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I Giovani: la loro vita!

 

Droga: cause, responsabilità, prevenzione

Claudia Lo Blundo Giarletta

   Ciò che divide una situazione di vita normale da quella di una vita precipitata nel tunnel della droga è una sottile linea di demarcazione.

   Stai al di qua della linea e la vita scorre in quel binario che la società civile ama definire normale; una vita fatta di sicurezza familiare, di studi, di lavoro, di tutto, o quel poco, che consente  di dire che si, insomma, la felicità non esiste ma, comunque, si va avanti e in qualche modo ci si accontenta.

   Potrebbe anche trattarsi di una vita in cui l’individuo è scontento, pieno di angosce, di desideri che reputa irrealizzabili, di sogni infranti, di carriere mai intraprese o concluse troppo presto, di malattie invalidanti; eppure dinanzi a questi esempi di situazioni negative negli individui che le subiscono può rimanere, come una luce rassicurante che si vede in lontananza, la convinzione che il domani darà una possibilità di ripresa e che, perché questo si realizzi, occorre solo avere pazienza con se stessi e fiducia in se stessi.

   Poi c’è la linea di demarcazione al di là della quale, lo si sa, una sola cosa differenzia il primo tipo di vita, da quella che potrebbe viversi al di là della linea, solo una cosa: l’utilizzo della droga!

   Non si sta qui a fare un discorso sui vari tipi di droga, ma in questo termine si intende includerle tutte: da quelle che si reputano leggere, a quelle che, assunte da sole o in un mix di bevande o medicinali, sono in grado di rovinare, a volte in maniera irreparabile, il cervello e altri organi del corpo umano.

   Se l’uso della droga è deleterio perché la si assume?

   Giusta domanda, una domanda che sconcerta maggiormente se si pensa a quanta pubblicità negativa viene fatta su tali sostanze.

   La risposta è sempre stata semplice, a quanto sembra: si assumono le droghe, i vari tipi di sostanze oppiacee perché la si trova.

 Si assume droga perché qualcuno parla di una certa sostanza, la fa conoscere, ne magnifica le virtù o assicura che, assumendola, si dimenticano tutti i mali e poi la fa provare gratuitamente, per propria bontà d’animo.

   Si assume la droga  perché qualcuno, invece di vendere pane, salumi, verdure, abiti, macchine e via via, tutto quel che si vuole, decide di vendere droga!

   Ma c’è una differenza: si sceglie se comprare pane, salumi, verdure, abiti o macchine, ma, al contrario, non si sceglie, di comprare droga, infatti in questo caso l’individuo che la assume lo fa a seguito di un involontario condizionamento.  

 

Perché la droga

 

   Baudelaire, che con artisti e filosofi del suo tempo faceva uso di droghe, ne parla quasi fosse la quintessenza del piacere, ma vorrei sapere quanta amarezza procura, nell’animo di chi lo vede, quel bel film in cui il grande attore Robert De Niro dopo una vita di amarezze e delusioni conclude la propria vita in una squallida sala da oppio!

   La letteratura ha fornito spunti affascinanti sull’uso della droga che per anni circolava soltanto in ambienti esclusivi, soltanto in particolari situazioni, il tutto in maniera molto riservata, cosa che, a quanto sembra, accade ancora oggi.

   Poi, come avviene per tutte le cose, anche gli oppiacei sono diventati oggetto di grossa commercializzazione, fonte di guadagni sempre più cospicui che non bastano mai visto che é stato necessario ampliare sempre più il numero di chi potesse farne uso, e come avviene in tutte le questioni commerciali si sono cercati i possibili avventori: i figli di papà, gli studenti, chi poteva dare l’idea di avere, comunque, la possibilità di acquistarne anche solo piccole dosi.

  Nel processo di crescita, usare qualcosa che somigliasse alla droga, la ritenuta semplice canna, è diventato come un segno di distinzione tra i ragazzi: quasi il passaggio dall’infanzia alla gioventù sancito dalla capacità di usare un qualcosa di cui una volta si sapeva ben poco sulle conseguenze negativa ma si sapeva bene che si trattava di un qualcosa di proibito dagli adulti perché poteva far male: ma per i giovani, lo sa bene chi è stato giovane, proprio tutto quello che è proibito diventa più appetibile.

   Quello che tanti giovani non hanno capito e non capiscono, è che tali sostanze, da loro ritenute innocue, producono il gioco dell’assuefazione: un po’ come prendere una medicina contro il mal di testa e prendendola in continuazione alla fine non fa effetto e ne occorre una dose più forte e poi sempre più una più forte.

   Quello che tanti giovani non  hanno capito e non capiscono è che vi è chi si arricchisce a loro danno perché altro può essere arricchirsi vendendo, non so, pane o carne, altro è vendendo veleno. In effetti è come dire: io pago perché tu possa rovinarmi giorno dopo giorno.

   Ma c’è chi spiega queste cose ai neo giovani?

   Si! Se ne parla tanto nelle scuole, nei luoghi di raduno di giovani, alla Tv.

   La risposta, quindi, è positiva, ma in che maniera vengono spiegate e in che maniera i giovani recepiscono tali informazioni: deve esserci un motivo per cui tanti non riescono ad uscire fuori da questo girone.

 

La responsabilità dei giovani

 

   Sino a ora ho volutamente detto che i giovani non capiscono  così come volutamente non ho detto: non vogliono capire.

   In realtà nel dire non capiscono in qualche modo li si libera dalla responsabilità del danno che recano a loro stessi.

   Se si sta attenti, nel tono di voce degli adulti responsabili, siano essi i genitori o gli educatori, mentre dicono che questi giovani non capiscono, si può cogliere una sottile ricerca di de- responsabilizzazione: quasi ci fosse una fatalità in tutto questo, una fatalità che si, si cerca di arginare ma contro la quale ci si sente impotenti.

   Beh la cosa cambia aspetto se al termine non capiscono, si sostituisce la frase non vogliono capire, perché allora ci si può chiedere: perché non vogliono capire? Cosa impedisce loro di capire?

  Spesso a questo punto il discorso viene ribaltato sulla responsabilità della società odierna che non aiuta i giovani, che presenta una prospettiva di vita che non si può realizzare, che fa vedere tutto bello e facile quando invece non lo é.

   Ma, domando, esiste una entità che si chiama società?

   Ormai tutti sappiamo che la società siamo tutti noi uomini che la formiamo; così come tutti sappiamo che la società ha un nucleo centrale, fondante, e questo nucleo è la famiglia: la famiglia di cui fa parte il giovane che si droga. Una famiglia - per riportare una frase del filosofo Adorno – che si direbbe l’infelice cellula della società ma che, nel contempo, sembra sia la cellula protettrice della volontà intransigente di creare una società diversa.[1]

   Un membro della famiglia quando lo si scopre dipendente dall’uso delle droghe, purtroppo, non lo si può più buttare giù dalla Rupe Tarpea quale essere indesiderato, ma occorre tenerselo in casa come un pungolo continuo verso il quale non si sa come comportarsi, non si sa come arginare i suoi malumori, la sua perduta voglia di studiare, di lavorare, di costruirsi quella che, per convenzione sociale, viene definita una vita normale.

   Non vuole capire!

   Già perché, passato il primo momento di logico sbandamento, anzi, di vergogna, in cui un genitore scopre che il proprio figlio non ha alcuna intenzione di non fare più uso di stupefacenti, quando un genitore si rende conto che accontentare le sue continue richieste di denaro significa recare un danno economico alla famiglia, allora finalmente decide di fare lunghi discorsi al figlio nel disperato tentativo di farlo rinsavire e quando si rende conto di non riuscire a scalfire la corazza che il figlio si è creato, per non accettare di dover soffrire, alla fine decide di cercare aiuto: qualcuno riuscirà a far capire al figlio il danno economico e fisico che consegue dall’uso della droga? Non a caso dico per prima danno economico, purtroppo, in molti casi solo questa molla ha fatto scattare la richiesta di aiuto verso chi poteva intervenire.

   Non vuol capire!

    Forse la situazione è già andata troppo avanti e in gioco ci sono diversi fattori deterrenti.

   Il primo? Chi ha trovato una fonte di guadagno difficilmente mollerà la propria vittima e, senza scrupoli per il degrado fisico e sociale  in cui questi precipita, cercherà di agganciarlo in tutti i modi pur di spillargli altri soldi incurante se il dipendente non abbia più dove racimolarli: beh che vada a rubare!

   Questo è forse l’ultimo atto di un sequel iniziato anni prima  nei bagni di scuola o dentro un portone e comunque sempre in un luogo al di fuori dalla vista e dal controllo degli adulti, quando due, tre o più ragazzini si riunivano per fumare una innocente canna con la quale dovevano solo dimostrare di essere in gamba.

   Un secondo fattore deterrente? La famiglia, i genitori di chi si droga.

   Spesso i genitori non vogliono accettare che il proprio figlio faccia uso di droghe, tendono a minimizzare, a nascondere, a scusare, eppure oggi non è più come ieri: i mass media parlano di questo problema, di questa piaga sociale che distrugge tanti giovani che invece di essere produttivi per la società ne diventano un peso economico: si pensi ai costi per mantenere i centri di assistenza, di recupero, di reinserimento nella società.  

   Si pensi ai costi economici che le famiglie di questi giovani devono affrontare per collaborare al recupero dei propri figli.

   Ma forse c’è un motivo che induce la famiglia a nascondere a minimizzare, c’è un motivo che induce un genitore a coltivare l’idea che, in fondo, il proprio figlio, non è come tanti drogati, e così tenta di scusarlo perché in effetti:

   lui studia… anche se…!

   oppure: lavora… anche se..,!

   lui ha una famiglia… anche se..!

   Solo se si avrà il coraggio di affrontare quell’anche se… si potrà sperare di recuperare il proprio figlio alla vita normale.

 

Importanza del rapporto genitori-figli

 

    Il coraggio di affrontare l’anche se lo ebbe, negli anni ’70, un uomo semplice Vincenzo Muccioli, che divenne un grande educatore, salvatore di tanti giovani che, per essere stati ricondotti alla vita da lui, lo hanno definito un loro secondo padre.

   Lo capì, negli anni ’70, anche la scrivente, che nell’ancora giovane Comunità di S. Patrignano, ideata e voluta da Muccioli, in quel rifugio trovato dopo vani tentavi alla ricerca di un posto in tutta Italia, non riuscì a far accettare una minorenne, la cui colpa era quella di avere un padre che  non aveva voluta riconoscerla, ed una madre che la rifiutava nella speranza di rifarsi una nuova vita con nuovi figli. Non avendo genitori che avrebbero potuta seguirla nel cammino di riabilitazione la ragazza rimase fuori.

   Oggi esistono centri zonali, i SERT, che molti colpevolizzano in quanto sembrano solo destinati alla distribuzione di metadone.

   I SERT cercano di mettere in atto tutte le strategie possibili per il recupero personale e sociale di tanti giovani, che non possono essere accolti nelle Comunità di recupero per mancanza di recettività o perché loro non sono disposti ad andare in quelle Comunità. Ciò, purtroppo, determina che questo giovane sia sempre al centro delle attenzioni di chi vuole vendergli quella dose giornaliera che lo faccia sentire meglio, un leone, quella dose che il dipendente magari giura a se stesso che sarà l’ultima: già, chissà quante promesse fa nell’intimo del proprio animo, promesse che non sa di non essere più in grado di mantenere.

   Requisito essenziale, se non logico, perché un Sert svolga il compito di recupero di chi è dedito alla droga è la collaborazione con la famiglia del drogato, mancando questo mancano i puntelli necessari su cui imperniare ogni tentativo di recuperare un individuo alla società.

  Esistono anche tanti Centri di volontariato, Associazioni di volontariato, che si occupano di seguire chi è dedito alla droga, per cercare di aiutarlo ad uscirne fuori, ma tutti chiedono una cosa: la collaborazione dei familiari.

   Ecco, tutto qui: la necessità di una stretta collaborazione con i genitori, con un coniuge, è l’unico modo per far acquistare a tanti giovani soggetti alla droga, la voglia di riprendere la propria vita nelle proprie mani: guardarla, esaminarla, vedere cosa c’è che non va per poi ripartire consapevoli che la vita, al di là di tutte le cose negative che può offrire, è una opportunità che ci é stata data su  miliardi di altre vite mai venute alla luce per  opportunità perdute durante il ciclo vitale.

   Tutto qui!

   Sembra talmente semplice da realizzarsi ed invece quando si inizia a mettersi in gioco seriamente, perché seriamente si vuole il bene del proprio figlio, emergono quasi dal sottobosco del vissuto di genitori e figli, motivazioni, cause e forse anche il perché si è giunti a quel punto che potrebbe essere di non ritorno se non si interviene.

   Certo ci sono situazioni che si risolvono in breve tempo. A volte l’amore per i figli, il timore di perderli, induce una madre, un padre, a non fare più uso di droghe, e a tentare di regolarizzare la propria vita: si cerca un lavoro, si ha l’appoggio dei familiari che cercano di coprire il tutto per non avere il discredito di parenti ed amici, si cambia città.

   Spesso l’amore di un nuovo compagno o compagna aiuta il distacco da questa dipendenza.

    Ma, come emerge da tante situazioni questi sono quasi colpi di fortuna, purtroppo non è così semplice per la maggior parte di chi si droga e che si trova a ripercorrere a ritroso il famoso tunnel nel quale una luce si accende solo al momento in cui ci si fa, ma la luce vera, quella che si spera di conseguire con la droga rimane un’illusione, lontanissima, nemmeno una fievole fiammella là, in fondo a quel tunnel nero di disperazione per sé e per chi gli sta vicino.

   La ricerca delle motivazioni, nel drogato, può portare alla luce sentimenti nascosti, mai rivelati a se stessi, coperti da anni di falsità in cui ci si è creati un qualcosa di non vero, perché si è creduto di essere deboli, insicuri, non benvoluti, non accettati, non bravi a scuola, non belli, non spiritosi, sempre in secondo o terzo piano, e, ancor più, non capiti dai genitori, colpevolizzati magari per essere il frutto di una nascita non desiderata, o di un matrimonio sbagliato, o...,o...,o..!

   Quante motivazioni si celano dietro quel primo approccio giovanile, mai confessato ai genitori, alla prima sigaretta di canna!

   Ma anche per i genitori non è facile affrontare un discorso di collaborazione: il primo sentimento che i genitori provano è quello di rifiuto di una qualche responsabilità nel vissuto del figlio specialmente quando in famiglia ci sono altri figli che hanno realizzato la loro vita secondo quelli che sono i canoni sociali

   Il cammino a ritroso che va fatto è, purtroppo, uno solo: genitori e figli devono riprendere le proprie vite tra le mani ed esaminarle, punto per punto, chiedendosi il perché di certi passi, accettando le sconfitte, accettando anche di scoprire, dolorosamente, che tanto male poteva essere evitato se, solo, si fosse stati più attenti ai primi sintomi rivelatori che qualcosa non andava quando quel figlio era ancora piccolo e poteva essere aiutato a superare i propri disagi.

 Prevenire

    Alla fine, un po’ tardi, ma di sicuro non in maniera irreparabile - perché se si sta effettuando questo cammino di recupero si riuscirà ad uscire fuori dal tunnel - ebbene, un po’ tardi ci si rende conto che anni di sofferenza, di malessere, di malumori, di dolori e dispiaceri potevano essere evitati se si fosse stati più attenti a cogliere eventuali segnali di disagio nel proprio figlio.

   Ci si rende conto di quanto sarebbe stata necessaria un’azione educativa preventiva basata su un rapporto di fiducia, la cui mancanza, per motivi più diversi, ha determinato i passi successivi.

   Se dopo aver provato la libertà di fumare la prima sigaretta di canna, il proprio figlio ne avesse parlato in famiglia e non avesse tenuto nascosto per sé questo segreto, che proprio perché concepito così diventava colpevole, ecco se non fosse avvenuto questo, quel figlio non avrebbe fumato una seconda e terza volta, di nascosto, non avrebbe continuato a ingigantire la propria paura del: se lo sanno i miei genitori, se lo scoprono i miei insegnanti!

   In realtà, si sa bene che è proprio il gusto del proibito quello che rende bello il rischio.

   Lo si legge, lo si sente in TV: si perde la vita per il rischio, si finisce in galera per il rischio, per provare il brivido del rischio di fare un qualcosa che è proibito fare.

  Quanto più allettante può essere per un adolescente, far vedere al branco, al gruppo dove c’è in genere qualcuno più grandicello, che si è capace di reggere il rischio del fumo  proibito.

   La lotta tra il successivo passo, quello che sta tramutando in vizio inconfessabile ciò che inizialmente era solo un gioco, e il contemporaneo ritorno a casa o a scuola dove, dagli adulti all’oscuro di questo segreto, si è considerato un bravo figliolo, proprio questo agire di nascosto inizia a creare insoddisfazione nell’animo dell’adolescente.  

   Chissà quante volte, come accade in chi commette un reato, si vorrebbe essere scoperti, sarebbe bello confessare tutto e ripartire da zero!  Invece, non solo non si viene scoperti, ma si impara a fingere maggiormente perché il gruppo preme su frasi tipo: guai a te, se parli non sei un uomo!

Beh forse è molto semplicistico espresso in questi termini.

Allora occorre intervenire, ma come?

Forse, occorrerà educare gli adulti a essere più attenti ai minori, figli o alunni loro affidati.

In che modo?

   Educandoli  a captare, a riconoscere, quei segnali che le prime sigarette, ritenute innocue, producono nei ragazzi: manca l’appetito, c’è svogliatezza o più accentuata svogliatezza nello studio, il ragazzo è irritabile, cerca di uscire con più urgenza, il ragazzo non dice mai chi siano i propri compagni extra scolastici. Sono alcuni dei campanellini d’allarme che dovrebbero richiamare l’attenzione dei genitori, o degli educatori, che dovrebbero far loro pensare che qualcosa non va e cercare, quindi, di intervenire di conseguenza.

  O forse si può pensare a prevenire che tutto questo accada.

   Prevenire si può, cercando di essere consapevoli sul quanto si conosce il proprio figlio: si sa cosa lui pensa di se stesso, quello che intende fare, quali difficoltà incontra nella sua vita quotidiana?

   Se qualcosa non va bene a scuola o in famiglia forse sarà il caso di farsi aiutare, consapevoli che l’aiuto che si cerca adesso sarà piccolo perché in corrispondenza di un disagio piccolo, rispetto l’aiuto che in un domani si potrà essere costretti a ricevere per superare un disagio divenuto ormai troppo grande per poter essere gestito da soli.

  Un figlio è figlio e un genitore è genitore e deve ricordare sempre quale è il suo compito, deve sapere qual’è il suo posto: dare tutto quel che si vuole ma, innanzi tutto dare educazione, formazione e se si sente inadeguato, al figlio, deve poter offrire possibilità di inserimento in luoghi dove possa essere seguito: centri sportivi, centri aggregativi, gli oratori, i boys scout, l’apprendimento di uno strumento musicale, sono tutte possibilità in cui un bambino, un ragazzo, un adolescente possano trovare terreno adatto per sviluppare le proprie inclinazioni, superando quegli scogli di timidezza, inadeguatezza, sentimenti di inferiorità, che sono quelli che, incrociando le persone giuste (nel senso negativo) domani potrebbero indurlo a intraprendere la dolorosa via della droga.


 

[1] T.W.ADORNO, Minima Moralia, ed. Einaudi, pag. 13