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Aforismi  e Citazioni

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Aforismi e citazioni Greche e Latine divisi per autore e detti famosi
Indice degli aforismi

Decimo Giunio Giovenale

  • « Orandum est ut sit mens sana in corpore sano. » « Bisogna pregare affinché ci sia una mente sana in un corpo sano. »
  • Inde irae. (Giovenale, Sat., I, 168). Da ciò le ire. - Dice Giovenale, nella prima satira, Inde irae et lacrimae, da lì le ire e le lacrime. La locuzione si usa ripetere a proposito di fatti che suscitano sdegno e deplorazione.

Le notizie sulla sua vita sono poche e incerte, ricavabili dai rari cenni autobiografici presenti nelle sue sedici Satire scritte in esametri giunte fino ad oggi e da alcuni epigrammi a lui dedicati dall'amico Marziale.

Giovenale nacque ad Aquino, nel Lazio meridionale, da una famiglia benestante che gli permise di ricevere una buona educazione retorica poiché nella prima satira, databile poco dopo il 100 d.C., si definisce non più iuvenis (v.25) - il che implica che avesse almeno quarantacinque anni— la data di nascita si può indicare approssimativamente fra il 50 e il 60 d.C. Intorno ai trent'anni cominciò forse ad esercitare la professione di avvocato, dalla quale però non ebbe i guadagni sperati e ciò lo convinse a dedicarsi alla scrittura, alla quale arrivò in età matura, circa a quarant'anni.

Visse soprattutto all'ombra di uomini potenti, nella scomoda posizione di cliens, privo di libertà politica e di autonomia economica: è probabilmente questa la causa del pessimismo che pervade le sue satire e dell'eterno rimpianto dei tempi antichi. Scrisse fino all'avvento dell'imperatore Adriano e non si sa con certezza la data della sua morte, sicuramente posteriore al 127, ultimo termine cronologico ricavabile dai suoi componimenti.

 

   

 

Eraclito

Pánta rêi (in greco πάντα ῥεῖ), - tutto scorre

Eraclito di Efeso (in greco antico Ἡράκλειτος, Herákleitos, "gloria di Era" o Ἡράκλειτος ὁ Ἐφέσιος, Hērákleitos ho Ephésios, "Eraclito di Efeso"; Efeso, 535 a.C. – Efeso, 475 a.C.) è stato un filosofo greco antico, uno dei maggiori pensatori presocratici.

Il suo pensiero risulta particolarmente difficile da comprendere ed è stato interpretato nei modi più diversi a causa del suo stile oracolare e della frammentarietà nella quale ci è giunta la sua opera. Eraclito aveva comunque fama di cripticità già nella sua epoca. Ad esempio Aristotele, che si suppone ne abbia letto integralmente l'opera, lo definisce «l'oscuro»; persino Socrate ebbe problemi a comprendere gli aforismi dell'«oscuro», sostenendo che erano profondi quanto le profondità raggiunte dai tuffatori di Delo. Eraclito influenzò in vario modo i pensatori successivi: da Platone allo stoicismo, la cui fisica ripropone in gran parte la teoria eraclitea del logos.

 

   

 

Parmenide

  • „... Infatti lo stesso è pensare ed essere (frammento 3)“

  • „È necessario il dire e il pensare che l'essere sia: infatti l'essere è,

    il nulla non è: queste cose ti esorto a considerare.

    E dunque da questa prima via di ricerca ti tengo lontano,

    ma, poi, anche da quella su cui i mortali che nulla sanno

    vanno errando, uomini a due teste: infatti è l'incertezza

    che nei loro petti guida una dissennata mente. Costoro sono trascinati,

    sordi e ciechi ad un tempo, sbalorditi, razza di uomini senza giudizio,

    dai quali essere e non-essere sono considerati la medesima cosa

    e non la medesima cosa, e perciò di tutte le cosa c'è un cammino che è reversibile. (frammento 6)“

Parmenide (Παρμενίδης, Parmenides). - Filosofo greco figlio di Pyres, nato a Elea (Velia) intorno al 520 a.C. Del suo poema Περί φύσεως restano frammenti che ci hanno tramandato la sua dottrina; principale esponente della scuola eleatica, è considerato il fondatore dell'ontologia. Morì verso la metà del V sec. a.C., non molto tempo dopo aver visitato Atene. È anche indicato da fonti tarde greche e arabe come rappresentante principale di una scuola medica a Velia (Pugliese Carratelli, 1985 e 1986).

Negli scavi dell’Insula II di Velia, nell'edificio interpretato come sede della scuola-collegio degli Ούλιάδαι, antico γένος medico eleate (Fabbri, Trotta, 1989), si è rinvenuta nel 1962 un'erma acefala con l'iscrizione Πα[ρ]μενείδης Πύρητος Οόλιάδης φυσικός attestante la presenza di un ritratto del filosofo nella sua città natale, che lo ricordava anche come capo della scuola medica. Pochi anni più tardi nella stessa zona veniva alla luce una testa-ritratto barbata, con la base del collo destinata all'inserimento in un'erma, considerata pertinente appunto a quella iscritta precedentemente ritrovata.

L'ipotesi dell'appartenenza della testa all'erma, e quindi la sua identificazione con il ritratto di P. (Jucker, 1968), è stata generalmente accolta (qualche dubbio fu avanzato solo da De Franciscis, 1970, ripreso da Kruse-Berdoldt, 1975): la scultura, assegnata anche in base al contesto del ritrovamento, a età tardo augustea-tiberiana, riproduce però quasi perfettamente - come fu subito osservato - il tipo ritrattistico di Metrodoro, dall'originale della prima metà del III sec. a.C., conosciuto da numerose repliche romane, la cui identificazione è certa grazie all'iscrizione sull'erma doppia del Museo Capitolino. 

Se si accetta la pertinenza della testa all'erma, non resta che ipotizzare, con la maggioranza degli studiosi, che la necessità di erigere un ritratto di P. all'inizio del I sec. d.C. abbia indotto, in un'officina di copisti romana o campana, uno scultore di scarsa creatività a utilizzare un tipo di ritratto barbato - pur in realtà abbastanza diffuso come quello di Metrodoro - per proporre una plausibile iconografia del filosofo eleate.

 

   

 

Quinto Orazio Flacco

« Dum loquimur fugerit invida aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.»
« Mentre si parla, il tempo è già in fuga, come se ci odiasse! Così cogli la giornata, non credere al domani.»

Quinto Orazio Flacco, in latino: Quintus Horatius Flaccus è noto semplicemente come Orazio (Venosa, 8 dicembre 65 a.C. – Roma, 27 novembre 8 a.C.), è stato un poeta romano. Considerato uno dei maggiori poeti dell'età antica, nonché maestro di eleganza stilistica e dotato di inusuale ironia, seppe affrontare le vicissitudini politiche e civili del suo tempo da placido epicureo amante dei piaceri della vita, dettando quelli che per molti sono ancora i canoni dell'ars vivendi.

 

   

 

Proverbi e Anonimi Latini

  • In camera caritatis - Nella camera della carità.... Locuzione latina usata spesso a proposito di rimproveri, ammonizioni, avvertimenti dati in segreto, amichevolmente e senza che altri lo sappia.

  • Beati monoculi in terra coecorum  - Beati coloro che hanno un solo occhio in una terra di ciechi

  • Ignorantia legis non excusat - L'ignoranza della legge non giustifica. - In altre parole, si è obbligati a rispettare la legge anche quando non la si conosce. 

  • Illico et immediate - Sul luogo ed immediatamente - Locuzione usata talvolta, per lo più in tono scherzoso, per imporre che un ordine sia eseguito subito, senza por tempo in mezzo. 

  • In articulo mortis - In punto di morte...Benedizione, assoluzione usata soprattutto nelle frasi assolvere, assoluzione in articulo mortis che risalgono al Concilio tridentino, ma sono sostituite, nel codice di diritto canonico, con la locuzione in periculo mortis, usata anche per il matrimonio contratto in extremis

  • In cauda venenum. - Nella coda sta il veleno. - Antico proverbio medievale (che si riferiva in origine allo scorpione), usato comunemente in senso figurato per significare che il momento finale di qualcosa è quello più difficile, che il brutto viene da ultimo, o, più spesso, per indicare che la fine di un discorso svela il carattere polemico prima dissimulato, o contiene le parole che più direttamente vogliono colpire una persona. 

  • In corpore vili. - Su un corpo di poco valore. - Locuzione usata, per lo più scherzosamente, a proposito di esperienze arrischiate o che comunque possano riuscire dannose per chi le subisce. La locuzione è la forma abbreviata della frase faciamus experimentum in corpore vili, facciamo esperienza (di un medicamento) su un corpo di poco valore. Nel '500, la frase sarebbe stata pronunciata da alcuni medici italiani al capezzale dell'umanista francese Marc-Antoine Muret (allora in incognito in Italia sotto povere vesti), il quale spaventato si alzò dal letto e fuggì, e fu tanta la gioia per lo scampato pericolo, che si sentì subito guarito.

  • In dubiis abstine. - Nei casi dubbi astieniti. - Formula tradizionale con cui si raccomanda di non prendere mai deliberazioni o formulare giudizi, quando non si sia assolutamente certi di essere nel giusto o nel vero.

  • In dubio pro reo. - Nel dubbio, a favore dell'imputato. - Massima tradizionale che esprime il principio giuridico per cui, mancando prove certe, è meglio assolvere un colpevole che condannare un innocente. È un principio basilare della nostra civiltà giuridica.

  • In extremis. - Nell'ultimo momento. - Locuzione che si usa soprattutto in alcune frasi: essere in extremis, vicino a morire; pentirsi in extremis, fare testamento in extremis, sposare in extramis, matrimonio in extremis, espressioni del linguaggio comune per indicare il matrimonio canonico celebrato in caso di imminente pericolo di morte. In senso figurato: una nomina fatta in extremis, da persona la cui autorità sta per scadere; un provvedimento preso in extremis, poco prima della scadenza dei termini. 

  • In fieri.  - In fase di formazione -  Dicesi di cosa che è in via di farsi, non ancora compiuta o addirittura ancora in fase di ideazione o di progettazione: una costruzione, un'istituzione, un'iniziativa in fieri.

  • In hoc signo vinces. (Eusebio, Vita Costantini, I, 27, 31 e Hist. eccl., IX, 9). In questo segno vincerai. - Frase latina con cui viene comunemente tradotto il motto grecoTouto níka che sarebbe apparso in sogno, unitamente a una croce fiammeggiante, a Costantino poco prima che dalla Gallia muovesse alla volta di Roma contro Massenzio. Secondo Lattanzio, invece, Costantino avrebbe avuto la visione in sogno alla vigilia della battaglia decisiva di Ponte Milvio. La frase è talvolta ripetuta con significato generico, e spesso scherzoso.

  • In illo tempore. - In quel tempo - Frase che ritorna spesso in molti passi evangelici: In illo tempore dixit Iesus, in quel tempo Gesù disse. Si ripete scherzosamente per indicare tempi remoti.

  • In itinere. - In viaggio. - Locuzione usata nel linguaggio assicurativo con riferimento all'infortunio riportato durante il percorso per recarsi al lavoro.

  • In media res. (Orazio, Ars poet., 148) - Nel mezzo dell'argomento - Parole di Orazio riferentisi all'arte narrativa di Omero che inizia il racconto a metà degli avvenimenti, a differenza di altri poeti epici, che cominciano ab ovo, cioè dall'inizio. Nell'uso comune entrare in medias res significa entrare nel vivo dell'argomento, senza tanti preamboli.

  • In medio stat virtus. - La virtù sta nel mezzo - Sentenza della scolastica medievale che deriva da alcune frasi dell'Etica Nicomachea di Aristotele, esprimenti l'ideale greco della misura, della moderazione, dell'equilibrio. E' talvolta ripetuta per affermare la necessità o la convenienza della moderazione, dell'equilibrio, o come invito a evitare gli eccessi.

  • In memoriam. - In memoria, a ricordo. - Espressione che ricorre in iscrizioni sepolcrali o in monumenti commemorativi. Si usa talvolta (anche nella forma in perpetuam memoriam, a ricordo perpetuo del fatto) sia in contesti seri sia con tono scherzoso, a proposito di cose di scarsa importanza.

  • In mente Dei. - Nella mente di Dio. - Espressione presente nella frase essere in mente Dei, non esistere, non essere ancora nato: dieci anni fa tu eri ancora in mente Dei. Nel linguaggio comune si usa per indicare cosa, azione, avvenimento, che si sentono molto lontani e non realizzabili se non a grande distanza di tempo, o che non sono, almeno per ora, che un pio desiderio.

  • In nuce. In una noce. - Locuzione latina con probabile riferimento a Plinio il Vecchio, che parla di un esemplare dell'Iliade di dimensioni così piccole, da poter essere contenuto in una noce. Si usa oggi per indicare concetti, teorie espressi in forma sintetica, o anche a fenomeno che è ancora allo stato embrionale.

  • In partibus infidelium. Nelle regioni degl'infedeli. - Espressione usata in passato, anche nella forma abbreviata in partibus, per indicare i vescovi (oggi detti vescovi titolari), le cui diocesi, puramente onorifiche, si trovavano in paesi occupati dai Turchi, gli infedeli per eccellenza.

  • In pectore. In petto. - Nel linguaggio ecclesiastico, locuzione con cui è indicata una forma speciale di nomina a cardinale che il papa annuncia nel concistoro, riservandosi di farne in seguito il nome. Per estensione, si dice pure di persona che è stata investita di una carica in modo non ancora ufficiale: il nuovo ministro in pectore.

  • Insalutato hospite. Senza salutare l'ospite. - Si usa soprattutto nella frase scherzosa andarsene, partire insalutato hospite (o ospite), andarsene alla chetichella, senza prender congedo, senza dir nulla a nessuno.

  • Instrumentum regni. - Strumento di regno, di potere. - L'espressione è soprattutto usata con riferimento all'azione che lo stato svolge sul potere ecclesiastico o su istituzioni religiose, considerandoli come mezzo per l'affermazione dei propri fini temporanei.

  • Intelligenti pauca. - A un intelligente, poche cose (bastano). - Frase proverbiale latina corrispondente a quella italiana a buon intenditor poche parole e, come questa, usata sia in senso proprio (chi è pronto a capire non ha bisogno di tante spiegazioni), sia come avvertimento, ammonizione o minaccia.

  • Interim. - Frattanto. - Nell'uso odierno, il tempo che intercorre fra il momento in cui un soggetto cessa dall'esercizio di determinate funzioni e il momento in cui avviene l'assunzione delle funzioni stesse da parte di un nuovo titolare. Ministro ad interim è quello che assume provvisoriamente un dicastero rimasto vacante e compie gli atti urgenti e di ordinaria amministrazione.

  • Inter nos. - Fra di noi. - Locuzione latina cautelativa, che si premette a una confidenza che si fa a qualcuno, a quattrocchi, ma che deve restare segreta: mi raccomando, che resti inter nos!

  • Inter pocula. (Virgilio, Georg., II, 383). - Tra i bicchieri. - Parole di Virgilio usate talora scherzosamente tra discorsi, motti, verità che si dicono bevendo, e stando in allegra comitiva.

  • In utroque iure. - Nell'uno e nell'altro diritto. - Parte della formula usata un tempo nel conferire la laurea in diritto civile e canonico; oggi usata scherzosamente, e in forma abbreviata (in utroque), con riferimento a laureati in legge.

  • In verba magistri - (Orazio, Ep., I, I, 14) - Nelle parole del maestro - Credere o giurare nell'autorità del maestro, senza ch'egli adduca documenti o prove di quel che dice o scrive. Atteggiamento tipico dei seguaci di Aristotele e degli scolastici medievali, che respingevano ogni teoria che fosse in contrasto con la filosofia del maestro.

  • In vino veritas - Nel vino la verità - Proverbio latino medievale, spesso citato in varie forme da parecchi autori. Già Alceo, poeta greco (sec. VII-VI a.C.), aveva detto "vino è verità". Sul vino e sulla verità non va dimenticata la vasta letteratura dei canti goliardici, in particolare dei Carmina Burana.

  • Ipse dixit. L'ha detto lui. - Frase latina con cui ci si richiama all'autorità indiscussa di qualcuno. Cicerone (De natura deorum I, 5, 10), parlando dei pitagorici dice che nelle loro discussioni erano soliti rispondere ipse dixit, in cui quell'ipse si riferiva a Pitagora. Nel medioevo, i filosofi scolastici intendevano per "maestro" Aristotele. Oggi la locuzione ipse dixit è usata per deridere i presuntuosi che emettono sentenze o coloro che si sottomettono, senza discutere, all'autorità.

  • Ipso facto. - Sul fatto stesso. - Locuzione avverbiale latina, usata anche in contesti italiani, e talora nel linguaggio parlato, per esprimere urgenza o immediatezza: dovette ubbidire ipso facto; fu licenziato ipso facto dal lavoro.

  • Ipso iure. - Per il diritto stesso. - Locuzione usata in diritto per indicare che determinati effetti giuridici seguono direttamente a una norma di legge quando se ne siano verificati i presupposti di fatto, senza che sia necessaria nessun altra attività da parte di alcun soggetto.

  • Ite missa est. -Andate, la messa è finita. - Formula latina accolta (in questa forma) nella nuova liturgia, e seguita dalle parole andate in pace. Viene usata talvolta in forma scherzosa per indicare compimento, conclusione, fine: essere all'ite missa est.

  • Iter - Viaggio - Nel linguaggio parlamentare indica il passaggio di un disegno di legge attraverso l'esame di commissioni prima della sua approvazione. Nel linguaggio burocratico riguarda la serie di passaggi, di procedure, di formalità che una pratica deve seguire prima che venga espletata.

  • Ius primae noctis - Diritto della prima notte. - Presunto diritto, secondo il quale il feudatario pretendeva che le donne del feudo, che andavano spose, trascorressero con lui la prima notte di nozze. Sulla veridicità di tale diritto si hanno notizie confuse, pare tuttavia che venisse esercitato il più delle volte simbolicamente, con un bacio sulla guancia della sposa.

  • Mater sempre certa est, pater nunquam  - La madre è sempre sicura, il padre mai

  • Gutta cavat lapidem - La goccia scava la pietra ( Vale come esortazione pedagogica per ricordare che con una ferrea volontà si possono conseguire obiettivi altrimenti impossibili.) La sentenza era un proverbio diffuso e citato da autori di età classica, è documentato infatti in poesia da Lucrezio (De rerum natura, I 314 e IV 1281), da Ovidio (Epistulae ex Ponto, IV, 10 e Ars amandi I, 476) e Albio Tibullo (Elegiae I, 4, 18).

 

  • Excusatio non petita, accusatio manifesta - Una scusa non richiesta è una palese auto accusa.

    Excusatio non petita, accusatio manifesta è una locuzione latina di origine medievale. La sua traduzione letterale è "Scusa non richiesta, accusa manifesta", forma proverbiale in italiano insieme all'equivalente "Chi si scusa si accusa".

    Il senso di questa locuzione è: se non hai niente di cui giustificarti, non scusarti. Affannarsi a giustificare il proprio operato senza che sia richiesto può infatti essere considerato un unico indizio del fatto che si abbia qualcosa da nascondere, anche se si è realmente innocenti.

    Già San Girolamo, nelle sue lettere (Epist. 4) avvertiva: dum excusare credis, accusas ("mentre credi di scusarti, ti accusi").

     

  • Ad impossibilia nemo tenetur Nessuno è tenuto a fare cose impossibili

    È un precetto sorto già alle origini della civiltà giuridica di Roma antica, quale parte del primo insieme di leggi minime nate per regolare la convivenza civile.

    Tale massima fu ripresa nel Digesto (le Pandette) di Giustiniano.

    Nel linguaggio comune la locuzione è usata per giustificare la mancata ottemperanza a un impegno assunto, dovuta a cause di forza maggiore.

    Tale espressione è tuttora usata quale massima giuridica a illustrazione sintetica del principio in base al quale, se il contenuto di un'obbligazione diventa oggettivamente impossibile da adempiere per la parte che la aveva assunta, l'obbligazione è nulla per cosiddetta impossibilità oggettiva. Tale prescrizione è ora normata nel diritto italiano dall'art. 1256 comma 1 del codice civile e seguenti, secondo il quale "l'obbligazione si estingue quando, per una causa non imputabile al debitore, la prestazione diventa impossibile".

 

  • Do ut des - Do affinché tu dia

     

    Do ut des è una frase latina dal significato letterale «io do affinché tu dia» e senso traslato «scambiamoci queste cose in maniera ben definita».

    In un certo senso si può parlare di un "contratto" che viene siglato con l'accettazione dell'offerta da parte del secondo attore, che si impegna pertanto a consegnare quanto pattuito. Nel diritto privato i contratti di scambio sono appunto indicati come do ut des, in contrapposizione ad esempio a quelli do ut facias in cui il pagamento è a fronte di un'opera. Si noti la differenza con manus manum lavat, dove la contrattualità è assente.

    La frase è ancora oggi usata anche nel discorso comune, in genere per indicare la propria volontà di fare qualcosa solamente per un tornaconto diretto oppure per stigmatizzare uno scambio avvenuto tra due terze parti.

     

     

    Verba volant, scripta manent - Le parole volano via, gli scritti rimangono

     

    La locuzione latina Verba volant, scripta manent, tradotta letteralmente, significa le parole volano, gli scritti rimangono.

    Questo antico proverbio, che trae origine da un discorso di Caio Tito al senato romano, insinua la prudenza nello scrivere, perché, se le parole facilmente si dimenticano, gli scritti possono sempre formare documenti incontrovertibili. D'altro canto, se si vuole stabilire un accordo, è meglio mettere nero su bianco e quindi agendo con i fatti, piuttosto che ricorrere ad accordi verbali facilmente contestabili.

    Tuttavia è da notare che tale proverbio aveva in origine una valenza del tutto opposta. In un'epoca in cui i più erano analfabeti, stava a indicare che le parole viaggiano, volano di bocca in bocca, e permettono che il loro messaggio continui a circolare (si veda la voce Parole alate), mentre gli scritti restano, fissi e immobili, a impolverarsi senza diffondere il loro contenuto

     

  • Omnia munda mundis - Tutte le cose sono pure per coloro che sono puri

    Omnia munda mundis è un celebre motto latino, di forte sapore antimoralistico e religioso al tempo stesso. Tradotto letteralmente significa "tutto è puro per i puri" (s'intende, "per chi è puro di cuore e d'animo"), o anche "all'anima pura, tutte le cose (appaiono) pure". Lo stesso concetto è espresso dall'analogo motto Omnia immunda immundis: "tutto è impuro per gli impuri".

 

 

Sallustio (di dubbia attribuzione) - Homo quisque faber ipse fortunae suae - Ogni uomo è artefice della propria fortuna
Virgilio - Audentes fortuna iuvat - il destino favorisce chi osa

 

Sant’Agostino - Errare humanvm est, perseverare autem diabolicvm

"commettere errori è umano, ma perseverare (nell'errore) è diabolico"

 

Anche detto:

 

Cicerone (Filippiche, XII. 5) - Cuiusvis hominis est errare: nullius nisi insipientis

 

"È cosa comune l'errare; è solo dell'ignorante perseverare nell'errore" 

- 

Livio (Storie, VIII.35): Venia dignus est humanus error

 

"Ogni errore umano merita perdono"

 - 

Sant'Agostino d'Ippona nei suoi Sermones (164, 14):

Humanum fuit errare, diabolicum est per animositatem in errore manere

"Cadere nell'errore è stato proprio dell'uomo, ma è diabolico insistere nell'errore per superbia"

La nostra vita cos'è?

È ciò che noi vogliamo che sia! questo è il mio motto.

Non sempre siamo determinanti e le nostre scelte, a volte, vengono ridimensionate dalla fortuna avversa.

Tocca a noi però decidere se quella fortuna avversa deve distruggere per sempre la nostra vita o deve insegnarci, davanti alle difficoltà insuperabili, a trovare altre vie facendo tesoro degli insegnamenti acquisiti...

Buongiorno amiche/ci Santino Gattuso

Incipit - Incomincia

La voce verbale latina incipit (l'accento è sulla prima ì; dal verbo incipere, "incominciare") è la parola iniziale della formula latina che introduce - talvolta anche con il nome dell'autore - il titolo di un'opera; in filologia e bibliografia con l'incipit si fa riferimento alle prime parole con cui inizia realmente un testo.

Se nella terminologia canonica, la voce incipit definisce propriamente la parola o la frase iniziale di un qualsiasi componimento, l'uso che viene fatto nell'attuale critica letteraria moderna è più esteso. Non solo dunque la prima parola o la prima frase ma l'intera tranche d'avvio che può essere di lunghezza diversa.

L'incipit è, come dice Traversetti, "l'esplosione semantica che genera e avvia il cosmo romanzesco e ci consente di individuarne i caratteri, di intuire panorami e sviluppi futuri" e questo "avviene non appena leggiamo le prime dieci o venti righe".

Nel leggere infatti la prima pagina noi non veniamo a conoscenza, ovviamente, di tutto il romanzo, ma ci creiamo dei percorsi mentali lungo i quali orienteremo la nostra lettura.

Sia la retorica classica che la moderna teoria della letteratura sanno che se uno scrittore vuole essere accolto deve sapere influenzare a proprio vantaggio la disposizione del pubblico e che il pubblico, per poter accogliere lo scrittore e quindi quanto scrive, ha bisogno di riscontrare una vasta comunanza di topoi emozionali ed ideologici.

Baudelaire diceva che tra il romanziere e i suoi lettori ci deve essere complicità e che questa complicità doveva essere subito attivata prima ancora che iniziasse la vera lettura.

 

   

 

Alberico delle Tre Fontane, in latino: Albericus Trium Fontium

(... – dopo il 1251), fu un monaco cistercense e autore di un Chronicon che, dalla creazione del mondo, giunge fino al 1241.

Ibis redibis non morieris in bello

Se la mettiamo dopo redibis, la frase significa:

"Andrai tornerai, non morirai in guerra"

Se la mettiamo dopo non, vuol dire:

"Andrai non tornerai, morirai in guerra"

La frase latina è priva di punteggiatura. Quindi, si presta a una doppia interpretazione secondo la collocazione della virgola.

L'inizio della frase Ibis redibis è usato talvolta come locuzione sostantivata per indicare risposta sibillina, azione o discorso ambiguo, e in genere cosa che riesca oscura, incomprensibile.

 
 

   

 

Ovidio

Ignoti nulla cupido. (Ovidio, Ars am., 3, 397)

Nessun desiderio dell'ignoto.

Espressione usata per chi non ha una certa cultura che lo porti a pensare, a ricercare, a dubitare: e si sa che il dubbio è principio della sapienza.

"Video meliora proboque, deteriora sequor"  - Vedo ed approvo le cose migliori, seguo le cose deteriori 

 

Queste parole indicano la debolezza dell'essere umano, il quale, pur conoscendo ciò che è giusto, non riesce a seguirlo.

I versi di Ovidio sono stati successivamente ripresi e rielaborati da:

 

Petrarca: Et veggio 'l meglio et al peggior m'appiglio;

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Matteo Maria Boiardo: Ch'io vedo il meglio ed al peggior m'appiglio

-

Foscolo: Conosco il meglio ed al peggior mi appiglio.

-

San Paolo: Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c'è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio.