito poco, aveva aiutato in casa, non aveva bevuto, aveva studiato l’italiano ed il francese, non si era fatto togliere i tatuaggi solo perché non garantivano il risultato; Marianna aveva imparato ad amare anche quelli. Lui le chiese di non prendere la pillola, discussero molto, le sembrava irresponsabile pensare ad un figlio in quelle circostanze, lui insisteva e così, per non litigare, Marianna mentì. Ebbe l’infelice idea di confidarsi con la sorella e la lite fu inevitabile. Ripartì un po’ triste per l’accaduto, convinta di essere nel giusto, senza rimorsi; le dispiaceva che lui non avesse capito le sue ragioni, tuttavia era determinata a non cedere su quel punto. Il loro bambino avrebbe dovuto avere i migliori presupposti per essere messo al mondo: Marianna n’era convinta e il momento giusto non era ancora arrivato. Mancava poco alla laurea, il lavoro al bar e quello con lo straniero avvicinavano la realizzazione del loro sogno. Zeljko, tuttavia, non aveva ancora fatto nulla per realizzare la loro vita futura; era ora che facesse qualcosa anche lui. Così pensava Marianna guardando le nuvole dall’oblò dell’aereo che la stava riportando a casa.
All’aeroporto l’aspettava Eugenio Escobar Blanco: gli aveva telefonato anche dalla Jugoslavia, oramai era un amico e faceva parte integrante della sua vita. Il week-end successivo, infatti, era in programma una scappata a Roma: li avrebbe ospitati sua madre, che sembrava gradire quella nuova amicizia della figlia. I giorni a Roma divennero tre e furono piacevoli: la mamma, data la presenza dell’ospite, non l’aveva tormentata come al solito con le sue lamentele abituali, erano andati a teatro e a cena fuori, avevano fatto qualche gita. Eugenio era libero per così tanto tempo che fu lecito pensare che il viaggio a Roma fosse stato organizzato per farle piacere e farle rivedere sua madre. Eugenio negò sempre e Marianna non fece altre domande; il suo nuovo amico si rivelava di pochissime parole, sorrideva sempre e sembrava contento, tuttavia i suoi pensieri e le sue opinioni restavano un mistero, non si sbilanciava mai in giudizi d’alcun genere. Persino la sua età non si conosceva, si sapeva solo che a Marianna doveva volere un gran bene; che tipo di sentimento fosse, anche questo non era lecito saperlo. Marianna non si poneva tante domande, aveva un uomo che amava ed un amico cui si stava affezionando moltissimo, tutto stava andando per il meglio, Non aveva scordato Fabrizia, sperava di ritrovarla, prima o poi, ma non rinunciava a vivere un presente sereno. Al ritorno da Roma disse ad Eugenio che non intendeva più accettare denaro da lui. Lui sorrise con aria furbetta ed accettò senza protestare. Zeljko, in effetti, non era l’angioletto che le avevano fatto credere: quando era stata a Novi Sad l’ultima volta non era sempre stato in casa e non aveva smesso di vedere le vecchie compagnie, solo che ai genitori aveva imposto il silenzio, e loro avevano obbedito. Speravano che la vicinanza di Marianna avrebbe corretto quelli che si auguravano essere solo degli strascichi sgradevoli del passato. Zeljko non voleva andare a lavorare in Francia come pensava Marianna; Zeljko voleva fare due o tre buone rapine in Francia, voleva Marianna subito, voleva un figlio subito, poi avrebbe lavorato con lei e sperava che nessuno avrebbe mai saputo nulla, neppure Marianna. Zeljko però, senza alcool era timido, era l’alcool che gli dava coraggio ed aggressività; questo non lo aveva previsto, quando, rinchiuso nella sua camera, preparava i colpi da fare e gli amici da coinvolgere. Questa volta si doveva tentare con le banche. Marianna era troppo bella ed elegante, aveva studiato, aveva girato in Porche - anche se non era sua - ma aveva viaggiato in quella costosissima macchina, si spostava in aereo; Marianna non sarebbe stata felice con un operaio: avrebbero potuto anche vivere lì, ma da signori, non da pezzenti! Zeljko pensava così e non capiva che, in quel momento, tutto quello che gli sembrava tanto importante, per Marianna non aveva valore; che se solo vi fosse stata la possibilità di un lavoro e di una casa, sarebbe corsa da lui senza esitare; che sarebbe stato il suo amore a non farle rimpiangere le comodità. Marianna desiderava una famiglia vera ed amava tutti loro, non solo lui, ma questo Zeljko non lo capiva, non riusciva a crederlo, benché lei glielo avesse scritto tante volte. Prima di partire per la Francia, Zeljko decise di rischiare una scappata a Milano e fare un’improvvisata a Marianna. Decise di presentarsi il giorno in cui non lavorava al bar, o meglio la notte. Dopo aver ritirato il passaporto ed aver salutato i genitori, invece di andare direttamente in Francia, decise di attraversare clandestinamente la frontiera e fare una sorpresa a Marianna. Quando suonò al citofono era l’una di notte passata, Marianna era rientrata da pochi minuti. Gli aprì convinta che fosse Eugenio che voleva ricordarle qualcosa; indossava un bel vestito color smeraldo, era truccata e pettinata, la rosa che le era stata offerta a cena era ancora lì sul tavolo accanto alla macchina per scrivere. Marianna non nascose lo stupore ed il disappunto; il disappunto era dovuto al fatto che disapprovava il rischio che aveva voluto correre inutilmente, venendo in Italia, ma lui lo interpretò diversamente: le apparenze erano contro di lei, la rosa parlava di un corteggiatore, il vestito di una serata fuori. La lite che ne seguì fu terribile, lui l’accusò di tradirla e l’apostrofò con aggettivi che mai avrebbe voluto sentire. Andò via sbattendo la porta e lasciandola nella più nera disperazione, con il terrore che gli accadesse qualcosa. Due ore dopo tornò, aveva bevuto, ma aveva in mano un vasetto d’orchidee, si ritrovarono. Come la prima volta, lei gli accarezzò a lungo i capelli e gli baciò il viso, come allora lui chiuse gli occhi e l’abbracciò, anche quella volta piansero assieme e si amarono con struggente dolcezza.
Non parlarono della rosa, né lui le chiese dov’era stata, c’era poco tempo e non dovevano sprecarlo parlando di altri. Marianna avrebbe voluto raccontargli dell’amicizia nata con Eugenio ma, dopo la terribile scenata di prima, temendo che non avrebbe capito, rimandò la cosa ad un altro momento. Glielo avrebbe scritto: sarebbe stato più facile! Non fu necessario. Eugenio passò di lì e fu grande: quando vide Zeljko non aspettò che Marianna lo presentasse, lo sommerse di parole, raccontandogli quanto Marianna parlasse di lui e come fosse innamorata, gli spiegò che erano usciti per parlare di lui con un amico della Polizia, gli offrì la sua amicizia e, poco dopo, chiacchieravano amichevolmente davanti ad un aperitivo. Eugenio se n’ andò e Zeljko n’era entusiasta; tuttavia, quando lei gli fece notare che non poteva essere geloso di lui, piccolo, brutto ed in là con gli anni com’era, Zeljko rispose serio: «E’ intelligente, furbo e ricco, veste bene e sa molte cose più di me, è pericoloso; mi piace, ma è pericoloso, non lo sottovalutare Marianna.» Il congedo fu più appassionato del solito, Zeljko l’amò come non aveva mai fatto, a Marianna sembrò lo facesse come se temesse che fosse l’ultima volta e questa sensazione la spaventò. Finito di far l’amore Zeljko quasi fuggì, non volle farsi accompagnare alla stazione, non volle spiegare come sarebbe entrato in Francia dall’Italia. «Ti telefonerò, sta tranquilla, andrà tutto bene.» La porta si richiuse dietro di lui e Marianna restò a lungo con la mente vuota, abbracciando il cuscino, sentendosi inspiegabilmente triste. Quella sera, non volle uscire, era stanca. Zeljko non telefonava e lei era preoccupatissima, la giornata successiva fu lunga e faticosa, poi finalmente la telefonata arrivò, fu breve e non le diede alcun indirizzo. Marianna per la prima volta sentì la necessità di pregare, entrò in una chiesa s’inginocchiò e pianse, era inquieta e nervosa, neppure ascoltare la messa bastò a farla sentire meglio.
I giorni passavano e Zeljko telefonava di rado e non dava mai l’indirizzo. Marianna evitava di uscire la sera per non perdere un’eventuale telefonata, Eugenio a volte veniva a cena da lei portando cibi esotici, tartine o pizze. Si tratteneva poco, non era invadente, l’ascoltava e non si pronunciava mai. L’arrivo di un pacco, aprì gli occhi a Marianna: conteneva del denaro, molto, franchi francesi mischiati ad altre valute. Zeljko non era andato in Francia in cerca di un lavoro onesto. Marianna affittò una cassetta di sicurezza e vi mise il pacco, non sapeva dove rintracciare Zeljko, se era potuto andare alla posta certo era libero e stava bene. Cosa poteva dirgli? Si era sgolata per mesi, aveva scritto decine di lettere, era chiaro che lui aveva deciso di fare a modo suo. Forse aveva ragione lui, aveva rischiato tante volte per niente e non era stato scoperto, ora in un mese, avrebbe potuto risolvere tutti i loro problemi. Zeljko non era uno che avrebbe fatto del male a nessuno e certo non avrebbe rapinato la povera gente. Marianna si convinse che non doveva farne una tragedia. “Non l’avrebbe saputo nessuno!” si ripeteva. Pochi giorni dopo arrivò una lettera in cui assicurava di aver vinto giocando ai cavalli, ma lei sapeva che a Zeljko non piaceva giocare. Non vi era l’indirizzo del mittente, era ovvio che non ci sarebbe mai stato. Marianna iniziò ad acquistare giornali francesi e leggere attentamente la cronaca nera. Qualche giorno dopo Zeljko le ordinò di raggiungerlo a Parigi e lei lo fece, un incontro fugace, un altro pacco di denaro, un silenzio imbarazzante. Zeljko era diverso, lo sguardo non era il suo solito, il modo di parlare brusco ed autoritario. Marianna addebitò quel cambiamento alla tensione di quei giorni. Non disse nulla, ripartì volentieri e lui non la trattenne: il denaro era molto, anche questa volta. Pensò anche lei che un terzo pacchetto avrebbe potuto essere l’ultimo e cominciò a fare progetti su quello che avrebbero potuto fare: per la casa in Jugoslavia il denaro era sufficiente, per comprare un’attività no, ma che cosa avrebbero potuto fare insieme? Nessun lavoro sembrava adatto ad entrambi e si accorse di non sapere cosa sarebbe piaciuto a lui; finora era sempre stata lei a fare progetti credendo di sacrificarsi per il suo bene, ora però sarebbe stato lui a dover decidere. Avrebbe voluto parlargli subito, chiedergli cosa pensava di fare, ma dove trovarlo? Doveva rassegnarsi ed aspettare. La spensieratezza era solo un ricordo, il nervosismo e la paura stavano prendendo il posto dei sogni e delle speranze, dei languori e dei desideri. Zeljko telefonava tutti i giorni, l’emozione suscitata dalla sua voce era sempre la stessa, il desiderio sempre prepotente, ma le telefonate erano troppo brevi, il dialogo impossibile. All’università le cose non andavano troppo bene, Marianna aveva preparato un esame e non aveva avuto il coraggio di sostenerlo; al bar avevano ripreso a sgridarla per le sue distrazioni, le assenze, i ritardi. Eugenio era l’unico porto di quiete, sembrava non accorgersi del suo turbamento e non aver notato che lei usciva senza troppo entusiasmo. Aveva visto i giornali francesi e la pagina di cronaca nera sempre aperta, ma non aveva commentato. Un mese era passato dal suo viaggio a Parigi e Zeljko non accennava a tornare né le chiedeva di incontrarsi. Marianna era impensierita, l’idea di un’altra donna non la sfiorava nemmeno, era solo preoccupata per lui: non era tipo che sapeva stare da solo troppo tempo e la tensione avrebbe potuto riportarlo a bere. Quando il terzo pacchetto arrivò, Marianna notò che l’indirizzo era stato scritto da un’altra mano, non c’era neanche una parola, solo il denaro. Sul giornale si parlava di una rapina in cui uno dei rapinatori era stato ferito e c’era stata una furiosa sparatoria. Marianna sentì che il ferito era lui, c’era stato un conflitto a fuoco… Marianna onesta e Marianna donna del rapinatore iniziarono una lotta feroce e senza esclusione di colpi.
L’amore, la paura ed il rimorso si mescolavano in un cocktail micidiale, le sembrava di impazzire, senza notizie precise, senza vederlo, senza sapere se era vivo o morto, libero o in prigione. Doveva andare a prenderlo, riportarlo a casa. Eugenio, una sera, le disse: «Devi farlo smettere, se smette ora potete farcela, altrimenti rovina anche te, non ti accorgi che bevi come una spugna, che non ridi mai e sei sempre nervosa? Se non vi fermate, anche l’amore va a puttane!» Quel linguaggio, così insolito per lui, scosse Marianna. Aveva capito tutto ed aveva ragione. Marianna si mise a piangere: «Che cosa devo fare? Come posso fare a farlo smettere? Non so neanche dov’è.» «Non ti preoccupare, le cattive notizie viaggiano più veloci delle buone, se fosse morto o in galera lo avresti saputo, ora devi solo riportarlo a casa e restare con lui, ma fallo subito, non lasciarlo solo un minuto di più» rispose Eugenio. «Naturalmente devi farlo solo se lo ami tanto da rinunciare alla laurea, a tua madre; l’ho conosciuta, capirà subito con chi ti sei messa e non te lo perdonerà mai. Se accetterai il rischio, metti in conto che riprenda a bere alla prima difficoltà, che ti rinfacci di aver fatto tutto questo per te e che, una volta che ti abbia tolto volontà ed indipendenza e ti abbia fatto fare un paio di bambini, smetta di trattarti da regina. Finora, lui è stato quello inferiore tu eri quella bella, intelligente, potenzialmente più ricca; ora, lui ha pareggiato i conti. Adesso ripartite alla pari e se è Amore vero nulla lo distruggerà, ma se è un amore non straordinario, come tanti altri, non durerà.» Eugenio si alzò e se n’andò senza attendere risposta. Marianna restò immobile a lungo, poi, lentamente si alzò e si versò un whisky. Eugenio non parlava mai, quando lo faceva però tirava macigni. |
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| Cap IX |
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Zeljko, infatti, era stato ferito, qualcuno lo aveva medicato; senza esitare, accettò di tornare a casa. Marianna lo accompagnò e restò con lui molto più a lungo del solito; era riuscita a portare il denaro con sé senza subire controlli imbarazzanti alla frontiera: per prudenza, l’aveva consegnato al padre di Zeljko, dicendogli che era la sua eredità. I soldi, purtroppo, non erano sufficienti per fare ciò che avrebbero voluto, ma sarebbero bastati per gettare le basi di un futuro. La novità sgradevole fu l’arrivo dei soci di Zeljko: rimasti senza il capo, aspettavano la sua guarigione per riprendere a “lavorare”. Marianna ebbe modo di costatare quanto potesse essere duro e determinato il suo Zeljko, e ne fu quasi fiera. Zeljko guarì, le raccontò come si erano svolti i fatti, riuscirono anche a riderne. Per Marianna era tutto finito, ora erano insieme: lui avrebbe comprato la casa, avrebbe cercato un bar o qualcosa di simile, lei avrebbe dato gli ultimi esami e lo avrebbe raggiunto subito dopo la laurea, avrebbero avuto un bel bambino e sarebbero stati felici. Zeljko sembrava essere dello stesso parere, l’armonia era tornata ed il mondo aveva ricominciato a sorridere. Marianna ripartì sempre più convinta che tutto si sarebbe risolto nel migliore dei modi. Ma Zeljko ricominciò a bere, la madre le telefonò per dirle di venire immediatamente perché aveva litigato con il padre e voleva andare via di nuovo. Marianna volò nuovamente da lui, appianò le cose e tornò a casa. Aveva dovuto chiedere un prestito ad Eugenio, non aveva voluto toccare il denaro di Zeljko e tutti quei viaggi avevano estinto il suo piccolo patrimonio faticosamente risparmiato; aveva sì ciò che le aveva lasciato il padre, ma non voleva toccarlo, si sentiva in colpa con sua madre, sapeva d’averla trascurata e non voleva privarla di quella piccola assicurazione in più per la vecchiaia. Zeljko mordeva il freno: invece di stare ai patti, creava continui problemi in famiglia. Marianna si arrabbiò molto la seconda volta che seppe di un litigio con il padre, questa volta non partì e gli intimò di smettere di fare i capricci. Il giorno dopo, lui era a Milano: questa volta Marianna s’infuriò e lo cacciò via, non gli aprì neppure la porta e gli intimò di tornare a casa. Zeljko sparì per un lunghissimo mese. Non tornò a casa; le telefonava solo per provocarla, evidentemente ubriaco, sostenendo di essere con altre donne più comprensive di lei, spesso piangeva. Marianna non sapeva che fare, né che pensare, non lo riconosceva più. Finalmente la chiamò per chiederle perdono di tutte le sciocchezze che aveva fatto e detto, sembrava il suo Zeljko, le chiedeva di raggiungerlo in Svizzera. Marianna andò al Monte di Pietà, impegnò tutti gli oggettini che aveva e racimolò il denaro per raggiungerlo. Si fece carina, mise un vestitino scollato nero con le bretelle sottili, le donava molto e sperava gli piacesse. Arrivò all’indirizzo che le aveva dato, emozionata come le prime volte: era un mese che non lo sentiva più così vicino e desiderava che tutto fosse meraviglioso, ma lui, quando la vide, l’aggredì: «Ti sei vestita da puttana! Adesso il tuo amante avrà più tempo, sarà contento!» Afferrò la bretella del vestito e lo strappò! Marianna si mise a piangere. «Te l’ha regalato lui vero? Lo so che viene da te tutte le sere. Lui non deve rischiare la vita per stare con te; lui può farti regali, può portarti in giro liberamente. L’hai portato anche da tua madre! Credevi non lo sapessi? Io non sono degno di entrare in casa tua, io ho i tatuaggi, io bevo! Vuoi sniffare? Sì, non lo sapevi? Sniffo anche. Dove credi che lo trovi il coraggio per fare quello che faccio? Sei una puttana come le altre, hai mentito! Puttana! Sei una puttana, come tutte!» Marianna piangeva e lui le mostrò una bustina con polvere bianca, lei d’istinto, la buttò per terra e la sparse sul pavimento col piede, lui batté con forza il pugno contro la parete, tanto che restò un buco nel muro. Marianna vedendolo avvicinarsi, temendo volesse picchiarla, gli mollò un ceffone, l’anello che portava colpì un capillare del naso, il sangue cominciò a scorrere. Marianna, terrorizzata, pensò che fosse la fine, ora l’avrebbe picchiata ma non fu così: Zeljko si tamponò il naso e cominciò a ridere. Le si avvicinò e l’abbracciò: «Perdonami, lo sai che ti amo, perdonami.» La passione, anche questa volta, ebbe il sopravvento. Fecero l’amore come sempre, intensamente, dolcemente, poi, stanco, lui si addormentò. Marianna invece non riusciva a addormentarsi: tanto lo aveva amato quando dormiva solo poche settimane prima, tanto le parve estraneo in quel momento. Marianna sentì imperioso il desiderio di fuggire, si rivestì in fretta, sistemò in qualche modo lo strappo del vestito, scrisse un biglietto d’addio e scappò via correndo. Tornata a casa chiamò subito Eugenio e gli raccontò tutto. Singhiozzava mentre raccontava l’incontro e quella scoperta atroce: contro l’alcool e le cattive amicizie poteva ancora lottare, contro la cocaina no, non se la sentiva. Eugenio, come una Cassandra in versione maschile, le disse: «Ora devi stare attenta, potrebbe farti del male, stai attenta!» Passarono pochi giorni e la profezia di Eugenio, si avverò in parte. Zeljko arrivò, lei tentò di non aprire, con un calcio possente, sfondò la porta ed entrò. Si versò un whisky e ruppe la bottiglia, Marianna non poteva crederci, non poteva essere lo stesso uomo. La spinse sul letto; con una mano la teneva, nell’altra brandiva la bottiglia rotta. Le sedette addosso a cavalcioni e Marianna chiuse gli occhi, ora l’avrebbe ammazzata, continuava a dirglielo, l’avrebbe fatto, era solo questione di minuti… Ma non fu così. Dopo aver tenuto il vetro a pochi millimetri dal suo collo, con gesto deciso si tagliò le vene di un polso, poi quelle dell’altro: il sangue cominciò a sgorgare copioso, imbrattandola tutta e lui era sempre sopra di lei pronunciando frasi sconnesse. Per un lunghissimo attimo Marianna si augurò che perdesse i sensi, ma sembrava avere una forza superiore al normale, il materasso era pieno del suo sangue ma lui non moriva e non mollava la presa. Poi, dopo un tempo che le sembrò infinito, le forze lo abbandonarono. Marianna telefonò ad Eugenio; questi le disse di non fare nulla, pochi istanti dopo era lì con altre due persone. Sollevarono Zeljko e lo portarono in macchina all’ospedale. Fortunatamente sul pianerottolo ed al piano superiore vi erano solo uffici, deserti a quell’ora, Marianna si precipitò in bagno e restò sotto la doccia finché l’acqua non fu gelida; raccolse i vestiti impregnati di sangue, le lenzuola e la coperta ed infilò tutto in un grosso sacco nero. In quel momento non le importava se Zeljko fosse vivo o morto, le importava non finire sui giornali e dare un dolore così grande a sua madre. Eugenio, angelo custode del momento, riapparve con l’amico tassista: lo chiamava spesso dopo l’avventura del loro incontro. Portarono via il materasso e l’aiutarono a ripulire la stanza; il tassista inchiodò una tavola sulla porta e promise di portarne un’altra prima dell’apertura degli uffici. Marianna agiva come un automa, non chiese nulla di Zeljko, in quel momento non le importava nulla e non avrebbe pianto neppure se fosse morto.
Eugenio la portò a casa sua, era un monolocale anche il suo. Le disse di non preoccuparsi e la lasciò sola, non senza averle dato un leggero sonnifero ed aver portato via gli altri. Marianna dormì circa dodici ore, non era abituata ai sonniferi. Decise di tornare a casa sua, con sorpresa e terrore trovò Zeljko lì. La porta era stata sostituita, tutto era in ordine e c’era un materasso nuovo: anche il letto era stato rifatto. Zeljko era seduto nella poltrona che aveva visto sprigionarsi le loro prime emozioni, aveva entrambi i polsi fasciati, sembrava molto più vecchio ed aveva perso ogni velleità minacciosa. Eugenio era lì con lui. Quando la videro arrivare, Eugenio si alzò, le sorrise: «Non aver paura, non farà più niente. Gli ho dato io i soldi per tornare a casa, credo dobbiate parlare un po’, io torno più tardi a vedere come state.» Marianna era lucida e fredda, non si fece commuovere dall’aria bastonata di Zeljko, eppure voleva accarezzarlo e coccolarlo, chiedergli come stava, non lo fece, capiva che avrebbe perso la battaglia se avesse ceduto alla pietà, all’amore, al desiderio o qualunque cosa fosse che la spingeva a volerlo toccare. Marianna avrebbe voluto dimenticare quello che era successo, prenderlo tra le braccia e ritrovare l’intimità di sempre: sapeva che il loro futuro sarebbe dipeso da quello che avrebbe detto o fatto in quel momento. Pregò Dio, affinché le desse la forza per mantenere ciò che la ragione le stava dettando, lottava ferocemente contro l’istinto, che l’avrebbe portata a cedere e perdonare. «Ascoltami bene: ti amo e ti desidero come e più di prima, ma voglio un marito e dei figli, un padre per loro. Sarei venuta da te tra pochi mesi, per sempre, avrei lasciato mia madre senza sapere se l’avrei più rivista, né come l’avrebbe presa. Volevo la laurea solo per tener fede alla promessa fatta a mio padre. Ora non posso più venire, e non posso tenerti qui con me, ora devi dimostrarmi di essere l’uomo che amo ed il padre giusto per i miei figli, ora te ne vai e torni tra un anno, pulito da alcool, droga, amici e tutto il resto. Verrò con te dove vorrai, ma non così.» Pronunciò il lungo discorso tutto d’un fiato, senza osare guardarlo per non mettersi a piangere. «Quando torno, non ti voglio trovare qui!» Spalancò la porta e fuggì via. Camminò quasi correndo per ore, senza rendersi conto dove andasse, il cuore batteva all’impazzata, le lacrime le rigavano il volto, i pugni stretti fino a far male. La stanchezza le fece rilassare i muscoli e si lasciò cadere, stremata, su una panchina. Marianna avrebbe voluto non esistere, forse sarebbe stato meglio che lui le avesse davvero tagliato la gola, ma perché? Erano ad un passo dalla realizzazione di tutto quanto avevano desiderato, avevano avuto fortuna. Perché? Perché? Marianna, se lo sarebbe domandata per anni, e non avrebbe mai trovato una risposta soddisfacente. Quando, timorosa, tornò a casa, lui non era più lì. Era la prima volta che Marianna era contenta di non vederlo! Passarono alcuni giorni relativamente tranquilli. Poi Zeljko scrisse una lettera accompagnata da un vasetto d’orchidee. Marianna aprì quella lettera piena di speranza: sperava di ritrovarvi l’uomo che desiderava più d’ogni altra cosa al mondo; il contenuto della lettera tuttavia non la convinse. Erano frasi d’amore, chiedeva perdono senza fare propositi né promesse serie, la voleva, la desiderava, l’amava, la sognava, non poteva vivere senza di lei, ma non voleva tornare a casa, non voleva vivere lì, non voleva stare con i suoi genitori, non voleva fare il pezzente. Lei non aveva sognato altro che stare con quelle persone, avere una famiglia da amare, vederlo tranquillo, e lui diceva di odiare tutte quelle cose. Non sapeva neppure dove rispondergli, non sapeva dov’era. Così non rispose. D’altra parte cos’altro poteva inventarsi per convincerlo? Concluse che se l’amava davvero, avrebbe capito da solo. Doveva solo aspettare, pregare e sperare. Le giornate scorrevano in qualche modo, Eugenio era il suo unico contatto con il mondo esterno, non l’avevano cacciata dal lavoro solo dopo aver saputo che la storia era finita, le volevano bene, ma era mancata troppe volte ed erano decisi a sostituirla alla prima assenza. Doveva ancora riscattare gli oggetti impegnati, restituire i soldi che Eugenio aveva speso per la porta ed il materasso e quelli che aveva dato a Zeljko per partire. Eugenio la portava spesso a teatro, nei cabaret, a volte al cinema, cenavano spesso a casa di lei, non parlavano che di fatti del giorno; Marianna, non comprava più giornali. Tentava di studiare, aspettava, sapeva che non era finita così, qualcosa di meraviglioso o di terribile doveva ancora accadere. Aveva una gran voglia di telefonare ai genitori di Zeljko per avere notizie, però sapeva che non le avrebbero raccontato la verità, ma solo quello che lui voleva le dicessero. Tutti le chiedevano che fine avesse fatto il suo grande amore, lei odiava rispondere che era finito, per lei non era finito nulla. Tutte le notti immaginava di stare con lui. Per continuare a vivere doveva sforzarsi di ricordarlo con quel collo di bottiglia rotta, mentre minacciava di tagliarle la gola, si costringeva a rivivere quella scena per non abbandonarsi a nostalgie e rimpianti. Passò esattamente un anno e se lo ritrovò davanti alla porta, ubriaco, con in mano un’orchidea, la barba lunga, la camicia sporca.
Bastò uno sguardo per capire che non era cambiato nulla, anzi era tutto peggiorato irrimediabilmente. Marianna si sentì morire. Zeljko entrò farfugliando frasi sconnesse e si buttò sul letto, le orchidee gli caddero dalle mani. Le sorrise con uno stupido sorriso, lei gli accarezzò la fronte, lui le cinse la vita e si addormentò. Marianna continuò ad accarezzargli la fronte, mentre lacrime di disperazione le rigavano il volto; era tornato, l’amava ancora, ma neppure l’amore per lei lo aveva fatto cambiare; non sarebbe cambiato mai! Sua sorella aveva avuto ragione. L’assurdo era che lei lo desiderava ancora, sporco, con la barba lunga, ubriaco, e lei lo desiderava, voleva solo sdraiarsi vicino a lui, abbracciarlo, fare l’amore. Invece, avrebbe dovuto mandarlo via, dirgli che era finita, convincerlo che non lo amava più, era l’unico modo per salvarsi da un’infelicità futura molto più dura da vivere. Lui, nel sonno la chiamava per nome, si stringeva a lei così indifeso e debole, mentre le stringeva la vita. Gli tolse le scarpe, gli tolse i calzini, li mise a lavare nel catino; cercò di togliergli il giubbotto di pelle, ci riuscì a fatica. Nella cintola dei calzoni vide ciò che non avrebbe mai voluto vedere: nella cintola dei calzoni era infilata una rivoltella. Gliela tolse e gli slacciò i pantaloni, lo coprì con un plaid, andò nel bagno, lavò i calzini, accese la stufetta perché si asciugassero in fretta. Uscì a comprare qualcosa da mangiare e per riflettere su quello che avrebbe dovuto dirgli. Telefonò ad Eugenio, raccontò della visita e gli chiese di passare verso sera, non sarebbe stato facile convincerlo ad andare via. Non aggiunse che per lei sarebbe stato difficilissimo mandarlo via. Eugenio era innamorato di lei forse ancora più di Zeljko, ma sapeva che l’avrebbe persa del tutto se mai le avesse fatto anche solo intuire ciò che provava per lei; la parte del padre o del fratello maggiore gli stava stretta, era però l’unico modo per averla accanto. Marianna, rientrando, fece rumore; Zeljko trasalì e, istintivamente, cercò l’arma. Marianna capì immediatamente che aveva paura, che brutta vita aveva scelto! Perché? «Perché?» pronunciò a voce alta, «dimmi solo perché hai voluto distruggere tutto. Sapevo che saresti tornato, ti aspettavo, anzi aspettavo il mio Zeljko, non te. Non ti conosco, non voglio avere niente a che fare con te!» «Lo so» disse lui, «so di averti persa.» «Non avevi perso ancora niente; ora, mi stai perdendo, ora, in questo momento, puoi ancora salvare tutto» implorò lei. «Ti scongiuro, siamo ancora in tempo, ti amo lo sai, ti supplico, lascia perdere tutto…» Era lui che l’accarezzava ora e la stringeva al petto baciando le sue lacrime, le loro labbra si cercavano ed il bacio che ne scaturì fu bello, dolce e disperato come l’attimo che stavano vivendo. «Perché?» bisbigliò lei ancora una volta. Lui tentò di slacciarle la camicetta, lei non avrebbe voluto altro, ma sapeva che non doveva cedere. Era la sua ultima carta, lui sussurrava: «Lo so che mi desideri anche tu, perché non vuoi?» «Perché non sei lo stesso uomo che amavo, se torna l’altro Zeljko mi avrai quando vorrai, con questo sconosciuto non posso, è vero che ti desidero, ma non devo, e non lo farò!» Parlava più a se stessa che a lui. All’improvviso lui divenne un altro: «Sai bene che se volessi potrei prenderti con la forza, quando e come ne ho voglia.» «Fallo allora, così mi togli il problema, sai che lo farei volentieri, metteresti a tacere la mia coscienza ed i miei principi; violentami se vuoi, probabilmente mi piacerà!» si sorprese a rispondere lei. Zeljko aveva recuperato la pistola e se l’era infilata nella cintola, aveva allacciato i pantaloni, si era infilato le scarpe senza calzini: «Hai vinto tu! Sei sempre più forte tu!» Aprì la porta e se n’andò. In fondo alle scale incontrò Eugenio, lo afferrò per la giacca. La sproporzione fisica tra i due era notevole: alto giovane biondo l’uno, piccolo, maturo, bruno, l’altro, sembrava che Zeljko lo potesse schiacciare come uno scarafaggio: «Dimmi solo se ci vai a letto!» La voce di Zeljko era stravolta mentre faceva la domanda che avrebbe voluto fare dal primo giorno. Le parti s’invertirono quando, con calma, Eugenio rispose: «Chiedilo a lei! Se ti dicessi di no, potrei mentire perché mi fai paura; se ti dicessi di sì, potrei mentire, per vendicarmi del fatto che mi stai rovinando la giacca.» Zeljko annientato da quella risposta, lo rimise giù, fece il gesto di volergli spolverare la giacca. «Hai ragione, stalle vicino! Sei un amico! Grazie. Scusami. Qui ci sono i soldi che mi hai prestato. Ancora grazie, mi hai salvato la vita. Mi dimenticavo di dirti che l’amo molto» farfugliò Zeljko confuso. I due uomini sparirono assieme, Marianna restò sola; Eugenio se l’era cavata molto bene. Marianna aveva temuto che Zeljko potesse picchiarlo e fargli male. Andando nel bagno vide i calzini asciutti e le venne voglia d’urlare: non li aveva mai lavati neanche a suo padre e lo aveva fatto per uno che preferiva fare il barbone in giro, piuttosto che vivere con lei. Le venne voglia di bere, avrebbe voluto ubriacarsi e dormire tre giorni di fila, ma non poteva farlo, lui poteva tornare e doveva essere lucida. Per quella sera non tornò nessuno. L’interrogatorio che fece il giorno dopo ad Eugenio non sortì alcuna risposta: quell’uomo la sorprendeva sempre più e suscitava la sua ammirazione, non tradiva la fiducia di chi gli raccontava qualcosa. Eugenio disse solo una cosa: «Zeljko ti ama e non amerà mai più una donna come ha amato te. Andrà a letto con tante donne, ma appena si accorgerà che non sono te le caccerà via, ma qualcuno di voi deve essere molto infelice, tu se starete insieme, lui se starete divisi. Che siate felici insieme è impossibile!» «Perché? Spiegami perché due che si amano non possono essere felici insieme!» incalzò lei. Anche questa volta non ebbe risposta.
Marianna viveva come un automa, sperando ogni sera di svegliarsi da quell’incubo. Si era quasi rassegnata quando lo vide venire al bar e sedersi al tavolino del loro primo incontro. Non lo servì lei. Lui restò lì in silenzio e, poco prima della fine del suo turno, sparì. Lo rivide così altre volte, sempre all’improvviso. Le faceva battere il cuore furiosamente, poi spariva sempre allo stesso modo, riempiendola di dolore e paura. Eugenio era partito, sarebbe mancato sei mesi, forse non sarebbe neppure ritornato e Marianna era proprio rimasta sola. Era stata da sua madre, aveva pensato persino di tornare a Roma definitivamente, ma anche lei, proprio come Zeljko, era fuggita, per tornare a Milano, dove non l’aspettava più niente e nessuno se non i suoi ricordi e le sue paure. |
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| Cap X |
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Fatalità, tornando a Milano, incontrò uno degli amici d’Eugenio, uno di quelli più giovani, un bel ragazzotto moro, ben educato e gentile, un po’ maniaco dell’ordine, non particolarmente intelligente né brillante, di buona famiglia, con una buona posizione, proprio quello che sua madre avrebbe voluto per lei. Cominciarono ad uscire, fecero l’amore; per Marianna era come fare ginnastica e scaricare i nervi. Il loro rapporto sembrava perfetto, niente litigi, nessun problema a letto, qualche week-end in montagna, cinema al sabato, discoteca la domenica sera, qualche coppia che si univa a loro di tanto in tanto, tutto era perfetto. Marianna portava sempre l’anello di Zeljko, non lo aveva mai voluto togliere, sapeva che lo avrebbe tolto solo quando avesse trovato un uomo da amare più di lui, perciò fu molto imbarazzante quando il nuovo accompagnatore si presentò con un anello di smeraldi.
Riuscì a convincerlo che le piaceva molto di più sull’altra mano; il giovanotto cominciò a parlare di matrimonio e Marianna lo ascoltò passivamente, forse era il caso di accettare, non c’era nulla che si frapponesse a quel progetto. Luigi, così si chiamava il suo nuovo fidanzato, faceva programmi, parlava di figli e cercava una casa da comprare; era orfano e cercava anche lui il calore di una famiglia, probabilmente. Marianna decise di raccontargli che aveva amato moltissimo una persona, non raccontò i particolari, ma l’infastidì il modo sbrigativo con cui lui liquidò l’argomento: «E’ acqua passata, anche tu non sei la mia prima ragazza e con questo? Ora, stiamo insieme, no?» Aveva ragione, ma qualcosa di quella conclusione semplicistica disturbò Marianna. Nel frattempo, erano passati parecchi anni, era diventata comproprietaria del bar dove aveva lavorato tanti anni, si era laureata e la sua vita stava prendendo una strada sicura e rispettabile. Era la settimana che precedeva il Natale quando si sentì prendere sottobraccio all’improvviso. Era Zeljko, poco mancò che non svenisse: «Sta zitta e cammina», disse lui senza troppi riguardi. Camminarono in silenzio per qualche isolato e lui la sospinse in un portone. Mentre camminavano Marianna non osò guardarlo in faccia, non sapeva che intenzioni avesse. Nonostante avesse un po’ di timore, era felice di vederlo: almeno era libero e vivo. Camminarono a passi veloci fino a casa di Marianna: sembrava lui sapesse benissimo dove fosse, anche se lei l’aveva comprata da poco. Entrarono nell’appartamento. Quando la porta si chiuse, si guardarono finalmente in viso, lui era dimagrito, sembrava invecchiato, i primi capelli bianchi striavano il suo bel biondo. «Ti trovo bene» mentì lei. Lui la fissava in silenzio, le prese le mani, guardò l’anello della sinistra e gliela baciò, poi guardò l’altro: «Questo costa molto di più» commentò, non senza un po’ di sarcasmo. A Marianna tremavano le gambe e chiese di potersi sedere. «Ho saputo che stai per sposarti, volevo solo farti gli auguri.» «Ma chi ha detto che mi sposo? Non mi sposo! Non ho nessuna intenzione di sposarmi!» affermò lei senza riflettere. «Lui è certo di sposarti, so che non lo ami, per questo non m’importa se lo sposi o no, mi spiacerebbe solo che avessi dei figli con lui, vorrei avere io il figlio con te, sei l’unica donna con la quale vorrei un figlio, l’unica che saprebbe educarlo bene, farlo diventare qualcuno e non fargli odiare il padre.» «Sei pazzo!» disse lei «Non tanto come credi. Ti conosco ed ho pensato a tutto, ho fatto gli esami, non ho l’aids, sono mesi che non bevo e non sniffo, sono pulito come un agnellino, quello è un bravo ragazzo e non sospetterebbe nulla, tu ameresti di più un figlio nostro che uno di quello lì.» «Ma se davvero non bevi e non sniffi, saremmo ancora in tempo! Torna a casa, trova un lavoro, dimostrami che sei cambiato e facciamo in tempo a farlo crescere insieme questo bambino che dici di volere tanto.» Parlava il suo cuore, non si rendeva conto che gli stava offrendo, ancora una volta, di lasciare tutte le sue certezze per tentare un salto nel buio con lui. «Io non voglio vivere in un paese comunista e non voglio farmi mantenere da te. Se tu venissi là, dopo poco mi odieresti; se io stessi qui con te mi odieresti lo stesso, con l’aggravante che mi odierei anch’io, più di quanto non lo faccia ora.» Marianna notò che Zeljko parlava un perfetto italiano. Se lui l’avesse toccata, non avrebbe saputo dirgli di no e sperava lo facesse, voleva solo tornare a stringerlo e sentirlo suo, ancora una volta. «Mi desideri ancora vero?» sembrò leggerle nel pensiero. «Sapessi quanto t’ho desiderata, ogni notte e tutte le mattine, ti ricordi quando facevamo l’amore di mattina? Era super!» aggiunse sorridendo. «Pensa alla mia proposta, pensa che ti amo e non mi sposerò mai, odio le donne che non sono te, finito di far l’amore non le posso più guardare.» Marianna ripensò ai loro magici momenti dopo l’amore e alle parole profetiche d’Eugenio. «Perché non riproviamo? Perché non vuoi tentare un’altra strada?» ora piangeva senza più trattenersi. «Buona, buona, non piangere!» Le si avvicinò ed iniziò a baciarle le lacrime come solo lui sapeva fare e fu come se avessero fatto l’amore, i battiti del cuore accelerarono, le mani si sfiorarono e i pensieri si confusero. «Noi possiamo amarci anche così, noi possiamo raggiungere l’orgasmo anche senza toccarci solo guardandoci. Ti ricordi quando lo abbiamo fatto in quella pensioncina vicino a Capodistria? Povero Luigi che ne sa lui di queste cose?» Si mise a ridere, rideva di rado e quando lo faceva ringiovaniva di dieci anni. «Non voglio rovinarti la vita, ti amo troppo per farlo. Il tuo Luigi ti starà aspettando, rifatti il trucco e va, se facessimo l’amore non lo sposeresti più, io non ho niente da offrirti, va ora, ti chiamo un taxi.» Marianna uscì da quella casa come ubriaca, non poteva vedere Luigi, voleva solo stare sola. Zeljko era diventato un uomo, il timido goffo ragazzo era solo un ricordo e le piaceva sempre di più; questa volta era come se l’avesse respinta lui, anche se entrambi avevano provato le stesse emozioni: un figlio da lui, sarebbe stato davvero un figlio dell’amore, ma sarebbe stato bello che lo vedesse crescere, che lo tenesse in braccio e lo facesse volteggiare in aria come aveva fatto con la piccola Kcenja. Sarebbe stato un buon padre ed un buon marito, perché allora non si poteva realizzare? Luigi era venuto a prenderla, dovevano andare a cena da amici comuni. La cena fu un supplizio. Quando furono finalmente soli, Marianna disse a Luigi a bruciapelo: «Oggi ho visto Zeljko.» Luigi non disse nulla. «Non mi chiedi nulla?» incalzò lei. «Hai cominciato tu il discorso, vuol dire che vuoi raccontarmi qualcosa. Volete tornare assieme?» disse lui laconico. «No, no, non vogliamo tornare insieme!» assicurò lei. «Allora puoi anche non raccontarmi nulla» concluse lui. «Ma ho provato delle emozioni, mi tremavano le gambe!» precisò lei. «E’ normale, con quello che ti ha fatto passare? Che voleva?» «Farmi gli auguri!» «Perché è il tuo compleanno?» «No per il nostro matrimonio!» «Gentile, quando decideremo la data, se vuoi invitarlo, fallo pure!» Marianna avrebbe preferito una scenata di gelosia a quell’assurda sicurezza. Le sembrò stupido, possibile che non capiva che lei non lo amava come aveva amato Zeljko? Glielo disse: «Non ti amo come ho amato lui!» «Ovvio, ogni amore è diverso! Non preoccuparti, non sono geloso di quel morto di fame!» Marianna tacque e capì che non lo avrebbe mai sposato. |
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| Cap XI |
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Lasciare Luigi fu un’impresa sgradevole e difficile, lui non si rassegnò e si divertì a tormentarla in tutti i modi. Presuntuoso com’era, gli sembrava impossibile che lei non volesse sposarlo senza avere un altro uomo. Ritentò più volte di riallacciare la relazione e allontanarlo per Marianna fu penoso, non riusciva a rispettare un uomo disposto a sposarla pur sapendo che non l’amava. Era diventato un’ossessione, le telefonava a tutte le ore, faceva di tutto per incontrarla nei posti più disparati, un giorno le fece una scenata al bar. Ogni sera doveva staccare il telefono, prese persino un cane sapendo che Luigi ne aveva timore. Andò da sua madre per un mese; decise di fare un viaggio organizzato per distrarsi e, arrivata a Milano, cambiò casa, ancora una volta. Giurò a se stessa di non allacciare mai più un’altra relazione con nessuno. Meglio sola che mal accompagnata! Mai proverbio fu più appropriato. Dovette rinunciare anche alle poche amicizie comuni e tentare di farne delle altre, iscrivendosi a club sportivi e frequentando palestre. Cercava anche un lavoro gratificante, ma non era facile trovarlo e, stare dietro al banco del bar da semi-padrona, in fondo, non la disturbava, oramai quel bar era la sua casa, vi aveva trascorso troppi anni. Zeljko non si era più fatto né vedere né sentire. Marianna meditava spesso a come la vita facesse fare dei lunghi percorsi assieme a delle persone che poi ti strappava via: non aveva più avuto notizie né di Fabrizia, né di Pietro, né di Simon e Marika e anche di Eugenio non si avevano più notizie; dopo la partenza si era fatto vivo raramente e solo con auguri e cartoline. Eugenio, una volta, le aveva detto che le cattive notizie arrivano sempre e fu così anche quella volta: qualcuno le fece sapere che Zeljko aveva ucciso un uomo ed era in carcere in Francia. La notizia la colpì. Zeljko era sì un delinquente, ma in più occasioni si era mostrato umano, anche quando aveva minacciato lei, alla fine aveva fatto del male a se stesso. Anche quella volta, seppure a distanza, lui le lesse nel pensiero e le inviò una lunga lettera in cui giurava di non essere stato lui e che non voleva che lei pensasse che era diventato un assassino. Pochi giorni più tardi venne da lei un uomo, le portava un’orchidea da parte di Zeljko, per il suo compleanno e chiedeva una sua fotografia. Marianna lesse e rilesse quella lunga lettera, pianse molto e decise di non rispondere. Mandargli la foto voleva dire che un uomo in carcere avrebbe contato su di lei, sarebbe uscito e sarebbe magari venuto a cercarla. Che avrebbe potuto dargli lei ora che il baratro era stato aperto, che gli anni erano passati? Gli aveva offerto tutta se stessa ed il suo futuro, avrebbe grattato la terra con le unghie se lui lo avesse fatto con lei, gli aveva offerto di stare insieme anche l’ultima volta che si erano visti, era lui che l’aveva lasciata, che poteva fare ora? Scrivergli non sarebbe stato un problema, lo avrebbe fatto volentieri, poteva anche andare a trovarlo, mandargli del denaro se ne aveva bisogno, cosa le sarebbe costato poi mandargli una fotografia? Lei teneva nel portafogli la sua di quando era militare, quella che gli aveva dato sua madre, quando tutto sembrava fosse possibile. Ora però era un uomo che non conosceva più, uno che per anni aveva fatto rapine, forse solo per il gusto di farle; che fosse stato lui o un suo amico ad uccidere un uomo faceva poca differenza: se avesse deciso di fare il lattaio o qualunque altro mestiere, quell’uomo non sarebbe morto. Non poteva illudere per anni un uomo così, uno che in preda all’alcool e alla cocaina aveva minacciato di ucciderla e non l’aveva fatto perché allora l’amava, a modo suo, ma certo l’amava. L’avrebbe ancora amata all’uscita dal carcere dopo dieci anni? Aveva cambiato casa, ma l’aveva trovata lo stesso, sarebbe potuto andare da sua madre, avrebbe potuto fare scandali al bar, avrebbe potuto continuare ad amarla. Decise di scrivergli tutto quello che le passava per la testa, i dubbi e le paure e lo pregò di non scriverle più. E lui non le scrisse più. Qualche mese più tardi arrivò un ritaglio di giornale in cui si diceva che era stato scagionato dall’omicidio e che la pena era stata ridotta a tre anni. Marianna ne fu felice per lui e lo ringraziò col pensiero per averglielo fatto sapere. L’anno successivo per suo compleanno arrivò un’orchidea senza biglietto.
E così l’anno dopo. E l’anno dopo ancora. Allo scadere dei tre anni Marianna sperò che arrivasse lui, ma non si fece vedere. Il quarto anno, il quinto, il sesto, il settimo, l’ottavo, il nono, il decimo anno, l’orchidea anonima non mancò mai. Marianna era riuscita a diventare assistente universitaria, aveva rilevato il bar, aveva fatto amicizia con alcuni professori e le loro mogli, aveva scritto anche un libro che aveva avuto un discreto successo. Non si era mai più impegnata in storie lunghe, aveva avuto qualche accompagnatore fisso, che non era mai stato promosso a fidanzato, aveva viaggiato: una vita impegnata e tranquilla. Sua madre alla fine si era decisa a trasferirsi a Milano, il loro rapporto aveva perso l’animosità di un tempo, la madre le rimproverava spesso di non averle dato la gioia di un nipotino e per Marianna quelle parole suonavano come stilettate; le chiedeva anche del suo innamorato poco di buono e, per non farglielo nominare, più Marianna le disse che si era ucciso. In fondo non era che una mezza verità, Zeljko si era tagliato le vene ed aveva davvero rischiato di morire quella notte e poi la sua scelta di vita non era forse stata un continuo tentativo di suicidio? |
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| Cap XII |
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Marianna era ancora giovane, pur avendo preso un po’ d’abitudini da zitella, l’amore esagerato per il vecchio cane, piccoli vizi ed abitudini, proprie delle persone che vivono sole. Frequentava persone più anziane di lei ed era un po’ sfiorita anzitempo. La vita forse le avrebbe riservato un altro amore ed un’altra emozione, ma lei questo non lo sapeva e considerava chiuso quell’argomento. Da qualche tempo non ascoltava canzoni, non guardava film sentimentali, non leggeva neppure romanzi, aveva allontanato da sé tutto quello che poteva ricordarle sensazioni e desideri; la sua femminilità non ne soffriva, continuava a curare il suo aspetto e la sua conversazione era brillante e spiritosa. Evitava di frequentare coppie della sua età e meno che mai frequentava gente con figli piccoli. Sua madre non stava bene e lei l’andava a trovare tutti i giorni; all’università era ben voluta dagli studenti per le sue affermazioni spesso trasgressive per quei tempi. Le piaceva stare coi giovani, la vita le aveva impedito di frequentarli quando le sarebbe spettato di diritto e così viveva ora il suo momento. Quando era con loro, i suoi occhi risplendevano dell’antica luce; subito dopo però, riprendevano quella patina di tristezza che l’aveva caratterizzata in quegli anni, sorrideva spesso, gli occhi però restavano tristi. Al bar andava di rado: passava di solito la sera a ritirare l’incasso e a preparare gli ordini per il giorno dopo. Una sera la giovane cameriera, che faceva le sue veci di allora, le disse che era venuto un signore e aveva chiesto di lei, aveva chiesto anche di suo marito e lei gli aveva detto che non era sposata e che certo sbagliava persona. Marianna chiese a che tavolo si era seduto e capì subito che Zeljko era tornato. Marianna ebbe paura, paura di se stessa, del male che gli aveva fatto non scrivendogli mai, paura di come fosse diventato, paura di vederlo, si vergognò delle sue paure e le alimentò con mille pensieri. Per giorni evitò di andare al bar la sera trovandosi scuse e mille cose da fare. In quei giorni la salute di sua madre peggiorò e fu ricoverata in ospedale. Marianna non l’accudiva come aveva fatto con il padre, inoltre gli ospedali in quegli anni erano diventati più confortevoli e non vi erano più squallide corsie dove si moriva dietro ad un paravento: la giustificazione era buona. Lo strano signore veniva tutte le sere e Marianna si pentì anche di aver rimandato l’incontro, sentiva strani rimorsi ed assurdi timori. Lo vide arrivare e gli andò incontro. Come aveva immaginato, quell’uomo non era più quello che conosceva, i capelli erano quasi tutti grigi, eppure era ancora giovane; il viso scarno accentuava il naso importante che aveva anche allora, le rughe erano ancora più profonde, lo sguardo aveva perso la sfrontatezza che faceva parte del suo fascino, le spalle erano curve, indossava ancora i soliti jeans ed il solito giubbotto di pelle, il passo era il suo, le mani erano le sue, quelle grandi mani un po’ tozze che aveva tanto amato. Lo prese sottobraccio e s’incamminarono verso casa in silenzio. «Grazie per le orchidee, non dovevi disturbarti.» «Volevo che tu sapessi ch’ero vivo e che non avevo dimenticato.» «Non ti sei più sposata, come mai?» «E mi chiedi come mai? Dopo quel pomeriggio? Lo sapevi che non mi sarei sposata, lo hai fatto apposta!» «E tu ti sei sposato?» «Ti ho detto che non mi sarei sposato mai, perché me lo chiedi?» «Si dicono tante cose, poi la vita fa quello che vuole.» «Sì, hai ragione, ma tu perché non ti sei sposata? Qualcuno mi aveva detto che avevi anche due figli e che eri sposata.» «Avrei potuto avere un figlio solo da un uomo che avessi amato davvero, ho amato solo te e così niente figli.» «Se me lo avessi dato quando te l’ho chiesto, invece di imbrogliarmi prendendo la pillola non sarei andato via.» «Sai bene che in quel momento sarebbe stato un disastro, come avremmo potuto fare? Non avevamo niente.» «Io non ho niente neanche ora, sai che mio padre è morto?» A Marianna s’inumidirono gli occhi, aveva amato quell’uomo gentile. «Quando è stato?» «Due anni fa, un tumore ai polmoni, fumava molto, fumi troppo anche tu, non dovresti fumare.» «Senti chi parla!E tu che fumavi, bevevi e sniffavi?» «Ora non faccio più nulla di tutto questo, è stata molto dura però.» Parlando erano arrivati a casa; il vecchio cane sembrò gradire l’ospite di Marianna e, dopo i convenevoli di rito, tornò alla sua cuccia. «Tua madre e tua sorella come stanno?» «Mia madre è invecchiata, mia sorella non si è sposata e sta con lei, lavora sempre al tribunale, mi hanno detto di salutarti.» Gli occhi di Marianna s’inumidirono di nuovo. «Grazie, ricambia, dì loro che li ho amati tutti. E Kcenja? Hai più rivisto quella bambina?» «Sì, si è sposata ed è incinta. Sai che ho tolto i tatuaggi? E’rimasto qualche segno, non li hanno tolti proprio bene, ma li ho tolti.» Marianna ebbe un brivido, perché toglierli adesso? «Marianna mi hai amato davvero? Saresti venuta davvero a vivere a Novi Sad?» «Dio mi castighi più di quanto non abbia già fatto, amavo quel castello, quel fiume come se ci fossi nata, amavo tutto quello che faceva parte di te, ti ho amato anche in questi anni. Perché credi non mi sia sposata?» «E mi ami ancora?» «Questo non lo so, quando sei arrivato avevo paura di te.» «E ora, hai ancora paura?» «No, ora no, sono stata una sciocca, ma sono passati tanti anni e tu con la droga, la galera, le rapine, che ne sapevo com’eri diventato?» «Stanco, ecco cosa sono diventato, stanco e vecchio, non vedi quanti capelli bianchi?» «Vedo, troppi per la tua età!» «Marianna, sono stanco, stanco di stare solo, stanco di pensare a te come l’unica occasione che ho avuto nella vita, stanco di andare in giro per il mondo, stanco di sognare un figlio, di far l’amore con te ogni notte, di vedere te in ogni donna che ho avuto e di rendermi conto che stavo con una puttana e di aver buttato via l’unica cosa bella della mia vita.» «Puoi dire della nostra vita.» «Hai ancora il mio disco?» «Sì» «Mettilo, ti prego.» “Io camminerò, tu mi seguirai, angeli sbagliati noi. . .” La musica risuonò nella stanza. «Avrei voluto essere la tua guida, volevo che tu ti appoggiassi a me, invece ero sempre io ad aver bisogno di te; volevo essere io quello che avrebbe risolto tutto, volevo una casa con te, volevo offrirtela io, ma sono un vigliacco, senza alcool e droga non sapevo fare nulla, e così ho rovinato tutto. Non ti credevo, avevo paura di perderti e così ti ho cacciata via.» «Ora è tardi, è troppo tardi.» Zeljko iniziò a piangere e Marianna ricordò come le asciugava lui le lacrime, e iniziò a baciarlo sugli occhi, come tante volte aveva fatto lui, piano piano iniziò a leccare le lacrime ed accarezzargli i capelli, la fronte, e lui le abbracciò la vita, chiuse gli occhi e lei continuò a baciarlo sugli occhi e piano piano raggiunse le labbra. Antiche emozioni riaffiorarono e questa volta non ci furono freni né inibizioni: la passione repressa per tanti anni divampò come un incendio indomabile. Erano tornati ragazzi, erano ancora loro due ed il disco risuonava senza sosta, si amarono più e più volte come se volessero recuperare tutto il tempo perduto in quegli anni, anche quella volta restarono chiusi in casa per giorni. Marianna inserì la segreteria automatica con un messaggio in cui diceva di essere partita per impegni urgentissimi, si dimenticarono di mangiare e di bere, erano solo loro ed il loro amore, questa volta non si sarebbero lasciati mai più pensava Marianna. Ora lui era pulito, aveva pagato tutti i suoi debiti con la società e l’amava ancora. Marianna era di nuovo felice, Zeljko si era addormentato e lei lo guardava con lo stesso amore di tanti anni prima, era così indifeso quando dormiva. «Verresti a Novi Sad? Adesso?» Zeljko si era svegliato e la guardava fisso negli occhi. «Ma come faccio? Mia madre è in ospedale, sono giorni che non vado al bar, all’università poi mi avranno data per dispersa.» Zeljko si alzò e sparì nel bagno. Uno sparo lacerò il silenzio. Zeljko era morto, lì nel suo bagno, e lei non poteva farci più nulla. |
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