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Poesie, Aforismi, Citazioni religiose
Padre Luigi Scordamaglia - Meraviglioso Re
A cura di Angela Magnoni
Poesie aforismi e citazioni sulla Madonna

Aforismi Pasquali

Aforismi Natalizi e altro ancora

Dove manca la gioia

 

Una delle regole fondamentali per il discernimento degli spiriti potrebbe essere dunque la seguente: dove manca la gioia, dove l’umorismo muore, qui non c’e nemmeno lo Spirito Santo, lo Spirito di Gesù Cristo. E viceversa: la gioia è un segno della grazia. Chi è profondamente sereno, chi ha sofferto senza per questo perdere la gioia, costui non è lontano dal Dio del Vangelo, dallo Spirito di Dio, che è lo Spirito della gioia eterna.

 

Benedetto XVI, Il Dio di Gesù Cristo

Berlicche a Malacoda:

 

Tutti gli estremi, eccetto la estrema devozione al Nemico, sono da incoraggiarsi. Non sempre, naturalmente, ma sì in questo periodo. Alcune età sono tiepide e compiacenti, ed è nostro affare cullarle in un sonno ancor più profondo. Altre età, delle quali la presente è una, sono squilibrate e pronte alla faziosità, e allora il nostro compito è di eccitarle. Qualsiasi piccola cricca, tenuta insieme da qualche interesse che gli altri ignorano o che dispiace, tende a sviluppare nel suo seno un’ammirazione reciproca, da serra, e verso il mondo esterno un bel po’ d’orgoglio e di odio ai quali si concede senza vergogna perché la Causa ne è garante e perché si pensa che quel sentimento sia impersonale. Perfino qualora il gruppetto abbia avuto origine per gli scopi del Nemico tutto quanto ho detto rimane vero. Noi vogliamo che la chiesa sia piccola non solo perché meno uomini conoscano il Nemico, ma anche perché quanti lo conoscono acquistino quell’intensità agitata e quel senso difensivo della propria rettitudine che è la caratteristica delle società segrete e della cricca. La Chiesa stessa è, naturalmente, difesa da grosse batterie, e finora non siamo mai riusciti completamente a darle tutte le caratteristiche di una fazione; ma fazioni secondarie nel suo seno hanno prodotto spesso risultati ammirevoli, dai partiti di Paolo e di Apollo a Corinto, giù fino ai partiti della Chiesa Alta e della Chiesa Bassa in Inghilterra.

 

Clive Staples Lewis, Le lettere di Berlicche

Perché non capiamo di essere amati da Dio?

 

Perché non capiamo di essere amati da Dio? Questa è una domanda piuttosto tosta.

Perché non capiamo? Forse è meglio correggere in non vogliamo capire? Perché spesso ci fa comodo non capire. Se riuscissimo a farlo, anche solo per una infinitesima parte, ci sentiremmo deboli, prigionieri, ingrati, miseri e miserabili, con il nostro modo di amare fragile ed incostante, di fronte ad un amore immenso e gratuito. Che bello sarebbe se riuscissimo ad abbandonarci fiduciosi tra le braccia di Dio, come i bambini piccoli che attendono di succhiare il latte materno, e hanno fame, e non vedono l’ora di attaccarsi al seno. Quanto più grande è il seno materno di un Dio madre-padre che si fa piccolissimo per noi!

 

Angela Magnoni

 

 

 

 

Due righe rosa

 

Due piccole linee rosa, una di fianco all’altra, che cambiano la vita di ogni donna. Due righette che per tante coppie realizzano un sogno o scatenano un dramma, che vengono bramate a coronamento di un’attesa caparbia o paventate come una maledizione da cui fuggire. Due strisce parallele che demarcano il confine esistente tra il compimento di una vocazione ancestrale e la disperazione per una vita “rovinata”, l’abbandono nella solitudine o, addirittura, una decisione di morte. Due piccole linee rosa che anche nella vita di mia moglie e mia hanno accompagnato sentimenti ogni volta nuovi, inaugurando stagioni cariche di speranza ed apprensione insieme, ma accolte sempre con fiducia.

Come quella prima ed indimenticabile volta, quando sullo sticker del test di gravidanza, quelle due righette hanno dato sfogo alla mia spontanea ed esplosiva esclamazione: “Amore, sei troppo incinta!”, caricandomi di un entusiasmo incontenibile per la paternità appena scoperta, tanto da essere capace di contagiare anche la futura mamma che, in quanto forse interessata in prima persona a dover portare quella nuova vita in grembo, era più preoccupata per la responsabilità che accompagnava quella nuova presenza in lei. La seconda volta, invece, quelle due lineette rosa erano la conferma di un’aspettativa, presa con coscienza tremebonda dopo tre lunghi anni, tempo necessario ai nostri cuori perché la ferita profonda causata da quel primogenito che ora vegliava su di noi dal Cielo riuscisse a rimarginarsi: quei due segni erano il simbolo di una speranza volitivamente rinnovata, non senza un po’ di paura, ma come un balzo nelle braccia di una Provvidenza che, pur non vedendo, sai che c’é. E fu proprio mentre quel disegno stava compiendosi, non secondo i nostri limitati desideri, ma in un progetto di bene più grande e dolorosamente misterioso (che avremmo iniziato a comprendere solo con il senno di poi), che per la terza volta e quasi inaspettatamente, quella coppia di strisce ci annunciò che un altro figlio già aumentava il numero della nostra famiglia. Fu una benedizione vera, quella, anche se lì per lì non la capimmo, perché la gioia di quel futuro nuovo arrivo sarebbe presto andata a confortare il vuoto lasciato dalla partenza al Cielo del secondo bimbo, lenendo la nostra sofferenza e ridando vigore alla nostra speranza. Per la cronaca: quel terzo figlio dopo cinque anni è ancora qui con noi ed è stato pure raggiunto da un fratellino (anche lui segnalato dalle sue due righine rosa), che però nel conto non è il quarto, ma il quintogenito. Già, perché tra questi due bimbi ce ne fu uno che fu chiamato a Sé dal Padre al quarto mese di gravidanza, quando per me, che non lo portavo nella mia carne, era ancora solo poco più di un pensiero: quasi l’immagine di un figlio, la prospettiva di una presenza, ma già così radicata nel cuore da condizionare la tua vita in rapporto a lui che pur non vedi, non tocchi, e che tuttavia senti così reale nella tua rinnovata paternità. Poiché quell’embrione, di umano, ha già tutto, a cominciare dal dna, e siccome vive non è cosa, ma persona. Perché a quell’insieme di cellule in crescendo è misteriosamente ed inscindibilmente legata un’anima creata, unica ed eterna, e che una volta venuta al mondo chiamerai figlio. Quel figlio ancora celato nel ventre di sua madre, la cui prematurissima dipartita mi ha affranto più che quella degli altri due nati, i quali per un anno e mezzo ho almeno avuto il dono di conoscere. Questo, che abbiam chiamato Mattia, invece no: con lui non mi è stata data l’opportunità di stringerlo nel mio abbraccio, di sostenerne il peso leggero tra le palme, di coccolarlo ed accudirlo, ultimamente, crescerlo.

Quel figlio la cui mancanza ancora oggi, al solo ricordo, mi affligge l’animo così mordacemente. Quel figlio che, forse proprio perché non nato, è stato subito dimenticato da tutti, persino dai famigliari più stretti, i quali hanno pure vissuto con noi la sua esistenza nascosta. Quel figlio la cui perdita ha lasciato un vuoto enorme nella mia vita, riempito solo dalla riconoscente consapevolezza della grazia: la profonda compassione per quel padre Giacobbe, anche lui distrutto dalla perdita del figlio Giuseppe; la comprensione, nella propria carne, dell’angoscia del buon Pastore, che per l’amore verso la pecorella smarrita, senza esitare lascia le altre nell’alveo sicuro del recinto e non si dà pace finché con quell’una non s’è riunito; l’esperienza di comunione vera con quel Padre che agogna ad ogni singola anima e si strugge per quelle che nella loro disperazione si smarriscono, poiché non è che l’aver salvi nove figli ti pacifica per quel decimo che perdi. E la mia condizione è ancor migliore della Sua, perché per me c’è la speranza di avere un altro Santo in Cielo e pur nel ricordo sbiadito di quel figlio così caro e sconosciuto una consolazione resta: la certezza che il mio Mattia, pur non essendo qui con noi, ora sta bene, anzi, sta da Dio.

 

Andrea Torquato Giovanoli,

http://costanzamiriano.com/2013/01/15/due-righe-rosa/#comments

Non dire che sei uno sfigato

                                                          

Una volta ero a Budrio, dove c’è il laboratorio che mi fa le protesi. Alla fine vado in un bar, si parla come al solito di auto, di Ferrari, tutti giù a offrirmi caffè. E vedo un uomo, alla finestra, con una bambina in braccio, che piange. Allora mi avvicino e mi accorgo che la bambina è senza gambe. L’uomo mi vede e fa: “No guardi, non creda, sto piangendo di gioia, sa. Perché Alice è nata senza gambe e oggi, a tre anni, le hanno potuto mettere le prime protesi e quando sono arrivato mi hanno detto: “Beh, dove sono le scarpe?”. E io sono corso a comprarle. Non l’avevo mai fatto, e adesso piango perché Alice ha le prime scarpe”. Allora sono andato nel bagno del bar e mi sono detto: “Sandro, tu hai avuto trentatré anni alla grande, Montecarlo, Indianapolis, la Formula Uno. Hai una moglie, un figlio, degli amici, i soldi, la casa e la barca. Se adesso dici che sei sfigato ti sputo addosso”.

 Alex Zanardi, bolognese, campione di automobilismo che gareggia e vince anche dopo l’amputazione delle gambe a seguito di un incidente avuto nel 2001

 

 

 

 

Dio ama giocare

 

Chiunque sia abituato alla pratica della preghiera quotidiana lo sa: Dio ama giocare. Chi prega impara presto a vedere la Sua mano dietro i piccoli e grandi accadimenti di ogni giorno e in poco tempo comincia ad apprezzare l’umorismo con cui la Provvidenza guida la storia verso “il bene di coloro che amano Dio” (Cfr. Rom. 8, 28).

Del resto questa non è una prerogativa solo dei cristiani, anche coloro che hanno altre fedi o i pagani dei tempi antichi sapevano apprezzare “l’ironia della storia” e perfino a volte chi non crede in Dio, sebbene sia non poco contraddittorio attribuire al caso una qualità personale come l’ironia.

Naturalmente se uno crede nel Grande Architetto (o non crede affatto) non riuscirà ad apprezzare la delicatezza sorridente della Provvidenza e parlerà piuttosto di un “destino cinico e baro”, non riuscendo cioè a vedere la benevolenza nascosta nella realtà. Si sentirà deriso, più che destinatario di fantastici ed umoristici scherzi che sono in sostanza una forma d’amore, ed in definitiva in ciò che a noi pare un’irresistibile commedia ai suoi occhi apparirà come una farsa tragica.

Deve essere per questo che siamo inguaribilmente fiduciosi. Non ottimisti, perché l’ottimismo è un’idiozia, ma fiduciosi: uomini cioè che credono non nelle proprie capacità o nella propria volontà, ma nella bontà di Dio e quindi nella sostanziale benevolenza della vita.

Fra i tanti giochi amati dal Padre credo che il suo preferito sia di gran lunga nascondino: Egli ama nascondersi, perché adora essere cercato e trovato e ancor di più ama cercarci e trovarci. Credo che nascondino gli piaccia così tanto che a volte si diverte anche a nasconderci i nostri cari, le persone amate, da cui veniamo temporaneamente separati o distolti, per incitarci a cercarci a vicenda, perché in fondo nascondino è una perfetta metafora dell’amore, perché l’amore è tutto in questa danza di separazioni e ricongiungimenti, allontanamenti e riavvicinamenti, nascondersi e trovarsi appunto.

Ama così tanto questa dinamica che l’ha scritta perfino nella nostra stessa carne, o cos’altro è la morte se non un essere temporaneamente nascosti ai nostri cari per poi ritrovarci in eterno?

 

Don Fabio Bartoli

http://costanzamiriano.com/2012/11/12/dio-ama-giocare/#more-5703

Il giudizio universale

 

Dopo una vita semplice e serena, una donna mo­rì e si trovò subito a far parte di una lunga e ordina­tissima processione di persone che avanzavano len­tamente verso il Giudice Supremo. Man mano che si avvicinava alla mèta, udiva sempre più distinta­mente le parole del Signore.

Udì così che il Signore diceva ad uno: “Tu mi hai soccorso quando ero ferito sull'autostrada e mi hai portato all'ospedale, entra nel mio Paradiso”. Poi ad un altro: “Tu hai fatto un prestito senza interessi ad una vedova, vieni a ricevere il premio eterno”. E ancora: “Tu hai fatto gratuitamente operazioni chirurgiche molto difficili, aiutandomi a ridare la speranza a molti, entra nel mio Regno”. E così via.

La povera donna venne presa dallo sgomento per­ché, per quanto si sforzasse, non ricordava di aver fatto in vita sua niente di eccezionale. Cercò di lascia­re la fila per avere il tempo di pensare, ma non le fu assolutamente possibile: un angelo sorridente ma de­ciso non le permise di abbandonare la lunga coda.
Col cuore che le batteva forte, e tanto timore, ar­rivò davanti al Signore. Subito si sentì avvolta dal suo sorriso. “Tu hai stirato tutte le mie camicie... Entra nella mia felicità”.
A volte è così difficile immaginare quanto sia straordinario l’ordinario.

Don Bruno Ferrero, C’è qualcuno lassù

   

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La straordinaria possibilità di amare

 

Ci sono giorni in cui uno crede di aver capito tutto. Ce ne sono altri in cui sembra di non aver capito niente. Altre volte, invece, può capitare di scoprire un’evidenza talmente macroscopica che non ci si può spiegare come mai non l’abbiamo considerata prima, come quando si cercano gli occhiali e ci si accorge, solo dopo un po’, di portarli già.

O come quando si scopre l’acqua calda, per dire. Ecco, in questi giorni mi sento proprio così. Mi sembra di aver scoperto infatti che il nocciolo del Vangelo stia tutto nel dono che ci viene fatto di una straordinaria possibilità di amare. Ci sono arrivato tardi, lo ammetto, però forse (e sottolineo forse) ci sono arrivato.

Intendiamoci: una vaga idea che il messaggio centrale del Vangelo fosse l’amore me l’ero già fatta. E tuttavia, pur avendo sempre questa evidenza davanti agli occhi, mi ero incastrato nel seguente ragionamento: non riuscirò ad amare come mi chiede il Vangelo (né Dio né il prossimo) fino a quando non si creeranno le situazioni opportune, fino a quando non incontrerò le persone giuste, fino a quando continueranno a sussistere determinate problematiche, fino a quando le contingenze non cambieranno, fino a quando non mi sentirò realizzato, fino a quando non verrò considerato, fino a quando… tutto quello che volete voi.

Sarà perché comincio ad avere qualche capello bianco, pur non essendo entrato ancora negli anta (a detta di molti è da un po’ che ho più di qualche capello bianco ma anche questa per me è una scoperta recente… e pensare che ho anche uno specchio!), sarà perché la vita ti modella, ti scalpella e, un colpo da una parte uno dall’altra, ti costringe prima o poi a prendere delle decisioni e a fare delle piccole scelte importanti o sarà perché forse quella notte avevo dormito male, fatto è che un bel mattino, all’improvviso, mi è sembrato chiarissimo che tutte quelle circostanze concrete che sembravano togliermi qualcosa e che mi apparivano come impedimenti all’amore non erano situazioni da fuggire ma erano in realtà la mia concreta e straordinaria possibilità di amare! Non sarebbe stato altrove, non sarebbe stato in un altro tempo, ma sarebbe stato QUI ed ORA!

Sì perché proprio quelle situazioni mi interpellano e mi chiedono quanto il Vangelo sia penetrato nei tessuti della mia vita. Le difficoltà quotidiane, a volte grandi altre piccole, un torto ricevuto, un mio diritto leso, un riconoscimento che non mi viene fatto, le delusioni relazionali, le volte in cui non mi sento capito, sono tutte situazioni che mi offrono su un piatto d’argento la possibilità di amare come Gesù! Perché alla fine riuscire ad amare in un contesto favorevole è la cosa più facile del mondo, non occorre certo essere cristiani per farlo (“Se amate soltanto quelli che vi amano, che merito ne avete?…).

Considerando l’amore cruciforme di Dio ho pensato più volte che il vero interesse degli avversari di Gesù non è stato tanto quello di farlo fuori, di eliminarlo, ma di condannarlo ad una morte infamante, di gettare discredito su di Lui, non di farlo morire e basta ma di farlo morire da colpevole. Potevano organizzare un attentato, un’imboscata o un assalto notturno e lo avrebbero subito tolto di mezzo. Ma sarebbe morto da eroe, da martire, da perseguitato, l’ennesima vittima dei poteri forti. Invece è stato organizzato un processo in cui è risultato colpevole, è stato umiliato, deriso, oltraggiato, abbandonato, ed infine massacrato nel peggiore dei modi. E Lui, il Buon Pastore, “era di fronte a loro come pecora muta davanti ai tosatori”. Nessuna difesa, nessun avvocato, ma Lui solo, con l’Unico suo interlocutore, l’Unico a cui dover rendere conto, l’Unico a cui rivolgersi e presso il quale rifugiarsi, il Padre (“Padre, se è possibile passi da me questo calice”… “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato”… “Perdonali (Perdonali!) perché non sanno quello che fanno”… “Nelle tue mani consegno il mio spirito”). La croce non è un posto romantico, ideale per parlare d’amore, non è un luogo privilegiato per incontri amorosi… eppure da quella volta è diventato talamo, letto nuziale, luogo dell’amore per eccellenza. Perché, parliamoci chiaro, l’alternativa alla scelta di vivere la croce come possibilità dell’amore non può essere altro che la guerra, con tutto ciò che ne consegue. Quante volte mi sono ritrovato a stilare liste infinite di diritti (miei nei confronti degli altri) e quelle di doveri (degli altri nei confronti miei)… ma quante energie sprecate, quante tensioni inutili, solo per il capriccio di voler dire l’ultima parola, di voler farsi valere. Quante persone e quante famiglie che ho conosciuto vivono racchiuse dentro un odio calcificato nel tempo senza continuità di soluzione, ognuno abbarbicato sulle proprie rivendicazioni, incapaci ormai di sapersi guardare negli occhi, di scambiarsi un saluto, di sorridere, proponendo al mondo lo spettacolo peggiore che un essere umano possa offrire.

Io non voglio vivere così! Preferisco la logica della croce. Del resto, per amare non basta forse la certezza di sapersi amati? Quando guardo quel Re crocifisso, io questa certezza ce l’ho!

Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene (Rm 12, 21).

 

Fra Filippo Maria

http://costanzamiriano.com/2012/11/06/la-straordinaria-possibilita-di-amare/#comment-45594

Il cammello e il dromedario

 

Una volta un cammello incontrò un dromedario e cominciò a prenderlo in giro: “È la prima volta che vedo un cammello sbagliato! Invece di avere due gobbe ne ha una sola!”. Il dromedario capì e rispose al cammello sghignazzando ancor più: “Che meraviglia mi tocca vedere: un dromedario con due gobbe!”. L’uomo del deserto loro padrone, presente a queste battute cattive, li interruppe e sentenziò: “Siete sbagliati tutti e due: non nella gobba, ma nel cuore!”.

 

Non giudicate e non sarete giudicati. Non condannate e non sarete condannati. Perdonate e vi sarà perdonato. (Lc 6, 37)

 

Don Pino Pellegrino, I valori: pilastri dell’educazione

 

 

 

 

 

 

I mangiapreti di una volta (non ci son più)

 

Sarà perché son figlio di un repubblichino mangiapreti, ma ho sempre amato una certa letteratura anticlericale, sia classica (penso a certe pagine di Boccaccio o del Belli ad esempio) sia più recente, come certe pagine di Pasolini negli “scritti corsari” e in tempi più recenti a certi sketches di Benigni o Woody Allen.

A volte ho perfino vagheggiato di raccogliere una sorta di antologia di queste pagine per comporre un breviario anticlericale privato. Credo che sarebbe per un prete una lettura assai edificante. Vedere i propri vizi, a volte deformati e amplificati in modo grottesco, posti sotto la lente di ingrandimento sarebbe un grande aiuto per noi a rimanere con i piedi per terra. La consapevolezza del sottile confine tra sublime e ridicolo è la prima regola necessaria a non superarlo.

Amo coloro che ci accusano di non essere fedeli ai valori evangelici perché dimostrano di avere innanzitutto a cuore quei valori e come dicevo ci fanno un importante servizio agendo come coscienza critica, in estrema sintesi si potrebbe dire che questi anticlericali sanno distinguere tra l’uomo e il messaggio e se disprezzano l’uomo è proprio perché apprezzano il messaggio, voltare le spalle ai preti, perfino sputargli in faccia, non è per costoro un voltare le spalle a Dio.

Da un po’ di tempo però vedo intorno a me un altro tipo di anticlericalismo che invece è inutile e fa soltanto male (a chi lo pratica innanzitutto), è l’anticlericalismo di chi confonde l’uomo e il messaggio e rifiuta questo e quello.

Sarà frutto della esasperazione dei toni a cui ci porta questa marmellata mediatica che chiamiamo internet ed il cortocircuito tra vita e spettacolo che inevitabilmente subiamo, sarà che sembra essere diventato impossibile rispettare il proprio avversario, quale che sia, che deve essere sempre demonizzato, sarà che ormai tutti giocano al “lui è peggio di me”, in una sorta di collettiva gigantesca chiamata di correità, con cui forse la nostra società spera di autoassolversi, fatto sta che non vedo più quella consapevolezza di un terreno comune che rendeva utile, se non piacevole, l’anticlericalismo.

Certi attacchi, certe offese che oggi subiamo, mostrano non più il furore dell’amante tradito o del figlio respinto, che può essere pure terribile, ma è a suo modo una forma d’amore, quanto un odio puro che francamente mi spaventa un po’, non nel senso che temo per la mia incolumità personale figuriamoci, quanto perché so bene che una società che voltasse definitivamente le spalle a Dio non potrebbe che essere una società disumana.

Eppure ancora una volta la “simpatia immensa” del Concilio mi pare la sola risposta sensata. Tanto più sono violenti e sgangherati gli attacchi che subiamo, tanto più è radicale il rifiuto e il disprezzo a cui siamo sottoposti, tanto più grande è la disperazione che essi a malapena mascherano e tanto maggiore mi sembra quindi debba essere la compassione verso chi ci odia.

Don Fabio Bartoli

Bisogna salvare il seme

 

Don Camillo spalancò le braccia [rivolto al crocifisso]: “Signore, cos’è questo vento di pazzia? Non è forse che il cerchio sta per chiudersi e il mondo corre verso la sua rapida autodistruzione?”.

“Don Camillo, perché tanto pessimismo? Al­lora il mio sacrificio sarebbe stato inutile? La mia missione fra gli uomini sarebbe dunque fallita perché la malvagità degli uomini è più forte della bontà di Dio?”.

“No, Signore. Io intendevo soltanto dire che oggi la gente crede soltanto in ciò che vede e tocca. Ma esistono cose essenziali che non si vedono e non si toccano: amore, bontà, pietà, onestà, pu­dore, speranza. E fede. Cose senza le quali non si può vivere. Questa è l’autodistruzione di cui par­lavo. L’uomo, mi pare, sta distruggendo tutto il suo patrimonio spirituale. L’unica vera ricchezza che in migliaia di secoli aveva accumulato. Un giorno non lontano si troverà come il bruto delle caverne. Le caverne saranno alti grattacieli pieni di macchine meravigliose, ma lo spirito dell’uomo sarà quello del bruto delle caverne […] Signore, se è questo ciò che accadrà, cosa possiamo fare noi?”.

Il Cristo sorrise: “Ciò che fa il contadino quando il fiume travolge gli argini e invade i campi: bisogna salvare il seme. Quando il fiume sarà rientrato nel suo alveo, la terra riemergerà e il sole l’asciugherà. Se il contadino avrà salvato il seme, potrà gettarlo sulla terra resa ancor più fertile dal limo del fiume, e il seme fruttificherà, e le spighe turgide e dorate daranno agli uomini pane, vita e speranza. Bisogna salvare il seme: la fede. Don Camillo, bisogna aiutare chi possiede ancora la fede e mantenerla in­tatta. Il deserto spirituale si estende ogni giorno di più, ogni giorno nuove anime inaridiscono perché abbandonate dalla fede. Ogni giorno di più uomi­ni di molte parole e di nessuna fede distruggono il patrimonio spirituale e la fede degli altri. Uomini di ogni razza, di ogni estrazione, d’ogni cultura”.

 

Giovannino Guareschi, Don Camillo e don Chichì,  Tutto Don Camillo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gli aforismi di Paolo Pugni

 

Noto una sempre maggiore tentazione ad elevare la propria esperienza di vita a standard abituale e a metro di giudizio: se io faccio così e così che si DEVE fare, se io non faccio così allora è solo una utopia irrealizzabile…

 

Maturità: età in cui si amano sintesi, precisione e punteggiatura. Sono l’umiltà, il rispetto e la sobrietà del ragionamento. Quindi ricchezza.

 

Morta l’ironia. Era così sottile che non l’hanno colta e l’hanno calpestata. Peggio: scambiata per altro.

 

Bisogna stare molto attenti alle parole, specie alle frasi fatte, che contengono molta verità, ma anche quella menzogna che ribalta tutto.

 

Perché un’anima allenata riconosce, per riduzione, il senso vero. Ma è sempre e facilmente possibile essere travolti dalla malignità nascosta tra le pieghe.

 

Ci sono momenti in cui, grazie a una frase, uno sguardo, un suono, riesci a chinarti e guardare dentro di te senza fretta, senza difese, senza vergogna. E scopri un abisso dal quale vorresti ritrarti con grande rapidità, stordito dalla violenza e fragilità che vi trovi. E solo un attimo, perché torni a fissare quel buio per riuscire a guardare la vita di nuovo sereno, sì, ma consapevole.

 

Molti si scagliano contro consumismo e tv ritenendoli causa dell’egoismo gaudente che caratterizza la nostra società. Pochi però tracciano la retta che da queste cause prossime risale fino alla causa prima: l’illusione che l’uomo possa essere artefice di se stesso, essere origine e padrone del bene e del male. In breve: fare a meno di Dio.

 

Tra i maggiori ostacoli alla comprensione perfetta della realtà, c’è la nostra vita intrisa di dolori ed errori. Questi imbavagliano la ragione, accecano la logica, assordano la coscienza poiché pretendono non già un giudizio misericordioso, quanto l’assoluzione per assenza di reato.

 

La superba pretesa prometeica di erigersi giudici del bene e del male ha condotto, per inevitabili conseguenze, all’arrogante affermazione del diritto alle proprie piccole passioni, senza avere più neppure il coraggio di chiamarle con il loro vero nome: vizi.

 

Il ruggito satanico “non serviam” è diventato il grugnito fangoso “famme fa!”

 

La scelta della libertà a tutti i costi “uno ha il diritto di fare quello che vuole” implica senza possibilità di scampo l’egoismo violento contro gli altri. E l’impossibilità di condannarlo.

 

Se l’uomo è misura del bene e del male, tutto è lecito e nessuno può condannare le violenze altrui, che non sono altro che creatività personale.

 

La libertà totale è l’altro modo con il quale chiamiamo l’egoismo senza limitazioni. La prima allena il secondo e gli regala una prateria senza confini dove scorazzare calpestando gli altri.

 

Se la libertà è il fine ultimo dell’uomo, siamo condannati da essa all’egoismo e all’odio.

 

Un proposito che non sia fermo, ma trascinato nel tempo, è inganno diabolico: placa l’emotività mentre inganna, e deride, la volontà

 

Quando l’immaturità si mescola a talento e vanità spesso ne viene fuori una presunzione incatenata: da un lato è imprigionata dall’arroganza, dall’altro è manipolata da coloro che impongono scelte “per il tuo bene”.

 

Amare  belli, buoni e bravi è semplicissimo. Amara i brutti non è poi così complesso. Amare coloro che noi consideriamo idioti è una sfida che richiede molta volontà e ancor di più grazia.

 

La coerenza è porta maliziosa: può condurre alla saggezza ma è anche spalancata sulla superba follia.

 

Il faccia a faccia tra uomo e Dio non è l’innalzarsi superbo dell’uomo che sfida il Creatore. È la delicatezza di Dio che scende ad abbracciare ogni suo figlio, uno ad uno.

 

Sognare è lecito, obbligare il mondo a tradurre il tuo sogno in realtà è presuntuosa violenza.

 

La totale perdita del sano senso di colpa ha fatto sì che la nostra vita manipoli costantemente la nostra scala di valori e il nostro pensiero.

 

 

Ci vuole costanza!

 

Ci vuole costanza! Mi diceva mia madre quando ero bambino e non avevo voglia di fare i compiti e tornavo tardi dopo aver giocato a calcio tutto il pomeriggio e già che il campetto stava pure vicino casa e mamma chiamava dalla finestra: Filippooooooooo! E io che facevo finta di non sentire ma quando rientravo me lo ricordava che ci vuole costanza nelle cose e che se non studiavo tutti i giorni mi sarebbe andata male nella vita… ma io glielo dicevo che da grande volevo fare il calciatore, come infatti poi non è accaduto…

Ci vuole costanza! Era sempre mamma a ricordarlo che anche con il Signore bisognava fare sul serio e che era bello pregare tutti i giorni… e io la vedevo che aveva rinunciato a lavorare (e a un mucchio di altre cose) per stare coi figli, prima, per accudire i genitori e i suoceri, poi, come anche fa adesso con nonna, è che io mamma l’ho vista sempre sorridente e luminosa, sempre, lei sottomessa di fabbrica, senza mai lamentarsi e mi chiedevo: sarà perché usa tanta costanza!

Ci vuole costanza! Mi dicevano i frati del convento dove Qualcuno mi ha condotto fin da piccolo e che quando non mi alzavo al mattino per la preghiera un frate mi veniva a bussare e io mi giravo dall’altra parte che avrei pregato dopo, forse, ma adesso non potevo proprio…

Ci vuole costanza! Anche col latino, senza trascurare il greco, che quando non si riusciva a finire la versione la si copiava in treno, con costanza quello sì, ma poi c’era sempre qualcuno che parlava e…

Ci vuole costanza! Era il ritornello del maestro al noviziato, che se la pianta non la raddrizzi quando è piccola dopo è troppo tardi… ed era difficile dargli torto.

Ci vuole costanza! Stare sul pezzo, ogni giorno, saper lavorare su se stessi ma facendo fare agli altri (obbedienza), con le tasche vuote ma con la provvidenza (e la pancia) piena (povertà), volendo bene a tutti indistintamente ma dovendo cominciare per forza da qualcuno (castità).

Ci vuole costanza! Mi ripete mio padre che a sessantatre anni fa le maratone: “Se non ti alleni con costanza non ce la farai; è inutile che vai a correre una volta al mese, non serve a niente…”; sì babbo, adesso ci vado tutte le settimane ma dopo i miei onesti sette chilometri di corsa non mi sembra di avere energie necessarie per farne altri ma credo, con costanza, di poter migliorare…

Ci vuole costanza! Tuona il prete (e il frate) dall’altare! Non si è mai ricordato un santo che non l’abbia avuta, un uomo virtuoso che non l’abbia consigliata, un pastore che non l’abbia raccomandata, un padre spirituale che non l’abbia pretesa! E però tra il dire e il fare…

Ci vuole costanza! Altrimenti la politica del “mordi e fuggi” non appagherà mai l’abisso del cuore umano che è fatto per grandi cose, eccelse, direi eterne, e quando vedo che ci si è ridotti a sopravvivere da lunedì a venerdì per credere di vivere solo il “fine settimana”, magari sballandosi un po’ che sennò è proprio dura andare avanti dal lunedì fino al venerdì, ecco, beh, quando vedo questo penso che qualcosa non funzioni e che comunque l’uomo possa permettersi di più, che la sua dignità lo reclama questo di più… però certo ci vuole costanza…

Ci vuole Costanza, lo ha detto anche il Vaticano, che i libri “sottomessi” (ndr: Sposati e sii sottomessa e Sposala e muori per lei di Costanza Miriano) non solo li ha letti ma li ha anche recensiti e consigliati e definiti… perché tutto sommato quando vedo un uomo umiliato dalla moglie davanti alla figlia piccola, nelle vie del centro, e quando la figlia piccola ricopia la madre insultando il padre davanti a tutti sempre nelle stesse vie del centro e lui che non rifiata e sta zitto e abbassa la testa…

Beh, lì capisco che davvero ci vuole Costanza!

 

Fr. Filippo Maria

http://costanzamiriano.com/2012/12/11/ci-vuole-costanza/#more-6007

Bevi…

 

“Bevi - dice (il dio del mondo) - perché non sai da dove vieni né perché. Bevi perché non sai quando ripartirai né dove sei diretto. Bevi, perché le stelle sono crudeli e il mondo è inutile come una trottola. Bevi, perché non vi è nulla su cui valga la pena contare, nulla per cui valga la pena lottare. Bevi, perché tutte le cose scorrono perennemente uguali in una pace infausta”. Ed ecco che con una mano ci porge il calice. E presso il sommo altare del cristianesimo vi è un’altra figura, nella cui mano vi è un altro calice di vino. “Bevi - dice - perché il mondo intero è rosso come questo vino, cremisi come l’amore e l’ira di Dio. Bevi, perché le trombe inneggiano alla battaglia e questo è il bicchiere della staffa. Bevi, perché quello che ti offro è il mio sangue del Nuovo Testamento. Bevi, perché so da dove vieni e perché. Bevi, perché so quando ripartirai e dove sei diretto”.

 

Gilbert Keith Chesterton, Eretici

Fame


Fratello, anch’io ho un’anima

che piange senza lacrime

che urla anche se tace

che pare rida, e muore.

La mia anima ha fame,

ma non voglio più ghiande;

me ne sono saziato

son rimasto deluso.

Non ho fame di pane

non ho sete di acqua

brucio solo d’amore

ho bisogno di Lui.

O Dio dammi il tuo pane

perchè muoio di fame

se Tu non mi aiuti

nessuno può salvarmi.

 

Mons. Guglielmo Giaquinta

Canto tratto da “Preghiere”, pag. 139

Capolavoro della maldicenza

 

Le maldicenze che ci nuocciono maggiormente sono quelle in cui il denigratore dosa sapientemente il bene e il male e sembra constatare il male con dispiacere. La diffusione del male riveste così una tale apparenza d’oggettività dolorosa da conferire una maggior forza di persuasione, ciò che rappresenta il colmo dell’arte della maldicenza.

 

Gustave Thibon, Il pane di ogni giorno

Pagella scolastica di Gesù

 

Gesù, alunno della scuola “Simeone” di Nazareth, rientra a casa con la sua pagella. I giudizi riportati non sono un granché. Sua Madre, dopo averli letti, non dice nulla, ma medita tutte queste cose nel suo cuore. Resta però la cosa più difficile: farli vedere a Giuseppe…

Questa è la pagella:

 

MATEMATICA: L’alunno non è in grado di sottrarre nulla e in nessun caso. Sbaglia le addizioni dicendo che lui più il Padre fanno soltanto UNO. Le uniche cose che sa moltiplicare sono il pane e i pesci. Le divisioni che gli riescono bene sono solo “tre contro due e due contro tre”.


SCRITTURA: Non porta mai quaderno e penna e si riduce a scrivere sulla sabbia.


GEOGRAFIA: Manca di senso di orientamento: è convinto che c’è una sola strada che conduce al Padre.


CHIMICA: Trasforma l’acqua in vino e lo fa bere anche agli altri.

 

SCIENZE NATURALI: Crede di poter sovvertire le leggi della natura. Ad esempio, anche se sa come si pesca, lo vuol fare a modo suo.


EDUCAZIONE FISICA: Invece di imparare a nuotare, come fanno tutti, preferisce camminare sull’acqua.


ESPRESSIONE LINGUISTICA ORALE: L’alunno presenta grosse difficoltà a parlare con chiarezza. Si esprime continuamente in parabole.


SENSO DELL’ORDINE: Ha perso tutte le sue cose e afferma, senza vergognarsi, che gli è rimasta solo una pietra per cuscino.

 

SENSO DI GIUSTIZIA: L’allievo non ne possiede, perché vuole che siano pagati allo stesso modo quelli che hanno lavorato tutto il giorno e quelli che lo hanno fatto per un’ora sola.


ECONOMIA: Rendimento altalenante causato dal fatto che non indossa mai abiti vecchi rammendati, esigendoli sempre nuovi, ma sa trovare tesori e farli fruttare, così come sa far fruttare i talenti dopo averli investiti.

 

CONDOTTA: Ha una forte tendenza a frequentare gli impuri: malati, specialmente lebbrosi. Ama le persone più strane: poveri, galeotti, pubblicani, prostitute… Non osserva il sabato, né il digiuno. Con i suoi artefici fa resuscitare i morti. Ne hanno paura perfino gli indemoniati!


OSSERVAZIONI: Fa alzare quelli che stanno a letto. Scaccia i mercanti dal Tempio, rovesciando le loro bancarelle.

 

Il padre, Giuseppe, letta con attenzione la pagella, riflette e conclude che così non si può andare avanti e che dovrà prendere seri provvedimenti. Chiamato il Figlio, gli dice: “Bene, Gesù, siccome le cose sono a questo punto, tu puoi fare una croce sulle tue vacanze di Pasqua”.

 

Angela Magnoni, libera rielaborazione di un testo dal web

Nella tentazione

 

 

Signore, i nostri occhi sono bruciati dal pianto

e siamo tentati di dirti che troppo Tu ci hai chiesto.

Dacci almeno una fede tanto grande

che sia nel dolore sostegno

e dia a noi la certezza

che dal tuo Cielo ci segui e ci proteggi.

 

Mons. Guglielmo Giaquinta

Preghiere, pag. 16

 

 

Al processo penale, Alessandro Serenelli, l'uccisore di Santa Maria Goretti, fu condannato a trent'anni di reclusione. Quando, tempo dopo, un sacerdote andò a trovarlo, il Serenelli inveì scagliandosi contro di lui, ma il sacerdote gli disse: "Presto, Alessandro, sarai tu a cercarmi. Ci penserà Maria". Il prigioniero contrariato gli gridò: "Mai, non voglio vederti mai più". Ma nel quarto anno di reclusione ebbe una strana visione, che diede inizio alla sua conversione:

"Idee sempre più violente di disperazione mi turbavano la mente, quando una notte faccio un sogno: mi vedo davanti a un giardino e in un riquadro, tutto di fiori bianchi e gigli, vedo scendere Marietta, bellissima, bianco vestita, la quale, man mano che coglie i gigli, me li presenta e mi dice: "Prendi" e mi sorride come un angelo. Io accetto quei gigli fino ad averne le braccia piene..."

 

Dal Testamento di Alessandro Serenelli (1961)

Sono vecchio di quasi ottant'anni, prossimo a chiudere la mia giornata. Dando uno sguardo al passato, riconosco che nella mia giovinezza infilai una strada falsa: la via del male, che mi condusse alla rovina. Vedevo, attraverso la stampa, gli spettacoli e i cattivi esempi che la maggior parte dei giovani seguiva quella via senza darsi pensiero ed io pure non me ne preoccupai. Persone credenti e praticanti le avevo vicine a me ma non ci badavo, accecato da una forza bruta, che mi spingeva per una strada cattiva. Consumai a vent'anni il delitto passionale, del quale oggi inorridisco al solo ricordo. Maria Goretti, ora santa, fu l'angelo buono che la Provvidenza aveva messo avanti ai miei passi. Ho impresse ancora nel cuore le sue parole di rimprovero e di perdono. Pregò per me, intercedette per me, suo uccisore. Seguirono trent'anni di prigione. Se non fossi stato minorenne, sarei stato condannato a vita. Accettai la sentenza meritata; rassegnato espiai la colpa. Maria fu veramente la mia luce, la mia protettrice. Col suo aiuto mi diportai bene e cercai di vivere onestamente, quando la società mi riaccettò tra i suoi membri. I figli di San Francesco, i Minori Cappuccini delle Marche, con carità serafica mi hanno accolto fra loro non come servo, ma come fratello. Con loro convivo dal 1936 ed ora aspetto sereno il momento di essere ammesso alla visione di Dio, di riabbracciare i miei cari, di essere vicino al mio angelo protettore e alla sua cara mamma Assunta. Coloro che leggeranno questa mia lettera vogliano trarre il felice insegnamento di fuggire il male, di seguire il bene sempre, fin da fanciulli. Pensino che la religione con i suoi precetti non è una cosa di cui si può fare a meno, ma è il vero conforto, l'unica via sicura in tutte le circostanze, anche le più dolorose della vita.

Carlo Carretto: Dio è giunto al mio cuore

da “IL DESERTO NELLA CITTÀ"

 

 

 

 

Io non so come sia capitato a te, so com’è capitato a me.

Dio è giunto al mio cuore come una grande parabola.

Tutto ciò che mi circondava mi parlava di Lui,

il cielo mi parlava di Lui,

la terra mi parlava di Lui,

il mare mi parlava di Lui.

Era come un segreto nascosto

in tutte le cose visibili e invisibili.

Era come la soluzione a tutti i problemi.

Era il Personaggio più importante

che entrava nella mia vita

e con cui avrei dovuto vivere per sempre.

Non ho mai avuto difficoltà

a sentire la presenza di Dio,

specie da piccolo.

Mi sarebbe parsa così strana

e così inverosimile la sua assenza.

In Lui vivo, respiro e gioisco

della Sua Presenza generatrice…

…Chi fa la comunione è l’Amore.

È nell’amore che tu esci dalla tua solitudine.

Finché non ami resti nella staticità

della tua Natura.

Quando l’Amore ti investe

ti svegli improvvisamente

e avverti l’Altro.

Credere il Lui significa vedere il tutto

come il Vivente che ti guarda

da tutti i punti del Suo Essere

e ti abbraccia come figlio suo dolcissimo.

Credere in Dio significa luce,

pace, gaudio, esultanza.

Carlo Carretto (Alessandria, 2 aprile 1910 – Spello, 4 ottobre 1988) è stato un religioso italiano, della congregazione cattolica dei Piccoli Fratelli del Vangelo.

ERI TU IL MIO SIGNORE

Tagore

Rabindranath Tagore

Mentre incosciente ti ferivo

scoprivo ch'eri accanto a me.

Lottando inutilmente contro te

sentivo ch'eri tu il mio Signore.

Derubando del mio tributo il tuo onore

vedevo crescere il mio debito con te.

Nuotavo contro corrente di tua vita

solo per sentire la forza del tuo amore.

Per nascondermi da te

ho spento la mia luce,

ma tu m' hai sorpreso con le stelle.

Fate di Gesù il vostro eroe - Grald Manley Hopkins

 

 

 

 

Nostro Signore Gesù Cristo, fratelli miei, è l'eroe nostro, un eroe che tutto il mondo vuole. Voi sapete come sono state scritte le fiabe: pongono un uomo di fronte al lettore e glielo mostrano generalmente bello, audace, lo chiamano il mio eroe, il nostro eroe. Le madri fanno spesso un eroe del figlio loro; le ragazze del loro innamorato, e le buone mogli del loro marito. I soldati fanno un eroe di un gran generale; un partito, del suo capo; una nazione, di ogni grande uomo che le porti gloria. Ma l'eroe è Lui, Cristo. Egli è anche l'eroe di un libro del divino Vangelo. È guerriero e conquistatore. È re dei Giudei, sebbene quando egli giunse al suo regno la sua gente non lo accolse e ora, il suo popolo avendolo respinto, noi Gentili siamo i suoi eredi. È uomo di Stato, che tracciò nel proprio sangue il Nuovo Testamento e fondò la Chiesa cattolica romana, che è infallibile. È pensatore, e ci insegnò divini misteri. È oratore e poeta, come appare dalle sue parole e parabole eloquenti. È l'eroe di tutto il mondo, il desiderio delle nazioni. Ma è, inoltre, l'eroe delle singole anime: le vergini lo seguono ovunque egli vada; i martiri lo seguono per un mare di sangue e per grandi tribolazioni; tutti i suoi servi prendono in braccio la sua croce e lo seguono. E persino coloro che non lo seguono guardano tuttavia a Lui con ardore, lo riconoscono eroe, e vorrebbero rispondere al suo appello. E questo uomo, il ritratto del quale ho tentato di tracciarvi, è, o fratelli, il vostro Dio. È stato nel passato il vostro fattore; nel futuro sarà il vostro giudice. Fatene, nel presente, il vostro eroe. Dedicate un po' di tempo a pensare a lui, onoratelo nei vostri cuori. Potete lodarlo nel vostro lavoro o sul vostro cammino, ripetendo senza fine: gloria al corpo di Cristo nella sua bellezza, gloria al corpo di Cristo nella sua stanchezza, gloria al corpo di Cristo nella sua passione, morte e sepoltura, gloria al corpo di Cristo risorto, gloria al corpo di Cristo nel santissimo Sacramento, gloria all'anima di Cristo, gloria al suo genio e alla sua saggezza, gloria ai suoi imperscrutabili pensieri, gloria alle sue parole di salvezza; gloria al suo sacro Cuore, gloria al suo coraggio e alla sua virile umanità, gloria alla sua mitezza e alla sua misericordia, gloria a ogni battito del suo cuore, alle sue gioie, dolori, desideri, timori, gloria in ogni cosa a Gesù Cristo.

Il Crocifisso silenzioso - Natalia Gitzburg
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Crocifisso deve essere tolto dalle aule di scuola. Il nostro è uno Stato laico e non ha il diritto d’imporre che nelle aule ci sia il crocifisso [...]. Ma il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. È l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea dell’uguaglianza fra gli uomini, fino allora assente. La rivoluzione cristiana ha cambiato il mondo. Vogliamo forse negare che ha cambiato il mondo? Sono quasi duemila anni che diciamo: “prima di Cristo” e: “dopo di Cristo”. O vogliamo forse ora smettere di dire così? Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. È là muto e silenzioso. C’è stato sempre. Per i cattolici è un simbolo religioso. Per gli altri, può essere niente, una parte del muro. E infine per qualcuno, per una minoranza minima, o magari per un solo bambino, può essere qualcosa di particolare, che suscita pareri contrastanti. I diritti delle minoranze vanno rispettati. Dicono che da un crocifisso appeso al muro, in classe, possono sentirsi offesi gli scolari ebrei. Perché mai dovrebbero sentirsi offesi gli Ebrei? Cristo non era forse un Ebreo e un perseguitato, e non è forse morto nel martirio, come è accaduto a milioni di Ebrei nei lager? Il crocifisso è il segno del dolore umano. La corona di spine, i chiodi evocano le sue sofferenze. La croce, che pensiamo alta in cima al monte, è il segno della solitudine nella morte. Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro umano destino. Il crocifisso fa parte della storia del mondo. Per i cattolici, Gesù Cristo è il figlio di Dio. Per i non cattolici, può essere semplicemente l’immagine di uno che è stato venduto, tradito, martoriato ed è morto sulla croce per amore di Dio e del prossimo. Chi è ateo, cancella l’idea di Dio, ma conserva l’idea del prossimo. Si dirà che molti sono stati venduti, traditi e martoriati per una loro fede, per il prossimo, per le generazioni future, e di loro sui muri delle scuole non c’è l’immagine. È vero, ma il crocifisso li rappresenta tutti. Come mai li rappresenta tutti? Perché prima di Cristo nessuno aveva mai detto che gli uomini sono tutti uguali e fratelli, tutti, ricchi e poveri, credenti e non credenti, Ebrei e non ebrei e neri e bianchi, e nessuno prima di lui aveva mai detto che nel centro della nostra esistenza dobbiamo situare la solidarietà fra gli uomini [...]. Gesù Cristo ha portato la croce. A tutti noi è accaduto o accade di portare sulle spalle il peso di una grande sventura [...], versando sangue e lacrime, cercando di non crollare. Questo dice il crocifisso. Lo dice a tutti, non solo ai cattolici. Alcune parole di Cristo le pensiamo sempre, e possiamo essere atei, laici, quello che si vuole, ma fluttuano sempre nel nostro pensiero ugualmente. Ha detto: “Ama il prossimo come te stesso”. Erano parole scritte già nell’Antico Testamento, ma sono divenute il fondamento della rivoluzione cristiana. Sono la chiave di tutto. Sono il contrario di tutte le guerre. Il contrario degli aerei che gettano bombe sulla gente indifesa. Il contrario degli stupri e dell’indifferenza che tanto spesso circonda le donne violentate nelle strade. Si parla tanto di pace, ma che cosa dire, a proposito della pace, oltre a queste semplici parole? Sono l’esatto contrario del modo come oggi siamo e viviamo. Ci pensiamo sempre, trovando estremamente difficile amare noi stessi e amare il prossimo più difficile ancora, o anzi forse completamente impossibile, e tuttavia sentendo che là è la chiave di tutto. Il crocifisso queste parole non le evoca, perché siamo così abituati a vedere quel piccolo legno appeso, e tante volte ci sembra non altro che una parte del muro. Ma se ci avviene di pensare che a dirle è stato Cristo, ci dispiace troppo che debba sparire dal muro quel piccolo segno. Cristo ha detto anche: “Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia perché saranno saziati”. Quando e dove saranno saziati? In cielo, dicono i credenti. Gli altri invece non sanno né quando né dove, ma queste parole, chissà perché, fanno sentire la fame e la sete di giustizia più severe, più ardenti e più forti [...].

La famiglia scendeva

Da Gerusalemme - la città posta sul monte, la sposa del gran re - la famiglia scendeva verso Gerico, nella pianura del gran lago salato, sotto il livello del mare. Scendeva per le vie tortuose e impervie della Storia, quando, ad una svolta della strada, incontrò i Tempi Moderni. Non erano di natura loro briganti, non peggio di altri tempi, ma si accanirono subito contro la famiglia, non trovando di loro gradimento la sua pace, che rispecchiava ancora la luce della città di Dio.

     Le rubarono prima di tutto la fede, che bene o male aveva conservato fino a quel momento come un fuoco acceso sotto la cenere dei secoli. Poi la spogliarono dell’unità e della fedeltà, della gioia dei figli e di ogni fecondità generosa. Le tolsero infine la serenità del colloquio domestico, la solidarietà con  il vicinato e l’ospitalità sacra per i viandanti e i dispersi.

     La lasciarono così semiviva sull’orlo della strada e se ne andarono a banchettare con il Materialismo, l’Individualismo, l’Edonismo, il Consumismo, ridendo tutti assieme della sorte sventurata della famiglia.

 

          Il buon samaritano.

 

Passò per quella strada un sociologo, vide la famiglia sull’orlo della strada, la studiò a lungo e disse: “Ormai è morta”.

Le venne accanto uno psicologo e sentenziò: “L’istituzione familiare era oppressiva. Meglio che sia finita!”.

La trovò infine un prete e si mise a sgridarla: “Perché non hai resistito ai ladroni? Dovevi combattere di più. Eri forse d’accordo con chi ti calpestava?”.

Passò, poco dopo, il Signore, ne ebbe compassione e si chinò su di lei a curarne le ferite, versandovi sopra l’olio della Sua tenerezza e il vino del Suo sdegno.

Poi caricatala sulle Sue spalle, la portò alla Chiesa e gliela affidò dicendo: “Ho già pagato per lei tutto quello che c’era da pagare. L’ho comprata con il mio sangue e voglio farne la mia piccola sposa. Non lasciarla più sola sulla strada, in balia dei Tempi. Ristorala con la mia Divina Parola e il mio Pane. Al mio ritorno ti chiederò conto di lei.”.

Quando si riebbe, la famiglia ricordò il Volto del Signore chino su di lei. Assaporò la gioia di quell’amore e si chiese: “Come ricambierò per la salvezza che mi è stata donata?”.

Guarita dalle sue divisioni, dalla sua solitudine egoista, si propose di tornare per le strade del mondo a guarire le ferite del mondo. Si sarebbe lei pure fermata accanto a tutti i malcapitati della vita per assisterli e dire loro che c’è sempre un Amore vicino a chi soffre, a chi è solo, a chi è disprezzato, a chi si disprezza da se stesso avendo dilapidato tutta la propria umana dignità.

Alla finestra della sua casa avrebbe messo una lampada e l’avrebbe tenuta sempre accesa, come segno per gli sbandati della notte. La sua porta sarebbe rimasta sempre aperta, per gli amici e per gli sconosciuti: perché chiunque - affamato, assetato, stanco, disperso - potesse entrare e  riposare, sedendo alla piccola mensa della fraternità universale.

 

(tratto da “UNA GOCCIA D’AMORE” – Ed. Lito Terrazzi – Firenze)

Miscellanea da santi e c.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dormivo e sognavo che la vita era gioia. Mi svegliai e mi accorsi che la vita era servizio. Servii e scoprii che il servizio era gioia. (Tagore)

 

L’amore ha orrore di tutto ciò che non è se stesso. (H. De Balzac)

 

Nella gelosia c’è più egoismo che amore. (F. La Rochefoucauld)

 

La vostra felicità è nel bene che farete, nella gioia che diffonderete, nel sorriso che farete fiorire, nelle lacrime che avrete asciugato. (Raoul Follereau)

 

No, tutto questo non può durare. Non venitemi più a dire che siamo cristiani, a parlare di pace, libertà, fraternità, democrazia. Ho vergogna! Ho vergogna di mangiare, di dormire senza incubi, mentre milioni di esseri umani agonizzano e marciscono nella più immonda miseria, nella più atroce solitudine. Lo griderò forte a lungo, tanto a lungo finché la coscienza di tutti sarà costretta a scuotersi, ad ascoltarmi. (Raoul Follereau)

 

Noi giovani d’oggi, siamo responsabili del mondo del Duemila. I grandi ci dicono di conquistare; noi invece vogliamo amare. I grandi ci insegnano ad ammassare denaro; noi invece vogliamo donare. Ci è stata finora nascosta l’esistenza di un mondo che ha fame, che soffre senza sapere fin dove né perché. Noi vogliamo essere utili ai poveri del mondo. Non vogliamo, diventare grandi, fare la guerra. Ci siamo entusiasmati fino a oggi per le vittorie sportive, per le grandi conquiste dello spazio. Oggi abbiamo scoperto che esiste un’impresa più grande, più degna degli uomini, un’impresa che ha per confini la Terra: rendere il mondo un po’ più felice, un po’ meno sofferente, un po’ meno malato, un po’ meno affamato, un po’ meno diviso. La ringraziamo per averci insegnato che nessuno ha il diritto di essere felice da solo. (ragazzi di Milano a Raoul Follereau - 1964)

 

Anima mia, ascolta nel tuo fondo, ascolta dove la verità si fa sentire, guarda dove non c’è inganno. (Padri della chiesa)

 

Nel cuore di ogni uomo esiste un punto verginale dove splende la verità, dove si raccolgono le idee pure e semplici (Bossuet) dove l’errore non entra. (San Tommaso d’Aquino)

 

Nel momento in cui chiuderò gli occhi a questa terra, la gente che sarà vicino dirà: “È morto”. In realtà è una bugia. Le mie mani saranno fredde, il mio occhio non potrà più vedere, ma in  realtà la morte non esiste, perché appena chiudo gli occhi a questa terra, mi apro all’infinito di Dio. La morte è il momento dell’abbraccio col Padre, atteso intensamente nel cuore di ogni uomo e di ogni creatura. (don Oreste Benzi)

 

Fate del bene sempre, del bene a tutti, del male a nessuno. (San Luigi Orione)

 

Mi facevi sentire una tristezza profonda, un vuoto doloroso, una tristezza che non avevo mai provata… Mi ritornava ogni sera, quando mi ritrovavo solo… mi teneva muto e abbattuto durante ciò che si chiama le feste: le organizzavo, ma venuto il momento le passavo in un mutismo, un disgusto, una noia infinita… Mi davi quella inquietudine vaga di una coscienza cattiva, che per addormentata che fosse non era affatto morta e ciò bastava per mettermi un malessere che avvelenava la mia vita. (Beato Charles de Foucauld)

 

La preghiera più è amore, più è preghiera. (Beato Charles de Foucauld)

 

Credevo che per incontrare Dio, bisognasse salire. Finalmente ho capito che bisogna scendere: Dio si può incontrare soltanto nell’umiltà. (Beato Charles de Foucauld)

 

Hai un compito, anima mia... scruta seriamente te stessa, il tuo essere, il tuo destino, da dove vieni e dove dovrai posarti. Cerca di conoscere se è vita quella che vivi o se c’è qualcosa di più… Purifica, perciò, la tua vita: considera Dio e i Suoi misteri, indaga cosa c’era prima di questo universo e che cosa esso è per te, da dove è venuto e quale sarà il suo destino. (San Gregorio Nazianzeno)

 

L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri; o se ascolta i maestri, lo fa perché sono dei testimoni. (Paolo VI)

 

Dalle lettere di San Francesco di Sales

alla figlia spirituale Santa Giovanna Francesca de Chantal

 

Il male dei mali per coloro che sono animati da buona volontà, è che vogliono sempre essere ciò che non possono essere, e non

vogliono essere ciò che non possono non essere.

 

La natura ha messo una legge per le api, che ciascuna faccia il miele nel suo alveare e con i fiori che trova intorno a sé.

 

Quelli che mangiano spesso del miele, trovano le cose aspre, più aspre e le cose amare, più amare, e sono disgustati dalle vivande

aspre. La nostra anima, intrattenendosi spesso negli esercizi spirituali, che sono dolci e piacevoli allo spirito, quando torna agli

esercizi corporali, esteriori e materiali, li trova assai sgradevoli e noiosi; è per questo che facilmente si spazientisce.

 

Perseverate nel vincere voi stessa in questi piccoli contrattempi quotidiani che incontrate; e fate sì che la maggior parte dei vostri

desideri sia orientata a questo. Dio non vuole da voi altro che questo, per il momento: non perdete tempo a fare qualcos’altro.

Non seminate i vostri desideri nel giardino altrui. Limitatevi a coltivare bene il vostro. Non desiderate di essere  diversa da quello

che siete, ma desiderate di essere al meglio ciò che siete; godete nel pensiero di perfezionarvi in questo e di portare le croci, piccole

o grandi, che incontrerete. Tutti amano a loro piacere; pochi amano secondo il loro dovere e il piacere del Signore. A che serve

costruire castelli in Spagna, se dobbiamo abitare i Francia?

 

Senza dubbio ci sono delle strade più eccellenti, ma non per voi; e l’eccellenza del cammino non rende eccellenti i viaggiatori, né la

loro velocità, né la loro agilità.

 

Siamo ciò che Dio vuole, purché siamo noi, e non siamo ciò che vogliamo noi contro la sua intenzione; perché, anche se fossimo le

più meravigliose creature del Cielo, a che servirebbe, se non lo fossimo secondo la Volontà di Dio?

 

Coloro che per non mentire, si servono dell’equivoco, cioè di parole a doppio senso con le quali pretendono di “cavarsela senza

dire la verità” e, in definitiva, “mentire in tranquillità di coscienza”… canonizzano la menzogna. Coloro che pensano di salvare  la

verità con questo arteficio, la uccidono, la soffocano doppiamente, perché niente offende tanto la verità e la semplicità, quanto la

doppiezza. E c’è forse qualcosa di più doppio che un equivoco?

 

Dio ti conceda di portare a maturazione il tuo frutto, e quando l’avrai prodotto, Dio ti protegga dal vento che fa cadere i frutti, e

dalle bestie che vogliono mangiarli.

 

 

 

 

 

 

Il nostro procedere

nella vita spirituale

deve essere

un salire continuo

e deciso.

(Beato Alberto Martelli)

L’allodola continua a cantare anche quando il ramo sul quale sta, comincia a muoversi perché sta per spezzarsi, perché sa di avere le ali.

(San Giovanni Bosco)

A ogni giovane auguro di scoprire Cristo e nella sua chiamata, il senso vero dell’esistenza, come l’ho scoperto io. In fin dei conti è solo Lui che importa. Tutto il resto passa.

(dal diario di don Giovanni Bertocchi, sacerdote bergamasco morto  28 anni)

Il lavoro va pregato, trasformiamo il nostro lavoro in preghiera; incoraggiamo gli altri  spendere un po’ dl loro tempo, anche soltanto pochi minuti al giorno, nella preghiera da soli con Gesù. Questo ha rinnovato la vita spirituale di molti. Dieci minuti da soli con Gesù ogni giorno, non toglieranno nulla al lavoro, anzi benediranno e incrementeranno il lavoro. Il nostro lavoro è solo una goccia d’acqua in un oceano, ma se trascuriamo di versarla, l’oceano sarà meno profondo di una goccia. Per questo è necessario un temperamento allegro, uno spirito di abbandono totale e di fiducia amorosa.

(Santa Teresa di Calcutta)

Occorre entrare nella preghiera per mezzo della fede, rimanere con la speranza e uscire con la carità.

(Santa Giovanna Francesca De’ Chantal)

Prima di pregare prepara la tua anima, pensa dove vai e a chi devi parlare.

(Santa Giovanna Francesca De’ Chantal)

Prendi un sorriso regalalo a chi non l'ha mai avuto.

Prendi un raggio di sole fallo volare là dove regna la notte.

Scopri una sorgente fa' bagnare chi vive nel fango.

Prendi una lacrima posala sul volto di chi non ha mai pianto.

Prendi il coraggio mettilo nell'animo di chi non sa lottare.

Scopri la vita raccontala a chi non sa capirla.

Prendi la speranza e vivi nella sua luce.

Prendi la bontà e donala a chi non sa donare.

Scopri i l'amore e fallo conoscere al mondo.

(Mahatma Gandhi)

 

Una ragazza parlando a Raoul Foullereau dice: “So che la mia domanda le sembrerà strana, ma vorrei vedere le sue mani”.

Foullereau gliele mostra. La ragazza le guarda senza osasse di toccarle. Poi si fa coraggio, prende le mani e conti­nua: “Io amo i lebbrosí e vorrei aiutarli di tutto cuore, ma non ho il coraggio di toccarli... Ho un po' paura. Per questo volevo vedere le sue mani che hanno stretto tante mani, hanno accarezzato tanti volti di lebbrosì”. Foullereau  le risponse: “Lei ama i lebbrosi, ma a che serve se non va a dirglielo? A che serve dirlo se non è capace di mostrarlo? Bisogna che lei vada a vederli e prenda le loro mani, come adesso stringe le mie”.

 

Tu non puoi dire: “Amo il mio fratello ma non amo Dio”. Così come menti se dici: “Amo Dio” mentre non ami il tuo fratello, allo stesso modo ti sbagli se dici: “Amo il mio fratello” credendo di non amare Dio. Tu che ami il tuo fratello, amì necessariamente l'amore stesso. Ora, l'amore è Dio. Chiunque ama il suo fratello ama dunque necessariamente Dio.

(Sant'Agostino)

Non abbiate paura di Cristo! Lo ripeto oggi a voi e a tutti i giovani! Egli non provoca l'alienazione della vostra identità; non avvilisce, non degrada né mortifica la vostra ragione; non opprime la vostra libertà! Egli è il Figlio di Dio, íncarnato, morto, risorto per noi e per la nostra sal­vezza, cioè per la nostra liberazione autentica e totale

(Servo diDio Giovanni Paolo II)

L'uomo non può vivere senza amore.

Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile,

se non si viene rivelato l'amore,

se non lo sperimenta e' non vi partecipa vivamente.

(Servo diDio Giovanni Paolo II)

Non appoggiarti all'uomo: deve morire.

Non appoggiarti all'albero: deve seccare.

Non appoggiarti al muro: deve crollare.

Appoggiati a Dio, a Dio soltanto. Lui rimane sempre.

 

(San Francesco d’Assisi a Santa Chiara)

La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.

 

(San Paolo, prima Lettera ai Corinzi 13, 4-7)

Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui? Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio giustifica. Chi condannerà? Cristo Gesù, che è morto, anzi, che è risuscitato, sta alla destra di Dio e intercede per noi? Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? …Né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore.

 

(San Paolo, Lettera ai Romani 8, 31-35.38)

L'amore di Cristo non conosce limiti, non finisce mai, non si ritrae davanti a bruttezza e sporcizia. Egli è venuto per i pec­catori e non per i giusti, e se l'amore di Cristo vive in noi dob­biamo fare come lui e metterci alla ricerca della pecorella smar­rita.

(Santa Benedetta della Croce - EDITH STEIN)

Dio è sempre nuovo, la sua opera è sempre nuova. Novità dei mondo è ogni vita che nasce, novità dei mondo è ogni morte. Assoluta novità di tutta la storia è sempre la perenne risurrezione di Gesù Cristo. E ]'Amore che è sempre nuovo. L’amore è la creatività in atto sull'onda della fantasia di Dio. Non ci sono tempi per l'Amore. Ogni tempo è sempre per amare. Così è detto nella pienezza dei tempi. 

(David Maria Turoldo)

Rialzati! Per te Dio si è fatto uomo.

Sant’Agostino d’Ippona

Avendo un Figlio unico, Dio l’ha fatto figlio dell’uomo, e così viceversa ha reso il figlio dell’uomo figlio di Dio.

Sant’Agostino d’Ippona

Dio si è fatto uomo perché noi uomini diventassimo dei, cioè partecipi della vita divina.

Sant’Atanasio

Si sente il vento di una grande pagina che abbiamo scritto insieme con Dio e che, là in alto, una mano sta voltando. È bello scoprire che non siamo mai stati lasciati soli, nemmeno negli attimi più difficili, ma è ancora più bello scorgere la bellezza della nuova pagina dove ancora tutto può essere scritto e dove tutto diventa speranza se possiedi i colori di Dio.

Angela Magnoni 

 

 

 

 

 

 

 

 

Noi rendiamo continuamente grazie a Dio,

Padre del Signore nostro Gesù Cristo,

che ci ha messi in grado di partecipare

alla sorte dei santi nella luce.

È Lui infatti che ci ha liberati

dal potere delle tenebre

e ci ha trasferiti

nel regno del Suo Figlio diletto,

per opera del quale abbiamo la redenzione,

la remissione dei peccati.

Egli è immagine del Dio invisibile,

generato prima di ogni creatura;

poiché per mezzo di Lui

sono state create tutte le cose,

quelle nei Cieli e quelle sulla Terra,

quelle visibili e quelle invisibili…

Tutte le cose sono state create

per mezzo di Lui e in vista di Lui.

Egli è prima di tutte le cose

e tutte sussistono in Lui.

Egli è anche il capo del corpo, cioè della Chiesa;

il principio, il primogenito di coloro

che risuscitano dai morti,

per ottenere il primato su tutte le cose.

Perché piacque a Dio

di fare abitare in Lui ogni pienezza

e per mezzo di Lui riconciliare a sé tutte le cose,

rappacificando con il Sangue della Sua Croce,

cioè per mezzo di Lui,

le cose che stanno sulla Terra e quelle nei Cieli.

 

 

(San Paolo, Lettera ai Colossesi 1, 3.12-20)

 

Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. In Lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per trovarci, al Suo cospetto, santi e immacolati nell’amore. Ci ha predestinati      a essere Suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito del Suo volere, a lode e gloria della Sua grazia, che ci ha dato nel Suo Figlio diletto. In Lui abbiamo la redenzione mediante il Suo Sangue, la remissione dei peccati secondo la ricchezza della Sua grazia. Dio l’ha abbondantemente riversata su di noi con ogni sapienza e intelligenza, poiché Egli ci ha fatto conoscere il mistero del Suo volere, il disegno di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del Cielo come quelle della Terra. Nella Sua benevolenza lo aveva in Lui prestabilito per realizzarlo nella pienezza dei tempi.

(San Paolo, Lettera agli Efesini 1, 3-10)

Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la Sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini: apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce.

Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei Cieli, sulla Terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre.

 

 (San Paolo, Lettera ai Filippesi 2, 6-11)

O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie! Infatti, chi mai ha potuto conoscere il pensiero del Signore? O chi mai è stato suo consigliere? O chi gli ha dato qualcosa per primo, sì che abbia a riceverne il contraccambio? Poiché da Lui, grazie a Lui e per Lui sono tutte le cose. A Lui la gloria nei secoli.

(San Paolo, Lettera ai Romani, 11, 33-36)

Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il Suo unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per Lui. In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Lui che ha amato noi e ha mandato il Suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati. Carissimi, se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri.

(dalla Prima Lettera di San Giovanni Apostolo 4, 7-11)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Signore, Tu mi scruti e mi conosci,

Tu sai quando seggo e quando mi alzo.

Penetri da lontano i miei pensieri,

mi scruti quando cammino e quando riposo.

Ti sono note tutte le mie vie;

la mia parola non è ancora sulla lingua

e Tu, Signore, già la conosci tutta.

Alle spalle e di fronte mi circondi

e poni su di me la Tua mano.

Stupenda per me la Tua saggezza,

troppo alta, e io non la comprendo.

 

Dove andare lontano dal Tuo spirito,

dove fuggire dalla Tua presenza?

Se salgo in cielo, là Tu sei,

se scendo negli inferi, eccoti.

Se prendo le ali dell’aurora

per abitare all’estremità del mare,

anche là mi guida la Tua mano

e mi afferra la Tua destra.

Se dico: “Almeno l’oscurità mi copra

e intorno a me sia la notte”;

nemmeno le tenebre per Te sono oscure,

e la notte è chiara come il giorno;

per Te le tenebre sono come luce.

 

Sei Tu che hai creato le mie viscere

e mi hai tessuto nel seno di mia madre.

Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio;

sono stupende le Tue opere,

Tu mi conosci fino in fondo.

 

Non ti erano nascoste le mie ossa

quando venivo formato nel segreto,

intessuto nelle profondità della terra.

Ancora informe mi hanno visto i Tuoi occhi

e tutto era scritto nel Tuo Libro;

i miei giorni erano fissati,

quando ancora non ne esisteva uno.

Quanto profondi per me i Tuoi pensieri,

quanto grande il loro numero, o Dio;

se li conto sono più della sabbia,

se li credo finiti, con Te sono ancora.

 

Scrutami, Dio, e conosci il mio cuore,

provami e conosci i miei pensieri:

vedi se percorro una via di menzogna

e guidami sulla via della vita.

 

Salmo 139 (138), 1-18.23-24

 

 

Il Signore è il mio pastore

 

Il Signore è il mio pastore:

non manco di nulla;

su pascoli erbosi mi fa riposare,

ad acque tranquille mi conduce.

 

Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino,

per amore del Suo nome.

 

Se dovessi camminare in una valle oscura,

non temerei alcun male,

perché Tu sei con me, Signore.

 

Il Tuo bastone e il Tuo vincastro

mi danno sicurezza.

 

Davanti a me Tu prepari una mensa

sotto gli occhi dei miei nemici;

cospargi di olio il mio capo.

Il mio calice trabocca.

 

Felicità e grazia mi saranno compagne

tutti i giorni della mia vita,

e abiterò nella casa del Signore

per lunghissimi anni.

 

(Salmo 22)

O Dio, Tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco,

di Te ha sete l’anima mia,

a Te anela la mia carne,

come terra deserta, arida senza acqua.

 

Così nel santuario ti ho cercato,

per contemplare la Tua potenza e la Tua gloria.

Poiché la Tua grazia vale più della vita,

le mie labbra diranno la Tua lode.

 

Così ti benedirò finché io viva,

nel Tuo nome alzerò le mie mani.

Mi sazierò come a lauto convito,

e con voci di gioia ti loderà la mia bocca.

 

Nel mio giaciglio di Te mi ricordo

penso a Te nelle veglie notturne,

Tu sei stato il mio aiuto;

esulto di gioia all’ombra delle Tue ali.

 

A Te si stringe

l’anima mia.

La forza della Tua destra

mi sostiene.

 

(Salmo 62, 2-9)

Il vino della gioia

 

Se tu bevi quel vino che Dio stesso ti offre, sei nella gioia. Non è detto che tale gioia sia sempre facile, libera dal dolore e dalle lacrime, ma è gioia. Ti può capitare di bere quel vino della volontà di Dio nelle contraddizioni e nelle amarezze della vita, ma senti la gioia. Dio è gioia anche se sei crocifisso. Dio è gioia sempre. Dio è gioia perché sa trasformare l’acqua della nostra povertà nel vino della Risurrezione. E la gioia è la nostra riconoscente risposta. Sì, il discepolo di Gesù deve vivere nella gioia, deve diffondere la gioia, deve “ubriacarsi” di gioia. E questo sarà sempre il suo vero apostolato.

 

fratel Carlo Carretto

Assicurato e confortato

 

Può darsi che sia vero che la Chiesa avrà tempi duri, come Israele ebbe ai tempi della deportazione (quante profezie amare ed ingenue circolano nel sottobosco delle parrocchie!). A me tutto questo non dice molto perché Cristo mi ha libe­rato proprio dalla paura. Io mi sento assicurato e confortato dal passaggio di Gesù nella mia vita. Se si chiude un seminario non mi viene alla mente di dubi­tare che mi mancherà un prete a darmi l’Eucaristia. Se si vende il Vaticano non tremo pensando che tutto è fini­to e che Dio è stato vinto dal male… Sì, ho tanta speranza! Ed è la speranza vera, quella non fondata sull’ottimismo umano ma nata dalla contraddizione e debolezza mia, dalle con­traddizioni e debolezze della Chiesa e dalla visione della Babele del mondo di sempre. Ho la speranza che non si fonda più sulle mie forze o sulle forze organizzate della Chiesa ma solo sul Dio vivente, sul Suo Amore per l’uomo, sulla Sua azione nella storia, sulla Sua Volontà salvifica.

fratel Carlo Carretto

La primavera incomincia con il primo fiore,

 

La primavera incomincia con il primo fiore,
il giorno con il primo barlume,
la notte con la prima stella,
il torrente con la prima goccia,
il fuoco con la prima scintilla,
l’amore con il primo sogno.

La speranza è la faccia di Dio,
quale si scopre di momento in momento
secondo il volto delle nostre disperazioni.
Poiché tutte le speranze,
anche le più tenui, le più fragili,
perfino i sogni e le illusioni,
appartengono alla speranza.

Un niente basta a far battere un cuore,
come un niente lo può fermare.
E se un niente può fermarci sull’abisso,
la speranza fa suo questo niente;
vi si incarna, ne prende il volto e la voce.

La speranza vede la spiga
quando i miei occhi di carne
non vedono che il seme marcisce.

 

don Primo Mazzolari

Una candelina

 

È molto più importante accendere una piccola candela che maledire l’oscurità. Forse qualche volta anche noi in questo spazio di riflessione ci siamo lasciati un po’ abbandonare alla tentazione della lamentela pura e semplice. È questo un atteggiamento facile da adottare ed è per questo che è così comune: la politica è corrotta, la religione è in crisi, i delitti si moltiplicano, la stupidità dilaga e così via in una lunga e inarrestabile litania di querimonie. Ebbene, pur non peccando di ingenuità o di indifferenza, si dovrebbe invece scegliere un diverso comportamento. È ciò che proponeva già cinque secoli prima di Cristo, nei suoi “Dialoghi” il celebre maestro cinese Confucio, con questo sua aforisma: se sei immerso nel buio, vale di più una candelina di tante fiammeggianti proteste contro l’oscurità. La lamentazione sterile è di solito l’alibi dei pigri i quali pretendono di essere liberati dai loro mali ma non muovono un dito per cominciare loro stessi a reagire. Le rimostranze infinite, il dissenso verboso, la lagnanza permanente nascondono una inerzia e una debolezza di spirito e non sono certo indizio di sdegno nobile ma di codarda acquiescenza. Ecco, allora, la necessità di accendere anche solo una scintilla di luce e di deporre un seme nel terreno della storia. Il mare è fatto di un numero immenso di gocce ed è solo così che rivela la sua grandezza. L’immagine vale anche per il bene (e paradossalmente pure per il male): a furia di sottrarre gocce si dissecca l’alveo della giustizia, dell’onestà, dell’amore. Non fermiamoci disapprovare soltanto, muoviamoci per trasformare e illuminare il mondo.

 

Mons. Gianfranco Ravasi

 

Dio: quanto mi manca!

 

Se senti vacillare la tua fede per la violenza della tempesta, calmati: Dio ti guarda. Se ogni ora che passa cade nel nulla senza più ritornare, calmati: Dio rimane. Se il tuo cuore è agitato e in preda alla tristezza, calmati: Dio perdona. Se la morte ti spaventa e temi il mistero e l’ombra del sonno notturno, calmati: Dio risveglia.

 

Sant’Agostino d’Ippona

Il valore della Santa Messa

 

Nel corso del giorno, quando non ti è permesso di fare altro, chiama Gesù, anche in mezzo a tutte le tue occupazioni, con gemito rassegnato dell’anima, ed Egli verrà e resterà sempre unito con l’anima mediante la Sua grazia e il Suo santo Amore. Vola con lo spirito dinanzi al Tabernacolo, quando non ci puoi andare col corpo, e là sfoga le ardenti brame ed abbraccia il Diletto delle anime meglio che se ti fosse dato di riceverlo sacramentalmente… Se gli uomini comprendessero il valore della Santa Messa, ad ogni Messa ci vorrebbero i carabinieri per tenere in ordine le folle di gente nelle Chiese.

 

San Pio da Pietralcina

Viziare i poveri

 

Una volta, in un convegno a Bangalore, una suora si alzò e mi disse: “Lei, Madre Teresa, abitua male i poveri facendo come fa”. Voleva dire: “Col servirli gratuitamente”. Infatti, il nostro quarto voto ci impegna a questo. Io le risposi: “Ha ragione, ma non c’è nessuno che ci abitua così male come Dio, che ci dà tutto gratuitamente e non abbiamo mai da pagare per nulla. Non pagheremo mai il sangue prezioso che Suo Figlio ha sparso per noi”. Poi aggiunsi: “Ci sono nel mondo tante Congregazioni che stanno viziando i ricchi. È bene che ce ne stia almeno una che vizi i poveri”.

 

Santa Teresa di Calcutta

Uomo del nostro tempo

 

Uomo del nostro tempo! Uomo che vivi immerso nel mondo, credendo di padroneggiarlo mentre forse ne sei preda, Cristo ti libera da ogni schiavitù per lanciarti alla conquista di te, all’amore costruttivo e proteso al bene; amore esigente, che ti fa costruttore, non distruttore del tuo domani, della tua famiglia, del tuo ambiente, della società intera. Uomo del nostro tempo! Solo Cristo Risorto può appagare pienamente la tua insopprimibile aspirazione alla libertà! Dopo le atrocità di due guerre mondiali e di tutte le guerre che, in questi cinquant’anni, spesso in nome di ideologie atee hanno mietuto vittime e seminato odio in tante Nazioni; dopo gli anni delle dittature che hanno privato l’uomo delle sue libertà fondamentali, si sono riscoperte le vere dimensioni dello spirito, quelle che la Chiesa da sempre promuove rivelando in Cristo la vera statura dell’uomo. Uomo del nostro tempo! Cristo ti libera dall’egoismo per chiamarti, alla condivisione ed all’impegno alacre e gioioso per gli altri. Sono stato nel Sahel africano e ho visto la sabbia che sommerge i villaggi, asciuga i pozzi, brucia gli occhi, ischeletrisce i bambini, paralizza le giovani forze, reca disperazione, inedia, malattia e morte. Morte di fame e di sete. Uomo di oggi! Nazioni ricche della civiltà opulenta! Non siate indifferenti a tanta tragedia prendete coscienza sempre più viva di aiutare quelle popolazioni che lottano ogni giorno per la sopravvivenza.

 

Servo di Dio Giovanni Paolo II

Nonostante tutte le nostre frane

 

Nonostante tutte le nostre frane, noi siamo Chiesa scelta e amata da Dio il quale, per giunta,non misura il suo amore sulla base del nostro rendimento in generosità. Egli continua a investire su di noi a fondo perduto. Perciò dobbiamo fare attenzione perché perfino nelle più spietate revisioni critiche del nostro comportamento ecclesiale, il lamento non scavalchi la letizia e lo scoraggiamento non prevarichi sulla speranza.

 

Servo di Dio Tonino Bello

La gioia

 

Non abbandonarti alla tristezza,

non tormentarti con i tuoi pensieri.

La gioia del cuore è vita per l’uomo,

l’allegria di un uomo è lunga vita.

Distrai la tua anima, consola il tuo cuore,

tieni lontana la malinconia.

La malinconia ha rovinato molti,

da essa non si ricava nulla di buono.

Gelosia e ira accorciano i giorni,

la preoccupazione anticipa la vecchiaia.

Un cuore sereno è anche felice davanti ai cibi,

quello che mangia egli gusta.

                                

dal Libro del Siracide 30, 21-25

Pace

 

Non importa che tu sia uomo o donna
fanciullo o vecchio, operaio o contadino,
soldato o studente o commerciante;
non importa quale sia il tuo credo politico o quello religioso
se ti chiedono qual’è la cosa più importante per l’umanità
rispondi prima, dopo, sempre: la pace!

 

Tien Min, poeta cinese

Tu che sei anche in noi 

  

Tu che sei al di sopra di noi,
Tu che sei uno di noi,
Tu che sei anche in noi,
possano tutti vedere Te anche in me,
possa io preparare la strada per Te,
possa io rendere grazie per tutto ciò che mi accade.
Possa io non scordare in ciò i bisogni altrui.
Tienimi nel Tuo Amore
così come vuoi che tutti dimorino nel mio.
Possa tutto in questo mio essere volgersi a Tua gloria
e possa io non disperare mai.
Poiché io sono sotto la Tua mano,
e in Te è ogni forza e bontà.
Dammi puri sensi, per vederti...
Dammi umili sensi, per udirti...
Dammi sensi d'amore, per servirti...
Dammi sensi di fede, per dimorare in Te.

 

Dag Hammarskjold

Un dono di cuore

 

Ho dato un pane ad un mendicante.
Credevo di essere stato caritatevole.
Invece era giustizia,
perché io ho tanto pane
e lui ha fame.

 

Ho guidato un cieco per un tratto di strada.
Mi sentivo molto buono.
Invece era giustizia,
perché io ci vedo
e lui no.

 

Ho procurato un pezzo di legna
ad una famiglia povera.
Credevo di essere stato generoso.
Invece era giustizia,
perché, nella mia casa, il termosifone scotta,
e là la stufa è spenta.

 

Signore,
aiutami a non donare a Te e ai miei fratelli
solo le briciole,
ma tutto ciò che posso
e con tutto il cuore.

Volevo essere io a parlare

 

Volevo essere io a parlare,

volevo essere io quello che diceva e faceva,

e Tu rimanevi in silenzio.

Volevo essere io il centro della nostra amicizia,

e Tu ancora rimanevi in silenzio.

Volevo riempire la mia testa di idee,

e Tu sempre in silenzio.

Mi sono trovato davanti a Te preoccupato

perché non avevo più nulla da dirti.

Sono rimasto in silenzio.

Solo in quel momento ti ho permesso di parlare.

E Tu , che sei un Dio fantastico, hai riempito il silenzio.

Ed è stata la mia gioia.

Voglio essere io in silenzio:

parlami Tu, spiegami Tu, chiedimi Tu, invitami Tu.

Dopo il mio silenzio, solo dopo che Tu avrai parlato

Avrò ancora il coraggio di risponderti.

Che cosa non va nella Chiesa per me?

 

Un giornalista chiesa a madre Teresa di Calutta: “Che cosa non va nella Chiesa di oggi?”. Lei, abbassò il capo e poi rispose: “Io e lei!”.

Che fare?

 

Sei accanto a chi non va’ più in Chiesa, e che ha rotto i ponti con tutto ciò che è religioso. Che fare? La tua passione perché questo fratello riacquisti la relazione con dio, la gioia che doni a tutti, apre il cuore di chi si è allontanato del tutto dal Signore. Ci sono due modi per vincere il male: uno è lottare fieramente contro il male, l’altro è costruire il bene che manca. In quale hai scelto? Mi dirai: “Tutti e due”. Io dico: “Continua!”. Se vuoi un mio consiglio, però, parti costruendo il bene che manca. Guardati attorno e ascolta il signore che ti chiama.

 

don Oreste Benzi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Chi ha paura di un uomo in croce?

 

Che senso ha avere (o non avere!) crocifissi di legno, di metallo, d’oro o d’argento appesi qua e là, quando la vita ce li pone davanti agli occhi tutti i giorni! Ecco perché un uomo in croce ci fa spesso paura; perché ci ricorda che noi siamo niente quando lottiamo solo per noi stessi, quando vince l’egoismo e l’amor proprio, la brama di desideri e di ricchezza, l’autoaffermazione e il compiacimento personale. Non si tratta di tirarsi indietro dai dibattiti pubblici o privati di questi giorni, di non lottare per un segno o un simbolo, ma di farlo con la consapevolezza che ciò che conta è altro. Chi ha paura di un uomo in croce? È questa la domanda che mi ritorna in questi giorni di dibattito, troppe volte aspro e spettacolarizzato mediaticamente, sulla questione della presenza del Crocifisso nelle classi. Se dovessimo svolgere un tema, di certo gli argomenti non mancherebbero: la questione delle radici cristiane dell’Europa, il tema dei diritti uguali per tutti, il rapporto tra Cristianesimo e Islam, l’ingerenza o meno delle istituzioni europee nella nostra legislazione, il simbolo che dà identità al nostro popolo. Queste e altre le piste da approfondire per scrivere un buon compito in classe di Italiano. Già, tutto valido per una prova scolastica, ma la vita cristiana è un’altra cosa, non deve essere strumentalizzata né dalla politica, né dalla cultura, né dai media; allo stesso tempo i nostri discorsi, quelli dei cattolici che cercano con fatica di vivere il Vangelo tutti i giorni, non possono cadere nella trappola, per così dire, del mondo, delle varie strumentalizzazioni, di troppe parole che possono essere travisate e persino destare l’effetto contrario. Chi ha paura di un uomo in croce? Lo ripeto tante volte ai ragazzi e ai giovani che incontro nella mia vita professionale e nel mondo del volontariato, lo ripeto perché credo che dobbiamo guardare le cose in una prospettiva diversa dalla deriva di questi giorni, anzi direi che è proprio dalla croce che tutto si può osservare in modo nuovo. Forse siamo proprio noi, i cattolici praticanti, che abbiamo paura di un uomo in croce tanto che ce ne ricordiamo spesso solo in questi momenti, poi la notizia diventa vecchia e tutto ritorna come prima. Se non avessimo paura, potremmo noi stessi essere dei “crocifissi” e quindi dei “risorti” in Cristo, così da non turbarci più di tanto per una sentenza, sicuramente spiacevole, ma che non tocca la nostra fede. La fede, il Vangelo, la Chiesa sono ben altra cosa! I crocifissi da togliere e da proteggere, per gli uomini e le donne di chiesa, sono i poveri del mondo che andrebbero sollevati dalla miseria, sono i bambini sfruttati che gridano aiuto, sono i senza dimora che chiedono attenzione, sono i giovani che hanno bisogno di relazioni significative, sono i soli, gli abbandonati, i perseguitati, gli esuli, i malati. Mi piacerebbe che “questi crocifissi” già inchiodati nelle miserie del mondo, già assimilati alla Croce di Cristo, fossero al centro dei dibattiti quotidiani, delle contese ideologiche, delle prime pagine dei giornali, nelle azioni concrete dei politici, nelle scelte politiche che contano. Che senso ha avere (o non avere!) crocifissi di legno, di metallo, d’oro o d’argento appesi qua e là, quando la vita ce li pone davanti agli occhi tutti  i giorni! Ecco perché un uomo in croce ci fa spesso paura; perché ci ricorda che noi siamo niente quando lottiamo solo per noi stessi, quando vince l’egoismo e l’amor proprio, la brama di desideri e di ricchezza, l’autoaffermazione e il compiacimento personale. Non si tratta di tirarsi indietro dai dibattiti pubblici o privati di questi giorni, di non lottare per un segno o un simbolo, ma di farlo con la consapevolezza che ciò che conta è altro e che nessuno potrà eliminare i veri crocifissi, i cristiani, i fedeli a cui si dovrebbero tagliare le abbraccia per non avere il “Segno della Croce” sempre presente. Infine mi piace ricordare la prospettiva della Croce di Gesù, che è anche modello per ogni nostro gesto, per le parole e le azioni in questo tempo di confronto anche acceso; sono le parole di Gesù sulla croce che ci devono guidare per non dar scandalo, per non essere manchevoli di carità, per non perdere di vista l’essenziale. “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”, “Oggi sarai con me in Paradiso”, “Donna, ecco tuo figlio; figlio, ecco la tua madre”.

 

Marco Pappalardo, Quaderni Cannibali, novembre 2009, www.donboscoland.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Noi non possiamo scrutare il segreto di Dio

 

Noi non possiamo scrutare il segreto di Dio – vediamo soltanto frammenti e ci sbagliamo se vogliamo farci giudici di Dio e della storia. Non difenderemmo, in tal caso, l’uomo, ma contribuiremmo solo alla sua distruzione. No – in definitiva, dobbiamo rimanere con l’umile ma insistente grido verso Dio: Svégliati! Non dimenticare la tua creatura, l’uomo! E il nostro grido verso Dio deve al contempo essere un grido che penetra il nostro stesso cuore, affinché si svegli in noi la nascosta presenza di Dio – affinché quel suo potere che Egli ha depositato nei nostri cuori non venga coperto e soffocato in noi dal fango dell’egoismo, della paura degli uomini, dell’indifferenza e dell’opportunismo. Emettiamo questo grido davanti a Dio, rivolgiamolo allo stesso nostro cuore, proprio in questa nostra ora presente, nella quale incombono nuove sventure, nella quale sembrano emergere nuovamente dai cuori degli uomini tutte le forze oscure: da una parte, l’abuso del nome di Dio per la giustificazione di una violenza cieca contro persone innocenti; dall’altra, il cinismo che non conosce Dio e che schernisce la fede in Lui. Noi gridiamo verso Dio, affinché spinga gli uomini a ravvedersi, così che riconoscano che la violenza non crea la pace, ma solo suscita altra violenza – una spirale di distruzioni, in cui tutti in fin dei conti possono essere soltanto perdenti. Il Dio, nel quale noi crediamo, è un Dio della ragione – di una ragione, però, che certamente non è una neutrale matematica dell’universo, ma che è una cosa sola con l’amore, col bene. Noi preghiamo Dio e gridiamo verso gli uomini, affinché questa ragione, la ragione dell’amore e del riconoscimento della forza della riconciliazione e della pace prevalga sulle minacce circostanti dell’irrazionalità o di una ragione falsa, staccata da Dio.

 

Benedetto XVI ad Auschwitz

 

 

 

 

 

 

Amore: Inferno, Purgatorio o Paradiso

 

in quale girone dantesco dell’amore ti trovi ?

 

Inferno

Non sono stato amato e quindi non mi amo.

Ho bisogno d’amore ma ho paura d’amare. Vorrei essere amato ma ho paura di essere rifiutato un’altra volta. Non mi apro. Non mi amo e quindi non riesco ad amare. Vorrei amare, vorrei aprirmi ma ho paura di farlo, non sono capace di farlo, credo di non esserne in grado e allontano chi prova ad amarmi. Non riesco ad amare e quindi non mi amano. Non mi amano e quindi non mi amo… e il circolo continua.


Purgatorio
Non sono stato amato ma provo ad amarmi. Provo ad amarmi e provo ad aprirmi. Mi apro e vinco la paura del rifiuto. Prendo fiducia in me e mi apro un altro po’. Mi apro e vedo che non è così terrorizzante, che si può fare. E anche se non sono stato amato provo ad amarmi… e il circolo progredisce.


Paradiso
Mi amo perché sono stato amato. Mi hanno fatto sentire importante e adesso lo sento anch’io. Mi amo e sono amato. Gli altri sentono la mia positività e il mio valore che anch’io sento. Così è facile per loro amarmi e aprirsi. E anche per me è facile aprirmi e farmi amare. Sono amato e mi amo. E più intesso relazioni d’amore e più sento che sono capace d’amare, che sono una persona preziosa e importante… e il circolo continua.

Il matrimonio

 

Voi siete nati insieme, e dovrete sempre stare insieme. Starete insieme quando le bianche ali della morte disperderanno i vostri giorni. Sì, starete insieme anche nella memoria silenziosa di Dio. Ma che ci siano spazi nel vostro stare insieme, e che i venti del cielo danzino tra di voi. Amatevi vicendevolmente, ma il vostro amore non sia una prigione: lasciate piuttosto un mare ondoso tra le due sponde delle vostre anime. Riempitevi la coppa uno con l’altro, ma non bevete da una sola coppa. Scambiatevi a vicenda il vostro pane, ma non mangiate dallo stesso pane. Cantate insieme e danzate e siate allegri, ma che ciascuno sia solo. Come le corde di un liuto, che sono sole, anche se vibrano per la stessa musica. Datevi il vostro cuore, ma non lo date in custodia uno dell’altro. Perché solo la mano della Vita può contenere i vostri cuori. E state insieme ma non troppo vicini: poiché le colonne del tempio sono distanziate, e la quercia e il cipresso non crescono l’una all’ombra dell’altro.

 

Gibran Kahlil Gibran, da Il profeta

Decalogo della carità coniugale e familiare

 

 

1. Rispetta la persona dell’altro come mistero.

2. Sforzati sempre di capire le ragioni dell’altro.

3. Prendi sempre l’iniziativa nel perdonare e nel donare.

4. Non aspettare che sia l’altro a fare il primo passo.

5. Sii sempre trasparente con l’altro e ringrazialo della sua trasparenza con te.

6. Sappi ascoltare l’altro sempre senza trarre alibi per chiuderti in te stesso.

7. Rispetta i figli come persone libere.

8. Da ai tuoi figli ragioni di vita e di speranza, insieme al tuo sposo, alla tua sposa.

9. Lasciati mettere in discussione dalle attese dei figli.

10. Chiedi ogni giorno a Dio un amore più grande e sforzati di essere per l’altro e per i figli dono e testimonianza.

 

Mons. Bruno Forte, Vescovo di Chieti-Vasto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Decalogo di un buon marito

Per essere un bravo papà devi essere prima un buon marito:

 
1. Esaminati seriamente: se tra queste qualità ce n’è una che ti appartiene (aggressivo, arrogante, autoritario, bugiardo, contestatore, egoista, impulsivo, prepotente, schiavizzante o violento) non saresti un buon marito; per esserlo dovresti subito riqualificarti.


2. Non essere prevenuto contro tua moglie: credile, stimala ed amala come la creatura più amabile, non ti è stata donata dal caso, ma te la sei scelta come la migliore compagna della tua vita.


3. Se tua moglie ti sembra non più quella di prima, esaminati bene con gran sincerità: forse tu sei cambiato.


4. Sei capofamiglia: ti deve interessare il benessere fisico, morale e spirituale di tua moglie, come fosse il tuo e dei tuoi figli; non permettere dunque che si sovraccarichi di lavoro e responsabilità. Condividi con lei tutti gli oneri della casa e quando te lo chiedesse anche quelli di sua specifica competenza.


5. Il legame matrimoniale è sacro per cui non puoi permettere che neppure l’ombra del sospetto venga a offuscare la tua fedeltà. Dinanzi a tuoi eventuali sbagli, comportati umilmente nel riconoscerli: il miglior modo per essere da lei perdonato è chiedergliene scusa.


6. Nell'educazione dei figli ambedue avete pari diritti e doveri; ma se capisci che in qualcosa lei ha più disposizioni di te, cedile umilmente la preferenza.


7. Nella gestione economica della casa ricorda che la donna è quasi sempre più capace dell’uomo. ha bisogno però della tua fiducia.


8. Non cedere mai alla rabbia tentando di correggerla con violenza. La donna non va percossa neppure con un fiore. Nelle discussioni non rimettere in ballo il passato i cui errori vanno seppelliti nel dimenticatoio.


9. Non ti permettere di umiliare tua moglie in presenza di estranei o dei figli: guasteresti tutto e forse per sempre.


10. Non essere avaro di gesti di tenerezza anche in pubblico: una carezza o un piccolo dono è capace di farle dimenticare mille torti.

 

 

 

 

 

 

E Dio creò il padre

Quando il buon Dio decise di creare il padre, cominciò con una struttura piuttosto alta e robusta. Allora un angelo che era lì vicino gli chiese: “Ma che razza di padre è questo? Se i bambini li farai alti come un soldo di cacio, perché hai fatto il padre così grande? Non potrà giocare con le biglie senza mettersi in ginocchio, rimboccare le coperte al suo bambino senza chinarsi e nemmeno baciarlo senza quasi piegarsi in due?”.Dio sorrise e rispose: “È vero, ma se lo faccio piccolo come un bambino, i bambini non avranno nessuno su cui alzare lo sguardo”. Quando poi fece le mani del padre, Dio le modellò abbastanza grandi e muscolose. L’angelo scosse la testa e disse: “Ma… mani così grandi non possono aprire e chiudere spille da balia, abbottonare e sbottonare bottoncini e nemmeno legare treccine o togliere una scheggia da un dito.” Dio sorrise e rispose: “Lo so, ma sono abbastanza grandi per contenere tutto quello che c’è nelle tasche di un bambino e abbastanza piccole per poter stringere nel palmo il suo visetto”. Dio stava creando i due più grossi piedi che si fossero malvisti, quando l’angelo sbottò: “Non è giusto. Credi davvero che queste due barcacce riusciranno a saltar fuori dal letto la mattina presto quando il bebè piange? O a passare fra un nugolo di bambini che giocano, senza schiacciarne per lo meno due?”. Dio sorrise e rispose: “ Sta’ tranquillo, andranno benissimo. Vedrai: serviranno a tenere in bilico un bambino che vuol giocare a cavalluccio o a scacciare i topi nella casa di campagna oppure a sfoggiare scarpe che non andrebbero bene a nessun altro”.  Dio lavorò tutta la notte, dando al padre poche parole ma una voce ferma e autorevole; occhi che vedevano tutto, eppure rimanevano calmi e tolleranti. Infine, dopo essere rimasto un po’ soprappensiero, aggiunse un ultimo tocco: le lacrime. Poi si volse all’angelo e domandò: “E adesso sei convinto che un padre possa amare quanto una madre?”.

 

Erma Bombeck

La lunghissima adolescenza

 

Oggi molti giovani vivono una lunghissima adolescenza, restando in casa dei genitori fino (o quasi) ai trent’anni. È comodo fare così, mali prepara alla vita? I genitori che amano i figli devono sentire la preoccupazione di stimolarli a crescere, spingendoli ad assumersi responsabilità e orientandoli a vivere esperienze forti, che li aprano al dono di sé. Perché questa è la vita adulta: la vita di chi sa donare e donarsi.

Card. Angelo Comastri

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La pace dipende anche da me

 

Non costruisco la pace quando non apprezzo lo sforzo, la virtù degli altri;

quando pretendo l’impossibile,

quando sono indifferente al bene e al male degli altri;

non costruisco la pace quando lavoro per due

per poter comprare e mantenere il superfluo,

mentre c’è chi non trova lavoro e non ha il necessario,

l’indispensabile per vivere;

non costruisco la pace quando non perdono,

quando non chiedo scusa, quando non faccio il primo passo

per riconciliarmi, anche se mi sento offesa o credo di aver ragione;

non costruisco la pace quando lascio solo chi soffre e mi scuso dicendo:

“Non so cosa dire, cosa fare, non lo conosco”;

non costruisco la pace quando chiudo la porta del cuore,

quando chiudo le mani, la bocca

e non faccio niente per unire, conciliare, scusare;

non costruisco la pace quando penso solo ai fatti miei,

al mio interesse e tornaconto, al mio benessere e ai miei beni;

non costruisco la pace quando rispondo:

“Non ho tempo”, e tratto il prossimo come uno scocciatore, un rompiscatole;

non costruisco la pace quando mi metto volentieri

e di preferenza dalla parte di chi ha potere,

ricchezza, sapienza, furbizia, anziché dalla parte del debole,

dell’indifeso, del dimenticato, dalla parte di colui

il cui nome non è scritto sull’agenda di nessuno;

non costruisco la pace quando non aiuto il colpevole a redimersi;

non costruisco la pace quando taccio di fronte alla menzogna,

all’ingiustizia, alla maldicenza, alla disonestà, perché non voglio noie;

non costruisco la pace quando non compio il mio dovere

sia nel luogo di lavoro che verso i miei familiari;

non costruisco la pace quando sfrutto il mio prossimo

in stato di dipendenza, inferiorità, indigenza, malattia;

non costruisco la pace quando rifiuto la croce, la fatica;

non costruisco la pace quando dico no alla vita;

non costruisco la pace quando non mi metto

in ginocchio per invocarla, per ottenerla, per viverla;


Allora quand’è che costruisco la pace?

Quando al posto del “no” metto un “sì”

quando al posto del rancore, metto il perdono

quando al posto della morte, metto la vita,

quando al posto dell’io, metto Dio.


”La pace è un Tuo dono, Signore.

Per ottenerla occorre pregare, amare, soffrire.

Occorre pagare di persona. Scomparire.

Eccomi o Signore.

Fammi seminatrice di pace.

Signore, donaci la Tua pace”.

Carla Zichetti

 

 

 

 

 

La dignità della persona umana

 

Esistono beni che non si possono acquistare al mercato: fondamentale tra essi è la dignità della persona umana. Oltre ai bisogni materiali ci sono pure esigenze spirituali che per loro natura debbono essere soddisfatte nella gratuità di uno scambio, in cui la persona è riconosciuta ed amata per se stessa. Occorre superare la mentalità meramente utilitaristica, che ignora le dimensioni trascendenti della persona umana e la riduce al circolo angusto della produzione e del consumo. Una società così concepita non è capace di integrare i più deboli e poveri, né riesce a soddisfare ciò che attendono le nuove generazioni, anche per superare una certa diffusa cultura che le rinchiude in se stesse, le porta a ricercare paradisi artificiali ed a sfuggire alle responsabilità della vita familiare e sociale. Occorre adoperarsi per una società nuova, in cui le persone possano contare di più, in cui alla lotta sia sostituito l’incontro di libertà e responsabilità, l’alleanza tra libero mercato e solidarietà, per promuovere un tipo di sviluppo che tuteli la vita, difenda l’uomo, specie il povero e l’emarginato, rispetti il creato, che è opera della mano di Dio.

 

Servo di Dio Giovanni Paolo II

Amico bianco…

 

Amico bianco,

Io, quando piccolo, nero.

Quando diventato grande, nero.

Quando arrabbiato, nero.

Quando paura, ancora nero.

Quando morire, ugualmente nero.

 

Ma tu, amico bianco,

Tu, quando nato, rosa.

Quando diventato grande, bianco.

Quando arrabbiato rosso.

Quando ammalato, giallo.

Quando paura, verde.

Quando morire, viola.

 

Ma allora, amico bianco

Perchè chiamare me di colore???

 

 

Casa e paradiso

 

L’uomo su questa terra cerca una casa... la Casa. E la cerca come quel luogo dove si vive, si respira, si ama, ci si riposa. Chi ha avuto una casa falsa, vuota d’amore, inquieta: una casa dove si urla, si odia, per tutta la vita cercherà il contrario di ciò che ha conosciuto, e resterà fino alla fine un malato, un ferito. Quanti traumi in chi non è stato amato! Quante angosce in chi non ha avuto casa! Il concetto di casa e di Paradiso si identificano e nessun uomo riuscirà a liberarsi da questo subcosciente della sua esistenza, perché tanto la casa quanto il Paradiso sono il richiamo al primo comandamento posto da Dio nel suo cuore. Tu cerchi la casa perché cerchi l’amore. Tu cerchi il Paradiso perché cerchi l’amore. L'amore è il Paradiso, il non amore è l’inferno. L'amore è la vita dell’uomo, è il suo nutrimento, il suo completamento, la sua estasi, la sua pienezza. Senza amore non può vivere; basta considerare il contrario per capire l’inferno. L’inferno è il non amore, e ne abbiamo già la prova su que­sta terra. É l’amore la tensione costante. Tutti gli amori che gradualmente scopriamo e viviamo nella nostra esistenza - il cibo, l’amicizia, il sesso, la cultura, il bene, la giustizia, la luce - non sono che gradi parziali dell’amore che pre­parano, sviluppano, purificano l’amore totale, vanto e pienezza di tutti gli amori: quello di Dio, che sarà la nostra eredità eterna. Allora capiremo perché siamo nati, perché Dio ci ha chia­mati alla vita.

 

fratel Carlo Carretto

 

Doni di Dio

 

Sulla via principale della città c’era un negozio originale. Un’insegna luminosa diceva: DONI DI DIO. Un bambino entrò e vide un angelo dietro al banco. Sugli scaffali c'erano grandi contenitori di tutti i colori. “Cosa si vende?”, chiese incuriosito. “Ogni ben di Dio! Vedi, il contenitore giallo è pieno di sincerità, quello verde è pieno di speranza, in quello rosso c’è l’amore, in quello azzurro la fede, l’arancione contiene il perdono, il bianco la pace, il violetto il sacrificio, l'indaco la salvezza. “E quanto costa questa merce?”.  “Sono doni di Dio e i doni non costano niente!”. “Che bello! Allora dammi: dieci quintali di fede, una tonnellata di amore, un quintale di speranza, un barattolo di perdono e tutto il negozio di pace”. L’angelo si mise a servire il bambino. In un attimo confezionò un pacchetto piccolo piccolo come il suo cuore. “Ecco sei servito, disse l’angelo porgendo il pacchettino. “Ma come? così poco?”. “Certo, nella bottega di Dio non si vendono i frutti maturi, ma i piccoli semi da coltivare. Vai nel mondo e fai germogliare i Doni che Dio ti ha dato”.

Che cosa è Dio

 

“Che cosa è Dio?”, domanda il bambino. La mamma lo stringe fra le braccia e gli chiede: “Che cosa provi?”. “Ti voglio bene”, risponde il bambino. “Ecco, Dio è questo”.

 

autore sconosciuto

Credo anche se

 

Credo che c’è il sole
anche se adesso è nuvoloso.
Credo che c’è l’amore
anche se adesso non lo sento.
Credo che c’è Dio
anche se adesso dubito.

 

preghiera ritrovata nel campo di concentramento di Vucht

 

Chiedo la fede

 

Busso al Cielo,

chiedo la fede

ma non quella con il pianto sulla spalla,

quella che conta le stelle e non vede la gallina,

quella che come la farfalla dura un giorno,

ma quella sempre fresca perché infinita,

quella che corre come un agnello dietro alla madre,

non capisce ma comprende,

tra le parole sceglie le più piccoline,

non possiede una risposta a tutto

e non va a gambe all’aria

se a qualcuno prende un colpo.

don Jan Twardowski, da Affrettiamoci ad amare

Che te ne fai della lanterna accesa?

 

Il cieco del villaggio alla sera andava sempre in giro con una lanterna accesa. Gli fecero notare, ridendo: “Che te ne fai della lanterna accesa, se sei cieco?”. Rispose, serenamente: “Con la lanterna accesa, gli altri mi vedono e non mi investono, dal momento che io, essendo cieco non riesco a scansare loro”. Dopo questa risposta la gente del paese non rise più.

 

autore sconosciuto

Far posto a te, Parola

 

Non vivo più io, solo Tu, mio Cristo, vivi in me! Parlami! Voglio fare spazio alla Tua Parola, lasciare che il Tuo Vangelo intrida la mia vita, diventi la mia luce, la mia forza, vivifichi e trasformi ogni mio atteggiamento. Maturi la mia vita nell’ascolto e mi trasformi in Te, Gesù benedetto. Troppi ce n’è che leggono e vogliono capire: voglio leggere mettendomi in ginocchio e aspettando Te da Te stesso. Signore, Tu parli e io non capisco perché non ti somiglio. Non ti lascio vivere in me la Tua vita di Figlio. Non ho ancora la luce dei Tuoi occhi, la sapienza del Tuo Cuore; non ho ancora l’amore che rende intelligibile il mistero e rende luminoso anche ciò che supera ed eccede ogni mia capacità di capire. La Tua acqua limpida non scorra invano nel mio deserto arido. Entra Tu stesso con la vivacità del Tuo parlare, con la Tua Verità nel vuoto del mio cuore e fatti posto, vivi Tu da Signore dentro di me.

 

Card. Anastasio Alberto Ballestrero

C’è una parola

 

C’è una parola che per anni è stata il sogno del mondo. Poi cominciò a farsi realtà, ma non era ancor lei. Ancor oggi, che ufficialmente è tornata a regnare, è così debole e mobile che minaccia di sfuggire, di allontanarsi da noi. Parola grandiosa, e questa parola si chiama pace. Tutti desiderano la pace; si desidera la pace nelle famiglie, e quando manca, non esiste la felicità. I popoli tutti desiderano la pace: e se manca c'è un cumulo di rovine inumane. Attualmente si possiede la pace, ma si sta coll’ansia di perderla sotto la minaccia di qualche nuova tempesta. Si possiede la pace attualmente, ma un incubo penoso grava sull’umanità: l’incubo che la pace un bene tanto desiderato possa da un momento all’altro naufragare in un oceano di sangue e di rovine. Parola dolce la Pace. Parola che Gesù predilesse ed usò per saluto… Gesù ha amato ed ha augurato la pace, e ben a ragione il profeta Isaia l’aveva chiamato principe di pace.

 

Beato Francesco Spoto, sacerdote e martire in Zaire durante la rivoluzione dei “Simba”

Beati quelli che…

 

Beati quelli che sanno ridere di se stessi, perché m non finiranno mai di divertirsi.

Beati quelli che sanno distinguere una montagna da un ciottolo, perché eviteranno molti fastidi.

Beati quelli che sanno riposare e dormire senza trovare scuse, perché diverranno saggi.

Beati quelli che sanno ascoltare e tacere, perché impareranno cose nuove.

Beati quelli che sono abbastanza intelligenti per non prendersi sul serio, perché saranno apprezzati dai loro vicini.

Beati quelli che sono attenti alle richieste degli altri, senza sentirsi indispensabili, perché saranno dispensatori di gioia.

Beati quelli che sanno guardare seriamente le cose piccole e tranquillamente e cose importanti, perché andranno lontano nella vita.

Beati quelli che sanno apprezzare un sorriso e dimenticare uno sgarbo, perché il loro cammino sarà pieno di sole.

Beati quelli che pensano prima di agire, perché non si turberanno dei l’imprevedibile.

Fare il punto

 

Fare il punto. Questa frase si usa spesso in marina per orientarsi, ed anche in altri campi. Ma la si può dire molto a ragione per la vita spirituale. Fare ogni tanto il punto della nostra vita spirituale, morale, materiale, di tutte quelle che sono le manifestazioni del nostro pensiero e della nostra volontà. Fare il punto per costatare il cammino compiuto, per vedere se vi è un progresso o un regresso. Fare il punto per riprendere con più impegno la via, la nostra via, quella che il Signore affida a tutti, distinta, ma con il medesimo fine: la salvezza

 

Beato Alberto Martelli, 18 novembre 1938

La vita non si improvvisa

 

La vita non si inventa né si improvvisa

con un atto di volontà,

sincero ed eroico finché si vuole;

la vita si costruisce,

come una casa,

pietra su pietra,

atto per atto,

giorno per giorno.

Niente d’improvviso nella natura.

 

Beato Carlo Gnocchi

Dagli scritti di San Juan de la Cruz

(San Giovanni della Croce)

 

Dio preferisce in te il minimo grado di obbedienza e di sottomissione a tutti quei servizi che tu pensi di rendergli.

Dio stima di più in te l’inclinazione all’aridità e alla sofferenza per amor suo, che tutte le meditazioni, le visioni e le consolazioni spirituali che tu possa avere.

 Nella sera (della vita) sarai esaminato sull’amore. Impara ad amare Dio come Egli vuole essere amato e la scia il tuo modo di fare e di vedere.

 Cerca di non rattristarti subito dei casi avversi del mondo, poiché non conosci il bene che essi portano seco, un bene preordinato nel giudizio di Dio per il gaudio sempiterno degli eletti.

Il Padre pronuncio una parola che fu suo Figlio e sempre la ripete in un eterno silenzio; perciò in silenzio essa deve essere ascoltata dall'anima.

 La sapienza entra in noi per mezzo dell'amore, del silenzio e della mortificazione. Grande saggezza è il saper tacere senza guardare né alle parole né ai fatti né alla vita altrui.

 Le proprietà del passero solitario sono cinque: Prima: si porta più in alto possibile; seconda: non sopporta la compagnia di altri uccelli neppure della stessa specie; Terza: tende il becco verso il vento; quarta: non ha un colore determinato; quinta: canta soavemente. L’anima contemplativa deve avere queste cinque proprietà, e cioè deve elevarsi al di sopra delle cose transitorie, non facendo di esse alcun caso come se non esistessero, e deve essere così amica della solitudine e del silenzio da non sopportare compagnia di alcuna creatura. Deve inoltre tendere il becco al soffio dello Spirito Santo, corrispondendo alle sue ispirazioni, affinché comportandosi in tal modo si renda maggiormente degna della sua compagnia. Non deve avere un colore determinato, non lasciandosi determinare da alcuna cosa, ma solo da ciò che è volontà di Dio; deve infine cantare soavemente nella contemplazione e nell'amore del suo Sposo.

 Non è volontà di Dio che l’anima si turbi di qualche cosa e che soffra tormenti: se essa nei casi avversi del mondo soffre, ciò accade per debolezza della sua virtù, poiché l'anima del perfetto si rallegra in ciò in cui si affligge quella di un imperfetto.

 A Dio piace di più un’azione, per quanto piccola, fatta di nascosto e senza il desiderio che sia conosciuta, che mille altre compiute con il desiderio che siano vedute dagli uomini. Infatti a colui che agisce per Dio con purissimo amore, non solo non importa di essere veduto dagli uomini, ma non agisce neppure per essere veduto da Dio; anzi se questi non dovesse saperlo, l’anima non cesserebbe di rendere a Lui gli stessi servizi con la stessa allegrezza e con la stessa purezza di amore.

 Alla sera della vita, saremo giudicati sull’amore.

 Ricordati che Dio regna solo nell'anima pacifica e disinteressata.

Signore, io credo che Tu mi ami

 

Signore, io credo che Tu mi ami

anche se non lo capisco;

io credo che Tu mi sei vicino,

anche se mi sento sola e abbandonata da tutti:

io credo che Tu mi liberi,

anche se mi sento prigioniera di questa croce,

di queste catene.

Io credo che Tu,

attraverso questa prova,

mi porterai alla gioia,

quella senza tramonto.

quella che vorrei già subito, adesso.

Io credo che Tu ora mi farai capire

molte più cose di quelle che credevo di sapere;

io credo – sulla Tua parola – che Tu mi salvi.

 

Carla Zichetti, Grazie mamma

Lentamente muore (erroneamente attribuito a Pablo Neruda)

 

Lentamente muore

chi diventa schiavo dell’abitudine,

ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,

chi non cambia la marcia,

chi non rischia e cambia colore dei vestiti,

chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione,

chi preferisce il nero su bianco

e i puntini sulle “i”

piuttosto che un insieme di emozioni,

proprio quelle

che fanno brillare gli occhi,

quelle che fanno

di uno sbadiglio un sorriso,

quelle che fanno battere il cuore

davanti all’errore e ai sentimenti.

Lentamente muore

chi non capovolge il tavolo,

chi e’ infelice sul lavoro,

chi non rischia la certezza

per l’incertezza per inseguire un sogno,

chi non si permette

almeno una volta nella vita

di fuggire ai consigli sensati.

Lentamente muore chi non viaggia,

chi non legge,

chi non ascolta musica,

chi non trova grazia in se stesso.

Muore lentamente

chi distrugge l’amor proprio,

chi non si lascia aiutare;

chi passa i giorni a lamentarsi

della propria sfortuna o

della pioggia incessante.

Lentamente muore

chi abbandona un progetto

prima di iniziarlo,

chi non fa domande

sugli argomenti che non conosce,

chi non risponde

quando gli chiedono

qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi,

ricordando sempre che essere vivo

richiede uno sforzo

di gran lunga maggiore

del semplice fatto di respirare.

Soltanto l’ardente pazienza porterà

al raggiungimento

di una splendida felicità.

 

Martha Medeiros, giornalista e scrittrice brasiliana

Lasciarsi catturare da Dio

 

Dio è pericoloso, è un fuoco divoratore. Ascolta l’avvertimento che ti dà Lui stesso: “Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volta indietro, è adatto per il Regno di Dio”... Sta attento, Egli nasconde il Suo gioco, inizia con un piccolo amore, una piccola fiamma prima che tu abbia potuto capire come dovresti, ti tiene interamente in pugno e sei catturato. E tuttavia, vale la pena lasciarsi catturare da Dio, per lanciarsi in questa meravigliosa avventura, privi delle certezze umane, ma sorretti e guidati dallo Spirito Santo.

 

Hans Urs Von Balthasar

Le parole più importanti

 

Le sei parole più importanti:
“Riconosco di aver commesso un errore”.

Le cinque parole più importanti:
“Hai fatto un buon lavoro”.

Le quattro parole più importanti:
“Che cosa ne pensi?”.

Le tre parole più importanti:
“Se tu potessi…”.

Le due parole più importanti:
“Grazie tante”.

La parola più importante:
“Noi”.

La parola meno importante:
“Io”.

 Davide Weiss

L’amore è voler amare

 

L’amore consiste non nel sentire che si ama, ma nel voler amare; quando si vuol amare, si ama; quando si vuol amare sopra ogni cosa, si ama sopra ogni cosa. Se accade che si soccomba a una tentazione, è perché l’amore è troppo debole, non perché esso non c’è: bisogna piangere, come San Pietro, pentirsi, come San Pietro, umiliarsi, come lui, ma sempre come lui dire tre volte: “Io ti amo, io ti amo, tu sai che malgrado le mie debolezze e i miei peccati io ti amo”.

 

Beato Charles de Foucauld

L’amore

 

L’amore è un mistero. Lo sentiamo l’amore, lo proviamo, lo cerchiamo, lo possediamo, ma proprio non sappiamo cosa sia. Capire ciò che è l’amore in sé supera l'intendimento umano. Ma è per esso che il mondo si muove! L’amore è come il perno su cui ruota il cosmo stesso. L’amore è Dio in me, e se io sono nell’amore sono in Dio, cioè nella vita, nella grazia: partecipo all’Essere di Dio

 

fratel Carlo Carretto

L’essenziale è l’amore

 

Se si ammette che è impossibile adempiere al comanda­mento dell’amore, dal momento che esso indica un ideale irraggiungibile, e se di conseguenza si ammette la possibilità di derogare alle esigenze che ci pone l’amore e di sostituire l’adempimento del comandamento dell’amore con una serie di altri comandamenti, non si fa nulla di diverso da quel che farebbe un viaggiatore munito di bussola, il quale decidesse che proseguire lungo la direzione giusta, indicatagli appunto dalla bussola, sia del tutto impossibile, a causa delle monta­gne e dei fiumi che si trovano sul suo cammino, e smettendo di seguire la direzione giusta e più breve, indicatagli ap­punto dalla bussola, si lasciasse guidare nel proprio viaggio da altre considerazioni del tutto indifferenti alle indicazioni fornitegli dalla bussola.

 

Lev Nicolaevic Tolstoj

Lo spaventapasseri

 

Una volta un cardellino fu ferito a un’ala da un cacciatore. Per qualche tempo riuscì a sopravvivere con quello che trovava per terra. Poi, terribile e gelido, arrivò l’inverno. Un freddo mattino, cercando qualcosa da mettere nel becco, il cardellino si posò su uno spaventapasseri. Era uno spaventapasseri molto distinto, grande amico di gazze, cornacchie e volatili vari. Aveva il corpo di paglia infagottato in un vecchio abito da cerimonia; la testa era una grossa zucca arancione; i denti erano fatti con granelli di mais; per naso aveva una carota e due noci per occhi. “Che ti capita, cardellino?”, chiese lo spaventapasseri, gentile come sempre. “Va male”, sospirò il cardellino. “Il freddo mi sta uccidendo e non ho un rifugio. Per non parlare del cibo. Penso che non rivedrò la primavera”. “Non aver paura. Rifugiati qui sotto la giacca. La mia paglia è asciutta e calda”. Così il cardellino trovò una casa nel cuore di paglia dello spaventapasseri. Restava il problema del cibo. Era sempre più difficile per il cardellino trovare bacche o semi. Un giorno in cui tutto rabbrividiva sotto il velo gelido della brina, lo spaventapasseri disse dolcemente al cardellino: “Cardellino, mangia i miei denti: sono ottimi granelli di mais”. “Ma tu resterai senza bocca”. “Sembrerò molto più saggio”. Lo spaventapasseri rimase senza bocca, ma era contento che il suo piccolo amico vivesse. E gli sorrideva con gli occhi di noce. Dopo qualche giorno fu la volta del naso di carota. “Mangialo. È ricco di vitamine”, diceva lo spaventapasseri al cardellino. Toccò poi alle noci che servivano da occhi. “Mi basteranno i tuoi racconti”, diceva lui. Infine lo spaventapasseri offrì al cardellino anche la zucca che gli faceva da testa. Quando arrivò la primavera, lo spaventapasseri non c’era più. Ma il cardellino era vivo e spiccò il volo nel cielo azzurro.

 

don Bruno Ferrero, Cerchi nell’acqua

Lo spaventapasseri superbo

 

C’era una volta, in mezzo ad un campo di grano, uno spaventapasseri. Faceva molto bene quello che il suo nome significava, anche perché fra le braccia gli era stato messo un bastone che sembrava un fucile. Era molto superbo e pensava di non aver bisogno di niente e di nessuno. Guardava dall’alto in basso le spighe che gli dondolavano attorno, mosse dolcemente dalla brezza della sera. “Vedete”, diceva loro, “ come faccio bene il mio mestiere, allontanando da voi i passeri che vorrebbero rubarvi il tesoro dei vostri chicchi di grano? È vero che non esiste uno spaventapasseri più bello e più bravo di me?”. Ma le spighe si voltavano ridendo sotto i baffi senza rispondere. Un giorno una colomba incuriosita andò a posarsi sul braccio del fucile. Il nostro eroe le chiese: “È vero che non hai mai visto uno spaventapasseri più bello e più bravo di me?”. La colomba gli rispose: “È vero, come spaventapasseri, sei veramente bello. Chi ti ha costruito ha fatto un vero capolavoro!”. Furibondo lo spaventapasseri le gridò: “Io non debbo niente a nessuno! Se sono il migliore e il più bello è perché sono diventato così senza l’aiuto di nessuno!”. La colomba, per nulla intimorita, mentre spiccava il volo, gli sussurrò all’orecchio: “Dovresti invece essere riconoscente al tuo costruttore e cantare senza fine le sue lodi”. Un giorno il padrone stava lavorando nel campo sotto un sole cocente e avendo dimenticato a casa il cappello, prese quello che aveva messo allo spaventapasseri. La moglie del padrone, che era rimasta senza zucche per la cena, si ricordò che per fare lo spaventapasseri, aveva usato una zucca come testa, e andò a prenderla per cucinarla. Venne anche il figlio maggiore e si riprese la vecchia divisa da militare, perché quella sera doveva fare una recita. Così il nostro eroe che credeva di non dover niente a nessuno, si rese conto che tutto quello che era lo doveva a chi l’aveva costruito.

 

L’uomo cerca emozioni

 

L’uomo cerca emozioni sempre più forti e le va a cercare nel peccato. L’emozione, anche la più sconvolgente, finisce e se ne cerca un’altra, e poi un’altra fino al brivido del peccato e tutto finisce. Ciò che finisce non è altro che u succedersi di illusioni e delusioni. Come il tossicodipendente dall’hascish passa alla cocaina, all’ecstasi, all’eroina, intramezzando il tutto con i cocktail, e intanto si distrugge. Il cuore umano è come un abisso e quando si allontana dal Signore diventa un baratro di morte. I buchi del cuore non si saziano con delle sostanze; il cuore si riempie con la giustizia di Dio; quella umana o non c’è o è sempre incompleta, imperfetta.

 

don Oreste Benzi

L’ultimo posto

 

Perché tante difficoltà nelle relazioni tra gli uomini anche nelle piccole cose? Perché tanta antipatia, spirito di persecuzio­ne, tristezza, ecc. ecc.? Perché non abbiamo scelto come Gesù l’ultimo posto. Qui sta l’errore fondamentale da cui nascono tante compli­cazioni e tristezze.

Vuoi correre più spedito?

Cerca l’ultimo posto.

Vuoi essere più libero?

Cerca l’ultimo posto.

Vuoi capire più Gesù?

Cerca l’ultimo posto.

Vuoi amare di più?

Cerca l’ultimo posto.

Vuoi servire la giustizia?

Cerca l’ultimo posto.

Vuoi farti amare?

Cerca l’ultimo posto.

Vuoi capire Gesù?

Cerca l’ultimo posto.

Vuoi afferrare più gioia?

Cerca l’ultimo posto.

Vuoi far la predica-vita?

Cerca l’ultimo posto.

Vuoi capire l’Adorazione?

Cerca l’ultimo posto.

Vuoi giungere alla pace?

Cerca l’ultimo posto.

Difatti Gesù ha detto: “Gli ultimi saranno i primi”. Il tutto però deve essere fatto per amore e non per raffinato orgoglio.

 

fratel Carlo Carretto

Questione de razza

 

“Che cane buffo! E dove l’hai trovato?”.
Er vecchio me rispose: “È brutto assai
ma nun me lassa mai, s’è affezzionato.
L'unica compagnia che m’è rimasta
fra tanti amichi è stò lupetto nero,
nun è de razza è vero, ma mè fedele e basta.
Io nun faccio questione de colore,
l’azzioni bone e belle vengheno su dar core,
sotto qualunque pelle”.

Trilussa

Il silenzio di Dio

 

Chi è capace non solo di gridare
ma anche di ascoltare,
intende la risposta.
Questa risposta è il silenzio.
È il silenzio eterno.
Chi è capace non solo di ascoltare,
ma anche di amare,
intende questo silenzio
come la parola di Dio.

Le creature parlano con dei suoni.
La parola di Dio è silenzio.
La segreta parola d’amore di Dio
non può essere altro che silenzio.
Cristo è il silenzio di Dio.


Come non c’è albero simile alla Croce,
così non c’è un’armonia
come il silenzio di Dio.

 

Simone Weil

La partita notturna

 

Questa sera, allo stadio, la notte si agitava, popolata di diecimila ombre, e quando i proiettori ebbero dipinto in verde il velluto dell’immenso campo, la notte intonò un coro, nutrito di diecimila voci. Infatti il maestro di cerimonie aveva fatto segno di iniziare la funzione. L’imponente liturgia si svolgeva dolcemente. Il pallone bianco volava da ministro a ministro come se tutto fosse stato minuziosamente preparato in precedenza. Passava dall’uno all’altro, correva raso terra o volava sopra le teste. Ognuno era al suo posto, ricevendolo alla sua volta, con colpo misurato lo passava all’altro, e l’altro era là per accoglierlo e trasmetterlo. E siccome ognuno faceva il suo lavoro dove occorreva, siccome forniva lo sforzo richiesto, siccome sapeva di aver bisogno di tutti gli altri, lentamente, ma sicuramente, il pallone avanzava; e quando ebbe raccolto il lavoro di ognuno, quando ebbe riunito il cuore degli undici giocatori, la squadra gli impresse un soffio e segnò il goal della vittoria.

Dopo la partita, a stento l’immensa folla si disperdeva nelle strade troppo strette, ed io pensavo, o Signore, che la storia umana, per noi lunga partita, per Te era questa grande Liturgia, meravigliosa cerimonia iniziata all’aurora dei tempi, che terminerà quando l’ultimo ministro avrà compiuto l’ultimo gesto. In questo mondo, o Signore, abbiamo ognuno il nostro posto; allenatore previdente, da sempre Tu ce lo destinavi. Tu hai bisogno di noi qui, i nostri fratelli hanno bisogno di noi e noi abbiamo bisogno di tutti. Non ha importanza il posto che io occupo, o Signore, ma la perfezione e l’intensità della mia presenza. Che importa che io sia avanti o indietro, se sono al massimo quello che debbo essere?

Ecco, o Signore, la mia giornata davanti a me... Non ho riparato troppo sul fallo, criticando gli sforzi degli altri, le mani in tasca? Ho tenuto bene il mio posto, e mi hai Tu incontrato sul campo quando lo guardavi? Ho ricevuto bene il “passaggio” del vicino e quello dell’altro dall’altra estremità del campo? Ho “servito” bene i miei compagni di squadra, senza giocare troppo personalmente per mettermi in mostra? Ho “costruito” il gioco in modo da ottenere la vittoria con il contributo di tutti? Ho lottato fino in fondo nonostante gli scacchi, i colpi e le ferite? Non sono stato turbato dalle dimostrazioni dei compagni e degli spettatori, scoraggiato dalla loro incomprensione e dai loro rimproveri, insuperbito dai loro applausi? Ho pensato di pregare la mia partita, non dimenticando che agli occhi di Dio questo gioco degli uomini è la funzione più religiosa? Ora vado a riposarmi negli spogliatoi, Signore; e domani, se Tu darai il calcio d’avvio, giocherò un altro tempo, e così ogni giorno...

Fa’ che questa partita celebrata con tutti i miei fratelli sia l’imponente liturgia che Tu aspetti da noi, affinché quando il tuo ultimo fischio interromperà le nostre esistenze noi siamo selezionati per la Coppa del Cielo.

 

padre Michel Quoist

Ballata dell’amore vero

 
Io vorrei volerti bene come ti ama Dio

con la stessa passione, con la stessa forza

con la stessa fedeltà che non ho io.

Mentre l’amore mio

è piccolo come un bambino

solo senza la madre

sperduto in un giardino.

Io vorrei volerti bene come ti ama Dio

con la stessa tenerezza, con la stessa fede

con la stessa libertà che non ho io.

Mentre l’amore mio

è fragile come un fiore

ha sete della pioggia

muore se non c’è il sole.

Io ti voglio bene e ne ringrazio Dio

che mi dà la tenerezza, che mi dà la forza

che mi dà la libertà che non ho io.

 

parole e musica di Claudio Chieffo

Lodi al Dio Altissimo

 

Tu sei santo, Signore solo Dio,

che operi cose meravigliose.

Tu sei forte. Tu sei grande. Tu sei altissimo.

Tu sei re onnipotente, Tu, Padre santo,

re del cielo e della terra.

Tu sei trino ed uno, Signore Dio degli dei.

Tu sei il bene, ogni bene, il sommo bene,

il Signore Dio vivo e vero.

Tu sei amore e carità. Tu sei sapienza.

Tu sei umiltà. Tu sei pazienza.

Tu sei bellezza. Tu sei mansuetudine.

Tu sei sicurezza. Tu sei quiete.

Tu sei gaudio e letizia. Tu sei nostra speranza.

Tu sei giustizia.

Tu sei temperanza.

Tu sei tutta la nostra ricchezza a sufficienza.

Tu sei bellezza. Tu sei mansuetudine.

Tu sei protettore. Tu sei custode e nostro difensore.

Tu sei fortezza. Tu sei refrigerio.

Tu sei la nostra speranza. Tu sei la nostra fede.

Tu se la nostra carità.

Tu sei tutta la nostra dolcezza.

Tu sei la nostra vita eterna, grande e ammirabile Signore,

Dio onnipotente, misericordioso Salvatore.

San Francesco d’Assisi

La carità

 Nelle avversità sopporta.
Nelle prosperità si modera.
Nelle sofferenze è forte.
Nelle opere buone è ilare.
Nelle tentazioni è sicura.
Nell'ospitalità larghissima.
Tra i veri fratelli lietissima.
Tra i falsi pazientissima.
È l’anima dei libri sacri.
È virtù della profezia.
È salvezza dei misteri.
È forza della scienza.
È frutto della fede.
È ricchezza dei poveri.
È vita di chi muore.
La carità è tutto.

 Sant’Agostino d’Ippona

Santa Chiara d’Assisi alla Beata Agnese di Praga

 

Tu colloca i tuoi occhi davanti allo specchio dell’eternità; colloca la tua anima nello splendore della gloria; colloca il tuo cuore in colui che è figura della divina sostanza, e trasformati interamente, mediante la contemplazione, nell’immagine della divinità di Lui. Allora anche tu proverai ciò che è riservato ai suoi amici, gusterai la segreta dolcezza che Dio medesimo ha riservato fin dall’inizio per coloro che lo amano. La sua bellezza ammirano il sole, la luna; i suoi premi sono di pregio, di grandezza infiniti. Voglio dire quel Figlio dell’Altissimo che la Vergine partorì senza cessare di essere vergine. Stringiti alla sua dolcissima Madre, la quale generò un figlio tale, che i cieli non potevano contenere eppure ella lo raccolse nel piccolo chiostro del suo seno, lo portò nel suo grembo verginale. A quel modo, dunque, che la gloriosa Vergine delle vergini, portò Cristo, materialmente, nel suo grembo, tu pure, seguendo le vestigia, specialmente dell’umiltà, della povertà di Lui, puoi sempre, senza alcun dubbio, portarLo spiritualmente, nel tuo corpo casto e verginale. E conterrai in te colui dal quale tu, tutte le creature, sono contenute, possederai ciò che è bene più duraturo, definitivo, anche a paragone di tutti gli altri possessi, destinati a finire, di questo mondo.

 

Santa Chiara dalla Terza lettera alla Beata Agnese di Praga

Rimanere nella Chiesa

 

Qualcuno è giunto al punto di essersi sentito libero dal giorno in cui non si è più riferito alla Chiesa; altri hanno avuto la sensazione di cominciare a vivere autenticamente dal momento in cui hanno relegato nella storia del passato il loro rapporto con Dio e si sono impegnati a servire l’uomo senza riferimenti alla tradizione. Non c’è affatto bisogno di compiere questi tagli, anche per­ché ci portano fuori dalla verità. La Chiesa rimane la Chiesa e Dio rimane Dio. Chi sono io fuori dal Popolo di Dio e quale forza mi rimane se la fede nell’Altissimo è venuta meno? La Chiesa non mi nega di vivere autenticamente il Vangelo ed il mio impegno con Dio mi è proprio necessario ora che mi sono deciso a fare qualcosa sul serio. Lo so che nel passato troppe volte la religione era sinonimo di “non facciamo storie, state buoni; non facciamo scioperi, restiamo sul sicuro”, ma so anche che le cose sono cambiate e che la Parola di Dio ha cominciato a contestarci e interrogarci sulla giustizia e sull’amore più che sulle processioni e la grandiosità della chiese da costruire. Perché abbandonare la Chiesa proprio nel momento in cui mi sento più Chiesa? Perché abbandonare l’ispirazione di Dio proprio quando ne abbiamo più bisogno? Perché pensare che Lui ci contrasti proprio mentre ci avvi­ciniamo con più impegno all’uomo? Non è Dio dalla parte dell’uomo? Non è Lui che ne prende le difese? Leggete il Vangelo di Matteo e ditemi se potete trovare parole più dure di quelle del capitolo 25 in difesa della giustizia e della liberazione dell’uomo.

 

fratel Carlo Carretto

Causa l’ingiustizia dilagante

 

Causa l’ingiustizia dilagante e l’abuso di potere, siamo giunti al compromesso col materialismo ateo, negatore dei diritti di Dio. Questo è il castigo preannunciato a Fatima... Tutti i sacerdoti che sostengono la possibilità di un dialogo coi negatori di Dio e coi poteri luciferici del mondo, sono ammattiti, hanno perduto la fede, non credono più nel Vangelo! Così facendo tradiscono la Parola di Dio, perché Cristo venne a portare sulla terra perpetua alleanza solamente agli uomini di cuore, ma non si alleò con gli uomini assetati di potere e dominio sui fratelli... Il gregge è disperso quando i pastori si alleano con i nemici della Verità di Cristo. Tutte le forme di potere fatte sorde al volere dell’autorità del cuore di Dio sono lupi rapaci che rinnovano la passione di Cristo e fanno versare lacrime alla Madonna.

 

San Pio da Pietralcina

I falsi profeti

Ci sono dei falsi profeti che vanno gridando la morte di Dio. Ci sono degli insegnanti, professori che vanno parlando contro dio in nome della scienza, nel momento in cui il fulgore della Sua Sapienza infinita penetra nella mente dell’uomo, attraverso la scintillante verità delle più profonde cose e misteri della fisica, della chimica, dell’astronautica e dell’astronomia. Bene, il mio primo pensiero è questo… Giovani, noi crediamo! Noi crediamo con tutte le forze, con tutta l’anima, con tutto il cuore, con tutta la mente. Crediamo a tutto. E basta con le fantasie dovute alla superbia che rende idioti gli uomini e li fa balbettanti di inutile sciocchezza.

Servo di Dio Enrico Medi

Enrico Medi (Porto Recanati, 25 aprile 1911 - Roma 26 maggio 1974) è considerato uno dei più importanti scienziati italiani

Chi spera cammina

 

Chi spera cammina,

non fugge!

Si incarna nella storia!

Costruisce il futuro,

non lo attende soltanto!

Ha la grinta del lottatore,

non la rassegnazione

di chi disarma!

Ha la passione

del veggente,

non l’aria avvilita di chi

si lascia andare.

Cambia la storia,

non la subisce!

 

Servo di Dio Tonino Bello

Provaci!

Abbi il coraggio di osare con Dio!

Provaci! Non avere paura di Lui.

Abbi il coraggio

di rischiare con la fede!

Abbi il coraggio

di rischiare con la bontà!

Abbi il coraggio

di rischiare con il cuore puro!

Compromettiti con Dio,

e vedrai che la tua vita

diventa ampia e illuminata,

non noiosa,

ma piena di infinite sorprese,

perché la bontà infinita di Dio

non si esaurisce mai!

 

Benedetto XVI

Quanto è facile condannare!

Signore, quanto è facile condannare!

Quanto è facile lanciare sassi:

i sassi del giudizio e della calunnia,

i sassi dell’indifferenza e dell’abbandono!

Signore, Tu hai scelto di stare dalla parte dei vinti,

dalla parte degli umiliati e dei condannati.

Aiutaci a non diventare mai carnefici dei fratelli indifesi,

aiutaci a prendere coraggiosamente posizione per difendere i deboli,

aiutaci a rifiutare l’acqua di Pilato

perché non pulisce le mani ma le sporca di sangue innocente.

 

Card. Angelo Comastri, Via Crucis al Colosseo, Venerdì Santo 2006

Qualunque cosa rechi questo giorno

 

Al cominciar del giorno, Dio, ti chiamo.

Aiutami a pregare e a raccogliere i miei pensieri su di Te;

da solo non sono capace.

C'è buio in me, in Te invece c’è luce;

sono solo, ma Tu non mi abbandoni;

non ho coraggio, ma Tu mi sei di aiuto;

sono inquieto, ma in Te c’è la pace;

c’è amarezza in me, in Te pazienza;

non capisco le tue vie,

ma Tu sai qual è la mia strada.

Padre del cielo,

siano lode e grazie a Te

per la quiete della notte,

siano lode e grazie a Te

per il nuovo giorno.

Signore,

qualunque cosa rechi questo giorno,

il Tuo Nome sia lodato! Amen.

 

Dietrich Bonhoeffer

 

Dietrich Bonhoeffer, teologo tedesco è morto impiccato nel campo di concentramento di Flossenbürg, all’alba del 9 aprile 1945, pochi giorni prima della fine della guerra.

Parafrasi del “Padre Nostro”

 

O santissimo Padre nostro: creatore, redentore, consolatore e salvatore nostro.

Che sei nei cieli: negli Angeli e nei Santi, illuminandoli alla conoscenza, perché Tu, Signore, sei luce, infiammandoli all’amore, perché Tu, Signore, sei amore, ponendo la tua dimora in loro e riempiendoli di beatitudine, perché Tu, Signore, sei il sommo bene, eterno, dal quale proviene ogni bene e senza il quale non esiste alcun bene.

Sia santificato il tuo nome: si faccia luminosa in noi la conoscenza di Te, affinché possiamo conoscere l’ampiezza dei tuoi benefici, l’estensione delle tue promesse, la sublimità della tua maestà e la profondità dei tuoi giudizi.

Venga il tuo regno: perché tu regni in noi per mezzo della grazia e ci faccia giungere nel tuo regno, ove la visione di Te è senza veli, l’amore di Te è perfetto, la comunione di Te è beata, il godimento di Te senza fine.

Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra: affinché ti amiamo con tutto il cuore, sempre pensando a Te; con tutta l’anima sempre desiderando Te con tutta la mente, orientando a Te tutte le nostre intenzioni e in ogni cosa cercando il tuo onore; e con tutte le nostre forze spendendo tutte le nostre energie e sensibilità dell’anima e del corpo a servizio del tuo amore e non per altro; e affinché possiamo amare i nostri prossimi come noi stessi, trascinando tutti con ogni nostro potere al tuo amore, godendo dei beni altrui come dei nostri e nei mali soffrendo insieme con loro e non recando nessuna offesa a nessuno.

Dacci il nostro pane quotidiano: il tuo Figlio diletto, il Signore nostro Gesù Cristo, dà a noi oggi: in memoria, comprensione e reverenza dell’amore che Egli ebbe per noi e di tutto quello che per noi disse, fece e patì.

E rimetti a noi i nostri debiti: per la tua ineffabile misericordia, per la potenza della passione del tuo Figlio diletto e per i meriti e l’intercessione della Beatissima Vergine e di tutti i tuoi eletti.

Come noi li rimettiamo ai nostri debitori: e quello che non sappiamo pienamente perdonare, Tu, Signore, fa’ che pienamente perdoniamo sì che, per amor tuo, amiamo veramente i nemici e devotamente intercediamo presso di Te, non rendendo a nessuno male per male e impegnandoci in Te ad essere di giovamento a tutti.

E non ci indurre in tentazione: nascosta o manifesta, improvvisa o insistente.

Ma liberaci dal male: passato, presente e futuro.

 

San Francesco d’Assisi

Beatitudini del bambino

 

Beato il bambino
che inizia la vita incontrando un sorriso.
Beato il bambino
che conta più del pannolino.
Beato il bambino
che è amato senza essere ironizzato.
Beato il bambino
che ha più modelli che rimproveri.
Beato il bambino
che non è guastato per eccesso di facilità.
Beato il bambino
che non è asfissiato di assistenza,
ma può andare a giocare in cortile.
Beato il bambino
che non è obbligato a leggere a tre anni,
a ballare a quattro, a suonare a cinque...
ma può vivere da bambino.
Beato il bambino,
che si sente sussurrare:
“Amore mio, ti affido al buon Dio!”.

 

don Pino Pellegrino

I tre figli 

Tre donne andarono alla fontana per attingere acqua. Presso la fontana, su una panca di pietra, sedeva un uomo anziano che le osservava in silenzio ed ascoltava i loro discorsi. Le donne lodavano i rispettivi figli.
”Mio figlio”, diceva la prima, “è così svelto ed agile che nessuno gli sta alla pari”. “Mio figlio”, sosteneva la seconda, “canta come un usignolo. Non c’è nessuno al mondo che possa vantare una voce bella come la sua”. “E tu, che cosa dici di tuo figlio?”, chiesero alla terza, che rimaneva in silenzio. “Non so che cosa dire di mio figlio”, rispose la donna. “È un bravo ragazzo, come ce ne sono tanti. Non sa fare niente di speciale...”. Quando le anfore furono piene, le tre donne ripresero la via di casa. Il vecchio le seguì per un pezzo di strada. Le anfore erano pesanti, le braccia delle donne stentavano a reggerle. Ad un certo punto si fermarono per far riposare le povere schiene doloranti. Vennero loro incontro tre giovani. Il primo improvvisò uno spettacolo: appoggiava le mani a terra e faceva la ruota con i piedi per aria, poi inanellava un salto mortale dopo l’altro. Le donne lo guardavano estasiate: “Che giovane abile!”. Il secondo giovane intonò una canzone. Aveva una voce splendida che ricamava armonie nell’aria come un usignolo.
Le donne lo ascoltavano con le lacrime agli occhi: “È un angelo!”. Il terzo giovane si diresse verso sua madre, prese la pesante anfora e si mise a portarla, camminando accanto a lei. Le donne si rivolsero al vecchio: “Allora che cosa dici dei nostri figli?”. “Figli?”, esclamò meravigliato il vecchio. “Io ho visto un figlio solo!”.

“Li riconoscerete dai loro frutti” (Matteo 7, 16).

don Bruno Ferrero

Gli egoisti sono incapaci di amare gli altri, ma sono anche incapaci di amare se stessi

 Egoismo e amore per se stessi, anziché essere uguali, sono opposti. L’egoista non ama troppo se stesso, ma troppo poco; in realtà odia se stesso. Questa mancanza d’amore per sé, che è solo un’espressione di mancanza di produttività, lo lascia vuoto e frustrato. È solo un essere infelice e ansioso di trarre dalla vita le soddisfazioni che impedisce a se stesso di raggiungere. Sembra interessarsi troppo di se, ma in realtà non fa che un inutile tentativo di compensare la mancanza d’amore per sé. Freud sostiene che l’egoista è un narcisista che ha concentrato su se stesso ogni capacità d’amore. È vero che gli egoisti sono incapaci di amare gli altri, ma sono anche incapaci di amare se stessi.

E. Fromm, L’arte d’amare

Due tracce sulla sabbia

 

Due tracce sulla sabbia. Piedi. Due tracce parallele. Sulla sabbia di una spiaggia caraibica. All’alba. Parallele. E in sintonia. Stessa frequenza, stesso passo: piede destro, piede sinistro. Si tengono per mano. Per forza. E camminano lenti. Nel primo solo caraibico. In silenzio. Guardano il mare. Si guardano negli occhi. Pensano. Sospirano. Al loro passato. Al loro futuro. Sempre insieme. Affermazione che può essere declinata in ogni tempo. Una donna e un uomo. Certo. Un piede è più piccolo dell’altro. L’età? La sabbia non rivela questo segreto. Guardano il mare e ogni onda, ogni sfumatura di verde ricorda loro un giorno della loro vita insieme: passata o a venire. Delle gioie e delle pene. Sì. Perché un amore forte è un amore che ha sofferto. È nel fuoco che l’oro si purifica. Così l’amore. Non camminerebbero così vicini e non vibrerebbero, i loro passi, con la medesima frequenza se non si fossero feriti a vicenda. Più volte. Spesso, quasi sempre, senza malizia. Qualche rara volta per cattiveria. Vendetta. Rivincita. Banale sussulto dell’ego. Più ami più sai come ferire in profondità. Quando vuoi si intende. Colpisci duro. Profondo. Lì, sulla ferita che non si rimargina, che è sempre gonfia e infetta. Te ne penti: lui, magari subito; lei, magari dopo un po’. Ma te ne penti. Se ami davvero si intende. E l’amore beve questo dolore e lo purifica.

Due tracce parallele: l’amore non ammette ritardi. Ci si aspetta. Ci si aiuta. Di continuo. Qualche volta con dolcezza altre con l’acidità di una battuta, che fa spurgare la piaga. E fa male. Ma cura. L’amore è cura. Mani di guaritore. Mani di re. Di regina. Insieme. Guardano avanti. Camminano e guardano avanti. Non per negare il passato. Non potrebbero: è il loro tesoro. Ma perché l’amore è creazione, generazione continua: è futuro. È eternità. Guardano il mare che è speranza e sgomento al tempo stesso. L’amore può essere tempesta, ma il più delle volte è porto, è calma, è brezza, è un lieve scintillio del sole su onde sommesse e timide. È fatica. L’amore è certezza. Una sola: insieme. Tutto il resto cambia, oscilla, precipita, s’impenna, scuffia. Tutto scorre. Ma insieme rimane. Sempre. Non sarebbe amore.

Guardo le impronte lasciate all’alba, potrebbero essere le nostre. Non lo sono. Così mi è risparmiata la superbia. So che le avremmo lasciate identiche. Ma l’amore non è esclusivo. È  per tutti. Basta volerlo. In due. L’amore è più azione che sentimento. Anzi. È innanzitutto volontà. Intrisa d’emozione, d’accordo, come un biscotto ricoperto di cioccolata. Che senza biscotto scivolerebbe via, per disperdersi.

Due tracce. Parallele.

Il segno di una sola vita: fusa insieme.

 

Paolo Pugni, http://persommicapi.blogspot.com/2010/03/due-tracce-sulla-sabbia.html

Via con il vento

 

Nel prato di un giardino pubblico, con il tiepido sole della primavera, in mezzo all’erba tenera, erano spuntate le foglie dentellate e robuste dei Denti di Leone. Uno di questi esibì un magnifico fiore giallo, innocente, dorato e sereno come un tramonto di maggio. Dopo un po’ di tempo il fiore divenne un “soffione”: una sfera leggera, ricamata dalle coroncine di piumette attaccate ai semini che se ne stavano stretti stretti al centro del soffione. E quante congetture facevano i piccoli semi. Quanti sogni cullava la brezza alla sera, quando i primi timidi grilli intonavano la loro serenata. “Dove andremo a germogliare?”. “Chissà?”. “Solo il vento lo sa”. Un mattino il soffione fu afferrato dalle dita invisibili e forti del vento. I semi partirono attaccati al loro piccolo paracadute e volarono via, ghermiti dalla corrente d’aria. “Addio... addio”, si salutavano i piccoli semi. Mentre la maggioranza atterrava nella buona terra degli orti e dei prati, uno, il più piccolo di tutti, fece un volo molto breve e finì in una screpolatura del cemento di un marciapiede. C’era un pizzico di polvere depositato dal vento e dalla pioggia, così meschino in confronto alla buona terra grassa del prato. “Ma è tutta mia!”, si disse il semino. Senza pensarci due volte, si rannicchiò ben bene e cominciò subito a lavorare di radici. Davanti alla screpolatura nel cemento c’era una panchina sbilenca e scarabocchiata. Proprio su quella panchina si sedeva spesso un giovane. Era un giovane dall’aria tormentata e lo sguardo inquieto. Nubi nere gli pesavano sul cuore e le sue mani erano sempre strette a pugno. Quando vide due foglioline dentate verde tenero che si aprivano la strada nel cemento. Rise amaramente: “Non ce la farai! Sei come me!”, e con un piede le calpestò. Ma il giorno dopo vide che le foglie si erano rialzate ed erano diventate quattro. Da quel momento non riuscì più a distogliere gli occhi dalla testarda coraggiosa pianticella. Dopo qualche giorno spuntò il fiore, giallo brillante, come un grido di felicità. Per la prima volta dopo tanto tempo il giovane avvilito sentì che il risentimento e l’amarezza che gli pesavano sul cuore cominciavano a sciogliersi. Rialzò la testa e respirò a pieni polmoni. Diede un gran pugno sullo schienale della panchina e gridò: “Ma certo! Ce la possiamo fare!”. Aveva voglia di piangere e di ridere. Sfiorò con le dita la testolina gialla del fiore. Le piante sentono l’amore e la bontà degli esseri umani. Per il piccolo e coraggioso Dente di Leone la carezza del giovane fu la cosa più bella della vita. 

Non chiedere al Vento perché ti ha portato dove sei. Anche se sei soffocato dal cemento, lavora di radici e vivi. Tu sei un messaggio.

Il Signore è con voi

 

Il Signore è con voi,

come un pastore

che con il suo bastone

ci guida anche nelle valli oscure.

Il suo bastone è la Croce,

atto di amore e di redenzione

e via da seguire per noi.

Il Signore non ci libera in genere dalle Croci

ma ci aiuta a portarle

e ce le trasforma

in capitale positivo per noi

e di investimento per gli altri.

È la preghiera che faccio a TUTTI VOI.

 don Andrea Santoro

Dal diario di don Tonino

Poi rimango solo, e sento per la prima volta una gran voglia di piangere. Tenerezza, rimorso, o percezione del poco che si è potuto seminare e della lunga strada che rimane da compiere? Attecchirà davvero la semente della nonviolenza? Sarà davvero questa la strategia di domani? È possibile cambiare il mondo con i gesti semplici dei disarmati? È davvero possibile che, quando le istituzioni non si muovono, il popolo si possa organizzare per conto suo e collocare spine nel fianco di chi gestisce il potere? Fino a quando questa cultura della nonviolenza rimarrà subalterna? Questa impresa contribuirà davvero a produrre inversioni di marcia? Perché i mezzi di comunicazione di massa, che hanno invaso la Somalia a servizio di scenografie di morte, hanno pressoché taciuto su questa incredibile scenografia di pace? Ma in questa guerra allucinante chi ha veramente torto e chi ha ragione? E qual è il tasso delle nostre colpe di esportatori di armi in questa delirante barbarie che si consuma sul popolo della Bosnia? Sono troppo stanco per rispondere stasera. Per ora mi lascio cullare da una incontenibile speranza. Le cose cambieranno, se i poveri lo vogliono.

don Tonino Bello

Scritto durante la marcia per la pace, a Sarajevo nel dicembre 1992, quando già era indebolito dalla malattia. Don Tonino è morto pochi mesi dopo, il 20 aprile 1993.

Se non puoi essere

 

Se non puoi essere un pino sul monte,

sii una saggina nella valle,

ma sii la migliore piccola saggina

sulla sponda del ruscello.

Se non puoi essere un albero,

sii un cespuglio.

Se non puoi essere un’autostrada,

sii un sentiero.

Se non puoi essere il sole,

sii una stella.

Sii sempre il meglio

di ciò che sei.

Cerca di scoprire il disegno

che sei chiamato ad essere,

poi mettiti a realizzarlo nella vita.

Martin Luther King

Marta e Maria

Gesù “entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: “Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti”. Ma Gesù le rispose: “Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta” (Lc 10, 38-42).

Gesù non rimprovera Marta. È vero che Maria è parte fondamentale del nostro cammino dal lato spirituale ma Marta lo è dal lato pratico: entrambe sono molto utili, anzi, necessarie. Tra l’altro, Gesù, la rivelazione più alta del Vangelo l’ha poi fatta a Marta, non a Maria, dicendole: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in ma, anche se muore, vivrà…” (Gv 11, 25). Noi cristiani dobbiamo essere Marta e Maria contemporaneamente, a seconda delle situazioni che viviamo. Le nostre braccia alzate verso il Cielo devono diventare braccia che si allargano verso i fratelli, per poi tornare ad alzarsi verso il Cielo, per poter di nuovo allargarsi verso i fratelli. Tutto questo all’infinito. Se non stiamo con le braccia e il cuore rivolti al Cielo non siamo in grado di stare con le braccia e il cuore rivolto verso i fratelli. I fratelli sono quelli che abbiamo accanto e aspettano solo di essere accolti da noi, anche quelli che apparentemente non lo dimostrano o che dimostrano l’esatto contrario. A volte preferiamo compiere gesti di carità verso le persone lontane da noi, dimenticandoci di guardare chi sta al nostro fianco. È più facile fare il bene a quelli che non conosciamo che a quelli che conosciamo intimamente, che spesso abbiamo già giudicati indegni della nostra carità, della nostra attenzione, del nostro amore.

Che dire ancora?

Maria ci coccoli il più teneramente possibile, il Padre ci faccia vivere sempre con la testa appoggiata al Suo petto, Gesù ci doni tanta Sapienza, lo Spirito Santo ci riempia d’Amore tanto da farcene traboccare. La Pazienza abbondi in noi e sovrabbondi, verso la vita e i suoi abitanti.

Angela Magnoni

La passione delle pazienze

 

La passione, la nostra passione, sì, noi l’attendiamo.

Noi sappiamo che deve venire, e naturalmente intendiamo

viverla con una certa grandezza.

Il sacrificio di noi stessi:

noi non aspettiamo altro che ne scocchi l’ora.

Come un ceppo nel fuoco,

così noi sappiamo di dover essere consumati.

Come un filo di lana tagliato dalle forbici,

così dobbiamo essere separati.

Come un giovane animale che viene sgozzato,

così dobbiamo essere uccisi.

La passione, noi l’attendiamo.

Noi l’attendiamo, ed essa non viene.

 

Vengono, invece, le pazienze.

Le pazienze, queste briciole di passione,

che hanno lo scopo di ucciderci lentamente per la tua gloria,

di ucciderci senza la nostra gloria.

 

Fin dal mattino esse vengono davanti a noi:

sono i nostri nervi troppo scattanti o troppo lenti,

è l’autobus che passa affollato,

il latte che trabocca, gli spazzacamini che vengono,

i bambini che imbrogliano tutto.

Sono gl’invitati che nostro marito porta in casa

e quell’amico che, proprio lui, non viene;

è  il telefono che si scatena;

quelli che noi amiamo e non ci amano più;

è la voglia di tacere e il dover parlare,

è la voglia di parlare e la necessità di tacere;

è voler uscire quando si è chiusi

è rimanere in casa quando bisogna uscire;

è il marito al quale vorremmo appoggiarci

e che diventa il più fragile dei bambini;

è il disgusto della nostra parte quotidiana,

è il desiderio febbrile di quanto non ci appartiene.

 

Così vengono le nostro pazienze,

in ranghi serrati o in fila indiana,

e dimenticano sempre di dirci

che sono il martirio preparato per noi.

 

E noi le lasciamo passare con disprezzo,

aspettando - per dare la nostra vita -

un’occasione che ne valga la pena.

Perché abbiamo dimenticato che

come ci sono rami che si distruggono col fuoco,

così ci sono tavole che i passi lentamente logorano

e che cadono in fine segatura.

Perché abbiamo dimenticato che

se ci sono fili di lana tagliati netti dalle forbici,

ci sono fili di maglia che giorno per giorno

si consumano sul dorso di quelli che l’indossano.

Ogni riscatto è un martirio,

ma non ogni martirio è sanguinoso:

ce ne sono di sgranati da un capo all’altro della vita.

È la passione delle pazienze.

 Madeleine Delbrel

Il bicchiere e il vino

Un maestro stimato si lamenta: “Tutti mi ritengono pieno di Dio. Vengono a cercarmi, chiedono il mio consiglio. Infatti, mi riesce di indicare a molti la via. Ma quando mi trovo in silenzio dinanzi a Dio, allora sono completamente povero, e spesso nel pregare mi sento arido e vuoto. Come posso essere sicuro di non ingannare me stesso e quindi, in definitiva, anche gli altri?”. L’amico risponde: “Un bicchiere non assapora il vino che contiene e che offre, anche se sente, in certo modo, se è vuoto o pieno. Spesso noi ignoriamo qual è la nostra situazione; ma una cosa possiamo farla: protenderci verso Colui che mesce il vino della vita, protenderci verso coloro che abbisognano del vino della vita. Se amiamo Dio, forse nemmeno lo sappiamo. Che Egli ci ama, lo sappiamo. E vogliamo testimoniarlo agli altri: che Dio li ama, che essi possono vivere del suo amore. Chi si comporta sinceramente in tal modo, vive egli stesso dell’amore di Dio”.

Klaus Hemmerle

La musica diversa

 

Io credo che Dio ha creato l’uomo perché aveva bisogno di una musica diversa, perché la musica che fanno gli uomini nessun Angelo del Cielo la poteva comporre. Perché nessun Angelo nasce, piange, soffre, ama, spera e infine muore. L’uomo sì. Perché l’abisso delle lacrime di un uomo in una mattina d’inverno solo Dio le conosce e le raccoglie nella sua mano… E generano una musica bellissima.

 

don Francesco Bigatti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Beatitudini della sera

 

Beati quelli che sanno farmi rivivere, evocandoli, i ricordi del bel tempo passato.

 

Beati quelli che, incontrandomi, mi sorridono e mi regalano il loro tempo.

 

Beati quelli che non dicono mai: “Questa sto­ria me l’hai raccontata cento volte”.

 

Beato chi mi ha aiutato, soprat­tutto quando non l’ho chiesto.

 

Beati quelli che s’accorgono che la mia vista s’annebbia e che il mio pensiero cammina a rilento.

 

Beati quelli che capiscono lo sforzo del mio orecchio per cogliere le loro parole.

 

Beati quelli che mi stanno accanto e mi ricordano che sono sempre vivo, che sono stato amato e che c’è ancora qualcuno che mi pensa.

 

Beati quelli che rispettano il mio piede e la mia mano stanca.

 

Beato te, ragazzo, che stamani non mi hai gridato: “Vecchio!”.

 

Beati quelli che bussano alla mia porta nella solitudine dell’ospizio.

 

Beata te, sorella che per il mio compleanno mi hai portato un fiore.

 

E beati tutti voi che dalla sponda della vita mandate a noi - che passiamo all’altra riva - un saluto, un gesto di riconoscenza e di pietà, forse un... bacio.

 

Ludmilla Cris, Il sole della sera

La preghiera della massaia

 

Signore, padrone delle pentole, dei piatti e delle casseruole, fra cui passo le mie giornate, non posso essere la santa che medita seduta ai piedi del Maestro e che ricama per Lui con mani bianche una candida veste di broccato. Bisogna che io diventi santa qui in cucina. Perciò fa in modo che io ti piaccia quando accendo la stufa, quando sorveglio la minestra sul fuoco, quando lavo i piatti e li asciugo. Se ho le mani di Marta, che il mio cuore sia quello di Maria. Quando lavo per terra inginocchiata, penso alle tue mani che hanno sanato tante piaghe e assolto i nostri torti. Se lucido le scarpe penso ai sandali tuoi, Signore. Scusami se non ho il tempo di pregare a lungo. La mia casa riscalda col tuo cuore. E non lasciarmi sola quando sono triste. E con pazienza ascoltami se qualche volta, stanca, mi lamento; se ti era tanto caro nutrire i tuoi seguaci sulla montagna, sulle rive del lago e nella casa, provvedi anche ai miei cari che fra poco tornano a casa.

E quando servo a tavola il pranzo che sta a mensa, accettalo anche Tu; perché in ognuno dei miei cari io serva Te, o Signore!

 

Che cosa succede a letto

 

“Dormi? So che stai per addormentarti… ma posso dirti una cosa?”

 

“Grunf”

 

“Ecco stavo per addormentarmi ma ho pensato questo e te le volevo proprio dire. Che sono 27 anni che siamo sposati e che sono 27 anni che mi dici che quando stai per addormentarti non ti piace assolutamente che qualcuno ti parli perché è una cosa che ti irrita nel profondo e io pensavo che a me invece fa tantissimo piacere parlarti prima di addormentarmi che è un bel modo di addormentarsi e che lo trovo molto romantico addormentarsi parlando e parlando con te. Ma poi ho anche pensato che sono 27 anni che mi dici che ti irrita profondamente che io ti parli quando stai addormentandoti e che sarei davvero imbecille se dopo 27 anni non avessi capito quanto ti dà fastidio e continuassi a farlo. Ecco, ci tenevo a dirtelo”.

 

Voi mogli siete impagabili…

 

Paolo Pugni

La dignità di San Giuseppe

 

Il matrimonio costituisce la società, il vincolo superiore ad ogni altro: per sua natura prevede la comunione dei beni dell’uno con l’altro. Pertanto se Dio ha dato alla Vergine in sposo Giuseppe, glielo ha dato pure a compagno della vita, testimone della verginità, tutore dell’onestà, ma anche perché partecipasse, mercé il patto coniugale, all’eccelsa grandezza di lei.

 

Leone XIII, Enciclica Quamquam pluries (sulla devozione a San Giuseppe)

Raccontare la vita

 

Uno degli aspetti più singolari del nostro tempo, enormemente potenziato dalla Rete, è il bisogno di raccontarsi, di mostrarsi. Bisogno che ha creato i social network (è infatti la domanda che genera l’offerta, come ci assicurano i nostri amici economisti). Generalmente questo fenomeno è associato a un giudizio negativo, viene bollato infatti con il marchio di infamia di vanità, esibizionismo, narcisismo. Ma è proprio così? Non c’è al fondo di questo fenomeno apparentemente inarrestabile, di questo vero segno dei tempi, un valore, un segno positivo, un’esigenza legittima?

Io credo che sia così in realtà. Credo che la vita, come nel bellissimo romanzo di M. Ende La storia infinita, non è stata davvero vissuta finché non è stata narrata. È raccontandola che diamo un senso alla vita, imparando a distinguere le bagatelle dall’essenziale, a scavare nel significato degli eventi così da scoprire il diamante scintillante nel centro della volgarità e della banalità quotidiana. Narrando la vita le diamo il giusto valore, ridimensionando dolori atroci ed esaltando la bellezza, perché nella condivisione il dolore si divide e la gioia si moltiplica, come ognuno sa.

Una delle teorie più interessanti della moderna fisica delle particelle è la “teoria dell’osservatore” che dice che un fenomeno non esiste davvero finché non è stato osservato (è il famoso paradosso del gatto di Schroedinger) non capisco un accidente di fisica, ma so che esistenzialmente questa è una grande verità. Una vita non raccontata non esiste davvero, è un mucchio di avvenimenti senza ordine alcuno, perché è lo sguardo dell’osservatore (o in questo caso dell’ascoltatore) che trasforma l’evento in storia, dandogli così senso e identità.

Il problema però è che questo nostro tempo ha un deficit terribile di ascoltatori, perfino quello che dovrebbe essere il luogo naturale della condivisione e del racconto della vita, cioè la famiglia è diventato un posto in cui ci si ascolta pochissimo, stretti come siamo nella morsa di una vita frettolosa e superficiale. Ecco spiegato il motivo del travolgente successo di social network e blog, perché vanno a riempire un vuoto di ascolto, permettendoci di narrare la nostra vita.

Il problema è che è la qualità dell’ascolto a fare la qualità del racconto e se sostituisco l’ascolto amante di un amico (o moglie o marito, o entrambe le cose) con quello anonimo e impersonale della rete perderò il gusto di rendere bello il  mio narrare, cioè la mia vita. Andrà a finire che invece di cercare l’approvazione di chi mi ama cercherò l’applauso di un generico pubblico, il che porterà inevitabilmente ad involgarire il racconto, a farlo scendere dal livello della condivisione amante a quello del pettegolezzo o peggio dell’esibizione.

Solo riflesso nello sguardo di chi mi ama potrò trovare il senso della mia vita, solo scoprendo che lui/lei è affascinato dalla sua bellezza potrò scoprire che la mia vita è bella e degna di essere vissuta. Non è forse questa l’amicizia? Avere cioè qualcuno che ci ascolta senza giudicarci, permettendoci così di dire la nostra verità, ed essere davvero noi stessi?

Se è così allora gli ascoltatori sono oggi i veri samaritani, quelli che sanno farsi accanto all’uomo smarrito aiutandolo a ritrovare il senso della vita che gli è stato rubato. Ascoltare, ascoltare disinteressatamente, ascoltare amando e partecipando è restituire agli uomini la loro bellezza, è l’atto più radicalmente eversivo e più compiutamente cristiano che possiamo compiere.

 

don Fabio Bartoli

Paradiso

 

Bisogna, quaggiù, che i fiori muoiano ed il loro profumo svanisca perché diventino frutto e nutrimento. Lassù, respireremo un fiore eterno. Ed il suo profumo ci nutrirà.

Solo ciò che muore si riproduce. La fecondità è un perpetuo compromesso tra l’essere ed il nulla. L’eternità è sterile: dove i fiori non appassiscono, i semi sono inutili.

L’inflessione unica della tua voce, la luce fuggitiva del tuo sguardo, la freschezza delle tue mani sulla mia fronte, l’ora eletta in cui la preghiera aveva il sapore del pane terreno spezzato dopo la rude fatica d’un giorno d’estate: questo, questo solo, ritroverò in Dio. Ma senza limiti, ed al di là del filtro avaro del momento e del luogo. Qui, ho vissuto solo di queste briciole, ho camminato solo alla luce rapida di questi lampi. Ma queste briciole saranno lassù un pane inesauribile, questi lampi un’alba senza tramonto. L’abitudine sarà scomparsa: tutto sarà stupefacente sorpresa. L’uniformità, la separazione - il triste destino dei granelli di sabbia tutti eguali e tutti solitari - non getteranno più la loro ombra: niente sarà simile a niente, e tutto sarà immerso nell’unità. La resurrezione sarà più vergine di una nascita; la certezza e l’imprevisto fioriranno insieme. “Amate quel che non potrà mai essere visto due volte”. Tutto ciò che merita di essere contemplato non si lascia guardare impunemente due volte. Bisogna desiderare vederlo eternamente.
L’Inferno è ripetizione; il Cielo, rinnovamento.

 

Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio

 

Spiritualità della bicicletta

 

“Andate…” dici a ogni svolta del Vangelo.
Per essere con Te sulla Tua strada occorre andare
anche quando la nostra pigrizia ci scongiura di sostare.

Tu ci hai scelto per essere in un equilibrio strano.
Un equilibrio che non può stabilirsi né tenersi
se non in movimento,
se non in uno slancio.

Un po’ come in bicicletta che non sta su senza girare,
una bicicletta che resta appoggiata contro un muro
finché qualcuno non la inforca
per farla correre veloce sulla strada.

La condizione che ci è data

è un’insicurezza universale, vertiginosa.
Non appena cominciamo a guardarla,
la nostra vita oscilla, sfugge.

Noi non possiamo star dritti se non per marciare,

se non per tuffarci, in uno slancio di carità.

Tutti i Santi che ci sono dati per modello,
o almeno molti,
erano sotto il regime delle Assicurazioni,
una specie di Società assicurativa spirituale che li garantiva
contro rischi e malattie,
che prendeva a suo carico anche i loro parti spirituali.
Avevano tempi ufficiali per pregare
e metodi per fare penitenza,

tutto un codice di consigli e di divieti.

Ma per noi è in un liberalismo un poco pazzo
che gioca l’avventura della tua grazia.
Tu ti rifiuti di fornirci una carta stradale.
Il nostro cammino si fa di notte.
Ciascun atto da fare a suo turno s’illumina
come uno scatto di segnali.
Spesso la sola cosa garantita è questa fatica regolare
dello stesso lavoro ogni giorno da fare
della stessa vita da ricominciare
degli stessi difetti da correggere
delle stesse sciocchezze da non fare.

Ma al di là di questa garanzia
tutto il resto è lasciato alla tua fantasia
che vi si mette a suo agio con noi.

 

Madeleine Delbrel

La Provvidenza e la Giustizia

 

La Provvidenza e la Giustizia si uniscono per darci, durante la vita presente, quello che ci è necessario per raggiungere il nostro fine, cioè affinché possiamo vivere onestamente, secondo la retta ragione, affinché possiamo conoscere Dio soprannaturalmente, amarlo, servirlo, e con questo mezzo ottenere la vita eterna.

 

Reginald Garrigou Lagrange O.P., La Provvidenza e la confidenza in Dio. Fedeltà e abbandono

 

Il prete: grandissimo e piccolissimo

 

Un prete deve essere: grandissimo e piccolissimo,

nobile di spirito come un discendente di re,

semplice e dimesso come un servo di contadino,

un eroe che ha vinto se stesso,

un uomo che ha lottato con Dio,

una sorgente di vita santa,

un peccatore al quale Dio ha perdonato,

un dominatore dei propri desideri,

un servitore dei deboli e degli inquieti,

di fronte a nessun grande s’inchina,

un discepolo del suo Maestro,

una guida nella lotta degli spiriti,

un mendicante con le mani imploranti,

un araldo con doni preziosi,

un uomo nel campo del combattimento,

una madre al capezzale degli ammalati,

un vecchio nel contemplare,

un bimbo nel confidare,

tende alle cose più alte,

non disprezza le cose più piccole,

destinato alla gioia

ha familiarità con il dolore,

è lontano da ogni rimpianto,

chiaro nel pensare,

schietto nel parlare,

amico della pace,

nemico nell’inerzia,

stabile in se stesso,

del tutto diverso da quanto sono io.

 

da un manoscritto medioevale di Salisburgo

Padre Pio e il signore di Padova

 

Per favorire il flusso di prenotazioni, i superiori di Padre Pio avevano stabilito che le confessioni dello stesso penitente presso Padre Pio fossero intervallate da circa una settimana. Un signore di Padova si era recato da Padre Pio per raccomandare la figlia ammalata. Essendosi confessato da pochi giorni, quattro per la precisione, fu invitato ad attendere qualche giorno. Non ci fu verso; ansioso per il problema della figlia, entrò in confessionale ma ne uscì “bastonato”. Raccontò, poi, piangendo, che entrato si era sentito chiedere: “Da quanto tempo non ti confessi?”. Ed egli subito: “Da otto giorni, Padre”. E Padre Pio: “Che otto giorni, bugiardo, sono quattro giorni: hai detto bugie per tutta la vita, credi tu con le bugie di imbrogliare anche in Paradiso? Vai via”. Di professione era mediatore di affari, quindi la bugia era abitudine professionale. Tutto finì bene, la figlia anoressica guarì, egli divenne un cristiano fedele e praticante: messa quotidiana e rosario ogni giorno.

Chi ha come amico Cristo Gesù

 

Chi ha come amico Cristo Gesù può certo sopportare ogni cosa; Gesù infatti aiuta e dà forza, non viene mai meno ed ama sinceramente.

…Non possiamo piacere a Dio e da lui ricevere grandi grazie, se non per le mani della sacratissima umanità di Cristo, nella quale Egli ha detto di compiacersi.  Ho visto nettamente che dobbiamo passare per questa porta. È da Lui, Signore nostro, che ci vengono tutti i beni. Egli ci istruirà. Che cosa possiamo desiderare di più, quando abbiamo al fianco un così buon amico che non ci abbandona mai nelle tribolazioni e nelle sventure, come fanno gli amici del mondo? Beato colui che lo ama per davvero e lo ha sempre con sé!

 

Santa Teresa d’Avila

Virtù della speranza

 

Per quanto possa sembrare paradossale, la speranza soprannaturale consiste, prima di tutto, nel non pensare all’avvenire. Perché l’avvenire rappresenta la patria dell’irreale e dell’immaginario. Il bene che noi attendiamo da Dio, risiede nell’eterno, non nell’avvenire. Ed è il presente soltanto che può aprire il varco all’eterno. Rifugiarsi nell’avvenire significa disperarsi del presente, preferire una menzogna alla realtà che Dio, goccia a goccia, ci concede ogni giorno. Dio mantiene le sue promesse mentre le formula. Hodie mecum eris in paradiso (Oggi sarai con me in Paradiso), tale è il motto della speranza soprannaturale. La speranza falsa, quella che mira unicamente all’avvenire si nutre di promesse in quanto promesse: domani si fa credito...

 

Gustave Thibon, Il pane di ogni giorno

L’idolo della verità

 

Ci si può fare un idolo persino della verità,

perché la verità, scissa dalla carità,

non è Dio: ne è soltanto l’immagine,

un idolo che non dobbiamo né amare né adorare

e tanto meno dobbiamo amare e adorare

il suo contrario, ossia la menzogna.

 

Blaise Pascal

 

Senza verità…

 

Senza verità la carità

scivola nel sentimentalismo.

L’amore diventa un guscio vuoto,

da riempire arbitrariamente.

È il fatale rischio dell’amore

in una cultura senza verità.

Esso è preda delle emozioni

e delle opinioni contingenti dei soggetti,

una parola abusata e distorta,

fino a significare il contrario.

La verità libera la carità

dalle strettoie di un emotivismo

che la priva di contenuti relazionali e sociali,

e di un fideismo che la priva

di respiro umano ed universale.

 

Benedetto XVI,

Caritas in veritate

 

Di che cosa soffre la Chiesa?

 

La pietra d’angolo dell’edificio (della Chiesa) è per metà scalzata grazie agli sforzi congiunti dei progressisti e degli integralisti, che facendo alternativamente pressione in senso opposto concorrono all’identico risultato. Il successore di Pietro è attaccato da tutte le parti. Gli uni negano la sua infallibilità, perché oggi tutti sono infallibili, salvo il Papa, gli altri moltiplicano le riverenze, e nel contempo gli oltraggi. La Chiesa pullula di riformatori, che pretendono di riformare il popolo per non dover riformare sé stessi. Il prete che in passato rompeva l’impegno del celibato si accusava di debolezza; oggi accusa la società che l’ha formato, ed esige che essa modifichi la regola che egli non può seguire. Sarebbe come se un marinaio, che non sopporti la navigazione e sia soggetto al mal di mare, intimasse alla Marina di tirare le navi in secca.

Devo proprio dirvi di che cosa soffre la Chiesa? Soffre d’un rigurgito d’orgoglio tale da farne saltare i muri, unitamente ad una dispersione di sostanza spirituale come da molto tempo non avevo avuto la felice occasione di constatare. Ogni cristiano evoluto si sente oggi in grado di giudicare, di sentenziare per sé, per il prossimo, per il Papa, e, se del caso, per Dio...

 

Religiosamente vostro

Il Diavolo

 

André Frossard, 35 prove che il Diavolo esiste

“Cantiamo, gridiamo, balliamo per farci amare”.

“Vuoi dire che Dio è vanitoso?”.

“No, non è vanitoso.

Vuole godersi le cose belle con noi.

 Io credo che Dio si incazza se tu,

di fronte al colore viola di un campo di fiori,

neanche te ne accorgi”.

 

dal film IL COLORE VIOLA

Ho interrogato…

 

Ho interrogato la terra e mi ha risposto: “Non sono io il tuo Dio”. Tutto ciò che vive sulla sua superficie mi ha dato la medesima risposta. Ho interrogato il mare e gli esseri che lo popolano e mi hanno risposto: “Non siamo noi il tuo Dio, cerca più in alto”. Ho interrogato il cielo, il sole, la luna, le stelle: “Neppure noi siamo il Dio che tu cerchi”. Allora ho detto a tutti gli esseri che io conosco attraverso i miei sensi: “Parlatemi del mio Dio, dal momento che voi non lo siete, ditemi qualcosa di lui”. Ed essi hanno gridato con la loro voce possente: “È Lui che ci ha fatto!”. Per interrogarli, io dovevo solo contemplarli, e la loro bellezza era la loro risposta”.

 

Sant’Agostino d’Ippona

 

Io non amo la gente perfetta

 

Io non amo la gente perfetta,
quelli che non sono mai caduti,
non hanno inciampato.
A loro non si è svelata

la bellezza della vita.

 

Boris Pasternak

 

Attesa

 

Attesa di un Annuncio
Attesa di un Evento
Attesa di una Parola
Attesa di un Amore
Attesa di un Figlio

Attesa di una Luce
Attesa di Perdono
Attesa di Salvezza
Attesa della Morte
Attesa di un Incontro

Attesa di un Silenzio
Attesa di un Dolore
Attesa di un Pianto
Attesa di un Tempo
Attesa di una Speranza

Attesa di Te
Attesa di Noi
Attesa di Lui

 

“L’anima mia attende il Signore
più che le sentinelle l’aurora”.

(dal Salmo 129)

 

Bariom

(per gentile concessione dell’autore)

Solo un uomo

 

Non posso credere che l’alba spunti per fatalità
che il sole splenda per diletto
e che gli spicchi della luna nella notte
siano dettagli di uno spazio senza logica.
Come posso pensare che l’uomo nasca per caso
cresca nel chiarore della giovinezza
e tramonti beffato dal destino?
Perché poi la luce sovrana
domata dal tempo
diviene schiava dell’oscurità?
E il tempo che tutto principia
avrà mai fine?
Non riesco a comprendere
sono solo un uomo.
Ma so che tutto riconduce a Te,
mio Dio.

 

Carmelo Gaudiano,

Cerca la tua Verità

Gli occhi di Gesù

 

Gli occhi di Gesù dovevano essere davvero incantevoli e penetranti, chi li aveva visti non se ne dimenticava più: soltanto così si spiega la straordinaria frequenza con cui gli evangelisti pongono in rilievo il suo sguardo che può essere al contempo affettuoso e carico di sdegno e sofferenza, ma capace anche di guardare in alto sia per una appassionata preghiera al Padre sia per cercare sorridendo tra il fogliame un alto funzionario del fisco come Zaccheo. Gli occhi di Cristo impressionavano soprattutto quando guardava dentro.

 

Card. Giacomo Biffi

 

Non nascondere i talenti

 

Non dovete nascondere il vostro talento o tenere celate le vostre virtù. Desidero laici non irruenti nel parlare né litigiosi, ma persone che conoscano la propria religione, che la pratichino, che sappiano qual è il loro ruolo, che sappiano che cosa hanno e che cosa non hanno, che conoscano il loro credo tanto bene da poterlo diffondere. Desidero laici intelligenti e istruiti… Desidero che ampliate le vostre conoscenze, coltiviate la ragione, riflettiate sulla relazione di verità, impariate a vedere le cose così come sono, a capire in che modo la fede e la ragione sono in rapporto fra loro, quali sono le basi e i princìpi del cattolicesimo.

 

Card. John Henry Newman

 

La Chiesa: che pizza!

 

Qualche tempo fa in una classe del catechismo ho parlato ai bambini della vita consacrata e come spesso succede la fantasia creativa dei bambini ha arricchito la realtà di numerosi dettagli…

All’inizio è stato un piccolo lapsus, che ha trasformato i frati trappisti in trapezisti, ma presto ci abbiamo preso gusto ed abbiamo trasformato il tutto in un gioco.

Parroco: Dunque, vediamo, perché i frati trapezisti si chiamano così?

Classe: perché sono acrobati dello Spirito (quanta verità… penso a padre Lebreton… chi non ha visto “Des hommes et de Dieu”?)

Parroco: e di quali altri ordini religiosi abbiamo parlato?

un bimbo: le suore clarinette (clarisse)

Parroco: ma voi lo sapete cosa è un clarinetto?

una bimba: sì il mio papà ne ha uno, mi piace tanto quando me lo suona

Parroco: bene e le suore clarinette per chi suonano?

Classe: per Gesù!

Parroco: e voi conoscete qualcun altro che suona per Gesù?

Un bimbo: sì Adriano (l’organista della parrocchia)

Parroco: e Adriano è un frate organetto?

Classe: (tutti ridono) no, no

Parroco: e perché?

Una bimba: bhe magari suona anche per la sua fidanzata (spero per Adriano che sia vero)

Parroco: allora le clarinette sono quelle che suonano solo per Gesù?

Classe: sì, sì (tutti ridono di nuovo)

Un bimbo: no, no, se sono clarinette è Gesù che le suona (ancora quanta verità… essere un clarinetto… bhe magari nel mio caso un fagotto… suonato da Gesù)

Parroco: e poi che altri ordini ci sono?

Un bimbo: i monaci carciofini (certosini)

Parroco: ottimo, vi piacciono i carciofini?

Classe: sì, no, forse…

Parroco: bene, vi piace la pizza?

Classe: (in coro) sì sì

Parroco: immaginate che la Chiesa sia una grande pizza con tutte le cose sopra: c’è il pomodoro, la mozzarella, i funghi, il prosciutto e naturalmente ci sono i carciofini, che non devono essere molti perché senno la rovinano, però se mancassero alla pizza mancherebbe un gusto importante, no?

Una bimba: e noi chi siamo nella pizza?

Parroco: voi siete la pasta che regge tutti gli altri gusti e li lega e li fa diventare una pizza sola

E poi? Lo continuiamo questo gioco? Proviamo a rinominare qualche altro ordine religioso e a giustificarne il nome fanciullesco… fatevi bambini con me e giochiamo ancora.

Per esempio le suore orbate (oblate) si chiamano così perché vedono una cosa sola? E i monaci circensi (cistercensi) sono quelli che fanno ridere Gesù? E che dire dei dolcissimi frati caramellani e dei focosi padri passionari?

 

Don Fabio Bartoli

La forza di Dio

 

Quante volte noi desidereremmo che Dio si mostrasse più forte. Che Egli colpisse duramente, sconfiggesse il male e creasse un mondo migliore. Tutte le ideologie del potere si giustificano così, giustificano la distruzione di ciò che si opporrebbe al progresso e alla liberazione dell’umanità. Noi soffriamo per la pazienza di Dio. E nondimeno abbiamo tutti bisogno della sua pazienza. Il Dio, che è divenuto agnello, ci dice che il mondo viene salvato dal Crocifisso e non dai crocifissori. Il mondo è redento dalla pazienza di Dio e distrutto dall’impazienza degli uomini.

 

Benedetto XVI, dall’Omelia della Santa Messa di inizio del suo ministero, 24 aprile 2005

Cattiva sorte? Buona sorte? Chi lo sa?

 

Un contadino possedeva un vecchio cavallo per lavorare i suoi campi. Un giorno il cavallo fuggì sulle montagne. Quando i vicini del contadino andarono a condolersi con lui e lamentare la sua sfortuna, rispose: “Cattiva sorte? Buona sorte? Chi lo sa?”. La settimana seguente il cavallo tornò dalle montagne portando con sé una mandria di cavalli selvatici. Allora i vicini si felicitarono con il contadino per la sua fortuna. Questi rispose: “Cattiva sorte? Buona sorte? Chi lo sa?”. Quando il figlio del vecchio contadino tentò di domare uno di quei cavalli cadde e si ruppe una gamba. Tutti considerarono il fatto come una disgrazia; ma non così il contadino, che si limitò a dire: “Cattiva sorte? Buona sorte? Chi lo sa?”. Una settimana più tardi entrò nel villaggio l’esercito e furono reclutati tutti i giovani che si trovavano in buone condizioni fisiche. Quando videro il figlio del contadino con la gamba rotta, lo lasciarono in pace.

E allora? Cattiva sorte? Buona sorte? Chi lo sa?

 

Un ladro in Paradiso


Un ladro arrivò alla porta del Cielo e cominciò a bussare: “Aprite!”. L’Apostolo Pietro, che custodisce le chiavi del Paradiso, udì il fracasso e si affacciò alla porta. “Chi è là?”. “Io”.”E chi sei tu?”. “Un ladro. Fammi entrare in Cielo”. “Neanche per sogno. Qui non c’è posto per un ladro”. “E chi sei tu per impedirmi di entrare?”. “Sono l’Apostolo Pietro!”. “Ti conosco! Tu sei quello che per paura ha rinnegato Gesù prima che il gallo cantasse tre volte. Io so tutto, amico!”. Rosso di vergogna, San Pietro si ritirò e cor­se a cercare San Paolo: “Paolo, va’ tu a parlare con quel tale alla porta”. San Paolo mise la testa fuori della porta: “Chi è là?”. “Sono io, il ladro. Fammi entrare in Paradiso”. “Qui non c’è posto per i ladri!”. “E chi sei tu che non vuoi farmi entrare?”. “Io sono l’Apostolo Paolo!”. “Ah, Paolo! Tu sei quello che andava da Gerusalemme a Damasco per ammazzare i cristiani. E adesso sei in Paradiso!”. San Paolo arrossì, si ritirò confuso e raccontò tutto a San Pietro. “Dobbiamo mandare alla porta l’Evangelista Giovanni”, disse Pietro. “Lui non ha mai rinnegato Gesù. Può parlare con il ladro”. Giovanni si affacciò alla porta. “Chi è là?”. “Sono io, il ladro. Lasciami entrare in Cielo”. “Puoi bussare fin che vuoi, ladro. Per i peccatori come te qui non c’è posto!”. “E chi sei tu, che non mi lasci entrare?”. “Io sono l’Evangelista Giovanni”. “Ah, tu sei un’Evangelista. Perché mai in­gannate gli uomini? Voi avete scritto nel Vangelo: “Bussate e vi sarà aperto. Chiedete ed otterrete”. Sono due ore che busso e chiedo, ma nessuno mi fa entrare. Se tu non mi trovi subito un posto in Paradiso, torno immediatamente sulla Terra e racconto a tutti che hai scritto bugie nel Vangelo!”. Giovanni si spaventò e fece entrare il ladro in Paradiso.


Quando il predicatore tornò sul tema della buona novella, un uomo lo interruppe: “Che razza di buona novella è”, domandò, “se è così facile andare all'inferno e tanto difficile entrare in paradiso?”.
Il Paradiso è solo questione di misericordia.

 

Don Bruno Ferrero,  Il segreto dei pesci rossi, Piccole storie dell'anima

Miss Italia

 

Nell’estate scorsa ho incontrato a Loreto una mamma con due figli handicappati mentali e mi sono lungamente soffermato a salutarla, accarezzando i suoi figli. Ella mi ha detto con pudore, ma anche con fermezza: “Padre, sono miei figli e per me sono i più belli del mondo. Prego la Madonna, affinché mi dia la forza di essere mamma per loro fino alla fine. Solo questo desidero”. Guardai la donna con ammirazione (era resa anziana non dall’età, ma dalla dedizione incondizionata) ed esclamai: “Questa è Miss Italia!”. Sì, questa è la bellezza! Se la bellezza infatti non parte dal cuore, quella del volto è soltanto una maschera perché non corrisponde alla verità interiore della persona.

 

Card. Angelo Comastri, Educhiamo i figli

Che non divenga uno che parla di Te

 

Signore che non divenga uno che parla di Te

ma sia uno che ti parla.
Dio non si dona che nel segno,

ma tutto è segno di Dio.
La rinunzia e la fuga è la rinunzia di Dio, la fuga da Dio.

Ma ogni creatura deve essere per Te solo un segno

- ogni vita deve essere un cammino –

in ogni tuo atto devi spingerti aldilà di ogni meta.

 

Don Divo Barsotti,

Parola e silenzio

 

Interroga la bellezza…

 

Interroga la bellezza della terra, interroga la bellezza del mare, interroga la bellezza dell’aria diffusa e soffusa. Interroga la bellezza del cielo, interroga l’ordine delle stelle, interroga il sole che col suo splendore rischiara il giorno; interroga la luna, che col suo chiarore modera le tenebre della notte. Interroga le fiere che si muovono nell’acqua, che camminano sulla terra, che volano nell’aria: anime che si nascondono, corpi che si mostrano; visibile che si fa guidare, invisibile che guida. Interrogali! Tutti ti risponderanno: “Guardaci: siamo belli!”. La loro bellezza li fa conoscere. Questa bellezza mutevole, chi l’ha creata, se non la bellezza immutabile?

 

Sant’Agostino d’Ippona

 

Il miracolo del pane

 

C’era una volta in monastero un solo pane. Chiara, chiamata quella che doveva servire, le comanda di dividere il pane in due parti: una da mandare ai frati e l’altra da conservare dentro per le sorelle.
Della metà che era stata conservata ordina che se ne facciano cinquanta fette, secondo il numero delle “signore”, e che vengano loro servite alla mensa della povertà. Al che la figlia devota rispondeva: “Qui sarebbero necessari gli antichi miracoli di Cristo per far sì che si riesca a fare cinquanta parti di un pezzo di pane tanto piccolo”. Ma la madre rispose dicendo: “Figlia, fa’ con fiducia quel che ti dico”.

Si affretta la figlia a eseguire i comandi della madre, mentre si affretta la madre a rivolgere pii sospiri al suo Cristo per le figlie. Per intervento divino quella piccola quantità crebbe tra le mani di quella che la divideva, cosicché ciascuna nella comunità ricevette una porzione abbondante.

 

dalle Fonti Francescane

Che io ti cerchi

 

Che io ti cerchi desiderandoti,

che io ti desideri cercandoti,

che io ti trovi amandoti,

che io ti ami trovandoti.

 

Sant’Anselmo d’Aosta

 

Chi fa il male merita ancor più pietà di colui che lo subisce

 

Chi fa il male merita ancor più pietà di colui che lo subisce, perché è proprio lui che è toccato più da vicino dal male stesso. Così, la suprema forma dell’amore consiste nel consolare il cattivo per il male che ci ha fatto. Ed è così che Dio, che è l’eterno amore e l’eterna vittima, consola gli uomini. Al peccato che è caduta risponde l’Amore che è discesa. E la misericordia di Dio discende sempre più in basso di quanto non cada la miseria dell’uomo.

 

Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio

“Signora Germania”

 

Signora Germania, tu mi hai messo fra i reticolati, e fai la guardia perché io non esca. È inutile Signora Germania: io non esco, ma entra chi vuole. Entrano i miei affetti, entrano i miei ricordi. E questo è niente, signora Germania: perché entra anche il buon Dio e mi insegna tutte le cose proibite dai tuoi regolamenti.

Signora Germania, tu frughi nel mio sacco e rovisti tra i trucioli del mio pagliericcio. È inutile Signora Germania: tu non puoi trovare niente e invece li sono nascosti documenti di importanza essenziale. La pianta della mia casa, mille immagini del mio passato, il progetto del mio avvenire.

Signora Germania tu ti inquieti con me, ma è inutile. Perché il giorno in cui, presa dall’ira, farai baccano, con qualcuna delle tue mille macchine e mi distenderai sulla terra, vedrai che dal mio corpo immobile si alzerà un altro me stesso, più bello del primo. E non potrai mettergli un piastrino al collo perché volerà via, oltre il reticolato, e chi si è visto si è visto.

L’uomo è fatto così, signora Germania. Di fuori è una faccenda molto facile da comandare. Ma dentro ce n’è un altro e lo comanda soltanto il Padre Eterno.

E questa è la fregatura per te signora Germania.

 

Giovanni Guareschi, Diario Clandestino, “Signora Germania” dalla Conversazione Baracca, 18 - Lager di Beniaminovo 1944, Rizzoli Ed.

Che cosa è tuo?

 

“A chi faccio torto se mi tengo ciò che è mio?”, dice l’avaro. Dimmi: che cosa è tuo? Da dove l’hai preso per farlo entrare nella tua vita? I ricchi sono simili a uno che ha preso posto a teatro e vuole poi impedire l’accesso a quelli che vogliono entrare ritenendo riservato a sé e soltanto suo quello che è offerto a tutti. Accaparrano i beni di tutti, se ne appropriano per il fatto di essere arrivati per primi. Se ciascuno si prendesse ciò che è necessario per il suo bisogno e lasciasse il superfluo al bisognoso, nessuno sarebbe ricco e nessuno sarebbe bisognoso.

Non sei uscito ignudo dal seno di tua madre? E non farai ritorno nudo alla terra? Da dove ti vengono questi beni? Se dici “dal caso”, sei privo di fede in Dio, non riconosci il Creatore e non hai riconoscenza per colui che te li ha donati; se invece riconosci che i tuoi beni ti vengono da Dio, spiegaci per quale motivo li hai ricevuti. Forse l’ingiusto è Dio che ha distribuito in maniera disuguale i beni della vita? Per quale motivo tu sei ricco e l’altro invece è povero? Non è forse perché tu possa ricevere la ricompensa della tua bontà e della tua onesta amministrazione dei beni e lui invece sia onorato con i grandi premi meritati dalla sua pazienza? Ma tu, che tutto avvolgi nell’insaziabile seno della cupidigia, sottraendolo a tanti, credi di non commettere ingiustizie contro nessuno?

Chi è l’avaro? Chi non si accontenta del sufficiente. Chi è il ladro? Chi sottrae ciò che appartiene a ciascuno. E tu non sei avaro? Non sei ladro? Ti sei appropriato di quello che hai ricevuto perché fosse distribuito.

Chi spoglia un uomo dei suoi vestiti è chiamato ladro, chi non veste l’ignudo pur potendolo fare, quale altro nome merita? Il pane che tieni per te è dell’affamato; dell’ignudo il mantello che conservi nell’armadio; dello scalzo i sandali che ammuffiscono in casa tua; del bisognoso il denaro che tieni nascosto sotto terra. Così commetti ingiustizia contro altrettante persone quante sono quelle che avresti potuto aiutare.

 

Basilio di Cesarea

 

 

 

Ci vado io…

 

Non ti chiederò più, Signore,

di fare qualcosa per i poveri,

di intervenire nelle situazioni disperate,

di cambiare le cose dove tutto va male,

di mandare qualcuno dove c’è bisogno di aiuto.

 

Questa volta ci vado io.

Prendo io questa cesta di vita

per fare qualcosa,

per intervenire,

per cambiare le cose.

 

A distribuire il pane

che hai moltiplicato Tu,

ci vado io, questa volta.

Usa pure queste mie mani,

il mio sorriso,

la mia voce,

i miei muscoli,

la mia fatica.

 

Non voglio più lamentarmi

mentre le mie sorelle

e i miei fratelli

chiedono di Te.

 

Vado io a dire loro

dove sei e che cosa fai.

Questa volta, Signore,

conta su di me.

 

P. R.

Dall’innamoramento al fidanzamento e poi al matrimonio

 

Il passaggio dall’innamoramento al fidanzamento e poi al matrimonio esige diverse decisioni, esperienze interiori.

…È bello questo sentimento dell’amore, ma deve essere purificato, deve andare in un cammino di discernimento, cioè devono entrare anche la ragione e la volontà; devono unirsi ragione, sentimento e volontà. Nel Rito del Matrimonio, la Chiesa non dice: “Sei innamorato?”, ma “Vuoi”, “Sei deciso”. Cioè: l’innamoramento deve divenire vero amore coinvolgendo la volontà e la ragione in un cammino, che è quello del fidanzamento, di purificazione, di più grande profondità, così che realmente tutto l’uomo, con tutte le sue capacità, con il discernimento della ragione, la forza di volontà, dice: “Sì, questa è la mia vita”.

Io penso spesso alle nozze di Cana. Il primo vino è bellissimo: è l’innamoramento. Ma non dura fino alla fine: deve venire un secondo vino, cioè deve fermentare e crescere, maturare. Un amore definitivo che diventi realmente “secondo vino” è più bello, migliore del primo vino. E questo dobbiamo cercare.

 

Benedetto XVI, Milano 2 giugno 2012

La Parola di Dio

 

Nulla è più fragile, più instabile e più vulnerabile delle cose celesti nella vita terrena. L’amore che tutto ha creato, circola come uno straniero ed un supplice attraverso alla sua stessa creazione. La santità null’altro è se non questo impulso intimo per il quale l’amore e la sua purezza abbandonano le regioni furtive del sogno, per fecondare il mondo quotidiano dell’azione; essa diventa, sulla Terra, quello che è in Cielo: il sostegno di ogni cosa.

 

Gustave Thibon, Il pane di ogni giorno

Contro chi lottiamo?

 

Gli animali dell’eremita

 

Si racconta di un vecchio anacoreta eremita: una di quelle persone che per amore a Dio si rifugiano nella solitudine del deserto, del bosco o delle montagne per dedicarsi solamente alla orazione e alla penitenza. Molte volte si lamentava di essere sempre occupatissimo. La gente non capiva come fosse possibile che avesse tanto da fare nel suo ritiro. Ed egli spiegò: “Devo domare due falconi, allenare due aquile, tenere quieti due conigli, vigilare su un serpente, caricare un asino e sottomettere un leone”. “Non vediamo nessun animale vicino alla grotta dove vivi. Dove sono tutti questi animali?”. Allora l’eremita diede una spiegazione che tutti compresero. “Questi animali li abbiamo dentro di noi”. I due falconi, si lanciano sopra tutto ciò che gli si presenta, buono e cattivo. Devo allenarli perché si lancino solo sopra le buone prede… Sono i miei occhi. Le due aquile con i loro artigli feriscono e distruggono. Devo allenarle perché si mettano solamente al servizio e aiutino senza ferire… Sono le mie mani. E i conigli vanno dovunque gli piaccia, tendono a fuggire gli altri e schivare le situazioni difficili. Gli devo insegnare a stare quieti anche quando c’è una sofferenza, un problema o qualsiasi cosa che non mi piaccia… Sono i miei piedi.
La cosa più difficile è sorvegliare il serpente anche se si trova rinchiuso in una gabbia con 32 sbarre.
È sempre pronto a mordere e avvelenare quelli che gli stanno intorno appena si apre la gabbia, se non lo vigilo da vicino, fa danno… È la mia lingua. L’asino è molto ostinato, non vuole fare il suo dovere. Pretende di stare a riposare e non vuole portare il suo carico di ogni giorno… È il mio corpo. Finalmente ho necessità di domare il leone, vuole essere il re, vuole essere sempre il primo. È vanitoso e orgoglioso… Questo è... il mio cuore”.

 

Gesù

 

Gesù,

il tuo pensiero mi illumini.

La tua parola mi guidi.

I tuoi occhi mi seguano.

I tuoi orecchi mi ascoltino.

Le tue braccia allargate sulla Croce

mi aprano all’amore universale.

I tuoi piedi crocifissi mi spingano

a donarmi senza misura di stanchezza ai fratelli.

Il tuo cuore aperto sia per me fonte di grazia

nel cammino e luogo di riposo nella stanchezza.

Amen.

 

Mons. Guglielmo Giaquinta

Preghiere, pag. 22

 

Luce gentile

Conducimi Tu, luce gentile,
conducimi nel buio che mi stringe,
la notte è scura, la casa è lontana,
conducimi Tu, luce gentile.

Tu guida i miei passi, luce gentile,
non chiedo di vedere assai lontano,
mi basta un passo, solo il primo passo,
conducimi avanti, luce gentile.

Non sempre fu così, Te non pregai
perché Tu mi guidassi e conducessi,
da me la mia strada io volli vedere,
adesso tu mi guidi, luce gentile.

Io volli certezze, dimentica quei giorni,
purché l’amore tuo non m’abbandoni,
finché la notte passi Tu mi guiderai
sicuramente a Te, luce gentile.

 

Card. John Henry Newman

 

Gesù, per Te…

 

Gesù, per TE

voglio essere capanna,

voglio essere culla,

voglio essere paglia.

Prendimi

Fammi carne di Te,

solo questo desidero.

Prendimi.

Fammi sangue di Te,

solo questo voglio.

Prendimi.

Fammi vita di Te,

solo questo chiedo.

Prendimi.

Fa’ che muoia per Te,

Tu sei tutto per me.

 

Carla Zichetti,

scritta nel 1987,

tratto da “Goccia che disseta”

www.bricioledisperanza.it

Dio è un padre

Immagina un padre che insegna a camminare ad un bambino: è previsto che il bambino cada, ed eventualmente anche che si faccia male, se il padre fosse sempre lì a sostenerlo non imparerebbe mai. Questo significa che il padre vuole e che il bambino cada? No, ovviamente, ciò che vuole è che impari a camminare, ma questo non può accadere senza qualche caduta, il padre quindi le permette per raggiungere ciò che vuole.

Allo stesso modo ciò che Dio vuole è che noi impariamo ad amare (camminare), ma questo obbiettivo non si può raggiungere senza croce, ecco perché il Padre permette nella nostra vita dolore e sofferenza, perché noi possiamo trasformarli in altrettante occasioni d’amore

Don Fabio Bartoli

Non siamo noi a condurre la storia

Dio vuole che gli uomini si accorgano che non sono essi che conducono la storia. Egli sceglie persone che aderiscano al suo progetto. Per questo sceglie donne sterili per dare loro una discendenza numerosa quanto le stelle, sceglie una vergine per dare una madre al suo Figlio, sceglie un disabile balbuziente per liberare il suo popolo. Dio non sa che farsene dei superbi. Per questo ha scelto come apostoli una banda di persone fallimentari. Chi manda avanti la Chiesa non è né il sapiente, né l’intelligente, ma uomini disponibili al Suo Amore. Puoi esserlo anche tu.

Don Oreste Benzi, da Pane quotidiano

Lettera agli ammalati

 

Carissimi, non scrivo per consolarvi. Anche perché so bene quanto fastidio vi diano le declamazioni di coloro che sentendosi sempre in dovere di spendere qualche parola con voi, ricorrono ai prontuari dei più indisponenti fraseggi. Non è di compatimento che avete bisogno. Prima di tutto, perché il compatimento è una spartizione fittizia del dolore. Poi, perché vi toglie la fierezza di rimaner soli sulla croce. E infine, perché rischia di fermarsi alla soglia delle parole…

…Davanti a chi soffre l’atteggiamento più giusto sembrerebbe il silenzio. Però anche il silenzio può essere frainteso o come segno di imbarazzo, o come tentativo di rimozione del problema. E allora tanto vale parlarne. Semmai con pudore, chiedendovi scusa per ogni parola di troppo. Dire che con il vostro dolore contribuite alla salvezza del mondo, può sembrarvi letteratura consolatoria. Ricorrere alle frasi fatte degli occhi che vedono bene solo attraverso le lacrime, può essere inteso come insulto gratuito, almeno come un ritrovato sterile della saggezza umana. Accennarvi che, in fondo, ognuno si porta dentro il suo carico di dolori e che, tutto sommato, non siete poi così soli come sempre, potrebbe accrescere il vostro sdegno. Aggiungere che un giorno sarete schiodati pure voi dalla croce, può apparire uno scampolo di quell’eloquenza mistificatoria che non convince nessuno. Ma dirvi che sulla croce un giorno ci è salito un uomo innocente, e che sul retro della croce c’è un posto vuoto dove un altro innocente è chiamato a fare compagnia ai rantoli di Cristo, appartiene al messaggio inquietante, e pur dolcissimo, che un Ministro della parola non può né accorciare, né mettere tra parentesi. Chiamalo, il tuo Signore: è un nome breve. Non può non sentirti: è inchiodato appena dietro di te. Forse un giorno quel posto sarà mio. O lo è già da adesso, ed è solo l’esemplarità del vostro martirio più grande che me ne rende agevole il tormento. Il mattino di Pasqua, nella corsa verso il sepolcro, voi sarete più veloci di tutti, e ci precederete come Giovanni. E forse vi fermerete sulla soglia, per farci vedere le bende per terra e il sudario piegato in disparte. È l’ultima carità che ci aspettiamo da voi. Un abbraccio.

Don Tonino Bello

 

Camminando si fa il cammino

 

Tu che cammini, sono le tue tracce

il cammino e null’altro;

tu che cammini, non c’è cammino,

il cammino si fa camminando.

Camminando si fa il cammino

e volgendo indietro lo sguardo

si vede il cammino sul quale mai più

si ritornerà a camminare.

Tu che cammini, non c’è cammino,

tranne delle scie nel mare.

 

Antonio Machado

Odio

L’odio non ê una passione realista; esso insegue un’immagine del prossimo deformata e semplificata oltre misura. Noi odiamo negli altri il nostro proprio peccato: sostituiamo alla realtà oggettiva dell’essere odiato La proiezione dei nostri più bassi sentimenti; oltre il male suscitato dal nostro furore non scorgiamo quanta resta in lui di simpatico e di umano; per noi, implicitamente, egli è, per intero, quel mostro o quella canaglia che noi siamo soltanto in parte.

Gustave Thibon, Il pane di ogni giorno

Gli scienziati e Dio

Nessuno chiede che Dio venga coinvolto artificiosamente o arbitrariamente. Il problema, nel concepire il mondo della natura, è piuttosto questo: affinché la natura possa essere oggetto di indagine per uno scienziato, essa deve avere un ordine che quello scienziato sia in grado di cogliere. Se la natura non avesse forma né ordine, nessuna scienza sarebbe possibile.

…Una volta Einstein disse che la cosa più incomprensibile, a proposito del mondo, è che esso è comprensibile. È questo il mistero che gli scienziati si trovano a dover affrontare: perché il mondo è ordinato e da dove è venuto questo ordine?

…Ci sono due possibilità: o il mondo deve il suo ordine a una fonte esterna, oppure possiede un ordine intrinseco. Se l’ordine viene dall’esterno, abbiamo a che fare con un mondo che è una creazione; se l’ordine è intrinseco al mondo stesso, invece abbiamo a che fare con la natura, intesa in senso materialistico. La domanda “da dove è venuto l’ordine del mondo?” è una delle più importanti che potremo mai porci. Per coloro che non riescono a discernere l’azione di Dio nel mondo, il mondo è un sistema indipendente, autosufficiente, che si spiega e si ordina da sé. Essi, di conseguenza, si considerano autonomi, e considerano il mondo indipendente da Dio.

 

William Albert Dembski, filosofo, matematico e teologo statunitense

 

Un giorno…

 

Un giorno, dopo aver dominato i venti,

le onde, le maree e la gravità,

imbriglieremo l’energia dell’amore;

e, per la seconda volta nella storia del mondo,

l’uomo avrà scoperto il fuoco.

 

Pierre Teilhard de Chardin

 

Gesù

Gesù,
per coloro che hanno perso la mente
e i princìpi della ragione,
per coloro che sono oppressi
dal duro silenzio dei martiri,
per coloro che non sanno gridare
perché nessuno li ascolta,
per coloro che non trovano altra soluzione
al grido che la parola,
per coloro che scongiurano il mondo
di non devastarli più,
per coloro che attendono un cenno d’amore
che non arriva,
per coloro che erroneamente
fanno morire la carne
per non sentirne più l’anima.
Insomma,
per coloro che muoiono nel nome tuo,
apri le grandi porte del Paradiso
e fai loro vedere
che la tua mano
era fresca e vellutata,
vellutata e fresca,
come qualsiasi fiore,
e che forse loro troppo audaci
non hanno capito che il silenzio era Dio
e si sono sentiti oppressi
da questo silenzio
che era solo una nuvola di canto.

Alda Merini

 

 

 

Quando il mio sguardo…

 

Quando il mio sguardo contempla

un bel prato fiorito,

quando l’occhio si perde

nel verde mare di erba

scorgendovi uno spazio infinito,

ecco allora mi parlan

gli stupendi e dipinti colori

di quei piccoli, semplici,

odorosi ed umili fiori.

 

Par proprio che facciano a gara

per dire a chi vede: “Su, guarda,

lo vedi come son vestito?

I petali miei son striati

di intensi e diversi colori:

attiro con i dolci miei stami

gli insetti impollinatori.

Io, vedi non sono da solo…

siam tanti, ed uguali tra noi,

e tutti al Cielo leviamo

la lode a Dio che ci ha creati!”.

 

Ascolto la voce ed i suoni

dei fiori che parlano al Cielo

e assieme al ronzar di calabroni

assisto a un concerto orchestrato

dal Dolce Maestro divino

che nella sua mirabil natura

di questo verde prato,

per sé invisibile agli occhi,

contemplo, sentendo vicino;

ed ecco anch’io

senza paura

mi sento davvero felice

di essere, semplice e unita,

Sua piccola e lieta…

“…fragile creatura”.

 

D. S.

Per gentile concessione dell’autrice.