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Maria Vittoria Morokovski

 

17 anni e mezzo

 

Il ragazzo che mi piaceva e mi corteggiava aveva i genitori che avevano vinto la targa Florio, lui sfrecciava nel traffico con un’utilitaria in cui il suo metro e novanta sembrava la reclam della ‘’buona carne in scatola ’’.

Lui era grande, aveva diciannove anni e la patente da uno, si vantava di voler correre per la Formula tre, sarà poi esistita una formula tre?

Gli ho creduto ciecamente e non ho mai approfondito la questione.

Poi l’ho visto a bordo di una Ferrari, immancabilmente rossa e da quel momento l’unico mio pensiero fu quello di prendere la patente.

La prima lezione di guida tentò di darmela mia madre.

Eravamo a Francavilla a mare, davanti alla casa, che prendevamo in affitto per tutta l’estate, il maggiolino bianco di mia madre era ben accostato al marciapiede, davanti al suo musetto simpatico un bel palo della luce e mia madre decise di darmi la prima lezione, la notte precedente al gran giorno non dormii per l’emozione, m’immaginavo sfrecciare sul lungomare e sorpassare la MG di quel tipo che si dava tante arie perché era l’unico a possedere la macchina sportiva.

Quando giunse il momento supplicai mia madre di allontanare l’auto dal lampione, ma lei non mi diede retta e così fu centrato al primo colpo, mia madre urlò ed io piansi di rabbia e di vergogna: ‘’Eppure te lo avevo detto!’’ piagnucolai.

Mia madre non volle sentire ragioni e così, ognuna di noi, rimase dell’opinione che fosse colpa dell’altra e di lezioni di guida non si parlò più.

Presi le lezioni sacrificando i soldi destinati ai dischi di Elvis ed il mio ‘’innamorato’’ fece il resto, affermavo che era il mio ragazzo anche se non mi aveva mai detto nulla e non mi aveva neppure baciata una volta.

Venne il gran giorno, mia madre doveva partire per Milano, in quelle occasioni, portava con sé le chiavi del maggiolino.

Quella volta fui più furba di lei, gliele nascosi, dopo averle cercate per mezza giornata, la poveretta si rassegnò e partì senza, raccomandandomi di cercarle.

Mi vergogno un po’ se penso all’espressione angelica che feci rassicurandola e promettendole di cercarle.

Non appena fui certa del suo arrivo a Milano incominciai la mia avventura per le strade di Roma, salutai e mi feci vedere da tutti gli amici e la sera andai a prendere Giancarlo per andare ad una festa, Giancarlo era uno strano, aveva 25 anni e non aveva ancora la patente (seppi poi che non la volle prendere mai, sostenendo che girare in taxi era più economico che avere un’auto, motivava la sua scelta con validissime argomentazioni e diceva: -Quanto costa un’auto ed il suo mantenimento? E un garage? Quanti taxi devi pagare per spendere altrettanto?-)

Forse aveva ragione lui!

Allora mi sembrava strano, in ogni modo era l’unico che osava salire sull’auto con me.

Andammo ad una festa ed io mi offrii di riaccompagnarlo a casa.

Si complimentò perfino, salutandomi.

Pochi istanti dopo un gran fracasso lo fece precipitare in strada.

Era il maggiolino che aveva centrato tutto i cerchioni delle macchine in sosta,mentre io cercavo la sigaretta accesa che mi era caduta.

Anche della mia rapidissima fuga non sono troppo orgogliosa.

Il maggiolino era una macchina forte, tedesca, e non si fece nulla.

Il giorno seguente, sempre con Giancarlo, unico eroe del momento, credo fosse molto innamorato di me visto che continuava a rischiare la vita per non lasciarmi andare in giro da sola, mentre andavamo a Ostia sfrecciando sulla Cristoforo Colombo, volli vedere una moto che ci sembrava molto bella e veloce, la raggiungemmo ed il poliziotto che la guidava mi fermò per eccesso di velocità.

Il buon Giancarlo, che non capiva nulla di patente e affini, per perorare la mia causa, sostenne che facevamo spesso quella strada a quella velocità e che nessuno ci aveva mai contestato nulla.

La catastrofe stava per abbattersi su di me, quando un pirata, più pirata di me, attirò l’attenzione del poliziotto che ci fece andare e si lanciò all’inseguimento del mio salvatore.

Non sarebbe carino ripetere cosa dissi a Giancarlo per ringraziarlo di aver perorato la mia causa.

Il terzo giorno passò senza inconvenienti.

Il quarto invece io ero davvero innocente, un disgraziato mi venne addosso senza pietà da sinistra e distrusse la mia fiancata.

L’assurdità fu il dover tacere e pagargli i danni, non avevo la patente, non potevo farci nulla.

Giancarlo per fortuna aveva 25 anni ed aveva un conto in banca, il maggiolino fu riparato e mia mamma non si accorse di nulla.

Dovetti rinunciare a dischi, vestiti e discoteche per molto tempo per pagare il debito, fortuna che mia madre non mi chiedesse mai conto di come spendessi i soldini che mi dava.